{32° Capitolo}
[Capitolo trentadue]
Jane
Il resto del tragitto per le strade di Horsham è piuttosto silenzioso: da una parte, non spiccico parola per non disturbare Sherlock, che quasi certamente starà pensando a questo "caso", troppo intrigante per farselo sfuggire, e ne starà assaporando ogni minimo aspetto, dopo aver passato intere settimane di totale vuoto, come un bambino che può finalmente giocare dopo ore di stressante studio. Dall'altra parte, invece, sono proprio io che non ho alcuna intenzione di parlare, immersa come sono nei miei pensieri: stando in questo silenzio, mi è tornato in mente che oggi è Natale, uno dei rari giorni in cui posso stare insieme con mio fratello, senza che i nostri maledetti impegni ce lo impediscano. È solo che con questa storia della matrioska, e Sherlock che non mi ha dato neanche il tempo di pensare a quello che sto per fare, Moriarty che cerca di manipolare le nostre azioni, e tutto il resto, sono stata costretta a posticipare il mio appuntamento con Alan di un paio d'ore. Secondo Sherlock, il gioco è cominciato, e questa è la nostra mossa.
Il dieci di Hurst Road è rimasto esattamente come lo ricordavo, tranne per il castagno con i rami del tutto spogli e le aiuole senza fiori, ricoperte da un sottile strato di brina mattutina.
«Non credi sia un po' troppo presto?» chiedo, guardando la casa dal finestrino dell'auto. «Magari sta ancora dormendo»
«No» mi smentisce Sherlock, slacciandosi la cintura e scendendo dalla macchina.
Lo imito frettolosamente. «No?» ripeto, guardandolo mentre apre il cancelletto in ferro battuto nero.
«Il giornale è già stato preso» dice, incamminandosi per il viale.
«E se non le venisse recapitato niente perché non ha un abbonamento?»
«Una donna semidepressa che esce di casa solo per comprare un giornale? Devi ammettere che è improbabile»
«Magari segue le notizie alla televisione»
«O magari avresti dovuto osservare meglio le finestre e notare che le tende sono sollevate» replica, girandosi verso di me, appena arrivato alla porta. «Dovresti fare più attenzione a quello che ti circonda»
Poi, intuendo dal mio silenzio di non dover più smontare altre obiezioni, alza la mano a pugno, e bussa.
Ho poco tempo per fargli le solite raccomandazioni: direi che devo sbrigarmi.
«Ascolta: è Natale, quindi cerca di essere il più gentile possibile, per una volta» lo supplico, a bassa voce. «Anche perché sto rinunciando a mezza giornata che avrei dovuto passare con la mia famiglia, per aiutarti in questa follia»
Non mi pento della mia scelta di parole: Alan è davvero la mia unica famiglia, e solo pochi possono dire di farne realmente parte.
«Potevi non accettare»
«E lasciarti scorrazzare in giro, mentre fai cose stupide, senza che nessuno ti fermi? John mi ha chiesto di essere la voce della tua coscienza, quando lui non c'è»
«La mia cosa?!» fa lui, quasi indignato.
«Mai sentito quella vocina nella testa che ti dice...»
«So cos'è una coscienza» mi interrompe, stizzito. «Ma non credo di averne mai avuta una»
«Per questo ci sono io» replico, sorridendogli radiosa.
E nell'esatto momento in cui lui mi lancia un'occhiata interrogativa, la porta ci viene aperta, e la signora Leigh fa capolino sull'uscio. Dalla sua espressione per niente sorpresa, potrei quasi pensare che, forse, si aspettava una nostra visita. Oppure ci ha visti dallo spioncino.
«Signor Holmes» dice, in tono composto, mentre osserva attentamente il detective.
Sembra che non si sia neanche accorta della mia presenza, ma la cosa non mi dà granché fastidio: la sua espressione seria mi fa già sentire odore di vittoria.
Sherlock le rivolge un sorriso adulatore. «Buongiorno, signora Leigh» le dice. «Possiamo entrare? Dovremmo chiederle un favore»
«Oh, ma certo...» balbetta lei, facendoci entrare. «A cosa devo la vostra... Visita?»
Il detective si ferma nel bel mezzo del salotto, proprio ai piedi delle scale, con le mani nelle tasche e lo sguardo sicuro. «Deve darci il consenso per perquisire la camera di Tia»
«La... Camera di Tia?»
