| 𝙲𝚊𝚙𝚒𝚝𝚘𝚕𝚘 13 |
<<Non è difficile diventare un padre.
Essere un padre: questo è difficile>>
Vicenza, Italia
<Mi ha chiamato Nate. Samantha lo ha contattato chiedendogli aiuto e fortunatamente è riuscito a localizzarla. Ha detto di dargli qualche giorno di tempo per studiare un piano, poi partirà per San Juan. Ormai non abbiamo più tempo. Dobbiamo partire per la Sardegna quanto prima. Fa i bagagli ed incontriamoci a mezzanotte al solito posto>
Con le parole di quel messaggio che vari minuti prima Andrea Rossi gli aveva mandato, il misterioso Viper in fretta e furia si stava muovendo tra le quattro mura della propria camera da letto, intento a raccattare un sufficiente numero di indumenti da mettere nel suo borsone mimetico che, per quell'occasione, fungeva da bagaglio.
Dalle sue labbra sfuggì una piccola imprecazione quando, sbadatamente, andò a sbattere col piede nudo contro lo spigolo del comodino. La cicca che, fino a quel momento era ben salda tra la sua bocca, si mosse leggermente, facendo cadere a terra un po' di cenere grigiastra.
"Vaffanculo!" tuonò poi, osservando la cenere adagiata sulle fredde piastrelle.
Con un rapido movimento, aprì una delle due finestre della stanza e, con un deciso gesto, lanciò verso la strada quel che ne rimaneva della sigaretta ancora accesa.
Dopo essersi seduto sul letto, ed aver indossato calzini e stivaletti, recuperò dal comodino il cellulare, pronto più che mai a raggiungere Andrea al vecchio ed abbandonato magazzino.
Fece giusto in tempo a mettersi in spalla la tracolla della sacca quando, facendolo sobbalzare appena dallo spavento, visto che i suoi pensieri erano rivolti altrove, il suo cellulare prese incessantemente a suonare. Agguantò quell'apparecchio elettronico dalla tasca posteriore dei suoi jeans. Curioso di sapere chi lo stava contattando a tarda sera.
Sgranò gli occhi non appena lesse il nome di lei nel display. Per due, forse tre secondi tentennò sul da farsi. Indeciso se accettare o meno quella telefonata. Alla fine la curiosità ebbe la meglio su di lui, portandolo a rispondere alla chiamata.
Fece scorrere il pollice verso la cornetta colorata di verde, portandosi subito dopo il cellulare all'orecchio destro.
"Ti avevo chiesto di non contattarmi, Eleonora" parlò Viper per primo, ammutolendo subito la donna che si trovava dall'altra parte della linea. "Cosa vuoi?" le chiese, mentre si avviava verso la porta d'ingresso del suo appartamento.
"Si tratta di Gioia" rispose la donna, con voce tremante.
Gioia.
Nell'udire il nome di quella ragazzina, anche se non voleva, il cuore di Viper perse un piccolo e leggero battito. Strinse con forza la maniglia della porta d'ingresso, finendo col farsi diventare bianche le nocche della mano sinistra.
"Viper?" lo chiamò Eleonora, non ricevendo alcuna risposta dall'uomo. "Ci sei?" Per tutta risposta Viper annuì, dimenticandosi che la donna non poteva vederlo. "Puoi venire all'ospedale?" domandò lei, pregando in una risposta positiva da parte di lui.
"Che cosa è successo?" Viper rispose alla domanda ponendo un altro quesito. Il suo timbro di voce era piatto. Quasi privo di alcuna emozione. E, semmai ci fosse stato anche un piccolo barlume di qualsiasi sentimento, era dannatamente difficile da comprendere.
"Non voglio parlarne per telefono" replicò la donna, ricevendosi uno sbuffò da parte dell'ex membro dei Sons of Silence. "Vieni all'ospedale... Ti prego"
"D'accordo, d'accordo" si arrese lui, sbuffando nuovamente. "Ma non mi tratterrò a lungo, intesi?"
