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{48° Capitolo} - Nuova Versione

"I can't stand myself and the all curse words that fall from my mouth.
I can't stand myself, or my legs as they run from the ones here to help.
But I just woke up with you next to me, some new air to breath and the belief that it's all gonna be alright.
I can't stand myself, but it's high time that we gave it a try,
and I think I'm gonna finally give myself a new try."

-Nate Ruess, "Great Big Storm"

[Capitolo quarantotto]

Jane

Ci sono stati due momenti, nella mia vita, in cui ho creduto che ogni cosa da me fatta, ogni azione compiuta, ogni sforzo sostenuto, fossero stati solo un inutile spreco di tempo ed energie. Sono stati due momenti strani e difficili, durante i quali sono arrivata a pensare di smetterla, di lasciarmi andare alla stanchezza, di non reagire più. Di non lottare più.

La prima volta, dieci anni fa, ero troppo piccola per rendermi conto di quello che provavo, quindi sono riuscita a riprendermi piuttosto in fretta. Ho dato ascolto a chi mi voleva bene, mi sono rialzata e ho ripreso in mano la mia vita, per farne quel che volevo, senza lasciare che le scelte sbagliate di altri mi facessero smettere di combattere.

Adesso è diverso. Non so esattamente in cosa, ma lo sento diverso. Forse è il mio modo di vedere che è cambiato, forse la situazione è cambiata. Forse sono le mie idee, forse sono io ad essere cambiata, ad essere cresciuta.

O forse... Forse è perché questa volta sono stata io a fare una scelta sbagliata.

E per questo mio errore, nelle ultime settimane non ho fatto altro che scappare dai ricordi, evitare luoghi e persone, correre via da chi era lì per aiutarmi. Come mio fratello che, nel corso dei giorni, ha sopportato con pazienza il mio comportamento chiuso e scontroso, che mi è rimasto vicino continuando a ripetermi che non ero costretta a fare tutto da sola, che non dovevo soffrire nel silenzio del mio cuore ormai vuoto. Sapevo benissimo che non ero obbligata, ma la verità è che... Ero io a non volere l'aiuto di nessuno. E tuttora, non voglio nessuno. Fuggo persino da me stessa, a volte, e dai miei tentativi di rimettere a posto il caos che si è creato dentro di me. L'unica cosa che non posso sul serio evitare sono i miei incubi. Vivi, forti, reali... Oh, quelli sì, che sono spaventosi. Quelli sì, che non smetteranno mai di rincorrermi e trovarmi, a discapito di tutto. Quelli sì, che saranno difficili da combattere.

E alla fine, a forza di fuggire, ho inevitabilmente rallentato. Durante queste settimane, ho evitato di rientrare nella mia casa di Baker Street, camminare per le stanze, vedere delle immagini e accorgermi troppo tardi che non erano reali. Ho rallentato, rimandando senza riuscire ad impedirmelo. Il tempo ha corso, mi ha superata, ed io non ho fatto nulla per raggiungerlo, perché riuscirci non mi importava. Ma sapevo bene di non poter rimandare per sempre, e anche se in certi istanti mi sentivo mancare il coraggio, alla fine sono tornata. Come un'anima errante, sono rientrata nel mio appartamento infestato dai ricordi e ho cominciato a vagare, passando da una stanza all'altra senza nemmeno rendermene conto, vedendo figure dove sapevo esserci un vuoto.

Ma, forse, tornare qui ha portato più fantasmi di quanti abbia cercato di fuggire, più dolore di quanto abbia tentato di evitare. Ed ora che mi ritrovo immobile sull'uscio della camera da letto, ad osservare un posto che abbiamo condiviso per mesi, a pensare che non ci ritroveremo mai più insieme qui dentro, sento una voragine aprirsi alla bocca dello stomaco. Si allarga, diventa velocemente più grande e profonda, poi risale, fino ad arrivarmi in gola. Corro in bagno, prima che sia più veloce di me, e mi piego sul water.

Vomito. Non so di preciso cosa dal punto di vista fisico, ma sento di star vomitando paure, ricordi, colpe. Vomito l'anima, e anche quello che non ne fa parte. Brucia la gola, brucia lo stomaco, brucia il petto per quello di cui lo sto svuotando. Brucia la testa, per i pensieri che non smettono mai di tartassarmi.

Quando smetto di sputacchiare via l'ultimo conato, mi appoggio con il capo al muro accanto a me, chiudendo gli occhi e lottando per riprendere fiato. È come se avessi corso per ore intere, senza mai fermarmi, e questa sia la conseguenza del mio sforzo. Ma, dopotutto, non è quello che ho davvero fatto? Non sono fuggita, più in fretta di quanto fossi effettivamente capace? Mi sono mai fermata, per riflettere e lasciarmi andare alle mie brutte sensazioni?

No. Non l'ho fatto. Ho evitato di mostrarmi debole e distrutta, sebbene non ci fosse nulla di male. Non ho nemmeno pianto. Il giorno dopo l'accaduto, quando mi sono ritrovata nella mia macchina con mio fratello e mia madre, diretti a Nottingham, avevo solo lo sguardo vacante e la mente persa, mentre tornavo pian pano nei luoghi che erano da sempre stati il palcoscenico della mia vita.

Di quello che è successo dopo lo sparo ho ricordi sfocati e confusi. A volte, completi vuoti che ci mettono giorni a riempirsi, come un'amnesia. Basta una parola, un'immagine, un suono, e mi arrivano alla mente dei momenti che non ricordavo, ma che si inseriscono alla perfezione in un puzzle che ancora cerco di ricomporre.