'Complimenti per la preparazione alla notizia, Sherlock. Davvero' penso, roteando gli occhi.
«Non mi azzarderei mai a disturbarla nuovamente, se non fosse per una questione della massima importanza»
«Ma avete già arrestato il colpevole. Ha chiuso lei stesso il caso, due mesi fa»
Prima di negare esplicitamente, si cerca sempre di contrattare, o almeno così penso che sia. Ho vinto, proprio come credevo, e anche Sherlock se n'è accorto. Gli faccio un cenno, piegando la testa verso destra: è ora di passare all'azione.
«Non sbaglia affatto, ma potrebbero esserci...»
«Scusate l'intrusione» li interrompo. «Ma potrei usare il bagno, signora Leigh?»
«Ehm, al piano di sopra, l'ultima porta a destra» risponde distrattamente lei.
La ringrazio con un sorriso, per poi iniziare a salire i gradini in modo veloce, mentre il detective e la donna continuano a discutere.
«Dicevo, potrebbero esserci degli indizi che faciliterebbero il processo»
«La confessione di Allison non è sufficiente?»
Le loro voci sono udibilissime anche dal piano di sopra, il che mi sarà molto utile per capire quanto tempo ho a disposizione. Mi fermo nel corridoio, osservando le quattro porte in fila sulla parete di fronte a me: escludendo la porta a destra, quella del bagno, me ne rimangono tre. Ma come faccio a capire qual è quella giusta da aprire?
'Rifletti' mi dico. 'Cosa devi fare?'
Decido di ascoltare il consiglio di Sherlock: osservare attentamente tutto ciò che mi circonda.
Cominciamo dall'inizio: ho quattro porte, ma una l'ho esclusa, perché conosco già dove conduce, quindi me ne rimangono tre. Due, se togliamo anche quella subito a sinistra di questa, dato che corre troppo spazio tra di esse: probabilmente è uno sgabuzzino, o una stanza per la lavanderia. Non mi importa.
Adesso, ho una probabilità del 50% di azzeccare la porta esatta ed entrare nella camera di Tia. Dovrei aprirla piano e richiuderla nello stesso modo, nel caso peggiore in cui dovessi sbagliarmi.
Oppure...
Mi avvicino alla porta a sinistra, che è la meno lontana dalle scale, e mi chino per guardare attraverso la serratura: in quel piccolo squarcio, riesco a vedere una cameretta color lavanda. Bingo, è quella giusta!
Mi rimetto dritta e cerco di abbassare la maniglia senza fare il minimo rumore. Sguscio dentro, non appena la porta non è abbastanza aperta da far passare il mio corpo, e lancio uno sguardo all'insieme: una stanza color lavanda, con i mobili in legno chiaro, il letto rifatto e nemmeno un filo di polvere sugli scaffali.
Mi sento quasi in colpa, ad entrare in una stanza di un'adolescente, il suo posto più segreto e intimo, come se fossi una ladra. Ma il tempo stringe: mi dovrò tenere la moralità per dopo.
Inizio a rovistare velocemente tra i libri sugli scaffali e nei cassetti della scrivania, forse in modo troppo frettoloso. Mi tiro indietro, alzando le mani.
'Calmati un attimo, Jane, perché stai facendo un gran disordine' mi dico, per poi prendere un grosso respiro. 'Adesso, ragiona: se fossi una quindicenne, dove nasconderesti la fotografia che ritrae la tua migliore amica con il tuo fidanzato, intenti in un atteggiamento alquanto intimo?'
Se mi fosse successa una cosa simile, credo che avrei strappato quell'inutile pezzo di carta, ma Tia non era me. Quindi, dove nasconderei uno dei miei segreti più personali, che non mostrerei mai a nessuno?
Mi guardo attentamente intorno: attaccati alle pareti, ci sono numerosi quadretti, alti poco più di venti centimetri e larghi dieci, formati da una semplice lastra di legno, spessa qualche millimetro, e sulla quale sono disegnati dei monumenti o degli animali stilizzati. Vederli, mi fa tornare in mente una cosa: quando avevo anche io quindici anni, avevo trovato una fotografia che mi immortalava da bambina, mentre giocavo con Billy. L'avevo incorniciata e messa sul comodino, così da poterla ammirare il più delle volte. Con il passare del tempo, avevo cominciato a scrivere i miei stati d'animo e i miei pensieri su dei pezzi di carta, a volte anche semplici tovaglioli, che nascondevo all'interno della cornice, dove sapevo che nessuno avrebbe mai guardato. Forse, Tia aveva pensato lo stesso.