Una quindicina di minuti dopo e, la bellezza di tre sigarette fumate lungo il tragitto, a bordo del suo vecchio Pick-up, l'uomo dagli indomabili ricci arrivò a destinazione. Parcheggiò la propria vettura nella prima piazzola libera e, con passo svelto, si avviò verso l'ingresso di quella grande struttura ospedaliera. Non gli servì minimamente chiedere alcun tipo di informazione dato che, qualche minuto prima, Eleonora gli aveva mandato un messaggio con scritto il piano ed il numero della stanza in cui lei e la figlia si trovavano.
Premette con enorme insistenza il pulsante che chiamava quella trappola metallica, meglio nota a tutti col nome di ascensore.
"Vuoi scendere oppure no?!" si lamentò, colpendo a mano aperta le porte dell'ascensore.
Stava per arrendersi, deciso oramai a prendere le scale quando, finalmente, un leggero din provenne da quel gabbiotto metallico e le porte si aprirono. Rapidamente, sgusciò all'interno dell'abitacolo dell'ascensore, premendo subito dopo il piano del reparto nel quale si stava dirigendo.
"Stanza ventitré, stanza ventitré" ripeté il numero della camera come un mantra, mentre girovagava per il lungo e bianco corridoio. "Eccola! Stanza ventitré" affermò, non appena riuscì a trovarla.
Respirò a lungo e a fondo poi, dopo essersi dato un po' di coraggio, appoggiò la mano sulla fredda maniglia della porta, abbassandola cautamente. E, solo quando la porta fu aperta, gli azzurri occhi di Viper poterono scorgere l'esile e fragile figura di Gioia stesa su quel lettino d'ospedale intenta a dormire. Rimase paralizzato quasi sull'uscio della porta, con gli occhi fissi su quella ragazzina. Quelle chiare iridi che possedeva vagarono lungo tutto il corpo della ragazza dai lunghi capelli rossi, studiandola con estrema attenzione. L'esaminò per bene scoprendo, con sommo dispiacere, che entrambe le magre braccia di Gioia erano fasciate da garze e bende.
A fatica, riuscì a compiere un solo piccolo passo all'interno di quella stanza ma, non appena lo fece, l'aria cominciò a mancargli e fu costretto ad uscire in fretta e furia dalla camera. Lasciò la porta, laccata di bianco, spalancata ed andò a poggiarsi con la schiena contro la fredda parete del medesimo colore della porta.
Si passò una mano sulla folta barba, cercando di riprendersi.
<Mio Dio! Da quant'è che non vedo quella ragazzina?> si chiese, lasciando appena andare all'indietro la testa e chiudendo gli occhi.
<Quanti anni ha? Diciassette?> si domandò mentalmente, riflettendo. <No. Diciannove. Cazzo quella ragazzina ha già diciannove anni!>
Con addosso un nervosismo che non gli apparteneva, estrasse dalla tasca anteriore dei suoi jeans il pacchetto, oramai semi vuoto e mezzo accartocciato, delle sigarette. Ne estrasse una, portandosela immediatamente alla bocca.
Sapeva, fin troppo bene, che all'interno dell'ospedale non poteva assolutamente fumare. Ma gli bastava stringere tra le labbra quella cazzo di sigaretta per rilassarsi anche solo un pochino.
"Lo sai che qui non puoi fumare"
La triste ma, al tempo stesso, severa voce di Eleonora, attirò l'attenzione di Viper. Costringendolo, suo malgrado, a puntare i suoi occhi in direzione della donna. E, non appena la guardò, poté notare che la rossa indossava quella noiosa ed ordinaria divisa da infermiera. E, stretto tra le sue magre mani, vi era un bicchiere di carta ricolmo di caffè.
Rimase in silenzio, Viper.
In totale silenzio e concentratissimo nello studiare Eleonora. Dalla quale, solo man mano che si avvicinava a lui, si potevano scorgere ben delineate sotto ai suoi occhi delle profonde occhiaie.
Era un chiaro segno che, da chissà che giorno di preciso, la donna si divideva tra gli stancanti ed assurdi turni da infermiera, e lo stare a vegliare su sua figlia.
