𝗖𝗔𝗣𝗜𝗧𝗢𝗟𝗢 22. Per favore.
𝙎𝙚𝙪𝙡 𝙑𝙚𝙣𝙤𝙢𓆙
Ci sentiamo, tesoro, okay? Le ultime parole famose. Avrei tanto voluto tatuarmele da qualche parte, probabilmente in fronte in modo che chiunque mi avesse incontrato avrebbe saputo quanto io fossi idiota e stupida. A mia discolpa, comunque, potevo dire che Taehyung fosse dannatamente bravo con gli sguardi, con le parole, con qualsiasi gesto e con qualsiasi altra dannata cosa. Lui era un maledetto. Era un maledetto perché mi aveva fatto dimenticare, in uno strano modo, che tipo di persona lui fosse: il ragazzo che aveva perseguitato il mio migliore amico per settimane e che lo aveva pestato per ben due volte. Come era riuscito a farmelo dimenticare? Forse la colpa non era sua, ma mia e del mio essere così facilmente malleabile. Facilmente un cazzo. Era raro che io mi facessi mettere i piedi in testa da qualcuno, che qualcuno riuscisse a farmela sotto il naso, ma a quanto pareva non impossibile.
Da quanto tempo Taehyung non si faceva sentire? Due giorni? Forse tre? Fatto stava che io lo avevo aspettato. Avevo aspettato una sua chiamata, un suo messaggio, una sua visita o un suo minimo cenno di vita. Niente. non era successo niente. La parte orgogliosa di me, e anche mia madre, continuava a dire che doveva essere lui quello a cercarmi dopo tutto quello che mi aveva fatto passare, ma la mia parte femminista e razionale mi diceva che dovevo essere anche io quella a farsi sentire se davvero volevo qualcosa. Questo era uno dei problemi principali, appunto. Cosa volevo? Volevo qualcosa? No, che diavolo. E allora perché, solo pochi giorni prima, io avrei baciato Taehyung senza farmi troppi problemi? Perché avevo lasciato che lui mi sfiorasse, che mi toccasse? Maledetto. E maledetta anche me.
Le mie palpebre si abbassarono appena ed io sospirai leggermente. Cosa stavo facendo? Ero per caso infatuata del tizio che aveva reso la vita del mio migliore amico un inferno? E non mi vergognavo ad ammetterlo? Diavolo se mi vergognavo, in realtà, ma non c'era molto che potessi fare.
«Come va, Hera? Ti vedo troppo pensierosa»
Abbassai lo sguardo davanti il bancone e mi ricordai di sorridere come se quella fosse la migliore giornata della mia vita. Era sabato sera, fra una decina di minuti avrei finito il mio turno e sarei tornata a casa. Ma no. No, perché dovevo servire l'ultimo cliente rimasto in quel dannato e maledetto bar. Il signor Lee.
«Tutto bene, signore- lei? Come sta?»
Passai nuovamente lo straccio sopra quel legno lucido. Cercavo in tutti i modi di far capire a quell'uomo di doversene andare, di lasciarmi in pace, di smettere di guardarmi come se fossi un dannato pezzo di carne. Sebbene la mia uniforme fosse fatta da una t-shirt e dei pantaloni neri e larghi, il vecchio bavoso non aveva smesso nemmeno per un secondo di fissarmi. Aveva pure una moglie, lui, ed io avrei potuto essere sua figlia. Anzi, sua nipote.
L'uomo posò il suo ennesimo bicchiere di whisky e sorrise nel leccarsi le labbra. I suoi occhiali tondi ed enormi scivolarono un po' giù dal naso e lui fu costretto a riportarli al loro posto.
«Tutto come dovrebbe essere- sai, pensavo- mia moglie è via qualche giorno in una spa, quella donna si tratta come una regina-» il signore venne interrotto dal suo stesso singhiozzo. Poi, sorrise divertito nel guardarmi. Era decisamente ubriaco. «Ti andrebbe di venire a mangiare da me qualche sera?-»
«Ne sono lusingata, signore, ma non avrei nulla da-»
«Basta che porti il tuo bel faccino»
Vomito. Non riuscii a fingere un sorriso quando la mano rugosa dell'anziano raggiunse la mia sopra al bancone e la strinse. Il vecchio mi guardava con un'espressione ebete, beota che io pensavo avrei sognato anche quella stessa notte. Cercai di tirare via le mie dita tremanti da quelle dure e forti dell'uomo, ma fu più difficile del previsto.
