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𝚁𝚒𝚌𝚘𝚜𝚝𝚛𝚞𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎 OO8: timor

𝐓𝐢𝐦𝐨𝐫.
/ti-mor/ [lat.]

1. sost. m.
Timore, paura, preoccupazione, spavento, apprensione

2. sost m.
rispetto degli dei o di Dio; sign. relig.

3. sost. m.
timor di Dio; sign. eccl.

4. sost. m.
terrore, spavento; riferito alla cosa o alla persona che incute timore

5. sost. m. plur.
timori, motivi di apprensione; sign. poetico e fig., usato solo al plurale

6. n. m.
Timor, il timore, come personificazione della paura; fig.

Circa due ore prima del prelievo di Icarus dalla sua lezione, Nathaniel era impegnato ad essere sottoposto al suo esame medico di routine. Tutti gli studenti del St. Marcel ne facevano uno circa ogni sei mesi, ma grazie alla sua partcolare condizione fisica ne faceva una ogni tre.

La sala delle visite era congelata come al solito, e il suo corpo gracile e senza grasso nè muscolatura ne risentiva, specie perchè vestiva solo dei pantaloncini e delle mutande in quel momento.
Seduto sul lettino, osservava il medico vestito di tutto punto che cercava di misurare i suoi riflessi, la sua vista e il suo udito, inquietandolo abbastanza da far sì che smettesse di fissarlo, dandogli il via libera per ispezionare la stanza in cerca di medicine, strumenti e documenti che sarebbero potuti servire. Icarus non aveva dato una consegna precisa questa volta, aveva detto solo di portar via tutto quello che riteneva essere utilizzabile e poi affidarlo agli altri membri del gruppo addetti a nascondere tutto (Diana, Alexander e Harley).
Notò una massa di documenti con tutte le prossime visite mediche a campione che faceva proprio al caso suo. La rivendita di informazioni in cambio di oggetti utili era il suo forte, visto che non era tagliato per molto altro. Le medicine si trovavano nel ripostiglio a giusto una porta di distanza, come potè vedere quando un'infermiera entrò con fare trafelato nella stanza della sua visita e dirigersi verso la dispensa dei medicinali, cercando con fare ansioso qualcosa di non meglio identificato. Quando il medico provò a chiederle di cosa avesse bisogno, la donna borbottò frasi sconnesse a mezza voce, quindi l'uomo lasciò perdere.

Nathaniel si interessò alle sue sorti per ancora qualche minuto, sino a che non la vedè uscire rapida come era uscita con del paracetamolo. Nulla di interessante.
Distolse la sua attenzione da lei e tornò per un poco a concentrarsi sulla visita, visto che il dottore aveva iniziato ad osservare con vivo entusiasmo la sua ustione, facendo sempre le stesse domande che gli faceva ogni novellino.

- a che anno risale?- alzò otto dita. L'uomo scribacchiò qualcosa su un foglietto, come se l'età a cui era avvenuto quello che generalmente chiamavano "incidente" potesse dare un qualche risvolto particolare alla sua visita medica.

- a bruciato sin dentro la gola?- annuì.

- ricordi come sia avvenuto?- scosse la testa, mentendo come ogni volta. Certo che ricordava cosa era successo, ma ormai era un ricordo talmente futile ed obsoleto che nemmeno si sprecava a farlo riaffiorare.
Quello che contava era il risultato e la risposta di quella memoria, non tanto cosa fosse avvenuto o meno.
Aveva detto ad abbastanza medici la verità per vedere i loro visi deformarsi di terrore ed angoscia puri da essersi stancato. A quel punto aveva semplicemente iniziato a mentire spudoratamente, tanto non appena avrebbero letto la sua cartella medica avrebbero scoperto tutto quanto e avrebbero ben ben rabbrividito anche da soli.

Era un peccato che ormai quel modo di instillare paura negli altri fosse diventato noioso, un tempo era estremamente soddisfacente vedere quelle facce tronfie contorcersi di stupore ed ansia di fronte ad un ragazzino denutrito e macilento che sedeva, completamente inoffensivo, di fronte a loro su un lettino che puzzava di vecchio.