L'ultimo che ho avuto era incompleto e quasi del tutto inutile, nel mio tentativo di ricostruire questa linea del tempo spezzata. Però ricordo di aver pianto, almeno in quella situazione. Ho urlato, fino a farmi esplodere i polmoni. Ho gridato il suo nome, sperando che mi rispondesse, che mi dicesse che andava tutto bene... Che era viva.

Ma so che non l'ha fatto. Nonostante i miei vuoti di memoria, so che quel sangue a terra era vero, che quel corpo disteso era privo di qualsiasi sentimento. Eppure ho ancora questa sensazione... La sensazione che tutto sia stato solamente un lungo e brutto sogno, durato una notte intera. Ma lei non c'era, al mio risveglio, e non ci sarà più. Amanda non tornerà indietro. Lei è morta.

Avverto una mano sfiorarmi la spalla, scuotendomi leggermente.

«Jane?»

Riapro con lentezza gli occhi e trovo Sherlock, accovacciato vicino a me, che mi guarda con fare spaesato.

«Tutto bene?» mi chiede, con tono incerto.

Lo guardo fisso per qualche secondo, partendo dai dettagli del suo volto fino ad arrivare al resto, così da accertarmi di non aver a che fare con la mia ennesima visione. Poi annuisco e basta, perché sono sicura che il mio tono risulterebbe molto più incerto del suo. Abbasso lo sguardo, prima di alzarmi dalle fredde mattonelle, barcollare un attimo e poggiarmi al lavandino. Serro le palpebre, faccio respiri calmi e profondi, mentre mi aggrappo alla ceramica così da evitare di crollare di nuovo, priva di forze.

«Sei sparita senza dire niente» mormora, rizzandosi anche lui.

Apro gli occhi e li poso sulla mia figura riflessa nello specchio. Noto le mie occhiaie, i capelli in disordine, il viso segnato dalla stanchezza. «Sono stata a casa» rispondo. «Sai, con...»

«Sì, ho capito»

Passo gli occhi dal mio volto al suo, riflesso accanto al mio. Vedo che ha la giacca del completo, però è senza cappotto, segno che è venuto qui di corsa, ma non deduco altro. Non sono nel pieno delle mie capacità e, soprattutto, non è il momento migliore per dimostrargli ciò di cui sono capace.

«Come facevi a sapere che ero tornata?»

«Ho visto la tua macchina parcheggiata qua fuori» spiega, con un cenno del capo. «Sono venuto per vedere come stavi e ho trovato la porta aperta»

Un'altra svista. Una nuova, maledettissima svista, che avrei potuto pagare cara. Però non glielo dico. Non mi faccio sfuggire un verso di stizza, rabbia, né lascio intravedere come questa mia assurda debolezza mia stia pian piano paralizzando. Ci scambiamo una veloce occhiata che parla da sé. Mi sciacquo in fretta la bocca e poi stacco le mani dal lavandino, brancolando verso la porta. Raggiungo il corridoio, così da poter andare in cucina e buttarmi su una sedia, ma mi fermo prima, poggiando una mano sulla prima porzione di muro che riesco a toccare. La testa comincia a girarmi, senza preavviso e in modo così destabilizzante da farmi cedere le ginocchia e scivolare a terra, fino a raggiungere il pavimento.

«Jane?» Sherlock esce dalla stanza, e si affretta ad inginocchiarsi accanto a me. «Jane, cos'hai?»

Non gli rispondo subito. Tento di rimandare, cercare le parole giuste, un termine per descrivere tutto quello che sto provando. Anche se non lo conosco nemmeno io.

«Un calo di pressione, credo...» mormoro, portandomi una mano sulla fronte. E solo dopo averlo detto mi rendo conto che questo è il modo più stupido, banale e forse anche il più distaccato che potessi scegliere per spiegargli come sto.

Lui sospira. «Giornataccia, eh?»

«Non è la prima» rispondo, stringendomi nelle spalle.

Si siede accanto a me, appoggiando la schiena al muro. «Vuoi parlarne?»

Mi volto verso di lui, guardandolo con fare stancamente scettico. «Come, scusa?»

«Si vede benissimo che ancora non hai superato tutta questa storia»

Cambio la traiettoria del mio sguardo, portandolo alla camera da letto che intravedo appena attraverso la porta aperta. Ne guardo l'interno, sospiro, ricordo. Di nuovo, ricordo. Rivedo Amy sdraiata, felice, che mi sorride, come se, in un certo senso, mi avesse perdonata per ciò che ho fatto. Ma è un'illusione, perché sbatto le palpebre e lei scompare. Mi lascia con l'amaro in bocca e in sensi di colpa che mi divorano lentamente, in maniera così dolorosa da lasciare delle ferite aperte su ogni lembo scoperto della mia anima.

Non posso raccontargli i miei dubbi, descrivergli quello che sto passando. Sherlock non capirebbe. In un certo senso, nemmeno conosco il motivo per cui si trova qua. Sapeva tutto, per lui era un caso. L'unica persona che ci è davvero andata di mezzo sono io soltanto. Sono l'unica reduce di questa guerra che, in fin dei conti, ho fatto scoppiare io. E adesso cerco in tutti i modi di combattere e proteggermi dai colpi di ogni fantasma che ho trovato, ritornando qui. E poi, perché dovrei rispondergli? In fin dei conti, lui lo sa già. Lui era lì, mi ha vista, e non può negarlo.

«Jane?»

«Io l'ho uccisa...»

Inizio a sentire un'altra voragine, più potente e difficile da scacciare. Questa volta parte dal petto, fino ad arrivarmi al viso, facendomi prudere il naso e pizzicare gli occhi.