Stetti per mettermi ad urlare quando la porta del magazzino venne aperta. Grazie a Dio. Sungho uscì con i suoi occhiali da vista, le carte che si divertiva a controllare e rileggere più e più volte. Lo sguardo del maggiore si sollevò su di me come a chiedermi cosa diavolo io stessi facendo ferma immobile, ma quando notò il signor Lee sorrise da orecchio a orecchio. Anche lui mi faceva piuttosto schifo.
«Signor Lee, è un piacere sapere che lei ami il nostro bar tanto da rimanere qui fino a tarda sera, ma ora purtroppo è orario di chiusura»
Non avrei mai pensato di poterlo dire, ma in quel momento fui grata a Sungho. L'uomo ancora seduto dietro il bancone annuì velocemente e scambiò qualche parola con il figlio del proprietario. Volarono auguri per la sua attività, auguri per la sua relazione amorosa, congratulazioni per il buono e bell'uomo che era lui. Poi, quando fu il momento di andarsene, Lee si girò per lanciarmi una veloce occhiata dall'alto verso il basso che mi fece rabbrividire per il disagio.
Sungho osservò il vecchio uscire dalla porta e subito dopo scosse la testa rassegnato. Aveva una bella faccia tosta. Il maggiore posò di botto i suoi fogli sopra il bancone pulito e sbuffò come se quel giorno avesse scalato qualche paio di montagne quando in realtà era solo rimasto in ufficio a fare chissà che cosa. Io ero quella che lavorava, lì dentro. Senza di me chissà dove sarebbe andato a finire quel diavolo di bar dato che nessuno voleva lavorare lì a causa delle teste di merda dei proprietari. E ancora avevano il coraggio di trattarmi male e di sottopagarmi.
«Questo è l'assegno del mese» Sungho quasi lanciò un pezzo di carta sul bancone ed io fui veloce ad afferrarlo prima che cadesse. Trattenni qualche offesa e lo ringraziai intascando i miei soldi. «Puoi andare, a chiudere ci penso io»
Annuii. Avevo già la mia borsa sotto il bancone, un paio di focacce calde già pronte e il cappotto a portata di mano, ma avevo deciso di fermarmi qualche secondo. Seppi bene che non fosse una buona idea chiedere dei favori a Sungho, sebbene fossero la decenza umana, ma in quel momento ci provai comunque.
«Sungho, c'è una cosa che vorrei dirti» presi un grosso respiro prima di uscire da dietro il bancone. Guardai gli occhi scuri del maggiore e vidi un sopracciglio alzato, l'espressione indispettita. «Qui si sta avvicinando l'inverno e la sera fa sempre più buio- ho difficoltà con i passaggi a casa e l'autobus non sempre passa quando finisco di lavorare- potresti togliermi i turni di sera? Quelli come questo in cui avrei chiusura? Potrei fare la mattina o il pomeriggio, non sarebbe un problema»
La fronte del moro si corrugò all'improvviso, il suo sguardo passò sul mio viso più e più volte come a chiedermi se stessi facendo sul serio o no. Poi, Sungho scoppiò in una fragorosa risata. Fu una risata sentita, divertita e che mi fece vergognare e imbarazzare di me stessa in un modo in cui non era mai successo.
«Tu credi che qui facciamo carità? Uhm? Solo perché sei una ragazzina che attira le attenzioni di un vecchio malato pensi che qualcuno possa pensare di stuprarti fuori di qui alle nove di sera?»
Il maggiore mise le mani sui fianchi, sorrise ancora una volta e scosse poi la testa incredulo. Io rimasi zitta.
«Vattene e torna domenica pomeriggio e non provare mai più a dire cazzate del genere» il ragazzo mosse una mano in aria sventolandola prima di sbuffare e ricominciare a controllare le carte sopra il suo bancone.
Non lo aveva appena detto. Non poteva averlo davvero detto.
Rimasi inerme per qualche secondo davanti la porta d'uscita con l'attenzione ancora rivolta a quel figlio di puttana. Giurai di avere la bocca spalancata, gli occhi lucidi e di essere sul punto di piangere. Vaffanculo. Io non ero una poppante, non ero una dannata ragazzina a cui serviva la protezione di qualcuno. Non seppi chi o che cosa mi fermò dal prendere a pugni quello stronzo, ma fu meglio così.
Mi strinsi nel grande cappotto lungo ed accesi il telefono. Mi guardai intorno in quella notte buia, piena di persone fuori dai bar ancora aperti, con solo qualche macchina che passava di tanto in tanto. Era sabato sera e questo significava che ci fosse abbastanza movida. Questo non mi aveva mai rassicurato.
