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Capitolo 2


Giorno uno della missione "fingere di stare bene così forse non ti manderanno di nuovo in comunità insieme agli altri ragazzini problematici", ore dieci del mattino. Obiettivo corrente: mangiare.

Okay, ci sono i pancake alla banana, si disse Sunny all'interno della propria testa. Tu ami i pancake. Ami un po' meno le banane ma puoi farcela. Non troverai mai Maple se non sei in forze.

I pancake erano freddi, ma questa era una cosa che Sunny si era aspettato ancora prima di sedersi a tavola. Harry ed Amanda facevano colazione molto prima di lui, ed ormai, dopo tutte le cose da mangiare che aveva rifiutato, dovevano aver perso le speranze di poter fare colazione tutti insieme. Prima non era così, quando c'era ancora Maple. Lei non voleva mai scendere a fare colazione se non era sveglio anche Sunny.

No, no. Male, non avrebbe dovuto pensarci. Era tutto un circolo vizioso, che aveva origine nella sua testa. Non mangiava perché era triste, e se non mangiava stava male e restava tutto il giorno a letto, il che lo rendeva ancora più triste. Era l'ora di rompere il cerchio, Maple sarebbe tornata.

Si portò una mano nella tasca del pigiama, e toccò la fotografia che portava sempre con sé. Quella che aveva sottratto all'aggressore la sera in cui Maple era stata rapita, tutto quello che gli era rimasto da quello scontro.

A parte i lividi, ovviamente. Scopriva di averne di nuovi ogni mattina, e si chiese se qualcuno li avesse mai notati, a parte lui.

Ormai l'aveva stampata nella memoria, quella fotografia, e non aveva bisogno di tirarla fuori per poterla rivedere. Doveva trovare il posto in cui era stata scattata, sentiva che era importante. Sentiva che quel luogo l'avrebbe in qualche modo condotto da Maple, e tutto avrebbe avuto più senso una volta che l'avesse trovato.

Con un po' di sforzo, riuscì a finire quello che aveva nel piatto, e tirando fuori una piccola agenda, scarabocchiò una stellina sulla data corrente. Doveva imporsi di non saltare nessun pasto, se voleva far credere a tutti di stare bene. Doveva stare bene.

Per il momento, poteva dirsi soddisfatto di sé stesso. Il secondo obiettivo della missione era salire di sopra e farsi una doccia. Era obbligatoria, se dopo due giorni tappato in camera aveva intenzione di rimettersi a girare in società.

Appena uscito, mise la propria maglietta preferita. Una grigia con un alieno verde sopra, nulla di troppo appariscente. Per nascondere i lividi, pensò per un attimo di mettersi qualcosa a maniche lunghe, ma sarebbe stato troppo strano, in piena estate. Troppo sospetto, ed i Todd non erano stupidi.

Poi, prima di uscire dalla stanza, si guardò allo specchio. Ed indicò la sua immagine riflessa per ammonirsi. Devi stare bene, mi raccomando, maledetto psicopatico.

Al piano di sotto, entrando in salotto, trovò soltanto Harry. Amanda doveva essere uscita, forse con sua sorella.

―Buongiorno, campione. Dormito bene?―, gli chiese Harry appena lo vide entrare. Aveva il naso immerso in un giornale, sicuramente una copia di quello per cui lavorava, e quando alzò la testa il suo primo istinto fu quello di spingersi gli occhiali sul naso. Sunny storse un po' la bocca per l'imbarazzo.

―Dormito troppo...―, rispose, rimproverandosi. Harry gli fece cenno di sedersi sul divano accanto a lui, e Sunny obbedì, sedendosi molto più lontano di quanto indicato.

―Non ti è piaciuto l'incontro di ieri con la signorina Melissa, vero?―

―No―, rispose secco Sunny, portando le gambe sul divano per abbracciarle. ―Voglio restare, Harry. Erano anni che non mi sentivo al sicuro come qui.―

―Anche se qualcuno ha fatto irruzione per rapire Maple?―, insistette Harry, e Sunny fece lentamente di sì con la testa.

Rapire me, lo corresse Sunny mentalmente. Era lì per me, ha preso Maple solo perché lei era il bersaglio più facile. Perché lei non poteva difendersi.

Ma non poteva dirlo, o altrimenti tutti avrebbero pensato che la colpa era sua.

―Anche io ed Amanda vorremmo che tu restassi―, gli confessò Harry, e quelle parole fecero provare a Sunny un po' di calore. ―Ma tutta questa faccenda è molto più grande di noi. Vorrei che ci fosse un modo per poterti far stare al sicuro anche da lontano.―

Sunny si poggiò una tempia contro un ginocchio, ed azzardò un timido sorriso. Si disse che, forse, il suo destino era quello di stare male per tutta la vita.

No, ma a cosa pensava? Lui doveva stare bene.

