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Stop and erase

- Sul serio, Annabeth! Dobbiamo ancora studiare? – chiese Percy in un chiaro tono di disperazione, passandosi una mano sul viso.

La bionda rise, sistemandosi meglio sul letto e portando una ciocca di capelli biondi sfuggiti alla treccia, dietro l'orecchio.

- Si, Testa d' Alghe. Domani abbiamo il test d'inglese e tu non prenderai un brutto voto per colpa mia – disse Annabeth perentoria, seppur palesemente divertita.

Percy sbarrò gli occhi verdi e luminosi, guardandola come se fosse un'aliena.

- Scherzi, vero? Non sarebbe colpa tua, ma mia dato che non ho voluto studiare.. dai Annabeth! Andiamo in città a farci un giro! Voi ragazze fate sempre shopping, tu non vuoi fare shopping? – la ragazza sorrise, scuotendo la testa e continuando a sfogliare le pagine del libro in cerca di quella giusta. – Ti porto io! – giurò Percy, mettendosi una mano sul cuore e sporgendosi verso Annabeth, – e anche se non ho un soldo, ti pago tutto quello che vuoi comprare, ma ti prego, smettiamo di studiare – implorò, congiungendo le mani davanti al viso di Annabeth e assumendo l'espressione più ferita del suo repertorio.

La bionda lo guardò senza che il sorriso potesse scomparirle dal volto.

Era passata una settimana da quando erano arrivati tardi e lezione, e forse lei era un po' più felice e un po' meno rotta.
Era diventato più facile toccare Percy. Forse perché era stato lui che, inconsapevolmente, aveva avuto tanta pazienza. Sfiorandola per non pesarle troppo, avvicinandosi solo quando il suo corpo non era più un fascio di nervi.
Toccarlo era diventato più facile, così come, stare con lui, era diventata una piacevole abitudine.
Fidarsi delle persone stava diventando più facile forse perché, per la prima volta dopo anni, ci stava provando davvero.
E poi c'era Talia. Che non l'abbracciava mai, ma che le sorrideva spesso è quello, senza dubbio, era la cosa migliore che avrebbe potuto fare. E poi c'era Talia con Percy, che sorrideva tanto e lo toccava spesso, scompigliandogli i capelli, come se avesse bisogno di sentire che lui ci fosse ancora. E poi c'era Talia con Luke, che sorrideva un po' meno, ma che aveva gli occhi sempre più brillanti.
Ed Annabeth le notava facilmente queste cose, perché era anni che si era abituata a farlo. Anni che osservava le persone pur di cogliere un barlume di felicità in quella vita che non conosceva.
E poi, c'erano Percy e Luke, che si guardavano e si capivano. Che si guardavano e sorridevano perché, si, erano un po' snervanti, ma stavano pensando la stessa cosa.
E anche se Annabeth doveva ancora assimilarla tutta quella normalità, era ancora tutto strano. Ma stava iniziando a pensare ogni volta un po' meno. Così come, ogni giorno, stendere i muscoli stava diventando meno impegnativo.
- No. voglio che questo test vada bene. Prima studiamo e prima siamo liberi – disse Annabeth con un tono che non ammetteva repliche mentre Percy sbuffava e crollava con la schiena sul letto.

La bionda ridacchiò e lui si rialzò facilmente, facendo leva sugli addominali. – Ridi tu, che il mio cervello sta andando a fuoco.

- Sei una Testa d' Alghe – disse divertita, sfogliando le pagine del libro.

Percy suo malgrado, sorrise senza che Annabeth potesse vederlo e si domandò in quale cavolo di guaio stesse andando a cacciarsi. Il suo cuore era stato usato abbastanza e non aveva certo bisogno di una ragazza che poi l'avrebbe deluso.

Percy Jackson non l'avrebbe mai ammesso, ma aveva paura. Una paura matta che Annabeth lo potesse fregare, esattamente come aveva fatto lei.

Eppure, aveva come l'impressione che sotto il sorriso di Annabeth ci fosse molto di più. Che sotto quel sorriso si nascondessero, in realtà, sofferenze che lui di certo non poteva immaginare e che Annabeth non gli avrebbe mai confessato.

Percy l'aveva capito dalla prima volta che i suoi occhi verde mare avevano incontrato quelli grigio tempesta, che lei era una ragazza speciale, unica nel suo genere e che di certo sapeva che cosa fosse la vita.

Per picchiare forte, la vita la dovevi conoscere per forza.

- Percy – chiamò Annabeth un paio di volte, agitando la mano davanti al suo volto. – Percy, uooh – chiamò ancora, sventolandogli le dispense si inglese davanti al viso.

Percy sbarrò gli occhi di colpo, esclamando e buttando un po' indietro la schiena per la sorpresa mentre Annabeth ridacchiava.

