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{27° Capitolo}

[Capitolo ventisette]

John

«Signor Holmes, a che serve questo coso? E questa? È una pistola vera? Cosa succede se mischio questo liquido blu con quello rosso, signor Holmes?»

«Sherlock, togli subito quella roba dal tavolo, prima che Simon si faccia male!» urlo, cercando di nascondere negli scaffali più alti alcune delle strane pozioni del mio amico, per allontanarle dalla portata di Simon Masting.

«Andiamo, John! Non vedi che si sta divertendo un mondo?» replica lui, arrivando in cucina.

«Questo non è un parco divertimenti, e se si brucerà una mano con uno dei tuoi acidi, sarà tutta colpa tua!»

«Quanto sei pessimista!» sbuffa Sherlock, mentre prende il piccolo Masting per un braccio e lo fa sedere sulla sua poltrona. Io rimango in cucina, continuando a levare provette e piastrine dal tavolo, sbirciando la situazione dalla porta aperta.

«Allora, Simon: è tutto chiaro?»

Il bambino annuisce, con un sorriso. «Sì! Devo nascondermi nella cucina e aspettare il suo segnale e poi devo abbracciare mamma e papà e ringraziarli per la vacanza» recita tutto d'un fiato. Poi aggrotta la fronte e guarda Sherlock, interrogativo. «Sei sicuro che non si arrabbierà, se lo dico e non mantengo la promessa che ho fatto?»

«Sì, Simon. Del tutto sicuro»

«Quale sarà la mia ricompensa?» chiede poi l'altro, inclinando la testa di lato.

«Ricompensa?» ripete Sherlock, sorridendo appena. «Sei proprio uguale ai tuoi genitori, sai?»

«Sono piccolo, ma non stupido» dice il bambino, orgoglioso. «Posso vedere come risolvi un crimine?»

«Solo dopo che avrai rivisto i tuoi genitori»

«Ehi, ma così non vale! Cosa mi dice che manterrai la promessa?»

«Abbiamo un patto, Simon, non dimenticarlo»

Il bambino imbroncia lo sguardo e sbuffa sonoramente. «E va bene, signor Holmes» brontola, incrociando le braccia al petto.

Il mio coinquilino sorride, vittorioso. «Adesso vai in cucina, prima che arrivino i tuoi e ti vedano»

Il piccolo Masting si alza e, continuando a tenere le braccia incrociate, se ne va in cucina a passi lenti. «Perché ho accettato?» borbotta.

«Ehi!» lo ferma Sherlock. «Se fai il bravo e ti attieni al piano, ti faccio vedere cosa succede se mischi il liquido blu con quello rosso»

«Davvero?» fa Simon, con un improvviso guizzo negli occhi.

«Solo se non lo dirai ai tuoi genitori»

«Va bene, va bene!» urla il bambino, zampettando per il resto del breve tragitto fino all'altra stanza. «Sentito, signor Watson? Assisterò ad un esperimento!» mi dice, entusiasta.

Tutto quello che riesco a fare è abbozzare un sorriso, mentre ripongo su un alto scaffale l'ultima ampolla piena di uno strano liquido denso, color verdognolo. Poi ritorno nel piccolo soggiorno e mi avvicino al mio coinquilino, che viene verso di me.

«Sherlock...»

«Sì?» fa lui, chiudendo la porta della cucina che dà alle scale.

«Ha solo sette anni...»

«Sì, lo so» continua, chiudendo anche quella a vetri.

«Non puoi fargli assistere all'esplosione della cucina »

«Ai bambini piace questo genere di cose»

«Vuoi dire che l'hai fatto altro volte?!» esclamo, sbigottito.

«È la mia arma segreta con i mocciosi dagli otto anni in su. Il piccolo Masting è abbastanza precoce, a dire il vero. Sarebbe un ottimo aiutante...»

«Farò finta di non aver sentito...» borbotto. «Scusa tanto, ma Jane non dovrebbe essere qui? D'altronde il caso...»

«Ha detto di avere un impegno, quindi non verrà» mi interrompe. «E prima che tu me lo chieda, sì, sa chi è il colpevole. L'ha scoperto senza che l'aiutassi»

«Caspita!» esclamo, con un fischio. «Deve essere in gamba, per arrivare al colpevole nel tuo stesso momento»

«Io lo sapevo da giorni» ribatte, sedendosi sulla poltrona e incrociando le gambe. «Andare ad Horsham era solo un modo per avere conferma»

Non riesco a rispondere che il campanello squilla. Allora imito il mio amico e mi metto a guardare la porta, in attesa che i Masting appaiano sulla porta.