Ci sono cinque quadretti in totale e, a quanto sembra, dovrò controllarli tutti, ma sono confortata dall'idea che le possibilità che la chiave sia contenuta nell'ultimo di essi sono molto scarse. Non impossibili, ma scarse.
Mi avvicino ad uno a caso, che raffigura la Torre Eiffel in un tripudio di farfalle rosa, lo stacco dalla parete e lo giro, ma nel retro non c'è niente. Provo con un altro, dopo aver rimesso a posto il primo, e poi con un altro ancora. Sul retro del quarto e penultimo quadretto che controllo, trovo attaccata con del nastro adesivo trasparente una chiave sottile, di circa quattro centimetri di lunghezza, proprio sotto una foto che ritrae due ragazzini, un maschio e una femmina, seduti su una panchina: lui è proteso verso di lei, e le sfiora le labbra con le proprie. C'è qualcosa di malinconico e triste, in questa foto... Forse è perché so qual è la storia che c'è dietro di essa, oppure è l'atmosfera in cui è stata scattata.
Tolgo delicatamente la chiave dal retro del quadretto e, senza liberarla dallo scotch in cui è avvolta, me la ficco in fretta nella tasca destra, e altrettanto in fretta rimetto a posto la lastra di legno ed esco dalla stanza, richiudendo piano la porta, non prima di essermi accertata di aver lasciato tutto esattamente come lo avevo trovato. Una volta nel corridoio, scivolo all'interno del bagno, chiudendo la porta, e corro a tirare lo sciacquone, poi aspetto qualche secondo, prima di aprire anche il rubinetto e lasciare che l'acqua scorra per un po': facendo così, darò l'impressione di essere stata effettivamente al bagno. Poi, torno nel corridoio e scendo al piano di sotto, dove Sherlock e la signora Leigh continuano a discutere. Non li interrompo, per evitare di farmi notare.
«È solo una precauzione, signora Leigh, per il processo e per...»
«Mi dispiace, signor Holmes, ma le ho già detto che non ho alcuna intenzione di far entrare qualcuno nella stanza di Tia, come ho sempre fatto sin dalla sua morte. Tenerla esattamente com'era mi fa credere che il tempo si sia fermato. Entro lì dentro solo per pulirla»
«Ma signora Leigh...»
«Non tenti di nuovo di obiettare, signor Holmes: ormai ho deciso. E voi non potete costringermi perché non avete un mandato né tantomeno siete in veste ufficiale. Vi chiedo, dunque, di lasciare casa mia e di non insistere ulteriormente su questo tema»
Sherlock, all'inizio, non accenna a muoversi: credo che stia cercando di trovare qualcos'altro da dire per cercare di convincere la signora Leigh a farci perquisire la camera, così da vincere, almeno in parte la scommessa. Ma, per una volta, il suo sguardo di ghiaccio non ha alcun effetto, e alla fine si muove in direzione della porta, senza azzardarsi a proferir parola, con fare alquanto seccato.
«Ci dispiace di averla disturbata, signora Leigh» mormoro, voltandomi verso di lei, quando anche io attraverso l'uscio.
«Non permetto a nessuno di entrare» cerca di scusarsi. «Non solo a voi»
«Posso comprenderlo»
«No, non può»
«Mi creda, ci sono tante cose che capisco, senza averle vissute» Poi le rivolgo un sorriso comprensivo. «Passi un buon Natale, signora Leigh»
Non mi aspetto neanche che ricambi gli auguri, dato che non li pretendo. Non da lei, almeno.
«Lo dica al signor Holmes» mi chiede, facendomi voltare. «Ho molta stima di lui, è riuscito a risolvere il caso di mia figlia... Ma è una questione di principio, capisce? Io... Non posso davvero farvi entrare»
Annuisco. «Lo farò, non si preoccupi» le prometto, prima di girarmi nuovamente verso l'auto.
Nello stesso istante in cui chiudo la portiera, Sherlock, con la chiave già infilata nel quadro, mette in moto e parte, facendoci lasciare Hurst Road, la signora Leigh e il caso Barnes alle spalle. E, questa volta, spero che sia conclusa sul serio.
