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Warrior

***Premetto che in questo capitolo c'è una parte bella forte che, comunque, ho cercato di scrivere nel miglior modo possibile. Per chiunque si ritenga troppo sensibile o anche troppo vicino all'argomento, per favore, pensate bene alla possibilità di non leggere affatto questo capitolo, va bene?


Annabeth era reclusa in camera sua da tre giorni. Una volta, durante quei tre giorni, aveva provato ad uscire, giusto per scendere alla caffetteria e prendersi una cioccolata calda.
Era stata una gran bella delusione vedere che, davanti alla sua porta c'era appostato Luke, con gli occhiali da sole scuri sul naso e le braccia incrociate che tendevano la maglietta chiara sulle spalle.
- Sei il mio bodyguard, per caso? – gli aveva chiesto, con la spalla poggiata allo stipite della porta ed un sorriso sulle labbra rosee.
Luke  aveva scosso la testa. – Ordine di Talia. Mi devo assicurare che tu non lasci la tua stanza neanche per un secondo.    
Annabeth sollevò un sopracciglio biondo. – Quindi sei un carceriere.    
- Esattamente – aveva annuito convinto, strappandole una risata. –    E poi, Talia mi ripaga in pompini.    
Annabeth si era richiusa in camera l'istante dopo, con un'immagine in testa  che non aveva certamente chiesto di avere ma il cuore un po' più    leggero.    
In ogni caso, non poteva muoversi se non nella sua stessa stanza. Spostare il computer dal letto al pavimento, andare in bagno, aprire la porta se Talia si era dimenticata le chiavi o se Percy o Luke si dimenticavano il fermaciuffo magico in grado di scassinare la serratura.    
In conclusione, era veramente vicina ad un esaurimento nervoso in piena    regola.    

-  Posso uscire oggi? – domandò, sporgendo il labbro inferiore e    sollevando il volto verso quello di Talia, che non esitò a rifilarle un "no", categorico e secco.    
-  Hai ancora la febbre – affermò convinta, fermando una treccia sulla spalla sinistra con l'elastico scuro.    
Annabeth sbuffò, lasciandosi cadere contro alla testiera del letto con un    tonfo sordo, seguito da un gemito di dolore. – Ho bisogno di uscire! – protestò sconvolta, passandosi le mani tra i capelli biondi che, ovviamente, non le avevano mica permesso di lavare.    
"Farsi    la doccia quando si ha la febbre è pericoloso". Che poi, chi è  che aveva stabilito una cosa del genere?    
Non voleva neanche pensare a che odore ci fosse nella loro stanza dopo    che venivi da un esterno decisamente fresco e profumato.    
- Vi odio – disse decisa, allacciando le braccia sul petto. – odio tutti quanti.    
Talia la smorfiò e Annabeth sorrise, allungando poi un braccio verso al    comodino per prendere il thé caldo che l'amica le aveva appena fatto.    
- Si, come vuoi – disse noncurante. – Ci vediamo dopo! – esclamò, aprendo la porta, voltandosi poi di scatto come se si fosse ricordata in quel momento qualcosa di vitale importanza. – E    non ti azzardare a muoverti – la minacciò con gli occhi elettrici    assotigliati e l'indice affusolato puntato contro di lei.    
Annabeth, in tutta risposta, la mandò al diavolo.    

***

"Sei una donna adesso" mormorò lui, sfiorandole il seno ancora troppo aspro, facendola rabbrividire sotto un tocco ruvido che, chissà mai perché,le sarebbe dovuto piacere. "E devi crescere." Continuò con un sorriso, spingendosi verso di lei, portandola ad indietreggiare verso al muro.
Non l'aveva già fatta crescere ieri? E l'altro ieri ancora?
Non le aveva già mostrato cosa volesse dire essere donna? Non le aveva già detto che non meritava nessun altro se non lui? E il suo tocco? E le dita che le premevano sui fianchi magri? O i suoi di fianchi, forti, rudi,cattivi, che sbattevano contro ai propri?