"Come se non lo sapessi" rispose l'uomo sulla cinquantina. Subito dopo levò dalla bocca la sigaretta, poggiandola tra l'orecchio e la testa. "Mi vuoi dire cosa è successo?"
Con un cenno del capo, Eleonora invitò Viper a seguirla nella piccola saletta d'attesa del reparto, così che Gioia non si svegliasse, origliando la loro conversazione.
L'infermiera, dopo essersi accomodata su di una delle seggiole di plastica, diede un lungo sorso al suo, oramai, tiepido caffè. Poi lentamente ruotò il capo alla sua sinistra, osservando l'uomo che le sedeva accanto.
"Si è fatta del male, Viper" ammise lei in un flebile sussurro. "Sta attraversando dei mesi bui. Non sta bene con se stessa e..." si bloccò. Le mani presero a tremarle appena. "...Due giorni fa ha avuto un crollo e..."
"Ha tentato di suicidarsi?" domandò lui, conoscendo già la risposta. La donna si limitò semplicemente ad annuire. Viper si passò le mani sul viso, formulando poi un "Da quanto tempo è che lo fa?" Non diede il tempo alla mamma di Gioia di rispondere. "Da quanto tempo è che si fa del male?"
"Quasi un'anno" ammise la donna sulla quarantina, puntando i suoi occhi verso il bicchiere ormai vuoto.
"Un anno?!" il timbro di voce di Viper era un misto tra l'incredulo e lo scioccato. "Si può sapere cosa cazzo hai fatto in questo anno, Eleonora?" si alzò di scatto dalla seggiola sulla quale, fino a quel preciso momento, era stato seduto. "Dove eri mentre quella ragazzina si faceva del male?"
"Quella ragazzina? Sul serio Viper?" l'infermiera alzò, di qualche nota, il tono della sua voce. "Quella ragazzina, come tu la chiami" riprese a parlare, marcando il termine con il quale Viper si era riferito a Gioia. "E' tua figlia, cazzo!"
Nell'udire quella frase... Quella maledetta verità, l'ex membro dei Sons of Silence cominciò a scuotere il capo in segno di negazione, mormorando un "Ah, ah. Non cominciare di nuovo con questa storia, Ele" Si passò poi una mano sui suoi indomabili ricci, proseguendo poi a parlare. "Sono stato chiaro fin da subito, o sbaglio?" chiese, sollevando un sopracciglio. Per tutta risposta la donna dai capelli rossi annuì semplicemente. "Vent'anni fa, quando mi hai rivelato di esser incinta, ti ho dato la possibilità di scegliere, Eleonora" Prese a camminare avanti e indietro davanti all'esile figura dell'infermiera. "Ti ho chiaramente detto che, semmai avessi voluto tenerla, ti saresti occupata di lei da sola. Contribuisco economicamente, perché è giusto. Ma la cosa finisce lì"
"Viper" il timbro di voce di Eleonora era incline all'esasperato. "Gioia ha bisogno di te, di suo padre"
"Maledetta la volta che sono venuto a letto con te per riuscire a dimenticarmi di lei" lui si lasciò sfuggire dalla bocca tali parole.
Lei non lo diede affatto a vedere ma, sentire pronunciare quelle parole proprio dall'uomo che, a lungo, aveva amato terribilmente, le fece male. Quelle parole le erano state scoccate addosso come una freccia ricolma di veleno, trafiggendole pelle e carne.
Con movimenti frettolosi, Viper recuperò il proprio cellulare dalla tasca posteriore dei jeans, intento a sapere che ora fosse. Non appena realizzò che mancava meno di mezz'ora alla mezzanotte, orario prestabilito da Andrea per il loro incontro, decise che era giunto il momento di andarsene.