Sherlock rimane in un silenzio interdetto per qualche secondo, ma io so che sta fingendo. «Cosa?»

«È tutta colpa mia... Colpa mia!»

Inizio a singhiozzare senza nemmeno accorgermene, mi copro il viso con una mano, per nascondermi ancora una volta, persino da Sherlock che, in realtà, sa tutto. Eppure mi vergogno così tanto, mi odio così tanto da non riuscire a mostrarmi. Piango, spingendo forte entrambe le mani contro gli occhi e la fronte, tentando con ogni mezzo a mia disposizione di reprimere le mie idee e i frammenti della mia memoria macchiata di sangue, che non la smettono di perseguitarmi, come ombre nascoste in piena luce.

«Lei è morta... Io l'ho uccisa...» ripeto, quasi fosse una litania.

Prendo consapevolezza di questo concetto assurdo e reale, per accrescere volontariamente la mia colpa. Perché, in fondo, sono scappata anche da questo. Non avevo alcuna intenzione di prendermi delle responsabilità che mi facevano star male, che mi spaventavano più di qualsiasi altra mia paura. E sebbene io non ricordi ogni esatto attimo di quella sera, sono assolutamente sicura che questa sia l'unica certezza di cui dispongo. Ero la sola, oltre ad Amy, a tenere una pistola. Ero la sola in grado di rendere possibile quanto accaduto.

«Va tutto bene, Jane. Adesso è tutto finito»

Cerca di avvicinare una mano verso la mia spalla, alla ricerca di un minimo di contatto per farmi capire che, per quanto male possa riuscirgli, mi sta ascoltando. Ma il punto è questo. Nessuno potrà mai ascoltarmi e far finta di essermi vicino senza chiedersi, prima o poi, come stia davvero, quanto dolore mi stia effettivamente sconvolgendo. E, infatti, anche il suo leggero tocco mi fa impressione, mi spaventa, e io mi scosto di lato con un gesto brusco e allo stesso tempo istintivo. Lui si ritira, senza fare storie.

«L'ho uccisa, Sherlock...» continuo, con singhiozzi quieti. «Amanda è morta per mano mia...»

«Smettila»

«Come faccio?» gli chiedo, girandomi di scatto verso di lui. «Come potrei? Io...»

Mi fermo, perché una nuova tessera si inserisce nel mio puzzle di ricordi, delineando altre immagini.

Amy è a terra, stesa prona, la sua pistola ancora stretta tra le dita, mentre un sottile rivolo di sangue le corre lungo una tempia. La guardo, ad occhi spalancati, prima di cominciare ad urlare. Tutto inizia a muoversi a rallentatore, piano, come se la mia testa volesse darmi più tempo per imprimere col fuoco ogni dettaglio, ogni particolare pronto a tormentarmi. Lascio andare la mia pistola, che atterra ai miei piedi con un tonfo metallico che si amplifica in tutta la stanza. Poi urlo. Continuo ad urlare, così forte da non riuscire più sentire altri suoni attorno a me.

«No! Amy, Amy!»

Sto per crollare in ginocchio vicino a lei, con le lacrime agli occhi, in preda al panico, ma qualcosa mi blocca. Una stretta ferrea, attorno alla mia vita, che mi trascina indietro.

«No, no, no!» grido, piangendo. «Lasciami, Sherlock, lasciami!»

Vengo sollevata di peso dal pavimento. Vedo i miei piedi scalciare contro l'aria, muoversi lenti e difficili come se fossero sott'acqua.

«Vieni via, Jane! Via!»

«No, ti prego!»

Io continuo a gridare, senza riuscire a smettere. Lui continua a tirarmi, senza mollare mai la presa.

«Amy, ti prego! Rispondimi!»

Sherlock mi dice qualcos'altro, ma io non ce la faccio a sentirlo. I suoni scompaiono, i rumori pure, le immagini diventano opache come in una vecchia pellicola in bianco e nero. Senza accorgermene, mi ritrovo nel corridoio che ricordo di aver già percorso, e allora cado a terra. Non riesco più a muovermi, adesso che il tempo è tornato normale ancora una volta. Guardo il vuoto davanti a me, ma lo vedo rosso. Rosso, come il sangue.

«Jane, ascoltami. Adesso ti porto via da qui»

Distolgo lo sguardo dal pavimento, mi giro verso Sherlock, piegato sulle ginocchia accanto a me, che mi tiene per le spalle. Come se fosse pronto a trascinarmi via di nuovo.

Continuo a piangere. Mi avvicino a lui, poggio il volto contro il suo petto, afferro il suo cappotto nero. Ricomincio a singhiozzare, disperata.

«L'ho uccisa, l'ho uccisa...»

Mi spavento, nel rivivere quell'attimo. Non so esattamente perché, ma appena finisce strizzo gli occhi, muovo la testa di lato, mi stringo nelle spalle, come dopo un grande e terrificante botto. E a fatica riesco a rilassarmi di nuovo.

Appoggio la testa al muro e abbasso leggermente le palpebre. «Avevi ragione...» mi ritrovo a confessargli, dopo qualche attimo. «Non sono riuscita a tenere la situazione sotto controllo. Avrei dovuto darti ascolto»

«Lei...» comincia. Probabilmente non la considera un'azione sbagliata, come sto facendo io. Probabilmente, sta cercando una ragione apparentemente valida che possa utilizzare per farmi cambiare idea. «Mi avrebbe ucciso»

«Ma tu non saresti venuto, se io...»