Era sempre rimasto profondamente affascinato dalla paura, per quanto avesse avuto ben poche occasioni in vita sua di sperimentarla.
La maggior parte delle persone si spaventava per cose futili, illogiche o irrazionali, quindi a lui rimaneva ben poco da temere.
Non era il tipo di persona che rimaneva terrorizzata da ragni, spazi angusti, urla, sangue e via dicendo, di certo il buio non lo intimoriva nè tantomeno i rumori forti, le minacce o gli adulti dall'aria autoritaria. Non aveva mai sentito sulla propria pelle un singolo brivido al nominare di animali pericolosi o mostri da bambino, assassini o gente orribile di qualsivoglia mestiere.
Era abbastanza certo che avrebbe battuto quasi tutti loro in quanto a devianza mentale o malvagità, quindi non vedeva il motivo di temerli.

La maggior parte della paura che aveva visto in vita sua, in effetti, era stato lui stesso a indurla. Non lo faceva propriamente a posta, era il suo modo naturale di esistere ad essere inquietante, tuttavia non poteva negare di trovare in una qualche maniera divertente accentuare le sue caratteristiche spettrali se notava anche solo un piccolo segnale di spavento dall'altra parte, cercando di mantenere la cosa sempre nuova, cosicchè non lo annoiasse.
Aveva un qualcosa per ogni tipo di persona, visto che ormai da anni si era reso conto di avere condensati nella propria persona l'aspetto e i modi più terrificanti per ogni genere di individuo.

C'era chi temeva di più il suo sguardo vacuo ed indagatore, fisso, irremovibile. In quei casi, generalmente spalancava di più gli occhi ed evitava il più possibile di sbattere le palpebre, facendo del suo meglio per non interrompere il contatto visivo con la persona con cui si stava divertendo in quel momento.
Altri invece erano in qualche modo inquitati dal suo portamento, trascinato e stanco per via della malnutrizione, quindi faceva del suo meglio per apparire ancora più esangue e cadaverico, trattenendo il respiro o accasciandosi su muri e oggetti di mobilio come un giocattolo abbandonato.
Altri ancora si intimorivano quando si rendevano conto che la sua camminata non faceva alcun rumore, quindi si divertiva a vedere quanto apparivano spaventati quando si spostava ai vari angoli della stanza, seguendoli con lo sguardo, dando l'illusione che fosse al loro inseguimento.

Tuttavia, com'era prevedibile, la maggior parte delle persone mostrava rimostranze con la sua ustione.
Certo poteva concordare con loro che non fosse un bello spettacolo, e se si rendeva conto che fra i presenti c'era qualcuno che avrebbe potuto trovarla così abominevole da rigettare faceva del suo meglio per coprirla. Questo sia ben chiaro non era dovuto ad un qualche spirito compassionevole o di parvente benevolenza verso il prossimo, bensì alla necessità di tenere le proprie scarpe e calzini puliti.
Aveva strane opinioni e abitudini fuori dalla norma, ma anche un essere dall'aria ultraterrena e natura diabolica come lui apprezzava il non avere le calzature sporche di vomito.

Se invece, però, si rendeva conto che era in presenza di qualcuno che non avrebbe rimesso, era tutta un'altra storia.
Faceva del suo meglio per metterla in evidenza, anche giocando con qualche ciocca un poco lunga dei propri capelli neri per rivelare inaspettatamente la sua enorme estensione, scioccando chiunque si trovasse davanti.
Rimanevano spesso fermi ad osservare quella cicatrice quasi fosse viva, pulsante, chiendendosi certamente cosa gliela avesse procurata, come, chi lo avesse fatto. Qualsiasi fosse la loro teoria, era comunque sbagliata.