'Il gioco è cominciato'

Sento dei passi per le scale, frenetici e pesanti come di qualcuno che sale di corsa i gradini tre per volta.

Allison è la prima ad arrivare, ma non entra nel nostro soggiorno, rimanendo invece sulla soglia con una mano appoggiata sullo stipite, mentre il marito giunge alle sue spalle.

Tra lei e Sherlock passa un lungo sguardo. Tanto lungo e fisso da farmi pensare che il tempo si sia fermato.

«Dov'è?»

«Al sicuro» risponde immediatamente Sherlock.

«Sta bene? È ferito?»

«Se devo essere sincero, credo che non si sia neanche accorto di essere stato sequestrato»

Allison tira un sospiro di sollievo molto profondo, come se avesse trattenuto il fiato per troppo tempo.

«Accomodatevi, prego» propongo io, indicando le due sedie accanto a noi con un gesto della mano.

«Voglio vederlo» si impone lei, ignorando il mio invito. «È un mio diritto: devo vedere con i miei occhi se sta davvero bene»

«Ogni cosa a tempo debito, Longers» risponde il mio coinquilino, ed entrambi i nostri ospiti obbediscono al suo cenno della mano verso le sedie.

«Sai... Sai chi è stato?» domanda Roy, con un mormorio sommesso.

«Ovviamente. Devo dire che all'inizio non volevo chiedere l'intervento di Scotland Yard, dato che non li avevate neanche presi in considerazione. Ma dato che i tuoi amici dell'autorimessa mi hanno dato un bel po' da fare, Masting, sono stato costretto. E ci sono alcuni agenti che mi devono troppi favori per non accettarne uno chiesto da me»

«Amici?» balbetta l'uomo, in difficoltà, torturandosi una mano.

«Ma di che diavolo stai parlando?!» esclama Allison. «Quali amici dell'autorimessa?»

«Vuoi dire che non hai mai detto niente alla tua mogliettina? Pensavo che foste una coppia affiatata»

«Roy, sarà meglio che mi spieghi perché già comincio a non capirci niente»

«Oh, non ce ne sarà bisogno» dice Sherlock. «Facciamo parlare direttamente l'oggetto della discussione»

La porta a vetri della cucina si spalanca, e dalla stanza esce il piccolo Simon che, correndo verso i genitori, non sembra mai stato più felice. «Ciao mamma!»

Si getta nelle braccia di Allison, che non riesce a spiccicare parola, rimanendo quindi a bocca aperta con gli occhi lucidi.

«Simon...» balbetta, con un mormorio, e poi, come se si fosse resa conto in un secondo che quello che stringe tra le braccia è proprio suo figlio, non riesce a trattenere le lacrime. «Oh, mio Dio, Simon, stai bene! Oh, ero così preoccupata per te! Mi sei mancato così tanto!»

«Anche tu, mamma! Però è stata la vacanza più bella di sempre!»

«Vacanza? Quale vacanza, tesoro?»

«Ma come! Papà non ti ha detto niente?»

«A proposito di cosa?»

«Simon...» cerca di fermarlo il padre, con un filo di voce.

«La verità è venuta a galla, Masting» si intromette Sherlock. «Mentire sarebbe inutile»

«Roy...» mormora Allison, senza lasciare la presa dal figlio. «Di cosa sta parlando?»

«Non ci arrivi, Longers?» la schernisce il mio coinquilino, riuscendo a beccarsi, come suo solito, una delle mie tante occhiatacce. «Eppure mi sembra abbastanza chiaro»

«Adesso basta, Holmes!» ringhia Masting, con fare minaccioso.

«Mi dispiace di non aver mantenuto la promessa, papà...» mormora Simon, mortificato. «Però mi sono divertito tantissimo insieme a zio Bill e zio Claude!»

«Simon, chi sono questi due signori?»

«Sono gli amici di papà! Quelli che hanno quel posto pieno di macchine!»