Un altro singhiozzo mi blocca, ma in realtà mi sarei bloccata lo stesso da sola. Perché mai gli sto parlando, gli sto dando delle spiegazioni? Lui sa tutto. Lui sa sempre tutto. Non ha bisogno di scuse o di colpe dette piangendo. Non ha bisogno di niente, per sapere quale tempesta io stia vivendo e combattendo.

«Se tu cosa?» mi incita, non vedendomi terminare la frase.

Prendo un respiro, lungo e profondo, pronta ad ammetterlo. Perché so che è questo ciò che vuole: che io lo dica a voce alta e mi liberi di quest'angosciosa pena.

«Se io non avessi fatto di testa mia»

Silenzio. Non mi risponde, non mi rassicura. Non questa volta. Magari è anche meglio così.

Passano i minuti. O magari ore? Non lo so. Non è importante, in realtà. Mi perdo nei frammenti di memoria che ho, ne cerco di nuovi, e così riempio il tempo, fissando attentamente il vuoto. Piano piano, sorgono nuove incertezze che mi attanagliano, alimentati da altrettanti "se" che mi fanno mettere in dubbio tutto ciò che ho fatto. Perché le cose sarebbero potute andare diversamente. Forse le avrei fatto cambiare idea, l'avrei convinta a lasciar stare la parte malvagia del mondo. Se solo non mi fossi presentata con quella pistola, se solo non l'avessi affrontata con tanta aggressività, se solo non mi fossi fatta trascinare dalla rabbia e dalla delusione... Magari, con un po' di fortuna, lei sarebbe ancora qui. Viva, con me.

Sherlock si alza dal pavimento e, senza una parola, rientra in bagno.

Io lo seguo lentamente con lo sguardo, confusa. «Che succede?»

Lui non dice niente. Apre l'armadietto dei medicinali e inizia a cercarvi dentro qualcosa.

«Che stai facendo?»

«Devi pur avere una scorta di Oxazepam, o sbaglio?» dice, senza staccare gli occhi dagli scaffali ordinati. «Immagino che tu ne abbia più di una confezione, conoscendo le tue attitudini» Poi tira fuori un piccolo barattolo giallognolo, lo apre e, mentre si versa un paio di pillole sul palmo, ritorna da me.

Mi allunga la mano e io continuo a guardarlo con le sopracciglia alzate.

«Non ho bisogno di quella roba»

«Io credo proprio di sì»

Ci guardiamo un attimo negli occhi, come se non fosse mai cambiato niente, dopo tutto quello che è successo. Poi rivolgo la mia attenzione alla sua mano tesa, e mi stupisco di trovarla lì. Imperterrita, decisa, ma non rigida. Riesco a trovarci qualcosa di estremamente dolce, nel suo modo morbido di appoggiarsi all'aria. Poetico, direi.

Poso le mie dita sulle sue, afferro le due pillole e me le porto alla bocca, ingoiandole con naturalezza. Mi guarda un attimo, con i suoi occhi glaciali che mi scrutano attentamente, e poi si risiede al mio fianco. Io mantengo lo sguardo fisso davanti a me, concedendomi di osservarlo solo con la coda dell'occhio. Dopo un paio di secondi, forse di più, lo vedo avvicinare una mano verso la mia guancia, scacciando in fretta una lacrima con il pollice. E con questo suo gesto impacciato, mi fa notare, con insolita sorpresa, che nonostante il suo cuore di ghiaccio, le sue mani sono calde. Calde, rispetto alle mie gelate.

«Finiscila di piangere. Sei patetica»

Sbuffo una risatina, anche se non mi riesce del tutto spontanea. «Da quando in qua hai tirato fuori il tuo lato in cui ti interessi delle persone?» ironizzo, girandomi verso di lui.

«Mi interesso solo delle persone importanti»

Poi sorride. Non un vero e proprio sorriso raggiante, ma solo con un angolo della bocca rivolto verso l'alto. Forse non vuole perdere il suo atteggiamento distaccato, non vuole che io capisca che è davvero preoccupato per me. O, forse, questo è il suo massimo, lo sforzo più grande che riesce a fare. Ma io lo apprezzo lo stesso. Lo apprezzo davvero tanto.

E senza altre parole di troppo o grandi ringraziamenti, rimaniamo immobili a fissare il tempo che scorre davanti noi, in attesa che l'Oxazepam faccia effetto. Non ci diciamo niente, ma va bene così. A me basta averne parlato con qualcuno, di averlo confessato.

E, magari, è bastato anche a lui.

•••

Un trillo breve e penetrante mi strappa senza preavviso dalla beatitudine del sonno. All'inizio lo ignoro, immersa come sono nell'incoscienza che mi ha fatto staccare, almeno per un po', dai miei assilli, che sono sempre il mio primo pensiero al risveglio. Apro lentamente gli occhi, li fisso sul soffitto di fronte a me e li richiudo subito dopo, decisa a tornare a dormire, lasciando che la stanchezza abbia la meglio. Mi giro su un fianco, pronta a sprofondare un'altra volta, ma un altro trillo irrompe nel silenzio e a quel punto decido, senza un motivo apparente oltre al fastidio, di dargli retta.

Apro gli occhi, notando lo schermo illuminato del mio cellulare posato sul comodino. Aggrotto un attimo le sopracciglia, confusa dal trovarlo lì invece che nella tasca della mia giacca, ma alla fine non ci do nemmeno troppo peso. Lo prendo in mano e lo sblocco, così da leggere i due messaggi ricevuti, con un sonoro sbadiglio ad accompagnarmi.