Sento tuttavia di dover fare una precisazione sulla natura di Nathaniel.
Per quanto quel diciassettenne macilento fosse certamente una creatura fra le più resembranti l'incarnazione terrena di satana che si potessero incontrare durante gli anni in cui era in vita, anche nella sua follia, era profondamente diverso e anticonformista anche nell'essere malvagio.
Sebbene fra i sociopatici sia una pratica ben nota quella di provare gioia di fronte alle sofferenze degli altri, lui non provava nulla di tutto questo.
Nello spaventare quelli che incontrava non provava nessuna emozione di sorta, nè gioia, nè si sentiva potente o in controllo di chi gli stava davanti. Essendo profondamente annoiato da ogni cosa gli capitasse davanti, la verità era che per lui la pratica di inquietare le persone non fosse che un semplice e blando passatempo per tenersi impegnato, e che gli dava modo di adempiere ad un altro dei suoi hobby preferiti: l'osservazione.

Era infatti estremamente affascinato dalla vastità e varietà del comportamento umano di fronte allo stesso stimolo, e di come la maggior parte o la quasi totalità delle persone che aveva avuto modo di osservare nel corso della sua esistenza non seguivano affatto le regole della supposta moralità che si indignavano nel vedere trasgredite.
Rivelava molto sul quanto fosse inutile, a dire il vero.

Dopo la sua visita, mentre il medico compilava tutte le scartoffie procedurali da inviare all'infermieria, gli sottrasse la chiave del suo ufficio. Buffo come fosse così convinto che se l'avesse messa esattamente in bella mostra sul tavolo, nel punto in cui sarebbe stato più facile vederlo se l'avesse presa non avrebbe tentato di soffiargliela via sotto il naso. Fu necessario fingere di osservare i cartelloni esposti alle pareti su come l'esercizio fosse importante per una mente allenata (si chiedette quale esercizio visto che la sua pelle a malapena vedeva la luce del sole figurarsi attività fisica), scalciare un poco coi piedi e fare un rumore un poco sospetto dall'altro lato del tavolo, cosicchè quando l'uomo si girò non ebbe che allungare la mano e farsela scivolare nella tasca dei pantaloni.

Non si mise nemmeno a cercare di controllare se qualcuno lo potesse star osservando in quel momento, semplicemente camminò dritto verso la porta con la chiave stretta in pugno, la infilò nella toppa ed entrò come se nulla fosse.
Si stava annoiando da morire.

Aveva deciso di frugare prima nell'ufficio e poi, successivamente, dopo la pausa pranzo che sarebbe iniziata di lì a non molto a giudicare dall'altezza del sole fuori dalla finestra, avrebbe rovistato nel ripostiglio dei medicinali, visto che molto convenientemente anche l'ufficio del medico ne aveva accesso grazie ad una porticina seminascosta nel muro.
La cosa era così tanto facile che si domandò se il piano di Icarus fosse quello di farlo morire di noia visto che ogni cosa stava filando liscia come l'olio in una maniera snervante.

Rovistò sulla scrivania senza trovare nulla di interessante, spostandosi dunque sui cassetti, che traboccavano di cartelle spiegazzate, autorizzazioni per sperimentazioni negate e concesse, ordini di medicinali e via dicendo. Nulla che gli servisse, ancora una volta.
Sbuffò e se ne andò verso lo schedario, dove osservò che diversi post-it gialli mal scritti segnalavano le persone che avrebbero a breve avuto una visita di routine o sarebbero state prese come cavie per la sperimentazione di un nuovo farmaco. Prese nota di quelli che potevano servirgli a qualcosa, infilandosi poi il foglio ripiegato in tasca, giocando con la penna appena trovata.