- Tutto bene? – domandò lei, fissandolo un po' preoccupata mentre lui si affrettava a riportare un sorriso sul bel volto.

- Si, stavo pensando – disse. Si sporse un po' verso la bionda per girare il libro e vedere che stessero facendo, quando Annabeth rise piano.

- Tu pensi, Testa d' Alghe? Wow! Dovremmo farne un comunicato stampaaAAAH! – gridò, quando Percy scattò in avanti nel tentativo di acchiapparla e farle il solletico.

Annabeth balzò in piedi, schiacciandosi contro al muro.
Non sclerare.
Sta scherzando.
Non sclerare.
Solo quando vide gli occhi luminosi e il sorriso di Percy, il cuore cominciò a battere un po' meno forte.
Va tutto bene.
Scherza.
Si voltò, cominciando a correre per la stanza, saltando i letti mentre Percy teneva le braccia tese verso di lei e le intimava di fermarsi, così che le sua morte sarebbe stata meno lenta e dolorosa.

- Vieni qui, Sapientona, prima o poi ti prendo! – gridò Percy.

Annabeth si sbatté alla porta, lasciando che una risata potesse alleggerirle le labbra. Armeggiò con la maniglia per uscire, scappando via mente Percy la inseguiva, sbattendosi la porta alle spalle e inseguendola per il corridoio, silenzioso se non fosse stato per le loro risate e i passi felpati sulla moquette.

- Ti preeendo – canzonò il moro mentre la bionda saltava gli ultimi sei gradini della rampa di scale finale e cadeva appallottolata su sé stessa. Bastò un secondo perché lei potesse tornare in piedi, diretta verso il cortile soleggiato dove i ragazzi studiavano o chiacchieravano.

Percy accelerò mentre Annabeth si lanciava di tanto in tanto occhiate sopra la spalla, nella speranza di vedere quanto distante fosse da Percy.
E, ovviamente, mai avrebbe pensato alla possibilità che il ragazzo non la stesse raggiungendo di proposito. Mai avrebbe pensato alla possibilità che il mix di emozioni nel petto e nel cuore di Percy fossero abbastanza da spingerlo a rimanere qualche passo sempre dietro di lei. Un po' perché gli piaceva inseguirla sul prato verde ben tagliato, un po' perché, quel sedere dentro ai jeans aderenti era un vero spettacolo.
E lui non sarebbe stato così stupido da perderselo.
Corsero lungo il campus, facendo slalom tra gli alberi, saltando qualche studente e spingendo quei malcapitati professori che avevano deciso di uscire fuori a prendere aria.
Annabeth accelerò ancora, incurante di esser diventata, assieme a Percy, l'attrazione centrale per tutti gli studenti nel campo.
E fu bello, quasi spaventoso, la consapevolezza che no, non gliene importava nulla sul serio.
Rise ancora e fu a quel punto che il ragazzo decise di accelerare, circondandole i fianchi con le braccia e sollevandola di un paio di centimetri da terra, facendola girare mentre lei si reggeva e rideva, con le gambe un po' piegate.

- Si piacciono, vero? – domandò Talia, le braccia incrociate e lo strano bisogno di non accendersi la sigaretta quando era con Luke.
Il biondo osservò i due amici. Percy che teneva Annabeth tra le braccia mentre giravano, le loro risate che si spargevano per il campus, e sorrise.
- Non hai visto dove poggia il sedere di Annabeth?
Talia corrugò la fronte, prestando attenzione a quel dettaglio solo in quel momento, dando un colpo a Luke l'attimo dopo.
Il ragazzo rise, massaggiandosi il braccio colpito e osservando la ragazza di sottecchi. -Dai, scherzavo! Si, certo che sì piacciono. Sono due tenerissimi nerd.
Quell'affermazione spinse Talia a sorridere, stendendo le labbra sottili sul bel volto.
- Secondo te nascondono qualcosa? – domandò senza giri di parole, spostando lo sguardo dai due ragazzi a Luke, concedendosi solo per un istante di guardare il torace allenato stretto nella canottiera bianca.
Il biondo si voltò di scatto verso di lei, senza preoccuparsi di nascondere un sorriso quando la vide sussultare per la sorpresa.
Beccata.
- Probabilmente.
E di me cosa pensi?
Anche tu nascondi qualcosa.

***

Percy si tolse velocemente la maglietta e poi entrò in piscina, rabbrividendo leggermente per il contatto tra la sua pelle e l'acqua fredda.
Amava l'acqua, sempre e comunque.
In qualsiasi stagione e in qualsiasi momento.
Era come se fosse l'unico posto dove il suo cervello iperattivo riuscisse a calmarsi, l'unico luogo dove nessuno l'avrebbe criticato o deriso. Dove poteva essere sé stesso.
Lasciava che i capelli venissero portati indietro mentre nuotava, lasciava che la libertà lo pervadesse in pieno e lasciava che tutto, anche solo per i pochi secondi che rimaneva sott'acqua, andasse bene.
Si sedette sul fondo in piastrelle azzurre della piscina, incrociando le gambe e sbarrando gli occhioni verdi mentre si guardava attorno. Non gli pesava stare per molto senza respiro. Da piccolo si allenava e quando Gabe era entrato a casa sua, stare sott'acqua nella vasca per evitare di sentire colpi che non avrebbe mai fermato, era diventata un'arma di difesa.
Riusciva a starci per intere mezzore e a volte, anche si dimenticava di star trattenendo il respiro, tanto la sua testa era invasa di ben troppi pensieri per un bambino piccolo come lo era lui.
Si sdraiò piano sul fondo, stando attento a non salire a galla, e incrociò le braccia dietro la testa, guardando le bolle che emetteva dal naso, salire in superficie.
Preferiva la piscina quando era notte ed era solo illuminato dai raggi pallidi della luna. Tutto assumeva un che di più intimo, e anche se non l'avrebbe mai ammesso, amava andare in piscina la notte perché ogni volta che si nascondeva sotto l'acqua, vedeva la luce a risparmio energetico del suo piccolo bagno.
Osservò la luna, alta e luminosa nonostante fosse almeno a due metri sott'acqua, senza preoccuparsi della pressione un po' troppo forte al petto.
Non gli importava abbastanza; dopo un po' di anni, alla mancanza di fiato aveva imparato a non badarci. Aveva scoperto che rilassandosi, pensando ad altro, poteva resistere.
Ma logicamente, due settimane ad Harvard non sarebbero mai state abbastanza per dimenticare diciannove anni di guerre, solo contro tutti.

Uscì in salotto. Aveva fame e la mamma gli aveva promesso delle caramelle azzurre dal suo negozio di dolci.
Sospirò mentre osservava quel ciccione barra tricheco sovrappeso di Gabe (suo amato patrigno) e la combriccola del poker, che infestavano il salotto di casa sua, impregnando l'aria di salsa piccante.
"Ragazzo" gracchiò Gabe rivolgendogli un sorriso finto che Percy, nonostante i suoi dodici anni, riuscì a captare. Lo guardò diffidente e l'uomo lo chiamò con un gesto della mano mentre quei tre disperati che stavano attorno al tavolo, ridevano piano. "Vieni qui" ordinò.
Percy si avvicinò guardingo, senza sapere, prima di allora, che avrebbe ricevuto uno schiaffo, abbastanza forte da farlo rotolare a terra.

Agitò la testa mentre le bolle salivano con più frequenza e il peso al petto si faceva più opprimente.
Si impose di calmarsi. Non voleva andarsene così preso dal luogo che preferiva di più in assoluto. Non voleva e di certo non avrebbe ceduto per un paio di ricordi schifosi che non avrebbe mai dovuto avere.
Doveva fermarsi e cancellare il suo passato. Doveva dimenticarlo perché gli faceva solo male riviverlo, e Percy, senza dubbio, riviveva troppo spesso esperienze che nessuno avrebbe mai dovuto vivere.
Provò a concentrarsi su altro, a pensare a ciò che adesso era e comprendeva la sua vita, ma era difficile. Difficile quando il rumore degli schiaffi superavano la sottile porta di legno bianca della sua camera e lui non poteva fare nulla per impedire che la mamma soffrisse così tanto.

Fermati.

Fermati e cancella.

Fermati e cancella.

E quando capì che era inutile, uscì di scatto dall'acqua, ansimante e con i capelli attaccati alla fronte.

- Ce ne hai messo di tempo – trillò una voce familiare alla destra di Percy. Si voltò di scatto, incontrando un paio di occhi azzurri e dei capelli biondo sabbia.

- Luke – fece sorpreso, – che ci fai qui?

Nuotò verso l'amico che aveva le gambe immerse nell'acqua fino ai polpacci e un asciugamano bianco stretto nella mano destra.

- La mia camera da' sulla piscina e volevo capire che diavolo ci facessi in acqua a quest'ora di notte, ma cavolo! - esclamò di punto in bianco, – sei uscito dopo almeno mezz'ora! – disse sorpreso mentre Percy faceva leva sui polsi per sedersi sul bordo della vasca accanto all'amico, che gli porse l'asciugamano.
- Stare in acqua mi aiuta a pensare – confessò, mettendosi il telo sulle spalle e guardando la luna piena davanti a lui.
Luke lo osservò per un attimo, annuendo concorde, – certo – gli mise una mano sull'avambraccio, – fingeremo che tutto questo sia normale e che tu non sia un pazzo schizzato che va a nuotare alle due di notte, andata? – fece il biondo sorridente, il pugno proteso verso Percy che sorrise a sua volta, passandosi una mano tra i capelli.
- Andata.

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