Capitolo due
Kimi guardò gli astri compiere il loro arco in cielo, attraverso la grande vetrata posta in cima alla torre della Luna. O almeno, per quanto le sbarre le concedessero.
Ormai erano mesi che aveva preso quell'abitudine. Dormiva di giorno, e restava sveglia la notte. Così, non avrebbe dovuto parlare con nessuno, nessuno avrebbe visto le lacrime scendere dai suoi occhi, e forse, il suo popolo avrebbe ancora creduto di avere una possibilità.
Avrebbe ancora creduto di stare combattendo per qualcosa.
E così, viveva in quel modo, un'ombra prigioniera nel suo stesso castello. Ma neanche dormire di giorno riusciva a tenere a bada gli incubi.
Proprio quella notte, la sua guardia personale decise di entrare per disturbarla. Kimi non volle neanche degnarsi di guardarlo.
–Non stanotte, Antares. Non sono in vena di cattive notizie.
Ma il drago non se ne andò. Rimase lì, fermo sul pavimento della torre, a guardarla da svariati piani più in basso.
–Per quanto credi di continuare così, Kimi?– le disse. Quando conversavano in privato, non si rivolgeva mai a lei col titolo di regina. Kimi era certa che nessuno la considerasse davvero la sovrana di quel regno, era convinta di essere nient'altro che un fantoccio agli occhi di tutti.
E i suoi soldati morivano, per salvarle la vita.
–Non hanno desiderio di vedermi, Antares– rispose, e la sua voce fu appena udibile oltre la distanza che li separava. –Non vedo perché dovrei uscire da qui.
Ma Antares sospirò, lasciandosi andare a un lungo silenzio. Aprì le ali, e volò fino alla sporgenza dove sedeva lei, portandosi al suo fianco.
–Non mi riferivo a questo– le confessò, e stavolta il suo tono non fece trasparire la stessa irriverenza di sempre.
Kimi si voltò verso di lui, distogliendo lo sguardo dal cielo notturno. –A che cosa, allora?
–Il fronte indietreggia sempre di più, Kimi. Temo per il regno, da un sacco di tempo– confessò il generale. Nel buio assoluto, i suoi occhi scintillavano come rubini, incastonati su un muso per il quale Kimi provava affetto e risentimento al contempo.
–Non so più che cosa fare. Possiamo solo resistere.
–Stiamo resistendo da anni!– ruggì Antares, ma la sua voce fu più disperata che severa. –Quanto riusciremo a farlo ancora?
Kimi non rispose. Quello non lo sapeva, ma sapeva che non sarebbe durato per sempre. La cosa che più la tormentava era che, quando fosse morta, il suo popolo sarebbe stato ancora più vulnerabile di adesso.
–Era da un po' che volevo dirtelo, ma non ho mai saputo come. Adesso mi rendo conto che non importa come te lo dico, purché io te lo dica.
L'espressione di Kimi si corrucciò. –Ma di cosa stai parlando?– chiese, seppur una parte di lei aveva iniziato a intuirlo.
–Non hai eredi, Kimi. Se tu morissi...
–Igaar li ucciderebbe ancor prima di arrivare a me. Non essere ridicolo.
–Ma se nascondessimo l'uovo in un luogo sicuro...
–Non esistono luoghi sicuri a Oceaon, questo lo sai quanto me– insistette Kimi, mentendo. Non era vero, un posto sicuro lo conosceva, ma non era un posto dove un essere vivente avrebbe potuto nascondersi.
–Ne ero convinto. Sapevo che avresti reagito così, non vuoi mai che ti si contesti nulla. Sei proprio come tuo padre.
Kimi strinse i denti. Quella considerazione aveva fatto male, ma Antares stava solo sprecando fiato. Lei aveva già preso una decisione.
–Parla, avanti– lo esortò, sfidandolo. –Voglio proprio sentire cosa hai da dire.
–Kimi, un erede per Oceaon sarebbe una sicurezza per un popolo che resiste per te da anni, per un esercito che non ce la fa più– implorò Antares. –Pensaci bene, non dovresti neanche nominare un compagno, neanche dire chi è il padre, proprio come la regina Savemja quando...
Le parole di Antares furono interrotte dal ruggito stridulo di Kimi, e un paio di ali azzurre si aprì davanti ai suoi occhi, segno che la regina non avrebbe ascoltato una sola parola di più.
–Igaar lo troverà, e lo ucciderà– sentenziò, il ghigno sul muso a scoprire due file di denti bianchi.
Ma Antares non parve demordere. –Potresti mandarlo a crescere nel mondo della Terra.
La smorfia di Kimi si sciolse, e le sue fauci si allontanarono dal muso di Antares. Non aveva mai pensato a quell'alternativa.
Aveva un alleato e amico fedele in quel mondo, che avrebbe fatto qualsiasi cosa la sua regina comandasse. Forse, l'idea non era poi così pessima.
Ma avrebbe dovuto consultare il futuro, per scoprire a cosa avrebbe portato quella scelta.
–Ci penserò– promise, sincera. Poi, un pensiero la attraversò e si lasciò scappare un sorriso. –A patto che il padre non voglia essere tu, Antares.
Il drago uscì la lingua, e la sua gola si gonfiò a imitare un conato di vomito. Si voltò con ancora addosso la stessa espressione disgustata, e fece per andarsene. Delle volte, sembrava ancora il cucciolo con il quale era cresciuta.
–Detesto parlarti...– commentò, prima di levarsi su due ali vermiglie e raggiungere la base della torre.
Kimi sapeva che non era vero. Sapeva quanto soffriva, a vederla trascinarsi giorno per giorno, sopravvivendo in quelle condizioni. Antares era l'unico al quale Kimi avesse mai detto degli incubi.
E da quando erano iniziati, erano diventati anche un po' i suoi. Era stato da allora, che Kimi si era resa conto che ciò che portava Antares a restarle vicina non era la banale lealtà verso un sovrano.
Ne avevano passate tante, insieme.
–Antares– lo chiamò, prima che aprisse la porta per lasciare la torre.
–Sì?– rispose lui, voltandosi appena.
–Manca anche a te, ogni tanto?
Il silenzio cadde grave all'interno della torre. Kimi non ebbe neanche bisogno di pronunciare il suo nome, perché Antares capisse a chi faceva riferimento.
Anche se non ne parlavano mai, la morte di Iija li aveva cambiati entrambi. Per sempre.
–Infinitamente– rispose lui. E aprendo la porta, abbandonò la torre.
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