«Pronto? Hera?-»
«Hoseok, hey- s-scusami se ti disturbo, ma ho bisogno di fingere di parlare con qualcuno che conosco»
Passai davanti un bar colmo di gente, con i tavoli fuori da esso pieni di altri ragazzi, ragazze che stavano comodamente bevendo o mangiando. Deglutii quando sentii dei fischi, ma in mezzo a quella musica, a tutta quella gente pensai che non fossero rivolti a me. Non poteva essere così, no? Ero appena uscita dal bar.
«Merda- dove sei? Ti faccio venire a prendere da papà- rimani ferma dove-»
«No, tranquillo, m-mio papà sta venendo a prendermi-»
Bugia. I miei genitori lavoravano fino a tardi nel fine settimana, ma speravo che Hoseok non se lo ricordasse. La sua memoria era peggiore della mia.
«Sei sicura di stare bene? Ti sento giù»
Mi strinsi nuovamente nel cappotto e presi un grosso respiro. Tenevo lo sguardo basso sui miei piedi nel passare accanto altre persone. Non mi piaceva incontrare gli sguardi della gente, vedere le loro facce ed espressioni. Volevo solo allontanarmi da quella parte troppo felice di Seoul e raggiungere il mio obbiettivo. Le focacce incastrate tra il giubbotto e il petto non sarebbero rimaste calde per molto.
«Non ti preoccupare, Sungho è stato il solito coglione»
«Madonna, quello è una testa di cazzo- perché ti ostini a lavorare con quella merda? Sai quanti altri bar puoi trovare-?»
«Molti, ma quanti possano andare bene con i miei orari universitari? Nessuno»
Hoseok borbottò offese rivolte al mondo, ai politici e a Sungho. Questo mi fece ridere un po'. Sollevai gli occhi per vedere quel grande, immenso edificio di fronte a me. Aveva chissà quante migliaia di finestre di vetro che durante il giorno parevano specchi, qualche decina di piani per non parlare del lusso presente all'interno. Non ero stata molte volte nella Torre, sebbene mio padre svolgesse delle pratiche importanti per l'azienda Tower che aveva sede lì, ma quel grattacielo era il più famoso di tutta Seoul. Era forse uno dei più alti e costosi edifici presenti in Asia.
«Avvisami appena sei a casa, altrimenti mi prendo un infarto ed è la volta buona che smatto-»
«Va bene, Hobi, lo farò» ridacchiai ancora a causa del mio stupido amico «Ora vado, mio papà è qui- tu riguardati e non fare di testa tua come al solito»
Declinai la chiamata sotto le continue lamentele del biondo e scossi la testa. Quell'idiota si ostinava a voler scendere dal letto di camera sua e ad allenarsi come ormai era abituato a fare da mesi a questa parte. Voleva crescere di muscolo, aveva detto. Per questo mangiava solo pollo e riso.
Mi chiusi la porta del grande edificio alle spalle e la cosa mi fece strano. Probabilmente dovevano ancora chiudere. La sala d'attesa che mi si presentò davanti era proprio identica a come l'avevo lasciata settimane prima quando ero venuta a consegnare i soldi a Taehyung. E quando lui mi aveva rapito e fatto portare a casa sua da uno dei suoi scimmioni, in soldoni.
Mollai la presa ferrea che ebbi sul cappotto e strinsi le focacce con entrambe le mani. Scottavano ancora, per cui la borsa di carta mi stava leggermente sciogliendo le dita, ma sopportai il dolore. Camminai verso quell'enorme corridoio con un tappeto rosso per terra, dei lampadari enormi ogni paio di metri. Le luci erano accese ai lati del soffitto, ai lati del pavimento. Le pareti erano colorate di un bianco puro, candido senza la minima ombra di tocco o graffio. Quell'edificio sembrava nuovo di zecca. Mi ricordava vagamente l'ufficio di Taehyung. Dov'era? Al secondo piano, ricordai. Almeno le scale non sarebbero state troppe da fare. Ero già stremata.
Mi bloccai qualche secondo ad osservare un grande, enorme quadro appeso proprio alla mia sinistra. La cornice era dorata, con qualche dettaglio in rilievo. Ciò che la tela rappresentava era un bellissimo paesaggio di campagna, una collina in lontananza, un cielo limpido, azzurro ed un panorama mozzafiato. Avevo già visto quel posto, poteva essere possibile? Aggrottai le sopracciglia ed avvicinai una mano alla grande tela, però senza toccarla. Era Daegu? La mia città natale?