"Vieni. S" dice il primo. "Sto facendo il tè"

Mi tiro su, appoggiandomi su un gomito, e passo velocemente gli occhi verso la parte alta dello schermo, per guardare l'orario: le diciassette e quarantasei minuti. Il che vuol dire che ho dormito per quasi nove ore. Mi porto lentamente una mano sui capelli, cercando con il mio tocco dei residui del suo. Per capire se ho sognato tutto quanto o se, anche questa volta, è stato reale. Poi sospiro, mi lascio andare di nuovo contro il cuscino e, dopo averlo bloccato, mi poso il telefono sul petto.

Guardo il soffitto. Cerco con insistenza un ricordo che non sia confuso come gli altri, ma come unici risultati ho quell'odore di dopobarba nelle narici e dei tocchi delicati che mi coprono con la trapunta. Poi abbasso di nuovo le palpebre, con un profondo sospiro, e tamburello contro il retro del telefono, mentre mi porto l'altra mano sulla fronte. Inseguo quei ricordi ingannevoli che mi sfuggono come sapone, mi impiastricciano le mani ma senza formare delle linee definite. Quando mi rendo conto che sono troppo scivolosi e troppo poco affidabili, mi rannicchio su un fianco, con l'intenzione di lasciarli andare, troppo stanca per mettermi a correre dietro a loro sapendo benissimo di non essere in grado di raggiungerli. Scorrono i secondi, uno dietro l'altro, scanditi dal lento succedersi dei miei respiri, ed è così che vorrei passare il resto della giornata, fin quando non avrò più pensieri che mi tormentino.

Ma qualcosa, dentro di me, dice che questa non la soluzione giusta. Mi grida di smetterla con questa pantomima e di non lasciare che un solo gesto mi butti giù in questo modo. Sono stata immobile ad incassare colpi per troppi giorni di seguito. Ora che sono tornata e ho deciso di affrontare le mie paure, è anche arrivato per me il momento di reagire. Lo devo a me stessa.

Mi alzo, trascinandomi giù dal letto a fatica, e mi avvicino alle mia scarpe da ginnastica buttate in un angolo. Le indosso in fretta e attraverso la stanza, poi il corridoio e il salotto in disordine. Scendo le scale, percorro i pochi metri di strada che dividono un marciapiedi dall'altro, e in meno di un minuto sono al 221B a respirare l'aria polverosa del soggiorno, visibile contro i fasci di luce del pomeriggio, filtrata dalle pesanti tende.

Niente sembra cambiato dall'ultima volta che sono entrata qui. Camminare di nuovo sulle assi del parquet e il tappeto rosso mi fa provare quella sensazione, strana e normale allo stesso tempo, di essere in un luogo familiare, sempre pronto ad aspettarmi. Come se si congelasse durante le mie assenze.

Una volta entrata nel salotto, mi volto verso la cucina e vedo, di profilo, Sherlock che versa il contenuto di una teiera in due tazze spaiate. Mi passo in fretta una mano trai capelli, cercando di sistemarli per quanto possibile, quando lui si gira verso di me, con le dita strette attorno ai manici.

Ci guardiamo. Entrambi rimaniamo con gli occhi fissi in quelli dell'altro, quasi fosse una sorpresa ritrovarsi qui, in questo modo così bizzarro. Come se... Fossimo stati presi alla sprovvista. Ma la sensazione dura solo un attimo, sebbene io abbia l'impressione che sia stata molto più lunga.

Si riscuote immediatamente, per poi accennare con la testa verso i contenitori. «Ceylon?»

Gli rivolgo un sorriso appena abbozzato. «Perfetto»

Sherlock si avvicina e mi allunga una tazza fumante in porcellana azzurra.

Io passo una veloce occhiata dal contenitore alla sua espressione imperscrutabile, poi gli sorrido nuovamente. «Grazie» dico, avvolgendo le mie dita attorno al manico.

Poi, sotto un suo silenzioso invito, mi avvicino alla sua poltrona, e mi siedo sul bordo del cuscino, le mani posate sulle ginocchia, i piedi piantati con forza a terra, in una posizione rigida che, in teoria, non dovrei assumere. Non ora che, probabilmente, sono sul punto di riuscire a risolvere tutto.

Lui, invece, rimane in piedi per qualche istante, studiandomi con cura, poi si accomoda sulla poltrona di John, cominciando a sorseggiare con calma il suo tè.

Io prendo ad imitarlo, all'inizio con incertezza, ma solo perché mi sembra strano. Strana la situazione e strano questo nostro atteggiamento muto. Strano il fatto che adesso siamo qui, a bere tè, dopo che io ho confessato a qualcuno di aver commesso un omicidio.

«Va meglio?»

Sorrido di nuovo, anche se comprendo che potrà sembrare forzato persino a lui, così tanto da fargli capire subito che sto per mentire. «Molto. Dormire mi ha fatto bene»

Abbasso gli occhi sulla tazza, storcendo involontariamente le labbra.

Ed è solo dicendolo che mi accorgo che non è vero. Mi ha distratto, al massimo, ma niente è davvero migliorato. Ho deciso di reagire, di non lasciare che lo sconforto e la rabbia mi bloccassero da ogni altro mio intento, ma ora... Ora mi rendo conto che mi sarà impossibile.

Sherlock lo intuisce. «D'accordo» sospira, posando la tazza sul tavolino accanto alla poltrona. «Dimmi cos'altro c'è che non va»

Io rialzo di scatto gli occhi. «Cosa?»

«È palese che tu non mi abbia detto esattamente ogni cosa» specifica, lasciandosi andare contro lo schienale e accavallando le gambe. «Quindi tanto vale che mi racconti tutto nei dettagli, così riusciremo a risolvere questa situazione e chiuderla qui»

Serro forte la mascella, assumendo un'espressione dura.