Nessuno dei membri del suo gruppo sembrava essere fra i prossimi, anche se il fascicolo di Icarus era decorato da un post-it blu che sporgeva in mezzo alle carte, che annunciava una nuova somministrazione di elettroshock.
Bizzarro come fosse quello che si sforzava di più per apparire calmo eppure avesse il doppio dei rapporti di Harley. Incuriosito e consapevole di avere molto tempo a disposizione, sfilò la cartella dal cassetto e si mise a leggere gli appunti, le carte e tutto ciò che prima o poi avrebbe potuto tornargli utile sul conto di quello che formalmente era il suo capo.
Non intendeva ricattarlo, non ne avrebbe avuto bisogno, era solo intenzionato a sciogliere il mistero di un individuo così particolare. Di certo non poteva rimproverarlo visto che alle volte riusciva ad allineare ben tre rapporti in una giornata se ci si metteva di impegno.
Gran parte del personale era ormai convinto che si fosse fritto il cervello a forza di scariche elettriche o che non avesse, dopo tutti quegli anni, imparato quali fossero le regole dell'istituto. Tuttavia, non era così. Nathaniel era forse la persona che le conosceva meglio, anche quelle applicate ai vari tipi di personale, visto che aveva come hobby nei momenti morti quello di mettersi a ripeterle per non alienarsi dalla realtà circostante. Era proprio questa sua conoscenza così minuziosa ed approfondita della materia a consentirgli di infrangere il regolamento ogni volta in modi nuovi e tremendamente specifici rispetto alla precedente.

Si mise a camminare per la stanza mentre leggeva, scoprendo con amara delusione che c'era ben poco di quello che avrebbe voluto sapere. Lì dentro c'erano solo i referti delle visite mediche che gli erano state sottoposte, le medicine e i test sui farmaci che gli erano stati sottoposti, ma nulla sulla sua condotta attitudinale. Rimise la cartella a posto un poco deluso, immaginando che informazioni di tipo così riservato di trovassero solo nell'ufficio della capoinfermiera, non in quello del medico di base.

Fu a quel punro, mentre si metteva in punta di piedi per sistemare nuovamente quello che aveva preso al suo posto nello schedario, che notò che mancava il fascicolo di Diana.
Cercò di vedere se fosse messo al posto sbagliato, ma risultò essere del tutto assente.
Chiuse in cassetto e si voltò verso la stanza.
I motivi per cui quel fascicolo non era al suo posto erano essenzialmente due: il primo era che fosse stato rimosso perchè Diana quel giorno aveva una visita, ma questo era impossibile. Le visite in quel periodo venivano fatte solo alle persone con condizioni mediche particolari, come lui, Cain o altri con una qualche disabilità indotta da una malattia, e sapeva benissimo che la ragazza non ne possedeva una.
Rimaneva quindi valida solo la seconda opzione, ovvero che fosse stata rimossa per controllare se effettivamente le sue condizioni fisiche fossero adatte ad un esperimento di tipo fisico, e nel caso fossero state compatibili con gli standard richiesti, approvata.
Lui su quel campo era sempre stato molto fortunato. La sua estrema riluttanza ad alimentarsi e la sua salute cagionevole avevano fatto si che nessuno avesse mai avuto l'idea di scegliere lui per somministrare una medicina o, più frequentemente al St. Marcel, una droga per migliorare le capacità cognitive.
Anche il suo numero, ben sicuro nella parte alta dell'elenco, doveva aver influito, effettivamente. Se dovevano rovinare delle menti o sacrificare qualcuno, era estremamente raro che scegliessero le persone più brillanti. Prendevano sempre gli scarti degli scarti, coloro che seppur intelligenti per gli standard della media in un edificio come quello si ritrovavano ad essere quasi considerabili degli stupidi.

Nathaniel non pensava che Diana fosse scema, tuttavia di certo non poteva negare il divario che esisteva fra le loro menti.

Si avviò a passo spedito verso i cassetti della scrivania, finalmente intrigato dal mistero e sollevato che qualcosa di entusiasmante fosse effettivamente successo.

Dopo aver praticamente svuotato tutti i cassetti, riuscì, nell'ultimo, a trovare finalmente il fascicolo della ragazza, sovrastato da una valanga di autorizzazioni approvate, fotocopie dei suoi più recenti controlli fisici, fogli di calcoli con la sua altezza e massa corporea moltiplicate e divise per vari numeri che non ebbero molto senso sino a che non posò lo sguardo sui primi tre fogli, pinzati fra loro, della pila.
Da quello che sembrava erano intenzionati a usarla come una delle cavie per la nuova somministrazione di un qualche derivato dell'LSD da quello che potè dedurre dalla formula chimica.
La proposta per il suo utilizzo su di lei era partita dall'alto, direttamente dalla Prince da quello che potè leggere, e il documento recava sia la sua firma che quella del direttore in quanto decisore finale per quel tipo di situazioni. Non solo; andando avanti si rese conto di come la data della somministrazione fosse stata anticipata secondo esplicita richiesta scritta della capoinfermiera che voleva essere fra gli esaminatori dell'esperimento, visto nella data precedentemente accordata non sarebbe potuta presenziarvi.

