People always leave
La fermò per i fianchi, spingendole il corpo nudo dalle forme aspre di bambina contro al letto. Gli occhi magnetici la fissarono dall'alto ed Annabeth deglutì.
Avrebbe voluto coprirsi i piccoli seni. Le dava fastidio stare così scoperta ma sapeva bene che, se l'avesse fatto, poi Mr. Morrison non sarebbe stato affatto felice.
Le dita premettero contro la sua pelle troppo forte, facendola gemere di dolore.
Lui sorrise. Non aveva capito quanto stesse soffrendo ed andava bene.
Se era felice lui allora era tutto perfetto.
Era quello che Annabeth si meritava. Era quel tipo di amore. Quello che solo Mr.Morrison le poteva offrire. Era grande abbastanza per capirlo ormai. Dodici anni. Ed il menarca era stato già due mesi prima. Era una donna. Doveva crescere. Lui glielo ripeteva sempre ed Annabeth sapeva avesse ragione.
Spinse dentro di lei con forza. La fibia della cintura si sbatté contro al suo stomaco ed il dolore le mozzò il fiato.
Non voleva.
"Tu non meriti altro. Tu meriti ciò che posso darti solo io" disse ansimante, dando una spinta dentro di lei, facendola gemere ancora di fastidio, di dolore per la presenza fastidiosa.
Esci.
Esci.
"Apri gli occhi". Neanche si era accorta li avesse chiusi. Annabeth sollevò le palpebre lentamente. A lui non sarebbe piaciuto vederla sofferente. E voleva che fosse felice. Mr.Morrison doveva essere felice e se era felice lui, allora lo era anche lei.
Era tutto quello che aveva, lui glielo diceva sempre ed aveva ragione. Il papà non la voleva. La sua matrigna non la voleva. I suoi fratellini non la volevano.
"Io ti voglio" ansimò ancora, scavando nei fianchi magri con le dita callose, strappandole un urlo di fastidio, spingendola a portare la testa all'indietro come se, così facendo, le sarebbe stato possibile fuggire da tutto quel dolore. Il basso ventre si strinse in una morsa dolorosa, bruciò.
Stava andando a fuoco.
Basta.
"Nessun altro ti vuole a parte me" spinse ancora e la testiera del letto si sbatté contro al muro con forza.
Annabeth fissò i suoi occhi di ghiaccio. Freddi. Gelidi. Pieni di lei.
Mr.Morrison la voleva così tanto.
Perché non riusciva ad essere totalmente e completamente felice?
Lui era l'unico a volerla.
"Sei mia". Spinse dentro di lei ancora. Secco. Aspro. Forte. Annabeth sussultò per il dolore ignorando il bruciore al basso ventre che sembrava fosse in procinto di scoppiare da un momento all'altro. Strinse forte le coperte sotto di lei.
Basta.
Certo che era sua.
Non apparteneva a nessun altro.
"Lo sono che sono tua, Mister Morrison".
Gli piaceva quando lo chiamava così. Forse fu per quello che spinse dentro di lei con forza ancora una volta.
Annabeth si svegliò in un sussulto, scattando a sedere sul letto. Il cuore batteva all'impazzata e la testa pulsava. A quel punto non sapeva se fosse per quel sogno fin troppo vivido o per la festa del giorno prima.
Il sole filtrava dalle tende semichiuse e lei sbatté le palpebre un paio di volte giusto per assicurarsi di essere ancora lì, nella stanza dalle pareti chiari di Harvard, lontana dalla vita che si era lasciata alle spalle.
Almeno fisicamente.
Voltò il capo solo per poter osservare Talia addormentata nel letto accanto al suo, gemendo quando la tempia venne trafitta da una fitta dolorosa. Lo stomaco si contorse per la nausea e tornò a poggiarsi alla testiera fresca del letto, respirando forte. Chiuse le palpebre lentamente, tentando di regolarizzare il respiro accelerato, trasalendo quando un'altra fitta le colpì le tempie.
Cos'era successo ieri?
Tenne gli occhi chiusi mentre tentava di ricordare, di rimettere assieme i pezzi di una serata che le pareva, almeno in quel momento, fin troppo confusa. Ritornò nel salone della KKT: c'era caldo e c'erano troppe persone che ballavano vicino a lei, togliendole il respiro. Si ricordava di aver riso mentre danzava con le sue amiche, agitando i fianchi, buttando la testa all'indietro e scuotendo i capelli mentre rideva ancora. Si ricordava della musica che le piaceva, degli occhi annebbiati delle ragazze che ballavano con lei.