Eccolo, è tornato al suo solito comportamento. Lo sguardo annoiato, il tono altezzoso, la postura elegante... In un certo senso, avrei dovuto aspettarmelo. Lui è fatto così, d'altronde: si siede sulla sua poltrona e comincia a fare domande, a rispondere ad alcune e risolvere i casi che gli vengono proposti. È di fronte a me, che mi scruta immobile, aspettandosi di ricevere una risposta intelligente che possa giustificare il mio comportamento. Ma il punto è proprio questo: io non sono qui perché ho un caso da risolvere. Non voglio giustificare questo mio atteggiamento freddo, così insolito per il mio essere.

Invidio molto il fatto che per lui sia così facile dimenticare quello che è accaduto, come se la morte di Amanda fosse stata solo una delle tante a cui ha dovuto assistere. Perché lui sapeva del suo doppio gioco, ed ha evitato di instaurare un qualche rapporto che non fosse puramente professionale. Ma io non sono così. Io non ho la sua stessa razionalità, il suo lucido pensiero. Io ho rimorsi e sentimenti che non mi permetteranno di riprendermi col ritmo che voglio.

Sospiro, lasciando andare le spalle rigide, così da almeno tentare di sciogliere il mio corpo e liberarlo da qualsiasi altra paura inconscia. Mi preparo a raccontargli anche questo dettaglio un po' inutile e persino noioso. Ma lo faccio solo perché è stato l'unico al quale lui non ha assistito.

Distolgo gli occhi verso un punto a caso del soggiorno. «Sono stata al suo funerale» comincio, alla fine, dopo un po' di silenzio. «Credevo che mi avrebbe fatto stare meglio, ma sbagliavo. Tutti mi guardavano tristemente, mi ringraziavano con voce fioca di essere venuta. I suoi genitori, suo fratello, suo cugino, sua zia...» Faccio una pausa, ripensando ai loro volti stanchi, così simili ai miei. «Persone che conosco da una vita, che mi conoscono da una vita, si ritrovavano a chiedermi se sapessi qualcosa di tutta quella storia. Se sapessi delle indagini su di lei, sulla droga, la depressione...» Stranamente, mi lascio sfuggire una risatina. O, almeno, un suono sbuffato e amaro che dovrebbe somigliarle. «È ironico, no? Nonostante fosse una doppiogiochista traditrice, nonostante mi avesse quasi uccisa, mi sono lo stesso ritrovata a mentire pur di proteggere la sua memoria. Io...» Mi fermo un secondo, senza una vera e propria ragione. «L'ho fatto istintivamente, credo. In quel momento, mi sembrava la cosa giusta da fare. E ora non sono certa se esserne pentita o meno. Però...» Sento di nuovo gli occhi farsi umidi, ma non permetto ad altre lacrime di dolore di attraversarmi il viso. Non mi serve più, anche se piangere è rimasto l'unico sfogo che possa permettermi, nella mia attuale impotenza. «Però è difficile essere consapevole che io sia l'unica, tra le persone che la conoscevano bene, a sapere tutta la verità sul suo conto, su quello che ha fatto e quello che stava per fare. So che la sua famiglia etichetterà per sempre queste informazioni sulla sua connessione alla malavita come soltanto delle infami diffamazioni. Nonostante le prove, loro non ci crederanno, perché...»

Perché cosa? Perché è logico che lo facciano? Perché so che lo avrei anche io, se mi fossi ritrovata al loro posto?

E perché, in ogni caso, lo avrei fatto? Perché sono troppo debole per essere ancora arrabbiata con lei? Perché era la mia migliore amica e sarei comunque tornata a fidarmi, nonostante i suoi errori? Perché so che, in un certo senso, l'avrei perdonata per avermi fatto del male ancora una volta?

Il tè sta diventando tiepido, nella tazza tra le mie mani. Mi avvicino il bordo alle labbra e ne butto giù qualche sorsata, abbassandola subito dopo.

Aspetto, ma Sherlock non replica. All'inizio penso che sia perché sta cercando qualcosa da dire. Ma poi mi rendo conto che lui è Sherlock: freddo, impassibile, distaccato... Ed è strano che voglia trovare un modo per replicare senza ferirmi ulteriormente. Come è strana tutta questa situazione, ora che ci penso: lui è qui, ad ascoltarmi, mi ha offerto una valvola di sfogo, una spalla su cui piangere liberamente, ha lasciato che le mie parole, forse deliranti, possano fluire a briglie sciolte, senza intoppi di alcun tipo.

«Ti sbagli, Jane» mi dice, sussurrando appena. «Non pensarlo, perché non è vero»

Aggrotto la fronte, prima di alzare un poco il capo e guardarlo dritto nei suoi occhi azzurri, che sembra vogliano trafiggermi.

«Come?» balbetto.

«Nemmeno tu conosci tutta la verità»

Schiudo leggermente le labbra, inarco appena le sopracciglia. Non mi sforzo di non farmi vedere stupita, né di cercare da sola una risposta logica.

«In che senso?»

Ciò che segue le mie parole non è una risposta. Almeno, non come me l'aspettavo io. Sento un tonfo, la porta al piano di sotto che si chiude, un verso di stizza.

«Accidenti... Sherlock! Mi vieni a dare una mano con la spesa, per favore?»

«Arrivo!»

Mi rivolge un veloce sorriso, poi si alza dalla poltrona, scaricando il peso sui braccioli, e si avvia verso le scale con fare disinvolto.

