𝐏𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐂𝐚𝐩𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨
14 Aprile, 2089
Quella mattina Harry si sentiva esausto. La sera prima, un documentario sull'incendio di Notre Dame de Paris, lo aveva tenuto sveglio fino a tardi e al lavoro, malgrado la stanchezza, aveva la testa immersa in uno dei suoi enormi problemi. Come al solito aveva l'abitudine di preoccuparsi di qualcosa fino ad ossessionarsene e, a seconda del giorno in cui si svegliava, le sue psicosi variavano.
Ad esempio l'altro ieri si era svegliato col pensiero delle scale del suo palazzo: erano fin troppo ripide. Odiava gli ascensori che avevano appena messo in funzione, perciò usava le scale, anche se, quelle del suo condominio le trovava spaventose, gli facevano venire le vertigini ogni volta, e fino al quarto piano diventava una tortura.
Il giorno prima, invece, il problema del buongiorno – come i suoi colleghi avevano iniziato a definire le sue alzate di ingegno – era Dave del piano terra, che andando a riferire in giro quanto fossero immangiabili le polpette della mensa, aveva finito per coinvolgerlo direttamente in quella diceria. Ed era vero, ma lui temeva che la notizia potesse arrivare all'orecchio di Rosalinde, la cuoca, e non voleva ferirle i sentimenti.
La sua mente era una costante burrasca nebulosa di pensieri che alla maggior parte sarebbero potuti risultare futili, banali, un mix eccentrico e anticonvenzionale.
Alle undici, durante la pausa caffè, Harry ancora non aveva smesso di pensare alla sua camicia preferita: un indumento non molto costoso, con cucitura scostante sul colletto e una trama scura laminata. La stessa sera avrebbe voluto indossarla per l'inaugurazione di quella galleria che tanto aspettava di visitare, ma era scomparsa misteriosamente dal suo armadio.
Dunque, sì, quella mattina del 14 aprile 2088 tutti i suoi neuroni erano scesi in campo a combattere per quella dannata camicia.
Harry ne era cosciente: non c'era niente di eclatante nell'evento a cui si era prefissato di partecipare – come al solito solo e senza tante pretese – ma la testa gli era ormai partita per la tangente, inutile sforzarsi di canalizzare la sua attenzione su qualsiasi altra cosa o optare direttamente per un altro indumento; il suo umore gli aveva imposto quel modello, quel particolare tessuto e colore.
Molto spesso si era ritrovato a pensare a quanto le persone sottovalutassero gli oggetti, da quelli più importanti a quelli banali. Sapeva che nel periodo temporale in cui viveva – dove grazie ad un semplice schiocco delle dita, una voce robotica e qualche pastiglia, ogni desiderio poteva essere acquietato – cadere in quel tipo di cliché era molto, molto facile. Ebbene, nonostante fosse abbastanza difficile da credere, era ancora quel tipo di persona in grado di perdere gli oggetti per casa, dimenticare qualsiasi tipo di data o compleanno e il settanta per cento delle volte inciampava sulle proprie lunghe gambe che la natura gli aveva donato. Ciò, aveva, in parte, contribuito al suo isolamento sociale, in un mondo altamente tecnologico e automatizzato. Viveva in un'epoca all'insegna del progresso, l'umanità aveva raggiunto inimmaginabili scoperte tecnologiche alle quali si ritrovava ad assistere ogni giorno per merito del laboratorio di cui era manutentore, ma, nonostante ciò, riusciva ancora ad essere nostalgico e associare sensazioni ed immagini agli oggetti. Ecco, perché, voleva indietro la sua camicia. Il fatto poi che, in quel momento, stesse indossando l'impersonale divisa grigia da lavoro, rigida e scomoda con tanto di cappellino e fosse costretto a tenerli tutti i giorni fino alle sei del pomeriggio, stava solo alimentando ad acuire il suo desiderio. Esasperato si passò una mano tra i capelli arruffati e schiacciati dall'orribile copricapo, chinò leggermente il collo in avanti e si lasciò sfuggire uno sbuffo esasperato. In fin dei conti aveva trovato quel lavoro quasi per disperazione. Di certo non amava il suo ruolo in quella struttura. Sapeva di essere l'ultima ruota del carro: il suo compito era quello di riprogrammare e rendere idonei alcuni strumenti per lo svolgimento degli esperimenti dei veri scienziati. E non è che passasse l'esistenza a lamentarsi della propria posizione, alla fine, lo faceva e basta, godendo di quelle cose per cui da tutti era stato giudicato sempre un tipo sopra le righe. Il fatto che non amasse quel posto non comportava direttamente la sua inettitudine, Harry era professionalmente impeccabile.