Perché continuava ancora?
Annabeth si sbatté contro al comodino. La lampada oscillò sulla superficie in legno e,per un solo istante, si chiese se sarebbe riuscita ad acchiappare quella stessa lampada, sbattendogliela in testa.
Poi, i suoi occhi grigi trovarono nuovamente quelli di ghiaccio di lui, e si rese conto che, no, non ce l'avrebbe mai fatta.
"Tu, adesso"disse, spostandola con forza contro al muro, spingendo i fianchi forti contro al suo stomaco mentre, frettoloso, si sbottonava i pantaloni, "tu adesso diventi donna".

-  Annabeth!
-  NO! – gridò lei, sedendosi di scatto sul letto, infilando le mani tra i capelli mentre ansimava. Le lacrime le bagnavano ancora le guance e lei non riusciva a respirare.
Era così vivido. Così reale. Così folle. Così spaventoso.    
-  Annabeth – Talia si materializzò davanti a lei in un istante e, solo dopo, Annabeth si rese conto fosse stata lei a svegliarla. La chiamò con voce ferma, togliendole le mani dai capelli per    chiuderle il volto tra i propri palmi. – Annabeth guardami – le disse con voce forte ma lei non ci riusciva.    
Era  tutto così reale.    
Le sembrò di viverlo ancora. Le sue mani sul suo corpo, la sua eccitazione che spingeva forte contro di lei, dentro di lei.    
Le faceva così schifo.    
Rabbrividì, portandosi una mano alla bocca nel momento stesso in cui un conato di vomito le fece contorcere lo stomaco. – Oh mio Dio – mormorò.    Provò a portarsi le mani al volto ma Talia le intercettò tra le proprie.    
-  Annabeth – la chiamò, cotringendola a spostare gli occhi grigi nei suoi, elettrici e terrorizzati. – Che cosa diavolo era quello? Annabeth – la chiamò ancora, stringendole forte le mani, come se avesse avuto paura di vedersela scivolare via da davanti agli occhi se solo l'avesse lasciata andare. – Annabeth, parlami. Quello non era un compito andato male – disse decisa, avvicinando il volto al suo, come a voler imprimere ancora più forza e paura in ciò che le stava dicendo. – Quello ti ha spaventato a morte. Che cavolo era,    Annabeth?    
La bionda scosse la testa. Si bagnò le labbra, corrugando la fronte quando scoprì anche la sua lingua fosse terribilmente secca.    
Talia capì velocemente e si alzò dal letto sparendo nel bagno e tornando    davanti a lei pochi istanti dopo con un bicchiere d'acqua fresca riempito fino all'orlo.    
Annabeth bevve con avidità mentre la sua mente lavorava rapida.   
Doveva trovare una soluzione.    
Ed in fretta.    
Bevve ancora. Temporeggiò col bicchiere ancora fermo tra le labbra,    godendosi il vetro freddo e l'acqua fresca nel tentativo di calmare i battiti impazziti del cuore. Sembrava volesse uscirle dalla cassa toracica. Spezzarle le ossa e scappare via, lontano, dove non le avrebbe più fatto del male.    
Poggiò il bicchiere sul comodino e poi poggiò la schiena alla testiera del  letto.    
Talia continuava a guardarla con la preoccupazione e la paura palpabili    negli occhi elettrici.    
E lei si sentì morire.    
Aprì la bocca. Era solo un incubo. Ho sognato di essere inseguita da questo tizio senza volto. Voleva uccidermi. Non so neanche io il perché. Poi la richiuse.    
Deglutì della saliva che ancora non aveva e si passò una mano tra i    capelli, staccando la schiena dalla testiera del letto ed incrociando le gambe sotto al duvet troppo caldo.    
Poi aprì la bocca e sorrise.    
Glielo doveva. Ed era così stanca di continuare a mentire. Era così stanca di fuggire, persino da sé stessa, che quella continua bugia le aveva portato via tutte le sue forze. Quella continua bugia aveva tentato, con forza, di trasformarla in chi non era, mentre il suo passato continuava a plasmarla in segreto rendendola debole,    consumata dalla paura.    
- Ho perso la verginità a dodici anni – confessò, spostandosi i capelli lunghi sulla schiena ignorando il caldo o le spalle che, lentamente, si liberavano di quel fardello che si era ostinata a    portare da sola su delle spalle troppo deboli e stanche.    
Talia corrugò la fronte, il viso pronto a plasmarsi in una maschera di rabbia. – Questo che cosa c'entra? – domandò, la voce che tremava per la furia scatenata da una verità che era ancora convinta di non poter sapere. – Non mi interessa il pene di un dodicenne idiota. Mi interessa sapere che cosa ti fa fare incubi da tre giorni a questa parte.    
Annabeth sorrise.   
Fossero stati solo tre giorni.    
-  Lui si chiamava Daniel Morrison.    
Talia sbuffò. – Continua a non int..    
- Ed era il capo di mio padre.    
Fu in quell'istante che Talia ammutolì mentre le spalle ed il cuore si    preparavano per una verità che non avrebbe mai voluto sostenere.

Non voleva più ascoltare. Non voleva più che Annabeth continuasse.
Non voleva accettare ciò che sentiva. Non voleva accettare le parole che uscivano dalle labbra rosee di Annabeth, bagnate da lacrime che chissà quante volte aveva pianto.
Non voleva accettare la verità che aveva deciso di bilanciare anche sulle sue spalle.
Non voleva più ascoltare.
Voleva che Annabeth la smettesse. Voleva che le dicesse, con un bel sorriso ad illuminarle il volto"ovviamente scherzo. Mi comporto in modo strano perché sono stramba. Non perché sono stata violentata dal quarantenne capo di mio padre quando avevo dodici anni".
Non voleva più che continuasse a raccontarle di un'infanzia che le era stata portata via.
Non voleva più che continuasse a raccontarle di mani forti ed adulti su fianchi troppo magri di bambina.
Non voleva più continuasse a descriverle la forza di fianchi troppo duri ed un'eccitazione troppo grande per il suo corpo di bambina.
Non voleva più che continuasse a ripeterle le parole che si ricordava a memoria. Non voleva che Annabeth le raccontasse quel dolore e quella paura che era stata costretta ad affrontare per mesi. Non voleva che Annabeth le raccontasse le mani forti che le facevano i lividi sulla pelle morbida. Non voleva che le raccontasse la verità.
Non voleva che quella fosse la verità e basta.
Non voleva che la verità che Annabeth si era portata dietro per anni fosse l'esser stata stuprata dal capo di suo padre.
Non voleva che Annabeth continuasse a parlare. Voleva che stesse zitta,che le confessasse avesse detto una bugia.
Non voleva sentire più nulla. Voleva abbracciarla, dirle che un incubo è normale e che Percy e Luke, quella sera, avrebbero preso una pizza.
"Meriti solo ciò che io posso offrirti" le diceva, spingendo poi dentro di lei, stringendole troppo forte i fianchi o le cosce. Possedendola contro ad un materasso che, per Annabeth, era diventato un letto di spine. "Non riesco ancora a credere che tuo padre ti lasci da sola a casa con me. Ma forse lui sa che devi diventare donna" e poi dava un'altra spinta forte, aprendole le gambe ancora di più, come se non fosse già abbastanza. "Devi diventare donna" ed Annabeth, per un po'', ci aveva quasi creduto. Aveva creduto che quello fosse amore. Aveva creduto che quello fosse l'amore che si meritava.
Prima di capire e riuscire a fuggire.