"Il mese prossimo ti manderò più soldi" tagliò corto così, come se Gioia, sua figlia, non avesse poi così tanta importanza. Parlava di lei come di una transazione. Nulla di più. "Ora, se non ti spiace, devo andare" aggiunse, rimettendo all'interno della tasca lo smartphone. "Samantha è nei guai e ha bisogno di me"
A quella confessione Eleonora non ci vide più. Assottigliò lo sguardo in due taglienti fessure, accartocciando poi il bicchiere di carta che, ancora, stringeva nella mano destra. E, nel farlo, qualche piccola gocciolina di caffè le bagnò le lunghe dita, finendo con lo sporcare le piastrelle del pavimento.
"Possibile che, quella ragazza ed i suoi cugini, per te siano più importanti della tua stessa figlia?" Gli occhi verde acqua che possedeva cominciarono ad inumidirsi a causa di quelle salate lacrime che, prepotentemente, le stavano appannando la vista. "Sei stato cacciato dal clan, eppure..." si bloccò un attimo, bloccando il singhiozzo che le giaceva in gola. "...Eppure, appena uno dei tre ragazzi ha bisogno di una mano, tu corri subito da loro" disse, compiendo qualche passo verso la snella figura del cinquantenne, fermandosi a pochi centimetri di distanza da lui. "Mentre tua figlia, colei che ha il tuo stesso sangue" proseguì, colpendolo in pieno petto. "Chiede il tuo aiuto, tu la ignori completamente"
L'ex membro dei Sons of Silence ingurgitò un piccolo grumo di saliva che gli giaceva in bocca. Si inchinò leggermente in avanti, così che le sue labbra si trovassero all'altezza dell'orecchio sinistro di Eleonora.
"Nonostante tutto loro sono e resteranno sempre la mia famiglia. Al contrario di te e di quella sciocca ragazzina che hai come figlia" sputò quelle parole come se fossero veleno.
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"Merda! Sono in ritardo" imprecò ad alta voce il cinquantenne, schiacciando con maggior forza il piede sull'acceleratore.
Davanti a quel gesto, il suo vecchio Pick-up andò su di giri, ricordando così a Viper di cambiare marcia. Giusto per non fondere il motore del veicolo.
Imboccò la stretta stradina che conduceva al vecchio ed abbandonato magazzino, picchiettando le dita della mano sinistra contro il volante.
Non appena arrivò a destinazione, trovò il capo dei Sons of Silence, Andrea Rossi, intento ad aspettarlo. Braccia incrociate al petto e fondo schiena poggiato contro la sella della sua inseparabile Harley Davidson Road King.
"Lo so, lo so. Sono in ritardo" parlò Viper, dopo aver accostato accanto alla motocicletta di Rossi, ed aver abbassato il finestrino anteriore posto dal lato del passeggero. "Ho avuto un piccolo contrattempo" aggiunse poi, come a volersi giustificare.
"E questo contrattempo" prese la parola l'uomo brizzolato, mettendo tra delle immaginarie virgolette l'ultimo termine pronunciato. "Per caso porta il nome di Gioia?" chiese, agguantando successivamente il proprio zaino da terra.
<Possibile che sappia sempre tutto?> mentalmente Viper si pose questo quesito, mentre osservava il suo ex capo mentre caricava nel baule del suo Pick-up lo zaino.
Non appena Andrea prese posto nel sedile anteriore della vettura di Viper, puntò i suoi occhi chiari verso il riccio, osservandolo con attenzione e curiosità.
"Ci sono problemi con Eleonora e Gioia?" domandò Rossi, dopo essersi allacciato la cintura di sicurezza. Per tutta risposta, Viper si limitò unicamente a negare col capo. "Non pensi sia arrivato il momento di assumerti le tue responsabilità e fare il padre?"
"E' proprio questo il punto... Non voglio essere ne tanto meno fare il padre" rispose, girando la chiave e mettendo in moto il Pick-up.
<Almeno non a lei>
La fine di quella frase la pensò. Decidendo che era meglio tenersi per sé tali parole.
"Saresti un buon padre, lo sai vero?"
Viper non rispose. Anche perché non sapeva minimamente cosa dire. Si limitò semplicemente a puntare le sue chiare iridi verso quella strada, poco illuminata, che si trovava davanti a loro. Scosse un paio di volte il capo, scrollandosi di dosso quei tristi pensieri che gli affollavano la mente, decidendo di prestare la massima concentrazione verso la loro missione. Ovvero quella folle caccia in Sardegna.
