Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

1. remember our summer

Song: Remember the Time
[Michael Jackson, 1991]

__________

12 agosto 2002
Mountain View, Contea di Santa Clara (CA)
Shoreline Amphitheatre

Era appena finito un concerto e, com'è normale che sia, mi sentivo tremendamente svuotata ma al contempo piena di energie.

«Il rap proprio non fa per me.» Commentò la più grande, cercando di farsi spazio tra la folla che lentamente cercava di uscire dall'anfiteatro.

«Perché non ci capisci nulla di musica mamma.»

«Scusami?»

Soffocai una risata, divertita dai battibecchi delle due.

«Posso capire che le esibizioni degli altri rapper non ti abbiano fatto impazzire, ma non puoi dire lo stesso di Eminem. Insomma ma l'hai sentito?!»

«A me sembrava uguale a tutti gli altri.» Con una scrollata di spalle, la madre si girò a guardarmi. «Tu che dici? Di sicuro te ne intendi più di me.»

«Devo dar ragione a tua figlia Hanji. Eminem è stato fenomenale.»

La più piccola mi ringraziò con un «sei la miglior zia del mondo», ed Hanji portò avanti il discorso.

«Non sono mai stata una fan del rap, fin dagli esordi. Al contrario di [T/n] che bene o male bazzicava un po' quegli ambienti. O sbaglio?»

«In generale bazzicavo nell'ambiente hip hop, diciamo così.» Sorrisi, con velato imbarazzo.

Eravamo quasi all'uscita quando involontariamente, nel tentativo di evitare tutte le domande incuriosite di mia nipote, mentre la guardavo andai a sbattere contro qualcuno davanti a me.

«Mi scusi-» Dissi colta di sorpresa e, nel momento in cui l'uomo che avevo colpito si girò nella mia direzione e ne vidi il volto, un macigno mi cadde sul cuore, sprofondando nel mio petto con tale veemenza da provocarmi il più grande dolore che ebbi mai sperimentato fino a quel momento.

Non seppi descrivere o anche solo capire tutte le emozioni che provai, tra nostalgia, tristezza, rabbia e malinconia, incrociando quegli occhi nocciola fusi nei miei. E non seppi nemmeno quanto fosse stato il tempo trascorso a guardarci, senza esalare una parola, finché non avvertii la presa ferrea di qualcuno sul mio braccio.

«[T/n] tutto bene? Dobbiamo andare!» Hanji mi chiamava ed io, incapace di anche solo pensare, riuscii a muovermi meccanicamente solo grazie all'aiuto della bruna, che mi tirò a sé e mi portò via.

Nemmeno l'uomo di fronte a me aveva detto nulla in quei lunghi istanti, fissandomi con lo stesso stupore con cui lo stavo guardando io.
Mi risvegliai da quello stato di totale assenza solo quando fummo uscite e, nel voltarmi indietro, cercai con agitazione la stessa faccia, gli stessi occhi.

«Ma che ti prende ora? Lo conoscevi?»

Cercai di rispondere, ma le parole mi morirono in gola.

Forse mi ero immaginata tutto. Forse era un'altra persona che mi stava fissando, perché ero io a fissarlo. E gli ero sembrata strana.

«Mamma andiamo! Ho fame!!» Mugugnò la figlia mentre si massaggiava lo stomaco. «È quasi mezzanotte, cerchiamo un Mc o qualcos'altro.»

«Non possiamo ordinare qualcosa appena arriviamo all'hotel?»

«Ma io ho fame ora!»

Le due bisticciavano ed io continuavo a pensare all'incontro appena avvenuto. Persino quando ci sedemmo al tavolo del Mc (mia nipote aveva vinto la discussione) e iniziammo a mangiare, la mia mente era ancora ferma a quel momento. Era come se non riuscissi in alcun modo a rimuovere quegli occhi nocciola dalla mia testa, incastrati in qualche angolo.

«Posso sapere che ti è preso, così all'improvviso?» Hanji cercò di tirare fuori delle spiegazioni da me, non ricevendo però ciò che sperava.

«Niente, ho solo avuto una botta di sonno.»

«Dio, dev'essere brutto superare la soglia dei trent'anni ed essere già stanchi a mezzanotte e mezza.» Mia nipote sospirò. «E non voglio immaginare come sarà averne quaranta. Per te com'è mamma?»

«Trentotto, ne ho trentotto!» Hanji ci tenne a precisare di non aver ancora raggiunto i quarant'anni, per poi girarsi verso di me e di nuovo verso sua figlia «E comunque pure tua zia, ne ha trentadue mica sessanta!»

«Non è colpa mia se le sue energie sono quelle di una sessantenne.» Con una scrollata di spalle pregna di incuranza la giovane continuò a mangiare le sue patatine, probabilmente contenta di avere ancora sedici anni.

«Presto arriveranno anche per te i trenta. Prima che tu te ne possa accorgere. Tra meno di quindici anni!» Anche Hanji tornò al suo pasto, lasciando cadere la conversazione.

Presto. Prima che tu te ne possa accorgere.
Com'era possibile che io avessi già trentadue anni? Come avevano fatto gli ultimi quindici anni a passare così in fretta? E cos'era successo nel mentre?
Mi ero diplomata, avevo trovato un buon lavoro, mi ero sposata e avevo avuto una figlia ora di cinque anni, a casa che presumibilmente dormiva mentre la babysitter badava a lei e il padre era in viaggio di lavoro. Come aveva fatto tutto quel tempo a passare così in fretta?