«E tu chi saresti?»
Saltai sul posto e quasi urlai al suono di quella voce. Portai le focacce davanti il mio viso come se avessi potuto proteggermi con quelle. Il mio respiro accelerato, i miei occhi spalancati non si calmarono quando incontrai lo sguardo nascosto della guardia davanti a me. Era un uomo maturo, con occhiali da sole a coprirgli le iridi probabilmente scure. Non era la stessa guardia che avevo incontrato tempo prima e che mi aveva trascinata nell'appartamento di Taehyung. Era qualcun altro.
«Oh, io- io sto cercando Taehyung- sa per caso se è ancora qui o se-?»
«Il signor Kim non accetta visite e non mi ha informato di nessun incontro»
Cavolo. Era scontroso il tipo, forse più del suo predecessore. Ero abbastanza sicura che Taehyung fosse nel suo solito ufficio anche a quell'ora della notte e non perché anche i miei genitori lo fossero, ma perché lui era un malato di lavoro e non prendeva pause nemmeno per mangiare o dormire. Ancora non avevo capito come avesse fatto a non sviluppare una sorta di disturbo fisico o alimentare. L'ho detto che non è umano.
«Vede, questo è un regalo per il signor Kim e ci terrei a consegnarglielo di persona- non ci metterò molto- vedrò il signor Kim e poi me ne andrò-»
«Vattene»
Sollevai di scatto le sopracciglia e, probabilmente, senza saperlo feci comparire anche il mio doppio, triplo, mento. Bene. Erano tutte così scorbutiche le persone che lavoravano in quella dannata Torre? Forse Taehyung, per reclutare gente, faceva un test sulla cordialità. Più basso era il punteggio, più alte erano le probabilità di venire assunti. Dovevo fare a modo mio. Sapevo bene che il tizio vestito da pinguino stesse solo facendo il suo lavoro, ma io dovevo vedere Taehyung. Ne avevo bisogno.
Annuii alle parole della guardia e sorrisi. Finsi di voltarmi per uscire dal grattacielo e, quando meno se lo aspettò, mi girai di scatto superando le sue grosse spalle. Corsi come una forsennata come se da quello dipendesse la mia vita. Dietro di me sentivo le urla, le imprecazioni dell'uomo che minacciava di fermarmi, anche di uccidermi, ma questo non mi fermò. Avvertii qualcosa sfiorare il mio cappotto e cacciai un grido avendo paura che la guardia potesse avermi raggiunta, ma poi acquisii velocità. Percorsi quelle dannate scale come una persona con la pressione bassa non avrebbe dovuto fare, misi un piede davanti all'altro senza nemmeno guardarli proprio come una persona con zero equilibrio non avrebbe dovuto fare, ma l'adrenalina che ebbi in corpo mi permise di non cadere, di non svenire. Santo Dio. Taehyung avrebbe dovuto baciarmi i piedi.
Aprii di scatto la porta che seppi essere dell'ufficio del castano e me la chiusi alle spalle. Fui pronta a fermarmi e a fare qualsiasi cosa, ma sbattei come un'idiota addosso a qualcosa di duro, di alto, largo e che quasi mi staccò il naso dalla faccia. Avrei riconosciuto le spalle di Taehyung anche fra mille.
Quando il maggiore si voltò, io mi affrettai a nascondermi dietro la sua schiena. Premetti le mani sulle sue braccia e posai la fronte sulle sue spalle. Respiravo affannosamente, le gambe che minacciavano di cedere, la testa che pulsava, le focacce incastrate fra le mie dita che ormai dovevano essere poltiglia. Poi, il silenzio.
Aprii piano gli occhi e spiai qualsiasi cosa stesse succedendo davanti al petto di Taehyung dalla fessura fra il suo braccio e il suo fianco. La guardia era ferma proprio di fronte al signor Kim con una quantità enorme di ossigeno che usciva dalle sue labbra secche e spalancate, una mano sulla fronte imperlata di sudore, l'altra posata sul suo ginocchio leggermente piegato. Lo avevo fatto sudare parecchio.
«Mi dispiace- signor Kim- la ragazza- mi è scappata-» l'uomo ringhiò tra un respiro profondo e l'altro. Quando si sollevò dritto in piedi riuscì a vedermi subito ed io potei avvertire il suo sguardo omicida anche attraverso quegli occhiali da sole. «Ora butto fuori questa bamboccia e le faccio capire cosa diavolo ha fatto-»
Squittii dietro le spalle del castano e chiusi ancora gli occhi aspettando di venire torturata nei peggiori dei modi quando la guardia allungò una mano verso di me, ma non successe nulla. Sollevai le palpebre dopo dei secondi di silenzio e, quando vidi ciò che stava succedendo, le sbattei qualche decina di volte.
La mano grande, tatuata di Taehyung stringeva il polso del grande e possente uomo in un modo forte, ferreo che a me avrebbe sicuramente lasciato un livido il giorno dopo. Porca puttana. Non riuscivo a vedere che espressione avesse il castano, ma a giudicare da quel gesto doveva essere parecchio arrabbiato.
«Dì un po', idiota- perché pensi che il tuo ex collega sia stato cacciato da qui a calci in culo? Mh?» il sibilo ringhiato di Taehyung fece paura persino a me che stavo solo osservando da fuori. Di cosa stava parlando?
«Io- signore, mi scusi- non pensavo-»
«Tu non devi pensare, chiaro?» il ragazzo lasciò andare di scatto la mano della guardia e questa iniziò a massaggiarsi il polso. Aveva impressa sul volto un'espressione sofferente, impaurita allo stesso tempo. «Il suo nome è Hera e lei può entrare e uscire da qui dentro quante volte ed ogni volta che desidera, mi hai capito bene?»
«Sì, ho capito-»
«Non ti sento!»
Trasalii a quel repentino cambio di tono, ma premetti maggiormente il mio viso contro il corpo di Taehyung coperto da una delle sue solite camicie eleganti. Mi stavo sentendo in colpa. Quell'uomo stava solo cercando di fare il suo lavoro.
«Sì, signore- ho capito tutto, non succederà mai più»
Taehyung sbuffò sonoramente scuotendo la testa e fece un cenno veloce al buttafuori che, senza nemmeno battere ciglio, si congedò con un inchino ed uscì dalla stanza nel più religioso dei silenzi. Diavolo. Ora mi sentivo triste, umiliata a causa di Sungho e pure colpevole a causa di ciò che avevo fatto io stessa.
Non riuscii a continuare a colpevolizzarmi che la schiena muscolosa e sicura su cui ero posata divenne un petto. Un petto largo, muscoloso e sempre sicuro. Dannazione. Preferivo avere a che fare con la guardia di poco prima. Indietreggiai impaurita dalla possibile reazione di Taehyung ed osservai i suoi occhi marroni essere piccoli, stanchi e forse stremati. Da quanto non risposava? Le sue labbra arricciate in una smorfia di rimprovero come se lui stesse avendo a che fare con una bambina. Non era propriamente così, che diavolo. Io volevo solo portargli la cena.
«Perché sei qui a quest'ora? Potevi chiamarmi e sarei venuto io»
«Volevo- ho preso la cena»
Premetti la busta con le focacce contro il suo petto e feci cadere lo sguardo a terra. Diamine. Il suo tono ora era basso, dolce, sussurrato e così gentile nel parlare con me, sebbene avesse urlato contro un uomo solo pochi secondi prima.
Taehyung prese la busta dalle mie mani e la aprì per vedere cosa ci fosse dentro. Sorrise nello scuotere la testa e fui io quella a stranirmi. Cosa aveva da ridere?
«Hai seminato la mia guardia e ti sei infiltrata per portarmi le tue focacce?-»
«Se tu imparassi a mangiare e a dormire per almeno sei ore, io non sarei qui»
Gli puntai addosso l'indice. Lui osservò quel mio gesto come se fosse la cosa più divertente del mondo ed io volli dirgli di smetterla. Mi sentivo presa in giro. Avevo fatto bene a portargli la cena? Magari sembravo idiota.
«Ho sentito la parola focacce?»
La busta con il cibo scomparve dalle grandi mani di Taehyung per finire fra delle dita minute, bianche come il latte e curiose. Jimin? Da dove diavolo era saltato fuori? Oh merda. Mi voltai verso l'unica parte di stanza che non avevo ancora esaminato e quasi mi caddero le braccia. Dannazione.
