I'm conscious but I'm lonely halfway dead
Percy si passò una mano tra i capelli neri, maledicendo chiunque avesse inventato la scuola e l'alzarsi presto per seguire una cavolo di lezione.
Era da una settimana che si svegliava nella camera bianca di Harvard con Grover nel letto accanto e già, di sentire quel suono infernale, non ne poteva più.
Aveva seguito non sapeva neanche lui quanti corsi di inglese avanzato e letteratura, e a furia di stare davanti al computer teneva gli occhi costantemente socchiusi, sempre un po' rossi e stanchi.
Certo, quello che faceva gli stava piacendo molto, stava iniziando una nuova vita, aveva ritrovato Talia e scaricava tutte le tensioni dandole di santa ragione al malcapitato che Luke gli metteva contro durante i corsi di lotta, ma alzarsi alle sei era ugualmente stancante.
Buttò giù le gambe dal letto, mettendosi seduto e barcollando lievemente appena fu in piedi.
Sbadigliò e si diresse a occhi chiusi verso il bagno mentre Grover borbottava qualcosa a proposito delle enchiladas che facevano a mensa.
Percy si liberò dei boxer scuri ed entrò in doccia, girando la manopola dell'acqua tutta verso sinistra, sperando che il freddo lo potesse far svegliare. Appena aprì il rubinetto, saltò e aprì gli occhi di scatto, lavandosi a una velocità inaudita mentre il freddo gli faceva tremare il labbro inferiore e venire la pelle d'oca.
Lo faceva sempre, lavarsi con l'acqua fredda. Almeno aveva la certezza che, in un modo o nell'altro, sarebbe stato sveglio. Uscì dalla doccia, avvolgendosi un asciugamano bianco attorno alla vita e passandosi l'altro sul busto e tra i capelli, scuotendo la testa e bagnando così lo specchio rettangolare davanti a lui.
Si vestì velocemente, recuperando la sensibilità persa con la doccia gelata, lasciando la stanza con un Grover mezzo addormentato, i Simple Plan che ci davano dentro e l'espressione corrucciata di Annabeth in mente. Neanche quel giorno si era sistemato gli appunti. E lei, ovviamente, l'avrebbe rimproverato per quello.
E lui, ovviamente, avrebbe sorriso, continuando a bere il caffè senza zucchero.
***
Annabeth si alzò di scatto dal letto non appena suonò la sveglia, battendo le mani un paio di volte solo far aprire gli occhi di Talia. La mora, di tutta risposta, afferrò il cuscino, lanciandoglielo in faccia e portandosi le coperte fin sopra alla testa.
- Sta' zitta, Bionda – mugugnò, la voce soffoca dal piumone bianco.
Annabeth rise mentre si toglieva la maglietta del pigiama, rimanendo in reggiseno azzurro solo per infilarsi la prima canottiera celeste che pescava dal secondo cassetto, dove aveva ordinato le magliette a seconda della gradazione di colore.
Talia le aveva ripetuto almeno un centinaio di volte quanto fosse disturbata, ed Annabeth si era limitata a ridere e scuotere la testa.
- Talia alzati, dai – chiamò la bionda, saltellando per infilarsi gli skinny jeans. – Non voglio fare tardi e voglio fare colazione. Dai! – quasi la implorò mentre apriva l'armadio dell'amica e toglieva un paio di jeans neri strappati, una canottiera ugualmente scura e un giubbotto verde militare con i tasconi. Lanciò tutto sulla testa della mora che imprecò ancora, probabilmente rendendo fiera tutti i camionisti del mondo, mettendosi seduta sul letto, lasciando che i capelli neri potessero caderle davanti al volto, ricordando ad Annabeth una tendina molto disordinata.
- Sappi che ti sto seriamente odiando – protestò, togliendosi la canottiera del pigiama per infilarsi quella che le aveva scelto Annabeth, tenendo gli occhi elettrici ancora socchiusi, come se rifiutassero di aprirsi del tutto.
Annabeth si mise facilmente le All Star bianche e slacciate ai piedi, raccogliendo i capelli biondi e un po' crespi in una treccia che le cadeva morbida sulla spalla sinistra.
- Sei pronta? – trillò con un sorriso, col solo scopo di infastidirla ancora un po.
Talia borbottò qualcosa di incomprensibile, agitando un paio di volte per sistemarsi jeans e scarponi. Si passò una mano tra i capelli neri e scompigliati guardando Annabeth truce mentre le andava incontro e la sorpassava.
- Sappi che ti sto seriamente odiando – ripeté.
Annabeth rise, infilandosi la chiave della stanza nella tasca posteriore dei jeans, chiudendosi poi la porta alle spalle con un tonfo leggero. – Secondo me non è vero. – Aggiunse con un sorriso, camminando più velocemente per poter raggiungere Talia, a qualche passo lontano da lei.
- Solo perché mi fai i compiti non dovresti ritenerti tanto speciale.
Annabeth rise ancora, schioccando un bacio sulla guancia lentigginosa della mora che, suo malgrado, sorrise mentre continuavano a camminare.
***
- Buongiorno – salutò Annabeth, scivolando nella panca accanto a Percy e iniziando ad aprire la confezione dov'era chiusa la sua brioche.