E poi si ricordò di Percy. Di Percy che aveva visto ballare assieme a Kayla. Di Percy che aveva baciato Kayla.
E poi si ricordò di quando aveva letteralmente rubato un drink dalle mani di un ragazzo che le passava accanto, svuotandogli il bicchiere di carta rossa in un solo sorso. Si ricordò della testa che girava piacevolmente, si ricordò delle risate più facili, delle gambe molli.
Si ricordò del ragazzo castano che l'aveva presa a ballare, che l'aveva fatta sentire donna e bellissima mentre la toccava e rabbrividì al pensiero.
E poi -cavolo- si ricordò di Percy ancora una volta. Si ricordò di Percy che stava ancora ballando con Kayla. Si ricordò della rabbia e della stizza cocente. Si ricordò di Annabeth Chase (che non era certa di conoscere) che andava verso di lui, che spostava via Kayla, che iniziava a muoversi con lui. E poi si ricordò di Annabeth Chase che -e no, cavolo- non conosceva proprio mentre lo baciava, smettendo di muovere i fianchi a ritmo della canzone che le casse sparavano a tutto volume. Galeotta fu la canzone forse perché -e solo forse- era decisamente più facile dare la colpa a lei.
Sbarrò gli occhi mentre la testa ricominciava a girarle, come se fosse nuovamente preda dell'alcool.
Lei aveva baciato Percy.
Percy aveva baciato lei.
E le era piaciuto.
E come diavolo si era permessa?
Sussultò, portandosi una mano alla bocca nel tentativo di trattenere il conato di vomito feroce che le strinse la gola, inacidendola.
Come diavolo si era permessa?
La stanza vorticò attorno a lei ad una velocità che non era in grado di gestire. Ad una velocità fuori dal suo controllo. Il duvet sulle gambe le sembrò troppo caldo e lo scalciò via prima che potesse prendere fuoco.
Come diavolo si era permessa?
I capelli erano bollenti sul collo e sulla schiena. Voleva strapparseli via.
Basta.
Ho baciato Percy.
L'aveva fatto davvero?
Le era piaciuto.
Come diavolo si era permessa?
Si ricordava di quelle mani che la toccavano, gentili. Delle mani che la toccavano, che la volevano, che la desideravano. Delle mani che le stringevano, che avevano paura a lasciarla andare. Si ricordava della bocca contro la propria e della lingua che accarezzava la sua. Della lingua che la voleva, che la cercava. Che non ne aveva mai abbastanza.
E poi si ricordò delle proprie di mani tra i suoi capelli scuri. Si ricordò degli ansiti. Delle labbra che si erano fatte trovare non appena erano state reclamate. Della lingua che rispondeva a quella di Percy. Del corpo che rispondeva a sensazioni del tutto nuove. Del cuore che batteva per l'emozione e della testa che girava non più solamente per l'alcool.
Si ricordava della pelle calda che -gelosa- aveva deciso di solcare con dita febbrili. Si ricordava di che cosa si provava a stare così vicina a Percy. A sentirlo così intesamente.
A sentirsi bella, amata, protetta e tutto semplicemente stando tra le sue braccia, toccando le labbra morbide che -forse- le mancavano già.
Come diavolo ti permetti?
Spalancò la bocca in cerca di fiato, portandosi le mani alle gola mentre la testa vorticava, frenetica. O forse era la stanza a girare?
- Oh mio Dio.
Rotolò giù dal letto, aggrappandosi al comodino nel tentativo di non cadere. Il telefono cadde con un tonfo leggero sulla moquette e lanciò uno sguardo a Talia, mollando la presa sul pomello del cassetto quando vide fosse ancora addormentata.
Si mise in piedi poggiando il palmo della mano sinistra al muro nel tentativo di non cadere. E quel muro -cavolo- era congelato. Così tanto che iniziò a tremare.
Aveva baciato Percy.
Stai delirando.
E le era piaciuto.
Stai delirando.
Come diavolo si era permessa?
Si portò una mano alla gola ancora una volta. Aveva bisogno d'aria. Aveva bisogno di respirare. Barcollò verso la scrivania ignorando il pavimento che si muoveva, che ondeggiava sotto ai suoi piedi, minacciando di farla cadere. Intercettò le chiavi dell'auto di Talia accanto al suo libro di letteratura e le strinse nella mano destra.
Erano gelide, anche più del muro ed iniziò a tremare più forte.
Basta.