Non c'era nessun desiderio nascosto o sogno racchiuso in un cassetto, alla fine dei conti era bravo solo in quello, ma era un mestiere obsoleto, quasi irrilevante, inutile. Molte volte, perso nei soliti disparati viaggi mentali, si era ritrovato a chiedere come sarebbe stata la sua vita, se fosse nato in un'epoca diversa; qualcuno avrebbe, tranquillamente, potuto accusarlo di essere uno di quei snob pretenziosi, sempre pronti a sollevarsi sopra la massa uniforme per rendersi riconoscibili. La verità era che nemmeno lui, in fondo, sapeva veramente cosa volesse e se non fosse stato lì a riparare strani circuiti complicati, probabilmente, si sarebbe ritrovato sotto un ponte a chiedere l'elemosina.
Quindi, no, niente di entusiasmante da scoprire, nessuna tragica storia o perdita che gli aveva negato ogni possibilità e a cui non era mai riuscito a dare voce, Harry era solo Harry.
'Sei un'anima antica' gli diceva spesso sua madre ma, forse, era solo un modo più carino e dolce per dirgli che era un vecchio nel corpo di un giovane.
Riconosceva che da un giorno all'altro avrebbe rischiato di rimanere senza lavoro, perché la tecnologia avrebbe potuto ripristinarsi senza l'aiuto delle persone e, in quella potenziale situazione, anche se non lo avrebbe mai ammesso, l'unica cosa che forse gli sarebbe mancata, sarebbe stata proprio la capacità di riportare le cose danneggiate ad una nuova vita, come a dimostrare che c'è una seconda possibilità per tutti. Ma lui preferiva pensare alle polpette del martedì, alle rampe di scale ripide e alla sua bellissima camicia scomparsa.
Anche se, doveva ammetterlo, era stato quasi contento quando, un giorno, invece di girare di postazione in postazione per riparare e ripulire le strutture tecnologiche, gli assegnarono un bancone di metallo con tanto di targhetta personalizzata. Per un attimo pensò di aver trovato il suo posto; sistemò sopra la fredda superficie una piantina grassa, rigorosamente denominata 'Pablo'. Purtroppo, Pablo valse l'ennesima presa per i fondelli, perché, chi utilizzava più certi gingilli fuori moda.
Disperso tra i mille viaggi mentali, lanciò uno sguardo a Pablo, come a volerlo salutare, mentre accendeva distrattamente con un semplice tocco il computer e tirava fuori tutti gli attrezzi del mestiere. Ripensò a quella mattinata: gli aveva dato il suo bel da fare. C'erano stati ben due guasti al quinto piano e iniziava a pensare che qualcuno lo stesse facendo di proposito solo per rendergli le giornate più faticose. Afferrò la borsa che aveva lasciato appoggiata ai piedi della sedia e ne tirò fuori una banana. Nessuno gli avrebbe impedito di prendersi cinque minuti buoni prima di iniziare il solito giro di ricognizione. Distese le gambe sopra la propria meritata scrivania e si concesse l'agognato spuntino, dirottando l'ossessivo flusso di coscienza che lo caratterizzava, nuovamente, alla sua camicia.
Alle cinque e mezzo la banana l'aveva finita da un pezzo e gli uffici si liberarono. Come ogni giorno, avrebbe dovuto occuparsi del giro di controllo dei dispositivi prima della chiusura. Ciò, implicava che non avrebbe incontrato nessuno per circa quaranta minuti, il tempo necessario per effettuare i controlli. Era quasi il momento che preferiva della giornata dopo la pausa pranzo. L'intera area isolata invece di sembrare spettrale, era più accogliente ed ogni stanza che era costretto a visitare raccontava, giorno per giorno, un diverso aneddoto senza bisogno di parole.
Iniziò con lo studio del Dottor Salmon – sì, come il pesce – Harry pensava che quel nome fosse perfetto per quell'uomo. Data la facile propensione che aveva a dimenticarsi anche quanti anni avesse, aveva sempre avuto la bizzarra tendenza a inventarsi soprannomi per riuscire così a ricondurre i volti alle persone. Un pratico esempio? Il ragazzo del terzo piano – responsabile del reparto 'Sponsorizzazione e Pubblicità' – dall'apparenza impeccabile, aveva un lieve tic al sopracciglio sinistro che si manifestava solo in momenti imbarazzanti ed iniziava a scandire il tempo come un orologio, ragion per cui l'aveva direttamente ribattezzato 'Mr. Clock'; quale fosse il suo vero nome, poi, non aveva più tutta questa importanza. Con il Dottor Salmon non c'era stato bisogno di questo processo mentale. L'incarnato lievemente rosato e la faccia a punta, rendevano, da soli, perfettamente l'idea. Un giorno aveva anche conosciuto suo figlio e pensò di essersene innamorato, ma solo per un istante, perché poi venne a scoprire della parentela col dottore e rabbrividì. Probabilmente, quella, fu una delle poche volte, se non l'unica, che credette davvero di aver trovato qualcuno in grado di comprenderlo e vedere oltre il suo aspetto piacente e il lavoro di basso livello, accettandolo semplicemente. Poteva ancora ricordare i baci rubati lungo i corridoi adombrati, le ciglia dai riflessi ramati e le lentiggini sparse sulla punta del naso che avevano inizialmente attirato la sua attenzione ma, come si suole dire, 'non è tutto oro quel che luccica' o – per andare avanti lungo questa linea – 'la mela non cade mai troppo lontana dall'albero'. Harry aveva raccolto in fretta i propri pezzi, reduce dall'ennesima delusione ed era andato oltre. Non si era mai preoccupato più di tanto dell'amore, certe cose accadevano e basta.