E si. Lo sarebbe stato, davvero. Peccato solo che, la possibilità di essere un buon padre, gli era stata strappata via tanti anni prima. Portandolo a dirsi che, mai e poi mai, sarebbe stato in grado di essere quella dannata figura paterna che tanto sognava di essere.
San Juan, Portorico
"Su quante cose mi hai mentito, Samantha Moretti?" le chiese El Diablo, tenendole il mento ben saldo tra le dita, obbligandola così ad osservarlo.
Perez rimase per alcuni secondi accucciato a terra, con gli occhi inchiodati sulla figura di lei, intenti a captare anche il più piccolo segnale di timore.
La Moretti, d'altro canto, sentendosi quasi sotto interrogatorio, mosse piano e all'indietro la testa, sottraendosi così alla presa del portoricano. Successivamente ruotò il capo alla sua destra, evitando in quel modo di rispondere alla domanda che gli era stata posta.
Il moro, dopo aver poggiato la mano sinistra sulla coscia di lei, giusto per darsi un piccolo slancio, si rimise in posizione eretta. Silenziosamente, cominciò a curiosare all'interno di quel portafogli dalle tonalità scure, estraendovi poi una vecchia fotografia. La guardò per alcuni lunghi ed interminabili secondi.
Puntò nuovamente i suoi lucenti smeraldi verso la ventiquattrenne. La quale se ne stava in assoluto silenzio, intenta ad osservare l'ambiente circostante. El Diablo rivolse lo sguardo altrove, porgendo nuovamente il contenuto dello zainetto di Samantha ad El Perro. Il quale rimise tutto al proprio posto, tenendo poi stretto in mano quella piccola sacca fatta in cuoio e borchie.
<Moretti, Moretti, Moretti> mentalmente Ruben ripeté il cognome della biondina, riflettendo.
Si passò pollice ed indice sul leggero baffetto posto sopra il labbro superiore, mormorando poi un "Perché il tuo cognome mi suona così famigliare?"
E, quella domanda, più che esser stata fatta a Samantha, Ruben se l'era posta a se stesso.
Aveva già udito, vari anni prima, quel cognome. Ma, ora come ora, non rammentava dove lo avesse sentito.
Nell'ascoltare quella domanda, la biondina cercò di restare il più tranquilla possibile. Provando, in quel modo, di evitare di destare troppi sospetti ed interrogativi nel cervello del portoricano. Il quale continuava, con fare insistente, ad osservarla. Curioso più che mai di vedere come, quella ragazzina, gli avrebbe risposto.
"Il mio cognome è uguale alla marca della birra Moretti" replicò il giovane membro dei Sons of Silence, guardandolo in malo modo. "Probabilmente è per questo motivo che ti suona famigliare" concluse, soddisfatta di quanto aveva appena detto.
"Mhn" mugugnò il trentenne, metabolizzando tali parole. "Forse hai ragione" concluse.
"Quindi come funziona, mhn?" domandò lei, facendo vagare i suoi occhi chiari verso ogni singolo membro dei Siervos del Diablo. "Marchio, foto e poi mi metti a battere per strada?" chiese, il timbro di voce incline allo sfotto, mentre le sue iridi si soffermarono forse più del dovuto sulla possente figura di Luka. Cosa che Ruben notò. Eccome se la notò. "Mi spiace per te ma non faccio la puttana" concluse, guardando dritta negli occhi il famigerato El Diablo.
"Sai, Samantha" cominciò così il suo discorso, chiamandola col suo vero nome. E, credetemi. Alla ventiquattrenne per poco non mancò l'aria nel sentire il suo nome lasciare la gola del moro. "Credo che tu abbia guardato troppe volte Narcos" affermò con voce scherzosa.
La Moretti si morse l'interno guancia, provando a trattenere una fragorosa risata.
<Davvero vuoi fare il finto tonto?> si chiese tra sé e sé lei, facendo appena oscillare il capo in segno di disappunto.