«Ti servono altre prove per non negare l'evidenza, o ti va bene così?» continua Sherlock. «Perché, se così fosse, ho sempre i tuoi prelievi bancari che parlano in modo palese, così come i tuoi complici»

«Roy, ti prego, dimmi che si sta sbagliando!» supplica Allison, lanciando uno sguardo implorante al marito.

Roy Masting ha gli occhi bassi e le mani poggiate sulle ginocchia, strette a pugno talmente forte da farle tremare. Rimane in silenzio, non parla, non fa neanche un cenno.

«Roy...»

«Va bene, sì, sono stato io!» la interrompe l'uomo, urlando. «Ma non gli ho fatto niente di male! Era felice di non andare a scuola, era felice di avere un segreto con me! È mio figlio, e sai bene che non avrei mai potuto fargli alcun male!»

«Oh, buon Dio, Roy, ero angosciata! Ho pensato al peggio sin dal primo momento, e lui stava bene e felice insieme a dei tuoi "amici"?» si altera Allison, facendo più salda la stretta su Simon. «Come hai anche solo potuto pensare di fare una cosa del genere?»

«La mia era disperazione! È sempre stata una questione d'onore, e non potevo di certo venire qui all'improvviso solo perché non sapevo a chi altro rivolgermi!»

«Per l'amor del cielo, per quale maledetto motivo dovevi venire qui a chiedere aiuto a Sherlock Holmes?!»

«L'ho fatto per Tia!» grida Roy, superando di gran lunga il limite di tono consentito dalla legge, e nella stanza cala improvvisamente il silenzio.

Allison è sconcertata. Letteralmente. Ha gli occhi spalancati e la bocca semiaperta, come se si sforzasse di parlare ma le parole le morissero in gola, una ad una. Simon ha la faccia confusa, e continua a spostare lo sguardo dalla mamma e al papà, con fare smarrito. Sherlock sorride, senza essere notato: sa che il momento della verità è finalmente giunto e lui non vede l'ora di risolvere questo caso.

«Tu...» comincia la donna, tra i denti. «Tu, lurido...»

«Ehi, ehi, non davanti al bambino» intervengo, con un cenno della mano, dopo minuti in cui sono rimasto in silenzio. «Se volete, lo porto alla signora Hudson, al piano di sotto, finché non risolvete i vostri... Problemi»

«Ma il signor Holmes ha detto...» cerca di protestare il piccolo Simon.

«Vai di sotto insieme al dottor Watson» lo ferma la madre, allentando la presa e avvicinandolo a me per le spalle. «E non provare a obbiettare»

Il bambino guarda Sherlock per cercare aiuto, ma lui annuisce solo, in modo impercettibile. Allora il piccolo Masting sbuffa scocciato, avvicinandosi a me ed io, dopo essermi alzato, lo conduco alla porta che reca alle scale.

Sherlock

Longers fissa Masting costantemente, e da quel che riesco a capire, vorrebbe tanto sparare fuoco dagli occhi e procurare al marito ustioni di terzo grado.

«Ti prego, Holmes: dimmi che è tutto uno scherzo»

«Per niente, Longers» rispondo io, prontamente.

«Dio, perché ti stupisci tanto, Ally?»

«Non chiamarmi "Ally"» ringhia lei.

Roy abbassa la testa e la rialza subito dopo. «A te piaceva tanto, quando ti chiamavo così...»

«Adesso vuoi cercare di comprarmi con la tua faccia da cane bastonato e le tue lusinghe? Maledizione, quand'è che crescerai, Roy?!» gli risponde Allison, con voce rotta. «Sei un lurido traditore! Come hai potuto fare una cosa del genere? Come hai potuto lasciare che io mi dannassi per cercare un possibile motivo per il quale avevo perso il mio Simon?»

«Io...» inizia Masting, in evidente difficoltà, ma si ferma subito per parecchi secondi.

Oh, quanto sono lenti! Ma alla gente viene mai in mente che le persone hanno altro da fare, invece di aspettare che loro smettano di fare i belli addormentati?

«Tutto il tempo che vuoi, Masting, ma datti una mossa»

«Sì, Masting: sono proprio curiosa di sapere per quale assurdo motivo ho dovuto sopportare Holmes per due giorni di fila in un paesino sconosciuto persino da chi ci vive»

Alzo lo sguardo verso la porta, e sorrido appena nel vedere spuntare una massa di capelli rossicci: ora sì che il gioco è cominciato.