Annaspò in cerca d'aria. Boccheggiò grattandosi il collo con le dita congelate e raggiunse a tentoni la porta, chiudendo il pugno attorno alla maniglia d'ottone.
- Oh mio Dio.
Basta.
Il corridoio sarebbe dovuto essere fresco eppure lei sentì ancora più caldo. I vestiti si appiccicarono al corpo sudato ed i capelli, lunghi sulla schiena, stavano per prendere fuoco. Strisciò la mano sul muro bianco mentre camminava, tenendosi bassa sulla ginocchia per non farsi male se fosse caduta a terra. Le gambe tremarono ed Annabeth pregò non trovasse nessuno durante il suo cammino.
Doveva uscire da lì.
Aveva bisogno d'aria.
Stava morendo di caldo.
Le chiavi erano congelate contro al palmo della sua mano ma non era abbastanza perché i capelli le bruciavano, i vestiti si attaccavano al corpo senza pietà, senza farla respirare.
Come si era permessa?
Il mondo girava attorno a lei. Si muoveva senza sosta e lei era lì, ferma, in balia di una corrente che non riusciva a controllare. Che non poteva controllare.
Non era abbastanza forte per farlo.
Ed aveva paura.
Si ritrovò fuori dai portoni pesanti della scuola, davanti al prato minacciato dalla neve, senza che se ne rendesse conto e raddrizzò la schiena, cercando l'aria che, fiebilmente, le raggiunse i polmoni.
I piedi, coperti solo dalle calze, erano freddi contro le pietre grigiastre ma non le importava. Forse il freddo sarebbe arrivato anche al resto del corpo.
Doveva andare via da lì. Doveva allontanarsi.
Basta.
Non si ricordava dove Talia avesse parcheggiato l'ultima volta ed aveva ancora caldo e aveva bisogno di correre via.
Il vento le scuoteva i vestiti ma lei non lo sentiva. Non sentiva nient'altro a parte il cuore che minacciava di uscirle dal petto, al battito impazzito che le rimbombava nelle orecchie.
Annabeth corse. Corse sulle pietre fredde senza sentire niente, tenendo la bocca aperta perché -forse- così le sarebbe arrivata un po' d'aria.
Non riusciva a respirare.
Non poteva. Il cuore le batteva troppo forte e la gola si strinse nell'ennesima morsa. Sbatté le palpebre un paio di volte sondando con le iridi grigie il parcheggio alla ricerca della Volvo scura di Talia. Le sembrò di poter inglobare più aria quando riuscì ad individuarla. Era tra una jeep e un'utilitaria, ad una fila di macchine da lei.
Il mondo si muoveva ancora troppo veloce, ma lei poteva raggiungere la maledetta auto senza che quel vortice la inghiottisse.
Basta.
Infilò la chiave nella serratura solo dopo qualche tentativo, spalancando lo sportello, colpendo con forza quello della jeep accanto a lei. Non riuscì a preoccuparsene. Non poteva.
Come poteva preoccuparsi della macchina quando aveva baciato Percy?
Come si era permessa?
I battiti del cuore impazzito le rimbombarono nelle orecchie ed infilò la chiave nel quadrante, abbassando tutti i finestrini un secondo prima di chiudere lo sportello e sfrecciare via dal parcheggio.
Le calze umide scivolarono via dai pedali e colpì il volante con un pugno quando, uscita dal college, non riuscì ad accelerare quanto avrebbe voluto. E dovuto.
Basta.
Come si era permessa?
Il vento le scuoteva i capelli, glieli faceva svolazzare davanti al viso, contro al viso, impedendole spesso la visuale di una strada che, alla fine, non si preoccupava neanche di vedere.
Sfrecciò lungo le strade di Boston scappando via. Mentre il vento diventava più freddo, mentre i capelli smettevano di incendiarle la schiena. Mentre i piedi, congelati, iniziavano ad addomentarsi.
Ma il cuore batteva ancora troppo forte. E il mondo girava ancora troppo velocemente attorno a lei, senza aspettarla.
E lei aveva paura.
Perché aveva baciato Percy. Perché le era piaciuto e perché, solo qualche minuto prima, non riusciva a sentire niente se non il suo cuore ed il terrore.
La morsa attorno alla gola si fece più fastidiosa, più forte. Era fuori dal suo controllo, e il fiato le si mozzò ancora una volta mentre guidava, mentre correva via da quella paura che -ancora- aveva il suo volto.
Come si era permessa?
Girò il volante di scatto non appena vide una piazzola, inchiodando qualche secondo prima di colpire il guardrail col muso.
Dov'era?
Quanto aveva guidato?