"Mi spiace molto deluderti" replicò la ragazza dagli occhi azzurri, accendendo in Ruben una folle curiosità. "Sono più tipa da Sons of Anarchy"
E quella risposta fece involontariamente sorridere El Diablo. Tant'è che, con un semplice e deciso gesto della mano, invitò tutti i suoi uomini a lasciare il soggiorno. Geloso quasi che ci fossero altri orecchi ad ascoltare la loro conversazione.
Sia Ruben, sia Samantha, silenziosamente osservarono tutti i membri dei Siervos del Diablo lasciare il salotto. E, solo quando anche il secondo al comando, Javier Romero, lasciò la stanza, Ruben riportò tutta la sua completa attenzione verso quella cazzo di ragazzina che, fin dal loro primo incontro, lo stava mandando nel caos più totale.
Lentamente, non appena udì il suono prodotto dalla porta che si chiudeva, il trentenne cominciò a girare intorno alla sedia in cui la sua Mija stava seduta. La studiò per bene, notando come, nonostante fosse appena stava rapita, lei fosse assolutamente tranquilla. Posseditrice di un'assurda ed inspiegabile calma. Vide come, in modo sicuro di sé, raddrizzò per bene la schiena sulla sedia, alzando poi il mento in aria di sfida. Le si fermò proprio davanti, continuando ininterrottamente a mantenere il suo famelico sguardo su di lei.
E, più la ammirava, più comprendeva che Samantha non aveva minimamente paura di lui.
Anche perché come mai poteva, il giovane membro dei Sons of Silence, avere paura di uno come lui? Lei che, fin dalla nascita, praticamente, aveva vissuto tra male e morte?
E realizzare che, la sua Mija, non fosse affatto come tutte le altre, e che fosse in grado di tenergli testa, senza timore di esser ferita in qualche modo, portò Ruben a voler approfondire, ancor di più, la sua conoscenza.
Voleva conoscerla. Capirla e forse...Forse amarla.
Forse, con Samantha, finalmente sarebbe stato capace di provare quel cazzo di sentimento denominato amore.
Oh, Ruben. Metti caso che semmai, e ribadisco semmai, dovessi riuscire ad amarla, credi davvero che filerebbe tutto come tu comandi? Mi spiace solo dirti che, per tua sfortuna, per molto, molto tempo, non riuscirai a comprendere con chi hai veramente a che fare.
E desidero rammentarlo anche a voi.
È in corso un'insana partita a scacchi. Nella quale, la vita di quasi tutti, è in serio pericolo.
"Hai dei genitori a casa che ti aspettano?" domandò Ruben, mentre poggiava il sedere sul poggiolo di uno dei divani. Samantha si limitò unicamente a scuotere il capo in segno di negazione. Alimentando così la curiosità del capo dei Siervos del Diablo. "Vuoi dirmi che non hai nessuno, a Vicenza, ad aspettarti?"
"Mia madre è morta di leucemia quando avevo nove anni" ammise la biondina, mordendosi poi l'interno guancia. "Mentre mio padre... Lui l'ho perso quando avevo diciassette anni" confessò poi, evitando però di dire come, Alessio, fosse venuto a mancare.
Il portoricano rimase, per alcuni attimi, in totale silenzio. Intento a metabolizzare quanto aveva appena appreso. Poi, non fiatando, si avvicinò di qualche passo alla sua preziosa Mija. Si piegò appena in avanti, studiandola con estrema attenzione. Successivamente recuperò dalla tasca dei suoi jeans la foto che, svariati minuti prima, aveva trovato all'interno del portafogli della biondina. La guardò nuovamente per alcuni attimi, piazzandola poi sotto al naso alla Moretti.
"E di loro invece cosa mi dici?" domandò lui, curioso. "Loro due chi sono?"
E, gli occhi di Samantha, nel vedere i soggetti raffigurati in quella fotografia, si inumidirono appena. Visto che, purtroppo, loro due rappresentavano ancora una ferita aperta per la bionda.