- addirittura- mimò con la bocca senza che però uscisse anche solo un singolo suono dalla sua gola.

Non c'era molto che potesse fare per impedire quello che sarebbe accaduto di lì a qualche ora probabilmente, ma se non altro era abbastanza certo che Diana non avrebbe disprezzato l'essere messa al corrente di una situazione del genere.
Ci sarebbe stato da allertarsi immediatamente e correre fuori dalla porta in quello stesso istante, tuttavia Nathaniel trovò più consono lo sdraiarsi sulla sedia della scrivania e mettersi a leggere il fascicolo con moderato interesse, come se la sua più urgente impellenza fosse stata quella di imparare a memoria tutte le volte che la ragazza era stata ricoverata in infermieria e non metterla al corrente del fatto che avrebbe provato un farmaco potenzialmente invalidante per la sua salute fisica e, o, mentale.

Una delle caratteristiche più evidenti e che contribuivano a rendere la sua compagnia snervante oltre che terrificante, era che, seppure questo sia un aggettivo un po' troppo buono per la reale entità della cosa, un bastiancontrario.
La verità era che il giovane aveva un serio problema nel seguire delle regole prestabilite e ben consolidate del comportamento umano anche note come "comportamenti tipici e consoni alle situazioni".
Se fosse stato alla guida di una macchina non avrebbe aspettato un attimo a causare di proposito un incidente o mandare il veicolo fuori strada anche se questo avrebbe potuto causare la sua stessa morte o ferirlo gravemente; tutto questo solo per il puro e semplice gusto di fare qualcosa di squisitamente innaturale e causare sconvolgimento e scompiglio fra coloro che lo attorniavano. La paura, lo sconvolgimento e in generale il caos erano una delle sue fonti preferite di materiale per l'osservazione e successivamente il ragionamento.
Le situazioni fuori dalle precostruite regole e norme umane che ne dettavano lo svolgimento e quindi le rendevano prevedibili, quotidiane e quindi, ai suoi occhi, noiose.

Non poteva fare a meno di restare affascinato dall'istinto gutturale ed autentico che usciva fuori da quelle situazioni, non riusciva a sentirsi soddisfatto dell'irrazionalità umana, di cibarsene avidamente come un neonato col latte della madre, mai sazio di quanto amara ma splendida fosse la realizzazione di quanto gli uomini fossero e siano, tutto sommato, esseri frivoli, meschini, incapaci di seguire le regole della loro supposta morale non appena si trovano in una situazione che non la contempla.

Rimase seduto, rimise a posto ogni cosa e poi rilassò i muscoli sdraiato sul pavimento. Non gli importava che qualcuno entrasse, che lo punissero o che tutto andasse a rotoli. Non gli importava di nulla a dire il vero, erano anni, secoli, che le cose avevano smesso di avere un qualche peso nella sua mente.
Forse nemmeno lo avevano mai avuto.
Quello che lo circondava lo affascinava, poteva ammaliarlo o incuriosirlo, ma c'era mai stato qualcosa che gli era davvero stata a cuore?

Forse si, una volta.
Ma ora non c'era più, era lontana, lontana negli abissi profondi della sua memoria e non aveva più alcuna possibilità di renderlo umano.

Ormai era solo un corpo in balia della sua stessa follia.

Lasciò la stanza attraverso il magazzino dei medicinali, rubando delle pillole o dei piccoli flaconi ed infilandoseli nelle tasche come se nulla fosse.
Scivolò fra i corridoi deserti come un fantasma.

Ci si poteva chiedere se effettivamente esistesse.

Se qualcuno avesse chiesto a Diana se alzandosi quella mattina si fosse aspettata tutto quello che sarebbe poi accadutole durante la giornata, la sua risposta sarebbe stato un semplice no.