«Ce l'hai?» mi domanda lui, dopo qualche attimo, giusto il necessario per allontanarci.
Gli rivolgo una fuggevole occhiata, per poi estrarre dalla tasca l'oggetto. «Era dietro uno dei quadri» dico, facendola ondeggiare tra due dita.
Lui la guarda per un secondo, uno solo, e poi sospira. «Dovrò chiedere un colloquio con mio fratello...»
«Non fare la vittima: ho sempre avuto intenzione di dirti come l'ho conosciuto» mento, ma non m'importa di dire la verità: ho solo paura che Sherlock possa cambiare idea e non tenere fede alla parola data. Potrebbe anche esserne capace. «Volevo solo farti capire che anche tu puoi sbagliare, ogni tanto»
Sherlock rimane impassibile, con lo sguardo fisso sulla strada e un sorriso appena percettibile. «Sapevo che lo avresti fatto» dice. «Sei troppo accondiscendente»
«Sai che questa affermazione gioca a tuo sfavore, vero?»
«Non cambierai idea»
«Chi te lo dice?»
«Tu, ovviamente» replica. «Sei un libro aperto»
Non ho il coraggio di obiettare. Non so perché, ma sento che ha ragione: sono più leggibile di un elenco telefonico, almeno per lui.
«Allora facciamo che terrò quest'informazione come carta jolly» gli rispondo, ad ogni modo.
«Tanto so che me lo dirai lo stesso»
«O potrei aspettare che sia tuo fratello a dirtelo»
«Non contarci»
«Tu non contarci»
Si fa sfuggire un breve sbuffo irritato, mentre parcheggia accostandosi ad un marciapiedi.
«Dammi la chiave» ordina, rivolgendomi il palmo sinistro.
Libero l'oggetto dallo scotch e poi la poso sulla sua mano aperta. Sherlock prende la matrioska da sotto il sedile e apre velocemente il lucchetto, con dita ferme ma fare assolutamente impaziente. Quando la apre, rimane immobile a fissarne il contenuto. Mi sporgo verso di lui, per poter dare anch'io un'occhiata: una piccola scatola nera da cui partono mille fili colorati, un foglietto di carta piegato in due e una farfalla, racchiusa in due fogli di plastica.
Una farfalla? Perché una farfalla? Che c'entra in tutto questo?
Sherlock prende il biglietto, lo apre e comincia a leggerlo, anche se a mente. Sembra tutto intento e concentrato, con la fronte aggrottata e gli occhi che si muovono lentamente da una parte all'altra.
«Genio, potresti rendermi partecipe alla scoperta che hai fatto grazie a me?» gli chiedo, con particolare enfasi sull'ultima parola, picchiettandogli sulla spalla.
Lui, semplicemente, mi allunga il pezzo di carta aperto, scritto a macchina con inchiostro nero, mormora qualcosa sul fatto che devo tenere la matrioska e poi rimette di nuovo in moto.
«Un bel dì, vedremo levarsi un fil di fumo sull'estremo confin del mare. E poi la nave appare. Poi la nave bianca. Entra nel porto, romba il suo saluto. Vedi? È venuto! Io non gli scendo incontro, io no. Mi metto là sul ciglio del colle e aspetto, aspetto gran tempo e non mi pesa la lunga attesa» leggo ad alta voce, con un pessimo accento e non riuscendo a capire la maggior parte delle parole.
«È in italiano»
«Grazie, lo avevo capito» replico, infastidita. «Sembrano i versi di una poesia»
«O di un'opera lirica»
«Ma cosa c'entra con gli indizi che vuole darci? Potrebbe essere un messaggio criptato?»
«Che ha trovato in una poesia italiana? Improbabile» smonta facilmente la mia teoria. «Deve esserci un altro motivo, per cui ce lo ha inviato»
«Oppure ci sta solo facendo perdere tempo, come ha fatto la prima volta che vi siete incontrati»
«Dovresti smetterla di fare riferimenti al blog di John»
«Almeno so con chi ho a che fare» ridacchio, mentre rimetto a posto il biglietto e la chiave all'interno della matrioska, ma l'occhio mi cade sulla scatola nera di cui avevo completamente dimenticato l'esistenza. «Sherlock...» lo chiamo, tendendo gli occhi spalancati. «Ti prego, dimmi che quella cosa non è ancora attiva»
Inizio a temere per la risposta.
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