E Talia si ripromise, con la rabbia che le montava nel petto e le rigava le guance di lacrime salate, che si sarebbe vendicata. Che avrebbe ucciso Frederick Chase e Daniel Morrison con le sue stesse mani se fosse stato necessario.
"Io l'avevo detto a mio padre. Ma lui mi aveva tirato uno schiaffo, mi aveva detto non fosse assolutamente possibile, di smetterla di dire bugie e che quei lividi erano colpa mia che stavo troppo tempo a correre e fare l'irresponsabile".
Talia se lo ripromise, col petto gonfio della furia più pura, che li avrebbe uccisi. Perché Annabeth, la ragazza bionda che aveva un sorriso per chiunque e il quoziente intellettivo che sarebbe bastato per una decina di persone, era stata violentata.
Stuprata.
Violata.
A dodici anni. E nessuno c'era.
Nessun l'aveva aiutata. E lei era scappata. Era fuggita via, portandosi dietro un fardello troppo grande, finché non era diventata grande abbastanza da bilanciarlo con la forza e con la consapevolezza che nessuno, né fisicamente né mentalmente, le avrebbe più potuto fare del male.
-  Prima che compissi tredici anni, ho preso il primo autobus per il    Connecticut. Erano le quattro del mattino a San Francisco. – disse con un sorriso amaro sulle labbra bagnate di lacrime. – Chiunque sano di mente sarebbe stato terrorizzato, ma l'unica cosa alla quale riuscivo a pensare era che me ne stessi andando via. E quella volta, per sempre. – Il pugno si chiuse stretto sul duvet mentre le lacrime continuavano a sgorgarle veloci dagli occhi grigi. – Da quel momento non ho più avuto una sede fissa. Sono stata a    Pittsburg, Cleveland, Detroit. Ho saltato di orfanotrofio in orfanotrofio ogni anno, a volte anche meno. Ho girato l'intero paese nella speranza che mio padre perdesse le mie tracce – poi corrugò la fronte. – Ma forse non gli è mai interessato trovarmi davvero. - Decise in quel momento. Le sue iridi grigi erano puntate su Talia ma la mora sapeva bene che, in realtà, quelle iridi grige  fossero lontane, trafitte da ricordi che, come lame, continuavano ad  insinuarsi nella pelle, attraverso un'armatura che aveva tentato per    anni di costruire e che, solo in quel momento, aveva deciso di lasciar cadere. – In ogni orfanotrofio venivo esplusa per rissa ma, picchiarmi, era l'unico modo per imparare a combattere. E mentre combattevo, studiavo. – Chiuse gli occhi riaprendoli e, solo in quel momento, puntandoli realmente in quelli di Talia. – Ho    promesso a me stessa che non sarei più stata così debole. Ho promesso a me stessa che nessuno mi avrebbe più fatto del male. Mi sono costruita un'armatura, dei muri così spessi che mi impedivano di vedere oltre. Ho promesso a me stessa che qui a Boston avrei ricominciato e che il mio passato non mi avrebbe più fatto del  male. – E solo in quel momento, scoppiò a piangere ancora una volta. Scoppiò a piangere forte, con i singhiozzi che le scuotevano le spalle esili, piccole, ancora più piccole del solito. Con i    singhiozzi che risuonavano contro le pareti della stanza, che si  sbattevano contro ai muri solo per entrare nel cuore di Talia con ancora più violenza. – Ma sono stata stuprata. Sono stata    stuprata quando avevo dodici anni e questo non riesco a lasciarmelo alle spalle.    
Talia ls strinse a sé prima che potesse rendersene conto. La tirò per le spalle, incastrando il mento tra il collo e la testa di Annabeth,stringendola forte, come se volesse assorbirla dentro di sé. Come se, così facendo, sarebbe stata in grado di succhiarle via il dolore. La strinse forte, aggrappandosi alla sua maglietta e lasciandola piangere, lasciando che potesse singhiozzare contro la sua spalla, bagnandola di lacrime che aveva trattenuto troppo a lungo.
