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Capitolo 1: "L'arrivo"

11 marzo 1941
Arrivarono su un treno. Un lungo treno, che passò rumorosamente accanto a loro sferragliando, poi rallentò, fino a fermarsi.
Sul fianco c'era un simbolo, quello che Amos detestava e odiava di più. E che era costretto a portare: quello di Hitler.
Amos era stato ingaggiato nell'esercito di quell'uomo quando aveva diciotto anni. Aveva dovuto farlo, l'avevano costretto, ma in cuor suo lui odiava il razzista che tanti orrori stava compiendo.

Corse ad aprire le porte del treno.
«Giú!» ordinò con voce dura agli ebrei, guardando quei volti esausti e spaventati. Erano davvero ridotti malissimo.
Era terribile quel che Hitler stava facendo. E il peggio era che lui lo stava aiutando.
"Mi faccio schifo da solo. Fingere di stare con quel porco... Anche solo fingere..." pensò, mentre intimava agli uomini, donne e bambini di scendere.

Ad un certo punto dal treno sbucò una ragazza. Era giovane, vent'anni al massimo, e i lunghi capelli castani erano raccolti in due graziose trecce. Era spaurita, i vestiti laceri, era parecchio messa male. Gli diede uno sguardo indifferente, ma Amos nelle profondità di quel marrone vedeva tutta la paura e l'odio che provava verso di lui.
Le accennò un sorriso fugace. Quando poteva cercava di trattare bene quelle povere persone.
La ragazza gli rispose con uno sguardo stranito, quasi spaventato, e andò avanti veloce, a raggiungere il gruppo dove erano state fatte radunare le donne.

Amos andò anche lui verso di loro.
«Presto! Di qua! Vi mostro dove sono i vostri dormitori!»
Il gruppo di donne lo seguì.
"Se una tavola di legno si può chiamare letto..." pensò l'uomo, sentendosi per l'ennesima volta in colpa.

Si accorse che un soldato tedesco lo stava guardando, così gridò, guardando con cattiveria il gruppo «Muovetevi!! O vedrete...»

Dalla folla scorse la ragazza di prima, che gli venne spontaneo chiamare Ragazza-dalle-lunghe-treccie, che lo guardava con uno sguardo vuoto.

Accompagnò le donne nella grande stanza, dove c'erano molti letti a castello, con ognuno un numero. Lì erano soliti chiamare le persone come numeri.
La Ragazza-dalle-lunghe-trecce era il numero 35, notò.
Poi se ne andò, dicendo «Oggi avrete un'ora per sistemarvi, poi vi verranno affidati i vostri compiti.» e se andò nel suo appartamento. Aveva un'ora libera anche lui.

POV Ragazza.
Mi sedetti suo mio letto, stanca. Avevo paura. Solitamente non lo ammettevo molto facilmente, ma quella era una situazione diversa dalle altre che avevo affrontato.
Insomma... Ero in un campo di concentramento!
Avevo gli occhi che bruciavano di lacrime, ma non volevo piangere, non volevo dimostrare che ero debole a quei... Come si poteva definirli? Uomini no di certo... Non c'era termine per indicare la loro crudeltà. Bastardi, forse.
Mi raccolsi i capelli in una morbida crocchia, faceva molto caldo.

Non avevo intenzione di morire, di farmi abbattere. Oh, no di certo. Non avrei mai dato la soddisfazione a quei bastardi di vedermi cadere. Mai.

Ero piuttosto stranita da quel giovane soldato tedesco. Mi aveva... Sorriso? Era strano, molto. In ogni caso non era un mio problema. "Bastardo. Lui e i suoi amici." pensai. Qualunque fossero le sue intenzioni, non erano certo quelle di rallegrarmi la giornata. Del resto, era anche colpa sua se ero lì.

Arrivò poi un soldato, dall'aria ben più cattiva di quello che prima vi aveva accompagnate nel dormitorio.
Osservai la sua divisa militare; in mano aveva un fucile. Non avevo dubbi che al minimo sgarro avrebbe sparato.
«Venite! Vi saranno affidati i compiti!» ringhiò guardandoci con disprezzo. Per quanto sapessi che era un porco, quelle occhiate facevano male. Faceva male essere trattati in quel modo, peggio delle bestie.
Il soldato sputò a terra, per rafforzare l'immagine che aveva di noi. Per lui, come per tutti i soldati, eravamo la peggior feccia, neppure degni di essere trattati da umani, di essere chiamati umani.

Tutte lo seguimmo senza discutere. Mentre uscivano dalla stanza osservaii meglio il campo. Era una grande piazza in cemento, circondata per tutti i lati da edifici, che potevano essere dormitori o gli appartamenti dei tedeschi.
Poi su un lato c'era un arco, molto grande, dove passavano le ferrovie del treno; quello che mi aveva portato lì.
Nel lato opposto rispetto alla ferrovia c'era un altro arco, che serviva per passare ad un'altra piazza come quella dove mi trovavo io.

Mi guardai ancora intorno, e poco lontano da noi vidi un ebreo che insultava un tedesco. Il soldato prendeva senza esitazione il fucile e sparava all'uomo.
Deglutii, spaventata.
«Avanti!!» sbraitò il soldato che ci accompagnava, che chiamai Rospo per il suo aspetto, dato che non sapevo il suo nome. «Credi di essere qua per fare la bella statuina?! Muoviti se non vuoi fare la stessa fine di quello laggiù! » mi gridò contro, spintonandomi avanti. Rabbrividii, affrettandomi. Non mi piaceva essere toccata da altre mani che non conoscevo.

Arrivammo davanti ad un soldato più vecchio del Rospo. Il viso affondava nelle pieghe di grasso del collo. Sembrava che stesse per sfondare l'uniforme. Aveva occhi piccoli e neri, che ti guardavano con una luce cattiva.
"Che schifo" pensai. "Gente che muore di fame e lui che si abbuffa fino a diventare una palla. Ecco, lo chiamerò Palla "
Palla parlò. «Bene bene bene... A voi donnette, che siete più deboli degli uomini, sarà affidato un compito meno stancante.»
Sospirai di sollievo.
«Dovrete occuparvi della costruzione di una nuova area del campo... Non illudetevi di poter fuggire! Voi dovrete costruire i mattoni. Sarà molto brutto... Ore e ore sotto il sole cocente... Mi dispiace così tanto...» piagnucolò ironicamente. «Ma perché comprarli quando possiamo obbligare qualcuno a farli per noi?» sghingazzò.
Notai che faceva perfino fatica a parlare, da quanto era grasso.
Sospirai. Ma non di sollievo.

POV Amos
Ero nella mia camera. Pensavo a agli ebrei che erano stati deportati quel giorno. Mi dispiaceva così tanto per loro...
"È inutile che dire che ti dispiace... La verità è che sei stato tu a fare tutto questo. Beh, forse non l'hai ideato, ma stai aiutando il suo sviluppo." dicevo a me stesso.
Tutta quella gente, obbligata a lavori disumani...

Io non ero lì da molti anni, due. Non ero così abituato a quegli scempi. Non ancora. Ma del resto, come ci si può abituare a vedere la gente disprezzata, maltrattata... Per cosa poi? Per nulla. Come si faceva ad essere abituati a vedere le persone che soffrivano a causa tua?

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