«[T/n] tu non torni in hotel con noi?»

«Arrivo più tardi. Mi fermo ad un bar a bere qualcosa.»

«Sei sicura?» Mi chiese ancora Hanji, non convinta di lasciarmi da sola a quell'ora di notte.

«Sì tranquilla. E poi ho questo.» Tirai fuori dalla borsa il mio nokia 3310 «Se succede qualcosa ti chiamo e se non riesco, posso sempre tirarlo in testa a qualcuno.»

Ridemmo entrambe ed Hanji si allontanò verso l'entrata dell'hotel, mentre già sua figlia le diceva che doveva comprarle il nuovo telefono cellulare in commercio.

Gironzolai per un po', finché non vidi un bar che dall'esterno sembrava accogliente e "sicuro", essendoci parecchie coppie sedute ai suoi tavoli.

Ordinai un semplice martini e mi sedetti ad un tavolo, leggermente isolato dagli altri in un angolo del locale. Iniziai a sorseggiare il cocktail, vagando tra i miei pensieri, finché una canzone non attirò la mia attenzione. E la voce di Michael Jackson mi provocò un tuffo al cuore.

Erano davvero passati quindici anni da quando avevo chiamato Pieck per dirle che avevo appena comprato Bad, il nuovo album di Michael Jackson? E lo stesso giorno, solo poco dopo, lessi quella lettera... quindici anni prima.

Quasi. 31 agosto 1987. Oggi era il 12 agosto 2002.
Quasi quindici anni. E mi aggrappavo a quel "quasi" come se fosse la mia ultima ancora di salvezza, per non ammettere che il tempo era passato troppo velocemente per accorgermene.

L'estate del 1987. Non ci pensavo da tanto tempo a quell'estate e me ne rendevo conto solo in quel momento, davanti ad un alcolico all'una di notte.

Caccio un sospiro leggero, pensierosa. «Appena prenderò la patente, la prima cosa che farò sarà attraversare il Golden Gate Bridge. Arriverò alla Contea di Marin e poi tornerò indietro.» Guardo il soffitto senza realmente vederlo, immaginandomi nella mia Delta HF a sfrecciare al di sopra del Golden Gate.

«E poi?»

«Poi l'Oakland Bay Bridge. E mi farò un bel giro ad Oakland.»

«E poi?»

Mi giro verso Porko, per capire se mi stia prendendo in giro o meno. Eppure il suo sguardo è serio, sdraiato su un lato per potermi guardare, una sua mano incastrata tra la sua testa e il cuscino e l'altra che mi accarezza la pancia.

Torno a guardare il soffitto e riprendo a parlare in un mormorio «Poi me ne andrò dalla California. Voglio visitare tutti gli Stati Uniti. Poi tutta l'America e ancora tutta l'Europa, l'Asia e-»

«Frena, frena!» Porko alza un poco la voce, ridacchiando.

Sentiamo un rumore di doghe nella stanza vicino e il mio respiro si ferma.

«Forse i miei si sono svegliati...» Dico con un velo di preoccupazione. Aspettiamo silenziosi il peggio, ma non sentiamo più nulla e tiro un sospiro di sollievo.

«Tieni la voce bassa, se sanno che sei in camera mia a quest'ora mia madre ammazza me e mio padre ammazza te.»

«Tranquilla, non l'hanno scoperto finora e non lo scopriranno certo adesso.» Porko mi tranquillizza, portando la mano che accarezzava la mia pancia sui capelli, prendendo tra le sue dita qualche ciocca.

Mi giro verso di lui e lo guardo assorta, quando lui riprende il discorso interrotto poco fa.

«Comunque davvero. Avrai tutto il tempo per viaggiare, dove e quando vuoi. Dopo l'università.»

«Sì lo so, ma... È che non vedo l'ora, solo questo.»

«Sì lo so.»

«Sono stufa di restare qua, in California. Essere uno dei tanti che vive in una piccola casa uguale a tutte le altre nella 30th strada. A sua volta uguale a tutte le strade nei paraggi.»

«Lo so.»

«Voglio uscire e... e andare dove mi pare, vistare posti nuovi, ballare in luoghi che non ho mai visitato. Voglio ballare ovunque Porko. Voglio essere brava come Mr. Wave.»

«E lo sarai. Andrai ovunque vorrai e farai vedere a tutti quanto sei brava con la break dance.»

Mi sorride, come solo lui sa fare. Non perché è un sorriso particolare, ma perché è l'unica persona che quando mi sorride mi manda lo stomaco in subbuglio e mi fa battere pazzamente il cuore.

Lentamente chiudo gli occhi, troppo assonnata per rimanere ulteriormente sveglia.

«Che ore sono?»

«Le due e trenta.» Mi risponde Porko poco dopo.

Sbadiglio aprendo un poco la bocca e mi sistemo meglio sul cuscino. «Oggi è stata una bellissima giornata,» commento con un fil di voce, capace di sentire solo più la mano di Porko spostarsi dai miei capelli alla mia guancia «vorrei che tutti i giorni fossero bellissimi come questo...»

Mi trovo in dormiveglia, ma prima di addormentarmi sento in lontananza la voce di Porko chiamarmi.

«[T/n]?»

«[T/n]?»

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro