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Capitolo 6 [Seconda parte]



Con il passare dei minuti, Sunny si stancò di stare in piedi in un punto, e decise di passeggiare per quel lato del corridoio, ancora abbastanza vicino perché Cauchemar potesse trovarlo. Aveva già visto il negozio di caramelle, forse poteva intrattenersi con altro. Ad esempio guardando da lontano il bambino che si era buttato per terra ed aveva cominciato a piangere, o la ragazza che portava con sé così tanti sacchetti da non riuscire a stare in equilibrio sui tacchi, o il palloncino che qualcuno aveva lasciato andare, e adesso stava risalendo fino al soffitto.

Non amava stare in mezzo alle altre persone, ma anche se preferiva la solitudine, ogni tanto prendersi quei momenti per guardarsi intorno era piacevole. Osservare da un angolo, senza attirare l'attenzione, a contemplare la vita delle altre persone e cercare di leggere qualcosa nel loro portamento, nel loro vestiario, nei loro volti.

E pensare che non avrebbe mai più rivisto nessuno di loro.

―Hai visto? Che ti avevo detto, è stato facile.―

Cauchemar si avvicinò a lui, raggiungendolo in corridoio. Era stata brava, ad individuarlo in mezzo alla folla, pensò Sunny, prima di notare il foglio di carta che aveva in mano.

―Che cosa hai trovato?―, chiese lui, d'un tratto agitato.

―Solo un documento di testo... nient'altro. L'ho stampato, se vuoi vederlo―, rispose lei, ed aprendo il foglio, lo mostrò a Sunny.

Quello che c'era scritto sopra non aveva senso.

―Che cosa sono? Numeri e basta?―, domandò Sunny, seguendo con lo sguardo la stringa di uno e zero che si rincorreva sul foglio. Era ovvio che si trattava di un codice. Uno come il Braille che gli aveva mostrato Amanda, quella mattina.

―Sì, ma non so cosa significhino, ovviamente―, rispose Cauchemar. ―Temo che la nostra ricerca finisca qui...―

―Cosa?―, disse Sunny, esterrefatto. Era stato difficile per lui contenersi mentre lo diceva, anche se il suo primo istinto era stato quello di gridare. ―Ma... ci deve essere un modo per decifrarlo!―

Cauchemar si guardò attorno, ed i suoi occhi vagarono per un attimo fra la folla. Sembrava... diversa. Non stava dando alcuna occhiata a ciò che era scritto su quel foglio, ed il suo viso non era più illuminato dalla sua solita curiosità. Sembrava come infastidita, come se tutto d'un tratto quella storia avesse cominciato a darle noia.

Forse era dover avere a che fare con Sunny. Forse era questo a darle fastidio.

―È così importante per te?―, chiese, senza però guardarlo negli occhi.

―Cauchemar, stai scherzando? Siamo arrivati fino a qui, abbiamo fatto tutta quella fatica per trovare il luogo della foto, abbiamo scoperto cosa conteneva quel floppy disk... perché all'improvviso ti stai tirando indietro?―

―Perché... non so risolverlo. E se non sai farlo neanche tu allora è un vicolo cieco.―

Ma c'era un modo per risolverlo. Sunny sapeva che c'era. Il rapitore di Maple non avrebbe avuto motivo di recapitare loro un messaggio incomprensibile. Voleva qualcosa da loro, voleva qualcosa da Sunny, e lui sarebbe stato disposto a tutto pur di trovare Maple.

Anche se... anche se in quel modo stava mettendo a repentaglio la vita di Cauchemar. E lei stava iniziando a dubitare di lui.

―Hai ragione, non è importante. Posso avere il foglio che hai stampato, però?―, le chiese rassegato.

Lei non disse una parola, e gli porse il pezzo di carta. Sunny lo chiuse e se lo portò nella tasca dei pantaloni, sospirando. Adesso stava a lui, adesso Cauchemar era stata sollevata dall'incarico, e da quel momento in poi sarebbe stata fuori dal gioco, un po' più al sicuro. Da quel momento in poi, Sunny doveva cavarsela da solo.