Jane

Ho gli occhi di tutti puntati addosso. Non è una sensazione del tutto spiacevole, a dire il vero: mi dà l'impressione di avere il controllo della situazione. Ma una parte di me, seppur piccola, spera tanto che smettano subito.

Il signor Masting mi fissa. La signora Masting mi fissa. Sherlock e John mi fissano. Persino quel teschio inquietante che troneggia sulla mensola del camino.

Un momento... Cosa cavolo ci fa un teschio umano sul camino?!

«Ehm, era di sotto e mi ha chiesto di poter salire» cerca di spiegare John, per rompere il silenzio.

Ci riesce alla perfezione. «E i tuoi impegni?»

Faccio un passo avanti, nel soggiorno, con gli occhi fissi sul cranio. Ignoro Sherlock quasi involontariamente.

«Quello è un teschio vero?» gli chiedo, indicando l'oggetto.

Lui sbuffa. «È importante?»

«Se per averlo hai ucciso qualcuno... Beh, direi di sì»

«Allora ti lascio il beneficio del dubbio» mi dice, con un'occhiata raggelante. «Ripeto la domanda: e i tuoi impegni?»

La sua voce mi arriva appena. Di nuovo. «Mmh? Oh, giusto...» balbetto. «Mi hanno ammesso all'università e i corsi iniziano la settimana prossima. Direi che non c'era poi molto da fare»

«Mi dispiace interrompere la vostra conversazione,» si intromette la signora Allison, palesemente irritata. «ma avremmo delle questioni urgenti da risolvere. Quindi, signorina, se non le dispiace...»

Sherlock la ferma, dicendo qualcosa a proposito del mio ruolo nelle indagini, o qualcosa del genere. Non ne sono del tutto sicura, impegnata come sono a fissare le orbite vuote e il ghigno inquietante di quel macabro cimelio. Ha completamente catturato la mia attenzione. «Seriamente, quel coso è vero?»

«Aldernis!»

«Okay, va bene, non te lo chiedo più» sbuffo, rassegnata. «Comunque, ehm...» faccio, voltandomi verso i due clienti. «Dove eravamo rimasti? Oh, sì, giusto: le presentazioni» Tendo la mano per stringere quelle dei due estranei. «Jane Aldernis, una vicina di casa. È un vero piacere fare la vostra conoscenza»

I due mi guardano un po' sospettosi, ma, dopotutto, chi non lo farebbe? Sono praticamente spuntata dal nulla all'improvviso.

Mi accomodo sulla sedia che presumo John abbia preso dalla cucina e posto di fronte ai signori Masting, mentre io ero intenta a "parlare" con Sherlock e presentarmi ai Masting. Fortunatamente, l'ha messa che dà le spalle al caminetto.

«Allora, torniamo pure a noi: ci ripeta il motivo per cui ha "rapito" suo figlio»

«Stavo parlando io, Aldernis!» mi ferma Sherlock.

«Oh, andiamo: ti sei divertito fino ad'ora! Lascia fare qualcosa anche a me»

«Sei una pivellina. Non puoi pretendere di riuscire ad esporre gli indizi e le teorie nel modo giusto al tuo primo caso»

«Sottovaluti le mie capacità, Holmes»

«Eh, sì» tenta di bloccarci John, con un sorriso imbarazzato rivolto ai Masting. «Vanno sempre molto d'accordo»

Lancio un'occhiataccia al detective. «Egocentrico»

«Ragazzina»

«Basta, smettetela!» urla Roy. «C'è un caso da risolvere, maledizione, e a voi sembra il momento adatto per discutere come una vecchia coppia sposata?!»

Vecchia coppia sposata? Ma cos'è, una moda?

«Beh, allora datti una mossa a spiegare» lo esorta Sherlock, distendendo le braccia lungo i lati della poltrona.

L'uomo lo guarda un secondo, respirando piano, poi abbassa il capo e deglutisce. «Io... Io non ho mai voluto credere che la sua morte sia stato un incidente auto-causato» mormora. «Tia era sveglia, attenta, sempre vigile... Non è possibile che sia inciampata e abbia sbattuto la testa...»