Non mi meraviglio del suo atteggiamento insolitamente servizievole nei confronti del suo coinquilino, né del suo sorrisetto compiaciuto, come se sapesse cosa stava per succedere, chi sarebbe entrato. Piuttosto, lo faccio per il mio nuovo flash. Una nuova tessera, un dettaglio apparentemente scontato che ho appena scoperto essere falso... E la verità che, venendo a galla, ha completato i miei frammenti, come una potente colla, l'unica in grado di farmi ricordare tutto.

Quella sera, non c'eravamo solo io e Sherlock. Nel corridoio, mentre a poco a poco mi rendevo conto dell'accaduto, c'era una terza persona, che aveva urlato di scappare, che aveva aiutato Sherlock a portarmi via. Una persona che si era seduta al posto del passeggero nella macchina che avevo noleggiato per pedinare Amanda, e che si era voltata verso di me, nell'abitacolo, guardandomi con i suoi occhi grigi, incredibilmente seri.

«Sei ferita? Jane, sei ferita? Jane?»

«Credi che fosse davvero necessaria tutta questa roba?»

«Di certo io sono stanco di mangiare patatine e carne in scatola tutti i giorni»

Porto gli occhi dalla tazza tra le mie mani a John, in piedi in cucina, che si accinge a sistemare due enormi buste della spesa. L'osservo muoversi, senza attirare la sua attenzione. Non ne sono capace, in questo esatto istante.

«Potremmo mangiare fuori» dice Sherlock, mentre esamina un pacco di biscotti.

«Ancora non sono abbastanza ricco per permettermelo» ribatte John, prendendoglielo dalle mani per metterlo al suo posto, dentro una credenza. «Ma niente ti vieta di andare a mangiare fuori da solo»

Il detective infila di nuovo una mano nella busta davanti a sé e ne tira fuori qualcos'altro. Ma non vedo cosa sia, né mi importa realmente saperlo.

«Ovvio che nessuno me lo vieta» dice, con tono annoiato, mentre esamina distrattamente l'oggetto che ha appena preso. «Non sono mica una delle tue fidanzate»

John chiude lo sportello e alza gli occhi al cielo, sbuffando con fare infastidito. Quando li riabbassa, la sua attenzione si posa su di me, e fissa attentamente il mio sguardo.

«Oh» dice, sorpreso. «Ciao, Jane»

Mi costringo ad abbozzare un sorriso, accompagnato da un flebile gesto della mano, in segno di saluto.

Lui mi ricambia, avvicinandosi. «È da un po' che non ti vedo in giro»

«Io...» inizio, balbettando. «Sono tornata a Nottingham. Avevo bisogno di staccare un po' la spina»

Si siede sulla poltrona davanti a me, e mi rivolge uno sguardo comprensivo. «Immagino» dice, prima di restare in silenzio per qualche secondo. «E... Adesso come stai?»

Mi mordo il labbro inferiore, trattenendo l'orrenda sensazione di tristezza che si sta nuovamente impossessando di me, della mia voce, dei miei pensieri...

«Io... Non lo so» ammetto.

Annuisce. «Sai, mi...» Si ferma, prende un respiro, congiunge le mani, stringendo le dita. «Mi dispiace per quello che è successo ad Amanda»

«Anche a me» rispondo prontamente.

E poi mi paralizzo. Ogni altra parola che avevo intenzione di dirgli si blocca in gola, i pensieri si neutralizzano per quello che ho appena rivissuto. Ma non l'istinto. L'istinto rimane scattante. L'istinto mi fa trattenere un altro improvviso scoppio di pianto, mi fa trovare le uniche due parole che non mi sembrino banali, e che non appaiano come una scusa superflua. Sono solo due, e sono semplici.

«Mi dispiace...» mormoro, abbassando lo sguardo. «Non avrei dovuto metterti davanti a quella scelta...»

Un flusso continuo detto con la voce che sta per spezzarsi in due, e che spero solo non sembri una supplica disperata. È l'unica cosa sincera che sarei mai in grado di dirgli, perché è in parte colpa mia, se ha fatto quello che ha fatto. Io l'ho messo davanti ad una scelta che non avrebbe mai dovuto prendere. Non ho valutato le conseguenze, e questo mi ha spinta ad agire senza pensare a nessun altro all'infuori di me.

«Se solo io non ti avessi...»

«Jane, ascoltami» mi interrompe lui. Si alza, si avvicina a me e, piegandosi sulle ginocchia, mi prende per le spalle. «Va tutto bene. Davvero. Non è colpa tua, tu non potevi saperlo»

Lo guardo, la mia vista sfocata a causa di altre lacrime. La mia parte razionale dice che devo cacciarle indietro, ricordandomi che, altrimenti, apparirei come una bambina distrutta. Mi dice che devo mantenere un certo contegno, ma è sempre l'istinto che mi fa posare in fretta la tazza sul tavolino accanto alla poltrona e mi fa abbracciare John. Forte.

Rimaniamo in silenzio, facendo scorrere attraverso questo gesto improvviso tutte quelle cose che io, in primo luogo, non sarei mai in grado di dirgli. Stringo la spalla della sua camicia, pronta a rivelargli quello che ho capito. È difficile, ma deve sapere che ho trovato coraggioso il suo gesto. Enormemente coraggioso: rinunciare all'amore, per salvare l'amicizia.

«So che c'eri anche tu» sussurro. «Adesso lo ricordo»

Sto per ringraziarlo, ma mi fermo in tempo. Ringraziarlo, perché ha ucciso una persona?

No. Ringraziarlo perché ha assolto la mia colpa, perché ho appena capito di non essere stata io ad aver premuto il grilletto. Mi sento sollevata, in un qualche modo, anche se esserlo è sbagliato. Tremendamente sbagliato.

«Perdonami...» mormora lui, dopo qualche attimo di silenzio. «La situazione stava degenerando, e io...»