―Perché non vuoi tornare in comunità? Le altre ragazzine sono davvero così tanto cattive?―

―Non si tratta di loro, loro sono solo parte del problema―, rispose Sunny, e mentre parlava il suo sguardo venne catturato da un piccolo movimento della coda di Harry. Era foltissima, e sbucava fuori da sotto la vestaglia. La prima volta che Sunny l'aveva vista aveva subito avuto l'istinto di toccarla.

―È perché lì tutti ti chiamerebbero Alexia? Non ti piace proprio, vero?―

Sunny scosse appena la testa, e prendendo a giocare con i piercing alle guance, si prese del tempo per rispondere. ―Mi hanno riso in faccia quando ho detto loro di non chiamarmi così. Qualche settimana dopo, cinque di loro mi hanno braccato e mi hanno immerso la testa nella fontana davanti la struttura. Questa parte di branchie non mi era ancora ricresciuta―, disse, e così facendo si indicò il lato sinistro della testa. ―Non potevo respirare. Puoi immaginartelo, una salamandra che affoga? E la parte peggiore è che i dipendenti dell'istituto non hanno fatto niente.―

―Hai provato a farlo presente a qualcuno? Qualcuno di grado più alto? Non c'era nessuno che avesse voglia di aiutarti, in quell'istituto?―

―Sì, una bidella. La giustificazione degli altri è che tutte avevamo passato l'inferno nelle nostre case e che il nostro comportamento era stato temprato da questa cosa. Cosa ti aspetti che mi abbiano detto? Io lì ero un numero, il loro compito era tenermi in vita fino a quando non avessero trovato una sistemazione migliore.―

―Certo, capisco... deve essere stato orribile―, fu il commento di Harry, mentre metteva via il giornale. Sembrava pensieroso, come se stesse cercando qualcosa migliore da dire, come se stesse pensando a cos'altro rispondere.

Ma Sunny lo bloccò facendo spallucce, sarcastico. ―A casa mia ero un mostro, sicuramente in comunità me la passavo un po' meglio.―

Sunny era sicuro che se anche Harry ed Amanda non fossero stati informati su tutto riguardo il suo passato, sarebbe comunque stato in grado di raccontare loro tutto quanto senza problemi. E la cosa che ogni tanto ancora lo sconvolgeva era che la maggior parte delle sue disgrazie le raccontava ridendo. Sapeva che era macabro, ma non riusciva a controllarsi.

―Sunny, so che non è compito mio decifrare chi tu sia, ma...―, prese col dire Harry, e la piccolissima pausa che corse fra quell'incipit ed il resto della frase bastò a far irritare Sunny. Quante volte l'aveva sentita? Non era pronto all'ennesimo discorso riguardo a quanto la morte del padre lo avesse cambiato nel profondo, e francamente, pensava che Harry avesse un'opinione un po' più alta di lui. Pensava che lui ed Amanda fossero diversi. ―Credo che tu sia come un bulbo. Come quelli che ho lasciato in cantina e che si rifiutano di fiorire. Vedi, penso che tu un giorno sarai in grado di mettere fuori dei fiori bellissimi. Ma hai bisogno delle condizioni giuste, o i tuoi fiori non potranno mai venire alla luce. Hai bisogno di qualcuno che si prenda cura di te, e credo che quella persona debba innanzitutto essere tu.―

Per un attimo, Sunny guardò Harry sbalordito. Quello... quello non era lo stesso discorso che aveva sentito dalle amiche di sua madre, non era quello che gli avevano detto i dipendenti della comunità o le compagne di stanza. Nessuno gli aveva mai parlato in quel modo.

―Quindi sono... un giacinto?―

―Esattamente. E non dimenticarlo mai. Un giorno ti sveglierai la mattina e ti accorgerai che i tuoi fiori stanno iniziando a spuntare, questo te lo prometto―, ribadì Harry, e Sunny scese i piedi dal divano.

Era rimasto senza parole.

―A proposito, campione. Stamattina devo consegnare dei fogli alla redazione, alla sede vicino al centro commerciale. Ho due gettoni per la sala giochi, non è che ti andrebbe di farci un salto mentre io sbrigo un lavoro?―

Sunny si alzò dal divano, e con un sorriso che gli tagliava le guance, rispose: ―Sarebbe fantastico!―

―Allora vai a metterti le scarpe―, insistette Harry, mettendosi a sua volta in piedi. La foltissima coda da visone lo seguì ondeggiando nell'aria, ma Sunny non ebbe il tempo di guardarla compiere il movimento, che si era già avviato su per le scale.

Non sapeva perché, ma le parole di Harry gli avevano dato una nuova energia. E guardandosi di sfuggita allo specchio del corridoio, si accorse di volersi un po' più bene.

Di detestarsi un po' di meno. 

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