«Nessuno ha mai creduto davvero a questa teoria» dico io. «In particolare, i vostri compagni di scuola, anche se, con il tempo, hanno imparato ad accettarla»

Tutti quanti mi lanciano delle strane occhiate, quasi confuse, e mi fanno sentire un po' fuori posto.

«Ehi, guardate che c'ero anche io quando l'hanno detto!»

«Sì, beh...» fa Masting, sistemandosi sulla sedia. «Io non l'ho mai fatto. Non ho mai voluto farlo, e mi sono dannato per anni nel cercare di capire come realmente fosse successo. E poi, quando hai risolto quel caso del quadro di Turner, pensavo di aver trovato il modo perfetto per riuscirci. Ma dato i nostri rapporti non del tutto amichevoli, sapevo dal principio che non mi avresti aiutato, cos' ho... Lasciato perdere per un po'» spiega l'uomo, tra una pausa e l'altra.

«Cosa l'ha spinta a venire, allora?» domanda John.

«Il suo blog, dottor Watson. Ho cominciato a leggerlo, sperando di riuscire a trovare un modo per farmi aiutare senza che Holmes mi sbattesse la porta in faccia» risponde l'altro.

«Ci sei riuscito alla perfezione» commenta Sherlock.

«Vuol dire che... Lo hai risolto davvero?» balbetta Allison.

«Altrimenti il finto rapimento di vostro figlio sarebbe stato del tutto inutile, non crede?» rispondo, e lei rimane per qualche secondo interdetta, nel vedere il mio sorrisetto.

«Davvero sapete chi è stato?» urla Roy, spalancando gli occhi e balzando in piedi. «Ditemelo! Voglio, devo saperlo!»

«Con calma, Masting: ogni cosa a suo tempo» risponde Sherlock, facendogli segno di risedersi.

«Ma è un mio diritto! È ciò che aspetto da tutta una vita!»

«Oh, mi creda: non penso che sarà tanto soddisfatto, nello scoprire il colpevole»

Il signor Masting si volta per un secondo verso di me, e poi verso Sherlock. «Cosa vorreste dire?»

«Semplicemente, che avrebbe fatto molto meglio a non fidarsi di tutti»

«A partire dalla stessa Tia» aggiunge Sherlock.

«Tia era la persona più affidabile del mondo!»

«Ne sei proprio sicuro?» riprende il detective. Poi comincia ad esporre gli indizi e i fatti con una spiazzante logica. «Prima del ritrovamento del corpo, Barnes era "scomparsa" da circa tre giorni. Ma la domanda che mi è sempre ronzata in testa è: se era già morta da tre giorni, perché l'autopsia ha decretato che la morte risaliva a non più di sei ore prima il ritrovamento?»

Centro pieno: Sherlock ha colpito nel unto debole del caso.

«Lei... Poteva essere stata rapita» azzarda Masting.

«Non c'erano segni di violenza sul cadavere, che sarebbero stati evidenti se la tua teoria fosse sensata» gli risponde l'altro. «Certo, se tu avessi parlato con i signori Barnes, o se loro avessero scelto di rilasciare una dichiarazione, sapresti che tutto era normale, in quei tre giorni, e che Tia, ovviamente, non era scomparsa come ha voluto farti credere»

«Esatto» concordo. «Le...» Mi fermo un secondo, per cercare l'aggettivo più adatto da utilizzare, scoprendo, mio malgrado, che ce n'è uno solo. «Nostre recenti indagini» dico, infine, scandendo ogni parola. «hanno stabilito che la scomparsa di Tia dalla scuola doveva essere solo uno scherzo, che sarebbe sicuramente durato più di tre giorni»

«Senza contare il fatto che anche Allison era parte stessa del piano»

La donna alza la testa di scatto, mentre il marito le lancia un'occhiata stupita e delusa insieme.

«Allison...» balbetta.

«Oh, smettila di fare il sorpreso!» sbotta lei, dopo il suo silenzio durato minuti e minuti. «Non potevo dirle di no, anche se ero contraria»

«Perché non me lo hai mai detto?»

«E stravolgerti così il ricordo che avevi di Tia? Sarebbe stato un gesto incredibilmente cattivo da parte mia, non trovi?» Poi distoglie lo sguardo, puntandolo a terra. «Ma dopo quello che hai avuto il coraggio di fare, quasi me ne pento»

«Sì, ehm...» li interrompe John. «In breve, non è stata rapita. Il suo era un piano studiato minuziosamente, sin nel più piccolo dei dettagli»

Devo ammettere che anche John è abbastanza bravo ad esporre i fatti, anche se non credo che Sherlock glielo lasci fare spesso. Ma adesso è diverso: John ha indagato per conto suo, e il suo amico non può di certo parlare per lui.