Come si era permessa?
Spalancò lo sportello della macchina con troppo impeto, ruzzolando sull'asfalto con un gemito di dolore.
Sentiva.
Aveva paura.
Incespicò mentre tentava di alzarsi, allontanandosi dalla strada, facendo il giro dell'auto e crollando sulle ginocchia ancora una volta. Sbatté la schiena alla gomma della volvo e fece in tempo ad aprire le gambe prima di vomitare.
Sussultò e poi sporse il busto il più avanti possibile prima di vomitare ancora, con la gola chiusa in una morsa di terrore e col cuore che -ne era certa- era in procinto di bucarle lo sterno e scappare via.
Basta.
Come si era permessa?
Si strinse il ginocchio con la mano mentre vomitava ancora. Mentre l'alcool della sera prima e la paura le bruciavano fastidiosamente la gola, impedendole di respirare.
Basta.
Ansimò, tossendo un paio di volte e sputando sotto di lei, asciugandosi la bocca umida col dorso della mano. Tornò a poggiarsi cautamente alla ruota, stendendo la schiena e sollevando il capo, prendendo un'ampia boccata d'aria che le bruciò i polmoni.
Il cuore smise di battere all'impazzata e tenne la schiena in tensione per qualche altro secondo prima di rilassarla, umettandosi le labbra e stringendo forte i capelli sulla testa. Poggiò i gomiti sulle ginocchia prima di iniziare piangere.
Come diavolo si era permessa?
***
"Kid, ora o mai più" disse Chris, tenendo salde le mani sulle spalle di Percy come se avesse paura di vederlo cadere da un momento all'altro. Come se avesse paura di lasciarlo andare. "Se non te la senti devi dirlo subito, va bene? E la chiudiamo. Ti prepariamo per la prossima volta o.."
"Stronzate, Chris. Ha già tredici cazzo di anni. Quanti ne avevi tu la prima volta?" borbottò Josh, spostando gli occhi scuri sulla signora con la pelliccia scura dall'altra parte della strada, che fumava.
Chris si passò una mano tra i capelli castani, distogliendo lo sguardo da Percy davanti a lui.
"Non conta, idiota. Tu hai sempre vissuto nella merda." Sputò Jake, chinandosi lievemente sulle ginocchia per poter raggiungere, con gli occhi di ghiaccio, quelli di verdi di Percy.
Il tredicenne cercò di non far trasparire nessuna emozione. Lui era forte. Era grande. Non aveva paura. Quando Jake, però, sollevò un angolo delle labbra appurò i suoi sforzi fossero stati vani. "Va' tutto bene, Kid, d'accordo? Se non te la senti facciamo il colpo un'altra volta."
"Me la sento!" esclamò Percy colto nell'orgoglio, sentendo il volto avvampare per la stizza. La voce venì fuori più acuta di quanto si aspettasse e si schiarì la gola un paio di volte, abbassando gli occhi verdi sulla punta delle Reebok rovinate prima di cercare le iridi di Chris. "Me la sento" ripeté più pacatamente, tornando ad osservare gli occhi di Jake davanti a lui.
"Allora quella stronza dell'Upper East Side è proprio lì". Il ragazzo la indicò, attento a non farsi notare, spostando l'attenzione su di lei per qualche istante, assicurandosi fosse ancora lì, davanti al supermercato e alla sua macchia lucida, fumando la sigaretta sottile. "Le prendi la borsa e poi corri via. Depistala. Non ti fermare davanti a niente. Almeno fino a che non sarai certo di aver seminato chiunque ti stia inseguendo." Sorrise. "E ti seguiranno".
Percy sollevò le spalle, indifferente, nascondendo dietro la schiena le mani che tremavano. "Va bene".
E se va male?
"Se qualcosa dovesse andare storto noi saremo qui a toglierti fuori dai casini, va bene?" Jake gli sorrise, rassicurante, rispondendo ad una domanda che lui non avrebbe mai posto. Tornò dritto, accarezzandogli brevemente la testa prima di allontanarsi, estraendo un pacchetto di sigarette dalla tasca dei jeans rovinati.
Josh sfiorò la cicatrice sopra l'occhio, fissando con odio la donna che, dall'altra parte della strada, fumava sdegnosa, lentamente, come se avesse avuto tutto il tempo del mondo. Il ragazzo sputò non troppo lontano dalle sue scarpe e Percy strinse i pugni un po' più forte dietro alla schiena.
Basta.
Loro non se ne andranno.
Ti proteggeranno.