«Non serve che tu mi dia spiegazioni, John» lo fermo, sussurrando. «Lo capisco, sul serio. Era la stessa cosa che stavo per fare anch'io»

Forse, la mia colpa è sempre stata questa: l'intenzione. Io avevo la sua stessa intenzione, ma non ho avuto il coraggio di agire. Sherlock sarebbe morto, e Amanda se ne sarebbe andata con la sua vittoria in tasca, mentre io mi sarei dovuta riprendere dalla perdita di due persone a me care. Il modo con cui sono andate le cose, in fin dei conti, ha evitato che accadesse il peggio.

«Non è mai stata nostra intenzione, credimi...»

Due idee, improvvisamente, si scontrano. La prima è spontanea, e la lascio correre. Mi ricorda che John è un soldato e che è abituato a vedere la gente morire. In un certo senso, credo che anche lui provi il mio stesso dolore, e che lo stia solo nascondendo dietro il suo atteggiamento distaccato di chi è abituato a vedere la gente andarsene. Penso che abbia evitato di affezionarsi dal principio, per evitare i peggiori danni collaterali.

L'altra idea è... Semplicemente assurda.

Allento la presa sulla stoffa, ma non quella dell'abbraccio. Rimango con il mento poggiato sulla sua spalla.

Elaboro l'idea. La respingo, la riprendo, la respingo di nuovo.

«Aspetta...»

Di nuovo, la riprendo in mano. La osservo, studiandola e analizzandola fino nei minimi dettagli, cercando significati nascosti oltre a quello principale.

Mi allontano da lui, per tornare a guardarlo nel volto. «Tu... Tu lo sapevi!»

Tutto, attorno a me, sfuma in una linea. Gli oggetti perdono i loro contorni, i colori la loro lucentezza. E l'espressione di John rimane ferma, ma solo per pochi secondi, prima che si renda conto di ciò che ha appena detto.

«Ecco...»

«Tu sapevi che Amanda stava fingendo!»

Scatto in piedi, e John con me. Ci fissiamo di nuovo, nel silenzio inumano che si è creato tra noi.

«Lascia che ti spieghi...»

«No!» Mi scosto, muovendo un passo verso il divano. «Voi due lo sapevate, e non mi avete detto niente!»

«Erano solo dei sospetti, all'inizio»

«Mi avete tenuta all'oscuro per tutto questo tempo!»

«Be', tu le avresti chiesto delle spiegazioni»

Mi giro verso Sherlock, in piedi sulla soglia della cucina. Ha le braccia incrociate e il solito atteggiamento freddo.

«Lei avrebbe negato, ovviamente, ma poi sarebbe diventata molto più cauta, e sarebbe stato impossibile cercare di capire le sue intenzioni e quelle di Moriarty»

«Quindi era solo questo?!» sbotto, cercando invano di mantenere un tono di voce fermo e deciso. «Una tattica? Un piano per scoprire le intenzioni di un criminale?»

John guarda un angolo del soffitto, corrugando un sopracciglio. «Beh...»

«Sì» conclude Sherlock per lui. «Solo un piano»

Rimango ferma, a bocca socchiusa. Faccio freneticamente saltare lo sguardo da John a Sherlock e viceversa, finché non mi lascio sopraffare dalle informazioni, dai concetti semplici e allo stesso tempo complessi che ho appena appreso in questa stanza. E, soprattutto, mi lascio trascinare dalla rabbia in una spirale da cui devo riemergere il più presto possibile, se voglio uscirne integra.

Mi passo le mani sul volto, coprendomi gli occhi con i palmi, le dita posate lungo la fronte, e giro su me stessa, così da dar loro le spalle. Cerco di scacciare i brutti pensieri, di smetterla di rimproverarmi per essere stata così cieca. Era sempre stato davanti a me, davanti ai miei occhi, con quella sua assurda semplicità impossibile da non notare.

È stato solo un incidente di percorso. Amanda è morta... Ma è stato un errore. La situazione ha preso una piega sbagliata, è successo qualcosa che non era stato calcolato nei piani di John e Sherlock. Ma cosa? Cosa poteva essere evitato?

Prendo un respiro, lo trattengo nei polmoni a lungo prima di buttarlo via insieme a tutto il resto. Mi svuoto della rabbia, mi costringo a rimanere fredda. Nella stanza è calato un silenzio martellante, ma io non me ne accorgo. Non con le voci che mi parlano nella testa, che urlano e mi deconcentrano. Girano su sé stesse, si mescolano e non mi fanno capire niente. Spingo forte le mani contro il capo e le azzittisco. Grido loro di smetterla, e loro mi danno retta.

Faccio scivolare le dita trai capelli, tirandoli indietro fino a farmi quasi male. Rubo un altro attimo, che Sherlock e John scelgono di concedermi, e prendo infine una decisione.

«D'accordo» sentenzio, facendo ricadere le braccia lungo i miei fianchi. «Facciamo così, allora»

Prendo una sedia accostata al tavolo e la trascino lungo il tappeto rosso per l'estremità dello schienale. La poso in mezzo alle due poltrone.

«Sono tutta orecchie» dichiaro, sedendomi e accavallando le gambe. «Avete risolto questo caso, giusto? Bene. Credo che adesso sia opportuno che cominciate con le spiegazioni»

Loro due si scambiano un'occhiata. Li vedo parlare con lo sguardo e rivolgersi parole solo a loro comprensibili. Poi entrambi si avvicinano alle loro rispettive poltrone e si siedono. Senza evidente agitazione o noia, si sistemano e attendono le mie domande.

«Da quanto tempo lo sospettavate?»

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