«Tia aveva intenzione di visitare Londra con il cugino maggiorenne, David Barnes, per due o tre giorni. Per i genitori, era solo una visita a scopo informativo, come se fosse una gita; per Tia, invece, un perfetto espediente per continuare lo scherzo. Sarebbe tornata a scuola come se niente fosse mai successo, e tutto sarebbe tornato alla normalità.

«La partenza era prevista per la sera del 21 Febbraio. Ma la cosa che nessuno sapeva, e sa tutt'ora, tranne, ovviamente, David Barnes, è che quella sera c'era con loro una terza persona»

«La stessa che ha ucciso Tia» completo io, per John.

«Oh, per l'amor del cielo, ditemi quel maledetto nome!» sbraita Roy.

«E rovinarti tutta la sorpresa?» gli fa Sherlock, con un sorrisetto beffardo.

«Non c'è sorpresa in una situazione come questa»

«Oh, io credo proprio di sì» risponde l'altro. Poi si toglie la mano da sotto il mento e si alza in piedi. «Quel 21 Febbraio, la suddetta terza persona avrebbe dovuto partire con i due cugini per Londra, all'insaputa dei propri genitori» inizia, passeggiando lentamente per la stanza. «Ma questo non era poi un problema, dato che quella famiglia stava cadendo a pezzi, e l'assenza di un suo membro sarebbe passata facilmente inosservata. Era partita come complice, senza sapere che sarebbe stata una vittima» Si ferma un attimo e si gira verso di noi. «Basta così, o devo continuare?»

Nessuno risponde, anche se penso che in molti vorrebbero farlo. Io per prima, perché questa suspense da film inizia a darmi ai nervi.

«Allora toccherà fare tutto a me» sospira Sherlock. «La nostra terza persona, intuendo i progetti della giovane Barnes, scese dall'auto, durante la sosta del cugino in un autogrill per comprare le sigarette, e iniziò ad incamminarsi per la strada, con l'intenzione di tornarsene a casa e scampare all'agguato. Tutto si sarebbe risolto per il meglio, se Tia non l'avesse seguita e fermata. Vittima e assassino iniziano a discutere pesantemente, entrambi colpevoli di qualcosa: la prima, di essere egoista ed infantile; il secondo, di aver tradito la fiducia dell'altra, "provandoci" con il suo fidanzato»

Ecco, è fatta. Questa storia è giunta ad una conclusione, finalmente. Ho ascoltato tutta la spiegazione con gli occhi bassi, ma la curiosità di vedere le facce dei presenti e le loro reazioni è più forte di me.

Alzo la testa e squadro ogni cosa: Roy Masting passa lo sguardo da Sherlock ad Allison, e Allison guarda verso il camino, ma dubito che stia osservando anche lei il teschio.

«Vuoi aggiungere qualcosa, Longers?»

Di nuovo silenzio. Un silenzio pesante, con la tensione che arriva alle stelle.

«Cosa intende dire?» farfuglia Masting, rivolto alla moglie, negando inconsciamente l'evidenza. Credo che non abbia alcuna intenzione di crederci.

Il detective sospira, esasperato. «Ma davvero non ci arrivi?»

L'uomo lo guarda, sconcertato e confuso, e vedendo che nessuno ha intenzione di sciogliere i suoi dubbi, accetta la risposta che gli hanno dato. O meglio, la prende per vera.

«No...» mormora. «Non può...» Si volta di nuovo verso Allison. «Tu non puoi...»

«Oh, smettila, ti prego...» lo ferma lei, con voce rotta.

«No!» urla l'altro. «No, non la smetto per niente! Per tutto questo tempo... Sei sempre stata tu!» È deluso. E la cosa è comprensibilissima: la persona di cui si fidava di più è la stessa che lo ha tradito. «Come hai potuto mentirmi, dopo tutto questo tempo? Perché non...»