Lasciò che Annabeth smettesse di portare quel fardello da sola. Lasciò che il peso di quella verità, il peso di quello schifo, finisse anche sulle sue spalle e Talia fu grata di vederla respirare più facilmente.
Pianse anche lei.
Pianse mentre la stringeva.
Pianse pensando ad una bambina alla quale avevano portato via l'infanzia.
Pianse pensando ad una bambina che era stata costretta a crescere troppo in fretta.
Pianse per una bambina che, da sola, era stata costretta ad affrontare un dolore troppo grande per chiunque.
Pianse per Annabeth che neanche era abituata ad avere qualcuno che la stringesse. Pianse per la sua Hermione Granger personale, che si era costruita attorno una forza letteraria e fisica per paura di essere ancora così debole e spaventata.
Pianse per Annabeth che era il frutto di cattiveria, prepotenza, odio, ma che era comunque venuta su bellissima, forte, indipendente e sua. Pianse per Annabeth che aveva fatto propri i suoi problemi senza paura, senza lamentarsi e pianse per sé stessa che era finalmente riuscita a conoscerla.
La strinse più forte, la respirò, la visse, le portò via un dolore troppo grande e lo fece suo, promettendole di non lasciarla più sola e promettendo a sé stessa che li avrebbe uccisi con le sue stesse mani che, in quel momento, tanto teneramente, continuavano a stringerla.
- Mi dispiace – mormorò mentre piangeva, mentre continuava a    stringerla e mentre il cuore si spezzava ripetutamente. – Mi dispiace tanto, Annabeth. Mi dispiace così tanto.
E la bionda annuì, lasciandosi cullare, consapevole fosse sincera.    Costruendo una nuova armatura e nuovi muri, lasciando che qualcuno,    per la prima volta nella sua vita, potesse tenerla per mano.    
Quando Percy e Luke entrarono nella stanza con due cartoni di pizze fumanti appena uscite da Domino's, Talia ed Annabeth erano addormentate nello stesso letto troppo piccolo per due e le dita intrecciate come se,prima di addormentarsi, avessero avuto paura di perdersi. Il computer era ancora acceso alla fine del letto, aperto su un sito di streaming e su un film che, quasi sicuramente, non avevano visto tutto. La luce del comodino era ancora accesa e Percy sorrise perché, poche volte nella vita aveva visto qualcosa di così bello e genuino.
-  Aspetta – sussurrò all'amico, avvicinandosi lentamente al letto e    chiudendo delicatamente il computer che, con altrettanta cura, ripose silenziosamente sulla scrivania. Fece il giro del letto per poter spegnere l'abat-jour sul comodino e corrugò la fronte quando notò le guance di entrambe le ragazze rigate da lacrime che non    avevano avuto il tempo -forse- di poter asciugare.
- Tutto bene? – domandò, vedendolo esitante, proteso sopra ai corpi    stanchi delle due ragazze.    
Percy  sollevò il volto, sorrise e poi guardò Annabeth ancora una volta    prima di andare via, la stanza illuminata dalla luce del corridoio e il cuore leggero. – Tutto bene – rispose, chiudendo la porta alle spalle mentre si rendeva conto di star mentendo a sé stesso.    
- A quanto pare le pizze sono solo per noi due – sorrise Luke, gongolante e Percy annuì, passandosi una mano tra i capelli e stringendoli forte tra le dita.
Voleva stare da solo anche se non sapeva bene il perché.    
Voleva stare da solo, il cuore impregnato del sorriso che lui considerava il più bello del mondo, la testa carica di una risata che avrebbe ascoltato ventiquattro ore su ventiquattro.
Non pensare a lei -si diceva- non è la cosa giusta, non ci pensare.
Ma come non puoi pensare a una persona che ti è entrata sotto la pelle?

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