Quella mattina, si era alzata con le ossa gelate e il corpo bollente, quasi non ce la facesse più ad aspettare un qualcosa di indefinito. Bruciava l'attesa di qualcosa che nemmeno lei conosceva.

Si alzò dal suo letto portandosi dietro la coperta superiore per ripararsi dal freddo, ma anche un po' per non abbandonare quel prezioso stato di incoscienza e protezione che solo il sonno sapeva donarle. Come una sorta di amuleto, se la trascinava dietro per la sua minuscola stanza immaginando che fosse il mantello di uno splendido abito, sinché poteva pretendere che fosse così.

Si lavò sopportando i continui sbalzi della temperatura dell'acqua fra fredda e ustionante, che compiaceva alternatamente una delle due parti del suo corpo.
Lasciava sempre un piccolo spazio nella cerata della doccia per osservare fuori, trasportando il proprio sguardo oltre la finestra. Fuori da quel posto sembrava tutto essere in un qualche modo più vivo, anche la stessa aria, ricordava, era più frizzante, autentica, fuori dal St. Marcel. Era come se tutto fosse artificiale, in quel posto. Ciò che non era artificiale era spento, scolorito, una brutta copia della sua versione reale.
Solo le persone in una qualche maniera rimanevano le stesse. Sembravano troppo vivide in quell'ambiente, spogliate delle loro maschere e travestimenti, private della loro seconda pelle e nude nella loro piccolezza.
Odiava le persone.
Non le odiava in quanto persone a dire il vero, non era questo a generare il suo astio verso di loro.

Era la diversità da lei che le causava una malinconia ed un ribrezzo che niente sulla terra poteva eguagliare.

In tutta la sua vita, Diana aveva trovato conforto in tre uniche persone. I suoi genitori e lei stessa. Null'altro e nessun altro era mai stato capace di capirla, di comprendere il suo modo di esistere e la sua mente squisitamente brillante è perfetta sotto quasi ogni aspetto.
Per quanto alcuni potessero andarci vicini, mai altro era mai stato capace di accedere alla sua stima, mai un'anima si era rivelata così affine ed a lei uguale da consentirle di non provarne disgusto alla presenza.
Come si aspettavano che potesse affezionarsi o farsi piacere qualcuno se questo qualcuno era incapace di somigliare a lei come una goccia di latte? Come potevano aspettarsi che fosse capace di amarli come aveva amato sua madre per il solo merito di esistere?
No, niente del genere sarebbe mai stato possibile per lei.

Uscì dalla doccia e asciugò il suo corpo magrolino e pallido, ma in forma per i corpi che vedeva nelle altre ragazze, alcuni addirittura deformati dalla mancanza di viveri.
Di fronte a loro passava a passo svelto, indignata davanti ad una tale rassegnatezza e sciatteria dei loro modi. Era un'umiliazione anche solo guardarle, a dire il vero.

Pizzicò le guance pallide per farci apparire un poco di rossore sopra, come le aveva insegnato la madre, e allo stesso modo di mordicchiò le labbra per dare una qualche parvenza di vita al suo corpo cadaverico.
Ormai era così morta che le sue labbra assumevano naturalmente lo stesso colore grigiastro e poco salubre della sua pelle costretta al costante chiuso.
Asciugò i fulvi capelli rossi con gli asciugamani, agitandolo e dibattendoli al loro interno quasi stesse tendando di soffocarli.
Lasciò il proprio caschetto un poco lungo ricadere sulle spalle e si osservò nello specchio, anche lei nuda nella sua umiliazione.

Come era caduta in basso dai tempi in un cui era felice.
Come era diversa da quando era una persona!
Si toccò le costole sporgenti sul torace freddo e bollente allo stesso tempo, tremante dal gelo di metà novembre, ma determinata a non perdere la gara di sguardi col proprio riflesso.
L'avevano sempre ammirata per il suo bel viso, i suoi occhi azzurro brillante, l'eleganza quasi signorile della sua figura, e guardarsi adesso, come era diversa da quel ritratto di buona salute e bellezza che era stata.
Era ancora tutto lì, il suo bel viso, i suoi occhi azzurro brillante, la sua figura dalla vita stretta e la somiglianza ad una clessidra. Il seno forse le sarebbe cresciuto di più se avesse avuto un'alimentazione adeguata, la sua pelle sarebbe stata più brillante, le sue ossa avrebbero avuto più carne da sostenere e accrescere la sua così chiamata bellezza.