La seconda tappa nel suo giro di controlli era il laboratorio Q25b o più semplicemente, la stanza dei nerd: sì, perché chiunque avesse un ruolo in quel posto lo era, persino Harry, per quanto odiasse ammetterlo a voce alta e lo nascondesse al mondo intero; in fondo chi non finiva per essere un po' nerd in un tempo dove anche i bambini venivano fatti nascere con l'assistenza dei robot?
Quello studio era il luogo in cui i professionisti più scrupolosi si concentravano e, a fine giornata, in quella stanza aleggiava un terribile odore di chiuso e di persone maleodoranti. Harry la odiava ma con gli anni aveva fatto l'abitudine a tutto, aveva iniziato persino ad accettare le stranezze che continuava a vedere ogni giorno in quella stanza.
Notò che in un angolo, in fondo alla stanza attrezzata, avevano istallato una nuova porta a parete. Sembrava una cassaforte, era massiccia, mastodontica e dotata del monitor per la password. Gli venne in mente ciò che gli aveva riferito qualche giorno prima Dave del piano terra.
"Viaggi nel tempo!", aveva iniziato senza sbattere le palpebre per l'emozione. "La stanno progettando nella stanza dei nerd, ho sentito dire che la tengono nascosta e che è impossibile risalire al codice di sicurezza".
Harry sgranò gli occhi, incredulo che la macchina potesse essere proprio lì. A portata di mano. La tentazione di curiosare era forte, avrebbe sbirciato un solo istante per poi tornare subito al suo lavoro sgangherato, ma sapeva che purtroppo il codice di protezione impostato nella cassaforte non gli avrebbe permesso di accedervi tanto facilmente.
Afflitto, abbandonò il grande laboratorio. Ora se ne stava lì a trascinarsi gli strumenti nel corridoio isolato. Di stanza in stanza avrebbe cercato gli avanzi del sole tiepido. Tutto ciò che gli restava era di aggrapparsi a quegli spiccioli di natura che di rado trovava nella struttura. Ripensò a Nathan, il figlio del Dottor Salmon, perché anche lui aveva dimostrato di preservare la curiosità per ciò che nasceva dal mondo e non dall'uomo. Quella era una delle vere ragioni per cui quel ragazzo aveva rapito l'animo di Harry. La sua essenza e le sue convinzioni non coincidevano con la sete di scoperta di suo padre. Harry aveva partecipato ai loro conflitti più di una volta, che terminavano o quasi sempre con il dolce ragazzo dalle ciglia ramate coi lacrimoni a rigargli le guance. Così Harry lo consolava, gli regalava sorrisi, passava le mani nei suoi capelli e gli sfiorava le dita con le sue.
"Sta tranquillo, Nathan. Anche se fa così, tuo padre ti vuole un gran bene", e ogni volta in cui lo diceva sapeva che era vero. Non erano frasi di circostanza. Era vero che il Dottor Salmon amava suo figlio malgrado le loro differenze.
All'improvviso a Harry balzò in mente una remota occasione: posso scoprire come è fatta la macchina del tempo!, pensò, mollando tutti i suoi strumenti in corridoio e cambiando direzione.
La chiave era lui, era Nathan! Tornò di corsa al laboratorio Q25b, varcò in pochi lunghi passi l'ingresso per raggiungere ciò che lo aveva incuriosito: fece un tentativo, provando a inserire il codice sul monitor della porta scegliendo accuratamente i numeri che componevano la data di nascita del suo ex. Ebbene, era davvero la chiave.
Avrebbe dato un'occhiata per poi reinserire la protezione senza che nessuno se ne accorgesse. La porta si aprì, mostrando una piccola stanza in cui nel centro si trovava una semplice cabina cilindrica uguale a quella per l'annientamento dei rifiuti e per il trasporto veloce. Si sporse sulla piattaforma che componeva il tubo. Malgrado lo stupore per l'ipotetica possibilità di viaggiare nel tempo, a Harry tornò di nuovo in mente la sua camicia. L'aveva indossata una settimana prima e ricordava perfettamente per quale occasione.
E se sfruttassi la situazione per fare un salto indietro, guardare dove l'ho riposta, e ritornare per l'inaugurazione della galleria?
Harry entrò nel cilindro, osservò la piattaforma sotto i suoi piedi e sorrise. Finalmente avrebbe fatto qualcosa che gli avrebbe permesso di integrarsi nella sua era: sarebbe stato uno dei primi a testare il viaggio nel tempo.
Ma soprattutto, avrebbe recuperato la benedetta sua camicia.
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