Ed era giusto così.

―Vuoi risolverlo da solo?―, chiese lei. E lentamente il suo sguardo scostante ed infastidito tornò ad essere lo stesso di sempre. Comprensivo, amichevole.

―Sì, magari quando avrò tempo. E comunque... fra pochi giorni dovrò comunque andarmene. Almeno potrò dire di averci provato.―

Le orecchie di Cauchemar le si appiattirono sul cranio, e lei sembrò sconvolta da quella notizia. Il piccolo campanellino, quello che portava alla coda, risuonò. E le sue mani si appesero nervosamente alla borsa. ―Andartene?―

―Certo, torno a casa―, rispose Sunny, con tutta la calma del mondo. Anche se, purtroppo, ciò che lo aspettava era molto peggio del semplice ritorno da una vacanza. Ma ormai si era impegnato troppo nelle proprie bugie, per permettersi di venire allo scoperto.

―Allora... ti andrebbe di vederci domani? Un'ultima volta, almeno per salutarci. Potremmo andare alla caffetteria sul corso principale, lì c'è anche un Internet Point. Magari... con l'aiuto di internet...―, propose lei, indicando con lo sguardo la tasca dove Sunny aveva conservato il foglio. Dal modo in cui parlava, sembrava... triste. Ma se aveva avuto un'idea di come risolvere l'enigma sin dall'inizio, perché si stava facendo avanti proprio adesso? Che cosa aveva cambiato in lei la notizia che Sunny stesse per andarsene?

―Mi farebbe piacere. Linea del tram?―

―Tre. Anche se credo che anche la uno passi da quel punto.―

―Va bene, ci sarò―, rispose lui, indietreggiando per il corridoio. Le fece cenno con la testa di seguirlo, e lei sembrò esitare. ―Ti va di farci un giro? Abbiamo ancora tutto il pomeriggio.―

Lei aprì la bocca per dire qualcosa, ma alla fine annuì e basta, camminando lungo il centro commerciale.

E mentre erano fermi davanti una vetrina, lei si appese al suo braccio come aveva fatto al vecchio parco giochi. In quel momento, guardando nella vetrata, Sunny riuscì ad intravedere il loro riflesso.

E pensò che, dopotutto... era un vero peccato doversi separare da lei.

Sunny tornò a casa con un peso sul cuore. Suonò il campanello, ed aspettò che Harry o Amanda venissero ad aprirgli. Dietro la casa, il tramonto aveva reso le nuvole rosse, e adesso sembrava che un incendio avesse avvolto il cielo. Una folata di vento sollevò le foglie dall'ingresso, e Sunny le guardò andar via nell'aria della sera. Era stanco.

Tutte quelle luci, tutta quell'allegria del centro commerciale... ad un certo punto lui aveva cominciato a sentirsi come un fantasma, e le persone avevano preso a passargli accanto senza che lui riuscisse a registrare la loro presenza. Ad un certo punto la sua testa si era soltanto svuotata, ed i suoi sensi erano diventati lenti, il mondo reale troppo distante.

Solo Cauchemar era rimasta. La sua voce era la sola che Sunny fosse stato in grado di sentire. Lei lo aveva come ancorato alla realtà per tutto il tempo, e lui... lui le stava solo mentendo.

―Sunny, sei tu?―, lo chiamò Amanda da oltre la porta.

―Sì―, rispose lui, con abbastanza energia da farsi sentire. Fu allora che Amanda lo lasciò entrare a casa.

―Bentornato. Com'è andata l'uscita con la tua amica?―, lo salutò Amanda, proprio mentre Sunny si avviava verso la propria stanza. Venne arrestato sui propri passi, e capì di essere obbligato a rispondere se non voleva offenderla.

―Bene―, disse, con il tono di voce meno convincente del mondo.