Passò le dita sulla lunga cicatrice che le passava sull'occhio sinistro e spostò la frangia che le copriva quello destro.
Non si sentiva bella.
Non lo era più, non sarebbe mai più stata bella.
Anche senza quella cicatrice, non sarebbe mai più stata felice del proprio riflesso, non avrebbe mai più desiderato che le persone la guardassero mentre camminava.
Più si guardava più il proprio riflesso rideva di lei e della sua bruttezza, di come ormai fosse un cadavere marcescente, che forse avrebbe potuto ingannare gli altri di essere nel fiore degli anni e della sua grazia, ma che non sarebbe mai più riuscita a sostenere il proprio sguardo per più di qualche minuto.

Com'era vecchia.
Com'era brutta.
Com'era cascante la sua pelle, grigia la sua chioma, rugoso il suo corpo.
Era vecchia, morente.
Era fragile come una foglia di vetro.

Aveva camminato ignara di tutto quello che stava venendo progettato contro di lei ed era entrata nella sua classe a fare lezione. Aveva lasciato che Harley la guardasse dall'alto in basso e di rimando quando non la guardava aveva lasciato un'espressione disgustata verso la sua direzione, incapace di capire di cosa si fregiasse con tutta la boria e l'altezzosità che aveva.
Di cosa andava fiera di preciso? Degli stessi abiti degli altri, brutti, vecchi e di un tessuto così scomodo da rendergli preferibile la yuta? Di quel viso che nascondeva sotto i capelli e sotto il suo cappello così enorme da essere ridicolo? Una pelle che anche solo per un'attimo alla luce solare si ustionava come se fosse stata toccata dal fuoco e che la faceva apparire ancora più rediviva e cadaverica di quanto non fosse già?
Era ridicola.

Aveva lavorato per ore con le formule, le aveva studiate ed accudite come un bambino. Per quanto poco, erano l'unica cosa che le era rimasta da amare dopotutto.

Aveva progettato le reazioni che avrebbero prodotto mescolandosi e nella sua mente aveva immaginato come si sarebbero legate fra loro, aveva assistito alla nascita di qualcosa di nuovo attraverso di esse.
Le osservò quasi danzare nell'aria, ne vide alcune fallire, esplodere di fronte ai suoi occhi, le cancellò dal foglio con un gesto brusco, avevano interrotto quello splendido ballo che stava osservando in uno schermo fra lei e l'aria.
Ricominciò, ricominciò cancellò decine di volte sino a che ogni cosa non andava d'accordo con l'altra come note di una melodia dolce che solo lei poteva sentire.
Consegnò il foglio e riprese con altre, riprese a lavorare strenuamente alla sua sinfonia, sinché non fu ora di andare a pranzo.

Come aveva fatto a colazione, cercò Icarus con lo sguardo alla ricerca di una conferma della sua teoria, quasi bramasse di più essere nel giusto che non venire punita. Ma se a colazione nulla era trapelato dallo sguardo del ragazzo se non una profonda e tremenda malinconia, a pranzo non lo trovò.
Si sedette interdetta, per poi realizzare che probabilmente si trovava all'elettroshock. Non aveva mentito sui suoi due rapporti, in quel caso.
Per quella giornata si ritenete salva dalle sue congetture, ma questo gettava solo un'ulteriore ombra sul futuro.

Piluccò senza voglia la bistecca bruciata e l'insalata che non sapeva di niente, prima di essere avvicinata da Nathaniel. Si sentiva lo stomaco chiuso, e il suo arrivo di certo non fu d'aiuto per la sua mancanza di appetito.
Le metteva i brividi, ma era ben consapevole di essere in buona compagnia. Sarebbe stato più facile fare una lista di persone che non erano spaventate da almeno un aspetto della sua persona che uno con quelle che lo erano.