"Loro..." la Moretti osservò ulteriormente la foto, ingoiando un piccolo groppo che le si era formato in gola. "...Loro sono mio fratello ed il mio nipotino" bisbigliò piano, bloccando quel singhiozzo che, da traditore, stava cercando in tutti i modi di fuoriuscire dalla sua bocca. "Purtroppo li ho persi quasi un anno fa in un incidente stradale"
"E la madre del bambino dov'è?"
"Ha lasciato mio fratello qualche settimana dopo la nascita del piccolo" confessò la ventiquattrenne, cercando di trattenere le lacrime.
Il trentenne, per alcuni secondi, rimase in silenzio. Intendo non solo ad elaborare le informazioni appena apprese. Ma anche a controllare un'eventuale cambio di umore da parte della ragazza italiana.
"Chi mi dice che mi stai dicendo la verità?" domandò lui, dopo un po'.
E, quel quesito che aveva appena posto, risultava più che lecito. D'altronde, fin dal loro primo incontro, Samantha era stata in grado di mentirgli spudoratamente.
Quindi come poteva, Ruben, ritenere veritiere le parole che, la Moretti, gli stava dicendo in quel preciso istante?
"Guardami negli occhi, Ruben" parlò la ragazza dagli occhi azzurri, mentre puntava il proprio sguardo sulla possente ma, al tempo stesso, slanciata figura de El Diablo. "Guardami negli occhi e dimmi se vedi qualche traccia di menzogna"
E Ruben lo fece. Guardò con estrema attenzione la sua Mija, cercando di comprendere se, effettivamente, stesse dicendo la verità oppure no. E, nel guardarla dritta in quei suoi occhi chiari, il moro non poté scorgere altro che pura e sincera onestà.
"Hector ti mostrerà la tua stanza" parlò nuovamente Perez, dopo aver distolto lo sguardo dalla biondina. "Puoi darti una ripulita prima di andare dalla dottoressa"
"Dottoressa?" domandò lei, sollevando un sopracciglio. "Cos'è... Mi vuoi far visitare per vedere se ho qualche malattia venerea trasmissibile?"
Nell'udire quella domanda, Ruben sollevò in aria gli occhi, scuotendo il capo in segno di negazione.
"Durante quella tua folle fuga" cominciò così il suo discorso El Diablo, avvicinandosi alla biondina. "Ti sei fatta male alla caviglia. La dottoressa ti controllerà per vedere la gravità della lesione"
Un quarto d'ora più tardi, sorretta proprio da Lopez, anche se non voleva minimamente essere aiutata nel camminare, la nostra giovane protagonista raggiunse quella che, per molto tempo, sarebbe stata la sua camera da letto.
Mentre Hector le spiegava, con estrema calma e gentilezza, dove avrebbe potuto trovare tutto il necessario per darsi una ripulita e mettersi comoda, Samantha gli era rimasta alle spalle, intenta ad aspettare il giusto momento per agire.
Difatti, durante il tragitto verso la sua stanza da letto, la Moretti aveva notato che, Hector, teneva bloccata nella cintura legata ai jeans, la propria pistola. E Samantha, nel vedere quella bellissima arma a pochi centimetri da lei, aveva cominciato a riflettere sul modo più efficace per sottrargliela.
Rimase per alcuni secondi ferma, trattenendo quasi il respiro. Poi, senza farselo ripetere due volte, con un passo veloce si avvicinò a Lopez e, con altrettanta rapidità, sfilò la pistola dalla cintura del membro dei Siervos del Diablo.
Hector sul subito non si accorse di nulla. Ma, non appena udì l'inconfondibile suono dell'arma da fuoco che veniva caricata, si bloccò di colpo. Poi, dopo aver deglutito, ruotò la sua snella figura in direzione della biondina, trovandola con il braccio destro sollevato in aria, e pistola alla mano.
"Che hai intenzione di fare, ragazzina?" chiese Lopez, sollevando istintivamente in aria le mani. In segno di resa.
"Te lo avevo detto, Hector" prese a parlare lei, assottigliando lo sguardo. "Io mordo"
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