Ma Amanda non sembrò bersela. ―Solo "bene"? Non mi dici nient'altro?―

Sunny si portò una mano al volto, e prese un lungo respiro. Aveva già raggiunto la scala, poteva semplicemente andarsene e chiudersi in camera e tutto il mondo avrebbe smesso di esistere fino a quando non avesse deciso di uscirne. Ma voleva realmente farlo? Voleva realmente rovinare quel piccolo rapporto di fiducia che aveva costruito con Amanda... così come aveva rovinato quello con sua madre?

―Sento di starla solo prendendo in giro―, ammise Sunny, e la sua mano lasciò lentamente andare il passamano della scala. Si voltò, e guardò in direzione di Amanda. ―E... non voglio farlo. Non vorrei doverlo fare.―

―Cosa le hai detto?―, chiese lei, e Sunny sorrise appena nel correggerla.

―Cosa non le ho detto. Non le ho detto di chiamarmi Alexia, ecco cosa.―

Amanda scosse la testa, ed anche lei si lasciò scappare un sorriso. ―E allora?―

La domanda fece irrigidire Sunny. Si aspettava che Amanda si sarebbe arrabbiata, e quella reazione lo aveva colto impreparato. ―E allora? Non pensi che dovrebbe saperlo?―

―Penso che dovrebbe saperlo solo se tu glielo vuoi dire. E poi che differenza fa un nome? Nemmeno gli assistenti sociali ti chiamano più così. Sei così tanto abituato a non venire preso sul serio, da sentirti in dovere di dare spiegazioni a chiunque? Non devi giustificarti davanti a nessuno, Sunny.―

Sunny lasciò andare il respiro che aveva trattenuto, e si portò una mano alla gola, lì dove un pizzicore aveva preso a bruciargli. Si sentiva così arrabbiato. Sentiva di dover piangere e non sapeva neanche perché.

Forse perché era vero, infondo. Non era abituato ad essere preso sul serio.

―Non si tratta di questo, Amanda... è che ho paura.―

―Paura che lo scopra?―

―Paura che scappi―, ammise.

―Non scapperanno tutti, Sunny. Ci sono persone al mondo pronte ad accoglierti a braccia aperte, ricordatelo. Quello che pensano tutti gli altri non ha importanza, e non ne avrà mai.―

Sunny chiuse gli occhi, ed una lacrima scese silenziosa dai suoi occhi, cadendo lungo una delle sue guance. Il pensiero che Amanda non potesse vederlo lo rassicurò, e si asciugò subito il viso.

Quelli che non scapperanno, mi prenderanno di mira, pensò, ma non osò dirlo davanti a lei. Non aveva intenzione di farla preoccupare più del necessario. Lui era un problema già abbastanza grande per i Todd.

―Se ti mostro una cosa, prometti di non dirlo ad Harry? Non dovrei fartela vedere, sai... lui voleva che fosse una sorpresa―, gli rivelò Amanda, e Sunny sobbalzò. Una sorpresa?

―Ma certo―, rispose Sunny, preso dalla curiosità. Allora Amanda camminò accanto a lui, salendo lungo la scala che portava al piano di sopra. Lui seppe di doverla seguire, e lei lo portò nella camera da letto sua e di Harry.

Sunny non c'era mai entrato prima, ed aveva dato appena qualche sbirciata al mattino, l'unico momento in cui la porta veniva lasciata aperta. Le tapparelle erano chiuse, ed era impossibile vedere ad oltre un palmo dal suo naso. Eppure Amanda vi entrò senza esitazione, dirigendosi subito verso l'armadio. Aprì l'anta scorrevole, e si mise a toccare qualcosa all'interno di un cassetto.

―Dovrebbe essere questa... se non c'è abbastanza luce, accendila―, disse a Sunny, e lui trovò il coraggio di varcare la soglia della stanza.

Amanda tirò fuori una confezione quadrata, e Sunny riuscì a trovare l'interruttore sulla parete. Lei gli fece segno di sedersi sul letto accanto a lei, e lui obbedì nonostante il disagio.

―Ti ricordi il primo giorno che sei venuto qui, e Harry ti ha portato da quella sarta? Ricordi l'abito da sera viola?―

Sunny spalancò gli occhi, e sentì una goccia di sudore freddo formarsi sulla fronte.