Finse di inciampare di fronte al suo tavolo e si sedette di fianco a lei, facendole salire un brivido lungo la schiena per la vicinanza di quella creatura. Rapidamente, le sue piccole dita affusolate e scheletriche infilarono sotto il suo piatto un piccolo bigliettino. Le face segno di leggerlo mentre faceva girare l'indice lungo il bordo del suo bicchiere di plastica.
La ragazza obbedì.

Pochi attimi dopo, iniziò ad ingozzarsi con quello che era contenuto nel suo vassoio. Nathaniel le comunicò tramite codice morse che poteva prendere anche il suo pranzo se lo preferiva.
Doveva mangiare, meno il suo stomaco sarebbe stato vuoto più qualsiasi fosse la cosa che volevano somministrarle avrebbe attecchito con irruenza sul suo organismo.

Pensa a mangiare Diana, da brava, non pensare a tutto il resto. Non pensare per il momento. Non devi pensare ora.

Si concentrò sull'inghiottire per quanto il sapore fosse terrificante sulla lingua e sul palato, mandando giù qualcosa che pochi attimi dopo risaliva assieme all'aspro gusto dei succhi gastrici che le raschiavano la lingua e la gola, rendendo il nuovo bolo di quello che difficilmente si poteva definire cibo ancora più disgustoso di prima.
Si costrinse con tutte le proprie forze a non rigettare, così tanto che sentì gli occhi pizzicarle di lacrime di dolore.
Aveva la bocca così piena che percepiva i muscoli delle guance strapparsi e la lingua stanca di masticare, i denti corrosi dall'orribile rancio che erano costretti a triturare.
Ingoiò un boccone dopo l'altro schifata anche solo dall'odore.

In quel momento era meglio lo schifo della prospettiva di quello che sarebbe accaduto se non lo avesse mangiato.
Cacciò giù le lacrime e un altro boccone quasi fossero stati parte dello stesso indigesto pasto.

Arrivarono dunque, vestiti di bianco, aspettando di portarla via.
Si alzò dal suo posto e sentì gli occhi delle sue compagne di classe sulla nuca, voraci.

"Smettetela di guardarmi"

Pensò, camminando fuori con una forza che non aveva.

"Non voglio che nessuno mi guardi"

Osservò il corridoio che si stagliava di fronte a lei come se fosse stato invaso da fantasmi.
Le tremavano le ginocchia come il naso di un coniglietto.
I sorveglianti la spinsero per farla camminare, senza toccarla. La sua condotta era troppo buono perché si azzardassero.
Inciampò sul proprio peso, slanciandosi in avanti come una farfalla morente.

Poi, il suo corpo andò avanti da solo.

Un passo dopo l'altro, in una maniera che nemmeno ricordava, iniziò a correre.

Sfrecciò lungo il corridoio senza nemmeno sentirsi parte del proprio corpo, in balia della sua voglia di vivere che la sua anima aveva perso molti anni prima.
Il suo corpo non accettava di morire e la sua anima continuava a disintegrasi ogni attimo che passava, ed era quel paradosso a generare quello che gli altri avrebbero potuto vedere come impulsività, ma che lei sapeva benissimo essere un'atto di ribellione di sè stessa verso sè stessa.

Sarebbe dovuta essere morta, invece correva inalando l'aria nei polmoni come sei mai prima di quel momento avesse respirato, sentendo gli occhi delle persone su di lei come se mai prima di quel momento nessuno l'avesse mai guardata.
Si sentiva quasi come se fosse stata di nuovo viva, un'ultimo canto del cigno prima che tutto finisse sul serio, per l'ultima volta.
Non provava nessuna emozione, niente si stava scatenando dentro di lei, avvolta da una pace totale ed irreale.

Esisteva,

La farfalla fece un'ultima giravolta in aria, librandosi con una grazia ed una bellezza che mai aveva avuto, prima che il vento la schiacciasse contro il terreno, ricordandole di essere ancora l'insetto che era sempre stata.

Parole: 5044

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