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Capitolo 3: "Un favore inaspettato"

13 marzo 1941
Era mattina, Leah si era appena svegliata, e un militare la chiamò. La ragazza accorse, preoccupata.
«C'è stato un cambiamento. Andrai a lavorare negli orti.» le comunicò.
Annuì, senza parlare.
«Seguimi» disse ancora il soldato, guardandola male.

Arrivarono in un grande spazio, occupato da ordinati orti, dove erano coltivate patate, rape e altri legumi.
«Ecco, raggiungi quelle donne, ti diranno che fare» ordinò brusco.
Leah annuì ancora.

Si avvicinò al gruppo di ebree, e disse «Emh... Mi hanno mandata qui. Hanno detto che i spiegavate voi cosa devo fare»
Una donna corpulenta parlò «Ma certo! Tu puoi controllare le piantagioni di patate. Tieni il cesto: quando vedi uno di questi insetti sulla pianta lo togli e lo metti lì. Questi insetti mangiano la pianta e la rovinano.»
«Oh, d'accordo. Grazie» rispose Leah, rincuorata. Era la prima gentilezza che riceveva da quando era lì.
«Noa starà con te. Anche lei ha questo compito.»

Le due andarono verso il campo di patate. Noa era una ragazza dai capelli rossicci, ricci, e due grandi occhi nocciola. Trattava Leah gentilmente e le due presto diventarono amiche. Non parlavano mentre lavoravano, perché erano sorvegliate, ma mentre andavano a mangiare, Leah scoprì che Noa era una ragazza disponibile e dolce.
Era arrivata prima di lei, un mese. Aveva capito come funzionavano le cose lì.
«Sono stata anche fortunata. Voglio dire, a non finire nelle camere a gas.» «Che significa?»
«Non lo sai? Prima ti dicono di andare a fare la doccia, ma sono delle camere a gas. A volte esce l'acqua, a volte gas. E se è gas, muori» le aveva spiegato con calma.
«Lo dici come se fosse una cosa... Normale!»
«Lo so. Solo che ci sono abituata, tutto qui. In questo posto devi pensare solo al presente, se ti metti a pensare "domani muoio" è finita. Morirai di disperazione.»
«Ah.»

Quella volta Leah per prendere il cibo si fece più furba. Riuscì a sistemarsi più indietro rispetto all'ultima volta, così ebbe qualcosa di più sostanzioso.

Dopo mangiato riprese il lavoro, che era molto meno faticoso do quello che doveva sostenere prima.
"Ma perché mi hanno cambiato di postazione?" si chiese; ma non seppe darsi una risposta, se non il semplice fatto che ne avevano voglia.

* * *

Lavorò fino a sera, poi tornò al dormitorio.
Seppure fosse molto stanca, non si addormentò subito; aspettava Amos. Lui non arrivava, così Leah si mise a pensare.
In quei giorni tutta la sua vita era cambiata totalmente.
Sapeva di essere in pericolo, prima di arrivare al campo, ma aveva sempre dimenticato, rifilato la realtà in un angolo sperduto della sua mente.
"La vita è come un treno. Ci sono delle fermate, che tu puoi scegliere se prendere, oppure no, e il treno ti porterà al tuo destino... Puoi avere dei compagni di viaggio, oppure essere solo, il tuo viaggio può essere breve o lungo, dipende anche da te. Ma non puoi evitare di arrivare a destinazione. Non puoi fermare il treno. Puoi incontrare tempeste, o solo il sole. Può essere il treno che ti porta alla felicità. O quello che ti porta... Qui." disse a se stessa Leah.
Stava ancora pensando alla sua vita prima di essere deportata, quando un tocco leggero le scosse la spalla. Si voltò, e incontrò gli occhi azzurri e chiari di Amos.
Si tirò su a sedere, guardandolo.
«Eccomi. Un po' in ritardo ma ci sono.» disse il ragazzo, mostrandole un tovagliolo con della carne. «Ora non vorrai rifiutare!» le domandò stupito.
Leah abbassò gli occhi.
«Lo faccio per il tuo bene. Dico davvero. Se non mangi presto... Voglio dire, già qui il cibo è scarso. Non puoi permettere che l'orgoglio superi la necessità. »
«Io... D'accordo.» accettò infine la ragazza, prendendo un pezzetto di cibo.
Amos sorrise, e Leah lo osservò meglio: aveva dei capelli mossi, quasi ricci, biondi. Gli occhi erano affilati, ma non davano affatto un senso di cattiveria, anzi. Non era troppo magro, ma neppure così muscoloso.
«Beh, grazie» mormorò l'ebrea con gratitudine.
«Te l'ho detto. Non mi piace vedere la gente soffrire.»
«Tu non sei fatto per questo posto. Tu sei una persona... Buona
«Neppure io vorrei essere qui. Io non avrei mi voluto essere costretto ad assistere a tutto questo. Ma... C'è un lato positivo, non trovi?»
«Eh? Non lo vedo mi dispiace. »
«Se non ci fossi io, non avresti nessuno che aiuterebbe a restare in vita!»
«Uh. Hai ragione!»
«Mi dispiace. Per tutto quello che ti è successo, intendo.»
«Oh.» Leah non riuscì a dire altro.
«Beh, credo che dovrei andare.» fosse dandole una carezza sulla guancia «Grazie della bella serata» aggiunse poi.
«...Grazie a te. Quello che fai è... Davvero bellissimo.»
«Ieri mi odiavi, ora mi ringrazi. È buffo.»
«Ho capito che persona sei veramente, tutto qui.» rispose la ragazza con semplicità.
«Ora devi proprio andare. A domani»
«A domani»
«Ah, quasi dimenticavo! Ho convinto io gli altri militari a darti quel lavoro meno pesante... Ho pensato che l'altro era troppo per te»
«Oh! È davvero... Tu sei stato... Cioè... Grazie!» riuscì solo ad esclamare grata.
Si sorrisero.

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