Ma certo, l'abito da sera color lavanda. Quello che era più tulle che abito, il vestito che la commessa aveva definito assolutamente adorabile e che gli aveva fatto venire voglia di strangolarla. Quello che per indossare aveva dovuto farsi aiutare dalla sarta, sopportando dieci minuti di tortura che a lui erano sembrati un'eternità. L'abito da sera che gli aveva fatto desiderare di sparire, di essere invisibile, di non potersi riflettere negli specchi come i vampiri. E invece la sua immagine riflessa Sunny l'aveva vista eccome, ed ogni tanto gli infestava i ricordi, tornando a galla nei suoi incubi.

Ma certo, esattamente quell'abito da sera. Quello che gli aveva fatto implorare Harry non chiamarlo mai più con il nome che aveva sui documenti.

―Cosa... cosa c'è dentro quella scatola?―, chiese Sunny, preoccupato. Se ci fosse stato quel vestito avrebbe dovuto fare un grandissimo sforzo per sorridere e fingere di esserne felice. E non l'avrebbe mai messo in tutta la sua vita.

Amanda strozzò una risata, e Sunny capì che la sua ansia era trasparita chiaramente dal suo tono di voce. ―Harry ha detto che ti piaceva il colore...―, disse, e fu chiaro che lo stava tenendo sulle spine di proposito.

Sunny prese un respiro, e con quanto coraggio aveva in corpo aprì la confezione. Sbirciò dentro, e appena ebbe anche solo intravisto quello che c'era all'interno, richiuse la scatola.

Adesso il cuore aveva preso a battergli furiosamente.

―Cosa vi è venuto in mente?―, chiese Sunny, resistendo l'impulso di urlare. Stava sorridendo, e poteva sentire le aste dei piercing premergli contro le guance. ―Amanda... perché?

―Perché te lo meriti, stupido―, rispose lei, ridendo. ―Allora, ti piace?―

Sunny aprì la scatola, e stavolta si diede il tempo di guardare per bene. Era perfetto.

Mentre tirava fuori lo smoking color lavanda, sentì il cuore prendere a fargli fisicamente male per l'emozione. La gola tornò a pizzicargli, ma stavolta era troppo distratto per potersi asciugare le lacrime. ―Grazie... ―, bisbigliò, ed i suoi occhi corsero lungo la trama del tessuto, non potendo fare a meno di immaginarselo indosso.

―Che aspetti? Vai a provarlo, abbiamo poco tempo prima che Harry torni a casa―, gli disse Amanda, incoraggiandolo con una piccola spinta.

Sunny prese la scatola e se la mise sottobraccio, iniziando a togliersi la maglietta ancora prima di arrivare nella sua stanza. Diede una spinta alla porta, e questa rimase socchiusa, ma a lui non importò. Si cambiò in fretta e furia, accorgendosi di non essere proprio bravo ad indossare quel genere di cose. Dopotutto, era la prima volta che gli era anche solo concesso di indossare un capo d'abbigliamento così.

Riuscì a chiudere anche l'ultimo bottone della camicia, e dopo non poté smettere di fissare la sua immagine allo specchio. Fu costretto a chiudere gli occhi quando si accorse che la sua vista aveva iniziato ad appannarsi.

Stava piangendo.

Ma era bello, era meraviglioso sentirsi così. Fra quelle quattro pareti, davanti quello specchio, con quel tessuto ad abbracciargli il corpo, era tutto perfetto. Non c'era nessuno che potesse giudicarlo, non c'era niente che potesse più fargli del male. Nemmeno sé stesso.

E guardando dentro la propria immagine, entrando nell'azzurro dei suoi stessi occhi, Sunny si accorse di amarsi come non aveva mai fatto prima d'ora. Ed il suo animo venne riempito da quella sensazione di quiete, la stessa calma e sicurezza di chi si guarda allo specchio e sa riconoscersi.

E decise che no, non avrebbe più mentito a Cauchemar.  

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