Prese un bel respiro ignorando il cuore che, impazzito, minacciava di sfondargli la cassa toracica, uscendo dal petto, e poi attraversò la strada lentamente, attento alle macchine che sfrecciavano lungo le vie di New York.
Era una fortuna fosse così piccolo. In mezzo a tutta quella gente passava facilmente inosservato.
Adesso che la guardava da vicino, quella donna dai capelli biondi e ricci doveva essere sui quarant'anni, all'incirca l'età della sua mamma, ed abbastanza soldi da salvare metà dei residenti della zona ovest del Bronx.
Probabilmente nella borsa non aveva neanche la metà del suo patrimonio e Percy, a quella possibilità, ci aveva pensato spesso.
Almeno non le avrebbe portato via tutto.
Come diavolo si permetteva a pensare una cosa del genere?
Scosse la testa e camminò piano. Non aveva tempo, aveva solo paura.
La donna continuava a fumare, ignara della mano che, già lievemente protesa in avanti, era pronta ad afferrarle la borsa.
A rubargliela.
Percy camminò più velocemente, ignorando gli spintoni delle persone che gli andavano addosso, facendolo indietreggiare di qualche passo ogni volta che lo colpivano. Il cuore batté al'impazzata nel petto da bambino e fissò la piccola borsa, mollemente posata nell'incavo del gomito, come se fosse stata una bomba.
Torna indietro.
Scattò in avanti, strappandole la borsa via dal braccio nell'arco di qualche istante. Se la strinse al petto, scostando le persone davanti a lui che gli impedivano di correre via.
Non poteva più tornare indietro.
Scappa.
Ed era pronto a farlo. Era pronto a lasciarsi alle spalle le urla inorridite della donna, la paura, l'ansia. Era forte. Era riuscito a prenderle la borsa. Era riuscito a scappare.
Una mano più forte di lui gli acchiappò la spalla magra, trascinandolo a terra. Sbatté la schiena sull'asfalto con un tonfo, la nuca colpì il marciapiede e la testa vorticò per qualche istante prima che la borsa costosa gli venisse strappata via dalle mani.
La vista offuscata gli impedì di vedere il volto di chiunque l'avesse fermato. Le orecchie, tappate, gli impedirono di sentire cosa stesse succedendo attorno a lui.
Il cuore batté all'impazzita nel petto magro e la gola si serrò per il terrore, mozzandogli il fiato. Forse fu la stessa persona che l'aveva fermato a tirargli un calcio al fianco, poco più su delle costole. Forse gridò, voltandosi nella speranza di vedere i ragazzi che lo portavano via. Che lo salvavano da tutto quel dolore. Da tutta quella paura.
Ma i ragazzi non c'erano.
Se n'erano andati. E quella consapevolezza gli fece più male del calcio che gli colpì la coscia.
Percy puntò i piedi sulle piastrelle della piscina, dandosi una spinta per poter uscire dall'acqua. Schizzò in superficie nel giro di quale secondo e spalancò la bocca, annaspando in cerca dell'aria che gli bruciò la gola.
Ansimò, muovendo leggermente le braccia per poter rimanere a galla, passandosi la lingua sulle labbra -cavolo- incredibilmente secche.
I ragazzi se n'erano andati e l'avevano fatto perché avrebbe dovuto imparare a cavarsela da solo. Ma Annabeth? Annabeth perché era andata via?
Si passò una mano tra i capelli bagnati, tirandoseli indietro, liberandosi gli occhi dal ciuffo fastidioso prima di buttarsi all'indietro. La schiena colpì l'acqua ed aprì le braccia, sdraiandosi in superficie, osservando il cielo albeggiare sopra di lui.
Le persone se ne vanno sempre.
Ormai avrebbe dovuto saperlo.
Eppure -cavolo- ogni volta faceva più male della precedente.
Angolo Autrice:
Ciao fiorellini! Ed ecco qua il sedicesimo capitolo. è probabilmente uno dei più angst dell'intera storia e ho odiato scriverlo. Percy ed Annabeth sono due personaggi assolutamente distrutti, persi. Hanno paura ed hanno un passato che non riescono a lasciarsi alle spalle.
Per questo, mi piacerebbe mi facciate sapere che ne pensate delle loro reazioni o del perché dei loro comportamenti. Ci tengo di brutto, sopratutto in capitoli che sono prettamente psicologici.
Per concludere, vi ringrazio tantissimo per il sostegno! Siete dei fiorellini meravigliosi e vi voglio tanto tanto tanto tanto tanto tanto bene<3<3<3<3
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