Prologo.
La vita all'università? Un vero inferno. E detto da una che amava studiare, è grave.
Avevo perso il conto di quanto tempo fosse passato dalla prima volta che avevo varcato le porte della Toronto University. Mi sarei dovuta laureare tra qualche mese, forse. No, ma che dico? Mi sarei dovuta laureare punto e basta ed il prima possibile, senza fonti di distrazione! Ma lui...
Sì, lui.
Il suo nome era Duncan Nelson. Ventitré anni, cresta alla moicana e occhi azzurri, spalle larghe e sorrisetto provocatorio. In sintesi: era bello come il sole, ma non l'avrei mai ammesso ad alta voce. Ero terribilmente orgogliosa, per fortuna o sfortuna; suppongo dipenda dai punti di vista.
Aveva trascorso la prima adolescenza in riformatorio per colpa di una famiglia altamente disfunzionale. Il suo carattere ne aveva risentito molto, a mio parere.
I suoi litigavano ogni giorno quando era bambino. Utilizzavano toni accesi e qualche volta persino le percosse per ristabilire ordine e disciplina, sia tra loro che su di lui; questo si vociferava in giro. Non credevo molto ai pettegolezzi, ma prendere a cuore una storia del genere mi era venuto automatico.
L'unica che sembrava averlo avuto un minimo a cuore era la madre, mentre il padre si era sempre comportato da stronzo ed egoista. E menomale che famigliarizzava con la legge! Se fossi diventata un'avvocatessa come lui, allora avrei preferito interrompere il percorso di studi.
Ebbene sì, ero iscritta a giurisprudenza. Duncan, invece, apparteneva al dipartimento di criminologia. Divertente, vero? Diciamo che, malgrado qualche episodio da piromane e da aggressore a pubblico ufficiale, si era redento presto.
Quell'aria da duro con la mascolinità fragile non l'aveva mai persa, però.
Mi divertivo a sfotterlo per questo, ripagandolo con la stessa moneta: erano state innumerevoli le volte in cui mi aveva chiamata “principessa”.
Ma procediamo per gradi.
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Correva l'anno 1985. Cioé, in realtà era quasi giunto a conclusione: la notte di Capodanno. Mancavano venti minuti prima del 1986.
Michael Jackson aveva registrato il nuovo singolo (“We Are The World”), al cinema avevano dato “Ritorno al Futuro”, Microsoft aveva lanciato la prima versione Windows, Shigeru Miyamoto aveva inventato Super Mario Bros. E poi c'ero io che, pateticamente, mi stavo dirigendo da Duncan per dirgli che lo amavo.
Mi aveva fatta soffrire come un cane e viceversa, ma era palese che fossimo fatti l'uno per l'altra. Dovevo riprendermi l'uomo della mia vita prima che fosse troppo tardi.
«Forza, accelera!» dissi alla biondina in modo perentorio.
«Dammi tempo!» rispose lei, premendo il piede sull'acceleratore. Non l'avevo mai vista così agitata in un anno di conoscenza; un po' la invidiavo. Allora era vero che la meditazione faceva miracoli.
Scott era sul sedile posteriore e non la smetteva di spalmarsi la mano in fronte, seccato.
«Non potevi capirlo prima? Io e Dawn arriveremo in ritardo per la festa» mi rimproverò. Stetti in silenzio, perché aveva ragione: avrei dovuto riconoscere i miei sentimenti mesi prima, invece di chiudermi a riccio. Stetti in silenzio e continuai a guardare la strada accorciarsi dinnanzi ai nostri occhi.
Fu in quel momento che mi si gelò il sangue nelle vene. Direzione sbagliata: stavamo andando contromano. Possibile che nessuno se ne fosse accorto? Un'auto era anche diretta verso di noi.
Fantastico.
Iniziai ad urlare, anche Scott lo fece e Dawn cercò di dirottare, per evitare che la morte ci accogliesse tra le braccia.
Se solo me ne fossi accorta prima...
Probabilmente tutto questo non sarebbe successo.
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