Tutti i ragazzi giovani che io avevo visto quella notte a casa mia, gli stessi che c'erano quando io avevo dato i soldi a Taehyung, gli stessi che avevano picchiato Hoseok erano lì presenti. Alcuni erano seduti su delle poltrone attorno ad un tavolo pieno di bottiglie di alcool, altri in piedi con le spalle attaccate al muro che mi fissavano quasi come se fossero infastiditi dall'avermi lì. Erano giovani, avevano forse la stessa età di Taehyung o forse erano più grandi di pochi anni. Mi facevano paura, decisamente. Assieme a loro c'era anche il ragazzo delle patatine e il ragazzo che mi aveva rubato il telefono dalle mani quella notte a casa mia. Avevo interrotto una riunione o qualcosa del genere?
Indietreggiai senza nemmeno rendermene conto e feci scontrare la schiena contro quello che doveva essere il corpo di Taehyung. Dannazione, è sempre in mezzo ai piedi. Non era stata una delle mie migliori idee quella di presentarmi lì.
«Hera? Hai una focaccia per me? Taehyung ci tiene qui rinchiusi da tutto il giorno»
Guardai di sfuggita Jimin come a chiedergli se stesse facendo sul serio. Come poteva quel tizio essere così spensierato, felice anche dentro una stanza piena di brutti ceffi? Le loro teste piegate, le espressioni arrabbiate, di puro disgusto. Chissà cosa stavano facendo prima che io li interrompessi. Di sicuro niente di legale.
«Puoi- puoi mangiare la mia, non ti preoccupare-»
«Molla qua, idiota»
Le parole aspre di Taehyung fecero borbottare Jimin. Taehyung si faceva parlare in quel modo dall'altro ragazzo? Dovevano conoscersi davvero bene.
«Tesoro, non è un buon momento» il tocco dolce del maggiore mi fece riportare l'attenzione su di lui. Nel vedere quello sguardo gentile quasi mi sciolsi. «Ti faccio portare nel mio appartamento e ti raggiungo appena ho finito, okay?-»
«No, non è okay-» deglutii e parlai a bassa voce in modo che potesse sentirmi solo Taehyung. Lui inarcò un sopracciglio. «So come sei- mi farai aspettare fino alle cinque del mattino e- io domani mattina lavoro, non posso stare sveglia-»
«Tu hai il turno domani pomeriggio-»
«Per favore»
Un sospiro carico di stress, di tristezza e di qualcos'altro fece tremare tutto il mio petto nell'uscire fuori. Mi sentii come se fossi sul punto di piangere, di singhiozzare come una poppante a causa del pezzo di merda di Sungho, della fatica che avevo fatto per raggiungere Taehyung e del pensare di dover rimanere rinchiusa in un appartamento buio e sconosciuto per le prossime sette ore.
Come se lo avessi voluto, sentii una lacrima scendere dalla guancia. Maledizione. La asciugai con la manica del cappotto, ma fu troppo tardi. Taehyung l'aveva vista.
«S-scusami, ho ancora i postumi del ciclo»
Cercai di ridere e di sviare l'attenzione, ma il maggiore non ci cascò nemmeno per un secondo. Sembrava più infuriato che altro.
«Okay, tutti fuori- avete già capito quali sono gli accordi-»
«In realtà ci sono ancora delle parti da definire-»
«Non me ne frega, Namjoon- vattene e riferisci al tuo capo»
Non avevo mai sentito Taehyung essere così autoritario, così seccato, sebbene lui lo fosse quasi sempre e per qualsiasi cosa. Continuai a fissarlo dal basso, mentre lui disse cose ai ragazzi alle mie spalle. Che anche loro spacciassero? Che anche loro vendessero droga e che Taehyung si stesse mettendo d'accordo con loro?
Non avevo le forze necessarie per pensarci.
×××
Buonaseraaa,
come state?
SCUSATE PER IL RITARDOOO🥺 spero comunque di essermi fatta perdonare con questo capitolo🦦
so che avete aspettato tanto per questo capitolo e ECCOCI QUIIIIII, finalmente questi due si sono dati una svegliata, potete ringraziarmi anche subito, ma vi consiglio di aspettare il prossimo dove ne succederanno delle belle🥰
anyway, cosa ne pensate? soprattutto, che commenti avete per sungho? io vorrei solo ucciderlo🤡
ho odiato il suo personaggio dal primo momento in cui lho creato, quindi spero che lo odiate pure voi♡
riuscite a vedere anche voi il soft spot di taehyung per hera? ha interrotto un'intera riunione per lei🥺 tralasciando lo spaccio e le minacce di morte è una brava persona🌚
detto questo, spero che il capitolo vi sia piaciuto♡ fatemelo sapere con un commento e una stellina se vi va💜
al prossimo,
-J××
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