«Avevo paura di perderti, idiota!» lo interrompe Allison, alzando la voce. «Tia non era la persona che tu credevi! Era egoista ed egocentrica, e se era mia amica era solo per usarmi nei suoi piani» Si ferma un secondo, per mettersi a fissare il vuoto. Si inumidisce le labbra, rimane incerta su quello che deve o non deve dire. Ha paura di ammettere una colpa che la perseguita da anni. «Lei... Lei mi aveva portato via tante, troppe cose: primati sportivi, il mio sogno di avere una borsa di studio, i miei amici, persino te. Sapevo che mi ero innamorata dello stupido capitano della squadra di football, e nonostante ciò, mi ha fatto il torto di provarci con te, e tu, ovviamente, non hai potuto fare a meno di cedere. D'altronde, come resisterle? Lei era maledettamente perfetta in ogni situazione... E io ero solo l'amica della ragazza popolare, quella che le fa soltanto da ombra.

«Io... Io non volevo ucciderla...» continua, riprendendosi un po' dal pianto che le frastagliava la voce. «Stavamo litigando in modo molto grave, io le ho dato una spinta e...» Si ferma di nuovo, trattiene a malapena un singhiozzo, e poi si nasconde il viso tra le mani. «E l'attimo dopo, lei era a terra... Con gli occhi spalancati e lei... Lei... Non si muoveva più...»

Il silenzio, adesso, è rotto solo dal pianto disperato di Allison Longers. Ma, se devo essere sincera, lo preferivo quando non era interrotto per niente. Ora, invece, mi fa sentire impotente.

«David Barnes ci ha detto che eri con loro» dice Sherlock e, per la prima volta, lo ringrazio mentalmente per aver parlato. «E ci ha anche detto che sapeva che eri stata tu, che gli hai chiesto di proteggerti e di non dire niente a nessuno. Ha sempre mantenuto questa informazione segreta, perché eri solo una ragazzina»

«Però noi crediamo che debba costituirsi, anche se David Barnes verrà indagato per favoreggiamento» aggiunge John. «Ma questa storia è durata fin troppo a lungo»

Allison si scopre la faccia, asciugandosela con un gesto della mano. «Sì...» approva, alzandosi dalla sedia. «Sono stanca di continuare a mentire» E poi se ne va verso le scale, lasciandoci con questa dichiarazione dalle tante sfumature che sta solo a noi comprendere.

Roy Masting ha lo sguardo perso nel vuoto. Deve essere stato davvero un duro colpo per lui, dopotutto.

«Quindi... È stata lei...» mormora. «È sempre stata lei... E io non me ne sono mai reso conto...»

«L'amore è cieco, sa?» rispondo io. «È facile non rendersi conto di tante cose»

Lui annuisce. «Già...» mormora, a bassa voce. Poi si alza anche lui. «Beh, io... Andrei»

«Riporto io vostro figlio a casa» si offre John. «Sarà meglio battere il ferro finché è caldo, o prima che Allison cambi idea»

«Sì» annuisce il cliente. «Lo penso anche io» Poi sospira, e ci dà le spalle. «Trasferirò quel che vi devo sul vostro conto in banca il prima possibile»

Si avvicina lentamente alla porta, anche lui senza degnarci di un altro sguardo. Non penso che la confessione del colpevole sia stata come immaginava.

Ma Sherlock lo ferma prima che scompaia del tutto dalla nostra vista. «Masting!»

L'uomo si volta. «Sì?»

«Come facevi ad essere sicuro che lo avrei fatto?»

«Che intendi?» fa l'altro, corrugando la fronte.

«Hai detto di aver "rapito" tuo figlio per trovare un espediente e farmi risolvere il caso Barnes» spiega l'investigatore. «Ma come facevi ad essere così sicuro che sarebbe successo?»

«Beh, lui mi ha assicurato che lo avresti fatto, che non avresti resistito»

John aggrotta la fronte. «"Lui"?» ripete.

«Ma sì, quell'uomo... Moriarty»

Sherlock raddrizza la schiena, e il suo sguardo si perde nel vuoto.

«Moriarty?» fa il suo coinquilino, balbettando.

Masting annuisce. «Sì. Lo stesso del suo racconto sul blog, dottor Watson. È grazie a lui se è successo»

Io guardo i due consulenti. «No, aspettate» dico io, mentre una strana sensazione di paura mi pervade da capo a piedi. «Intende quel Moriarty?» 

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