Percy la guardò, sorridendo prima di tornare ad avvolgere le mani attorno alla tazza del latte.
- Ho sonno, Bionda. Non è un 'buongiorno' – borbottò Talia seduta accanto a un Luke ancora più addormentato di lei.
- Ma andiamo! Non posso essere l'unica sveglia – esclamò Annabeth, guardando tutti i suoi amici negli occhi chiari.
I ragazzi si scambiarono uno sguardo di velata intesa, annuendo prima di pronunciare un "si". Annabeth protestò con un mezzo sorriso sulle labbra rosee, abbassando poi gli occhi grigi sul cappuccino caldo. Poi si voltò di scatto verso Percy. - Hai studiato? - domandò noncurante, facendo saettare lo sguardo dal ragazzo alla sua colazione, trattenendo un sorriso.
Percy sollevò la testa talmente velocemente che, per un solo istante, Annabeth prese in considerazione l'idea di vedere il collo rompersi. - Ah?!
Trattenne l'ennesimo sorriso, sollevando gli occhi grigi nei suoi, verdi e preoccupati. - È probabile che oggi faccia un test preparatorio. O comunque qualche domanda e..
- Oh merda - mormorò il ragazzo, portandosi le mani tra i capelli e scompigliandoli ancora di più. - Oh merda, merda, merda, merda, merda. Sono morto - disse con ovvietà, tenendo lo sguardo fisso davanti a lui. Catturando l'attenzione di Luke che, con un sopracciglio biondo talmente alzato che quasi spariva sotto i capelli che gli coprivano la fronte, lo osservava sconvolto. - Tu sei fuori di testa.
- No! - esclamò Percy, puntandogli un dito contro, portando le iridi verdi sulle sue. - Sono morto. Il che è diverso.
Talia scoppiò a ridere forte e Annabeth chiuse gli occhi per qualche istante, lasciando che un timido sorriso potesse stirarle le labbra.
- Andiamo in camera e ti do una mano a farli – estrasse il telefono dalla tasca per guardare l'ora. - Abbiamo mezz'ora. Possiamo farcela.
Gli occhi, già di per sé luminosi di Percy, brillarono ancora di più mentre il suo volto si apriva in un sorriso. Quasi senza pensarci, si sporse verso Annabeth, attirandola a sé in un abbraccio.
Oh mio dio.
Respirò il suo profumo tenendo il volto contro al suo petto forte e caldo.
Non sclerare.
Rilassati e non sclerare.
Percy continuò a stringerla a sé nonostante il corpo rigido che faceva degna concorrenza a un pezzo di legno, lasciandola andare solo quando fu Luke ad interromperli, con la perla giornaliera.
- Voi due, evitate atti osceni in luogo pubblico.
Percy gli mostrò il dito medio e lui, in tutta risposta, rispose.
Il moro scavalcò la panca velocemente, afferrando la mano di Annabeth per poterla aiutare.
E fu un riflesso istintivo per lei, alleggerire la presa, cercando di godersi il palmo caldo che premeva contro al suo, morbido.
NO.
Scavalcò la panca, lasciandolo andare con finta noncuranza che, era certa, lui aveva comunque notato. Abbassò lo sguardo sulla punta delle all star, salutando Talia e Luke ancora seduti al tavolo, camminando al fianco di Percy mentre uscivano dalla mensa.
***
- Quindi, Shakespeare che modifiche sostanziali ha attuato in "Romeo e Giulietta"? – domandò Annabeth col libro di letteratura aperto sul letto davanti a lei. Era almeno venti minuti che studiava con Percy un intero capitolo di, testuali parole del moro, "depressi senza una vita sociale che cercano di rovinare la mia".
Percy ci pensò per un secondo, – fu la moralità che diede alla storia, quasi a voler mettere in risalto l'amore tragico e travagliato di questi due sfigati. Che divenne poi l'icona della storia d'amore perfetta.
Annabeth stava per sorridergli, fiera che sapesse tutto alla perfezione prima che Percy potesse borbottare, – ma perché storia d'amore perfetta? Loro due muoiono! E quel Romeo è anche un senza palle perché si avvelena mentre Giulietta si pugnala.. che razza di esempio vogliono dare alle coppie di oggi? "Ammazzatevi per amore e verrete ricordati?"
Ed Annabeth attaccò a ridere, genuina, buttando la testa all'indietro e tenendosi lo stomaco con una mano, strappando un sorriso anche a Percy che aveva cercato, fino a quel momento, di mantenere il cipiglio serio. – Dico davvero! – esclamò, mentre la bionda aveva le lacrime agli occhi.
- O mio dio.. – esalò, non appena smise di ridere. – Tu sei pazzo, Testa d' Alghe.
- No. Mi limito a dire le cose come stanno – ribatté il ragazzo, scatenando la sua ilarità ancora una volta
Ma appena Annabeth gettò uno sguardo al telefono poggiato sul letto, accanto al libro di Letteratura, impallidì per un attimo, sbarrando gli occhi e fissandoli poi in quelli di Percy.
- Siamo in ritardo di dieci minuti! – strillò, raccattando libro e astuccio mentre il moro balzava in piedi e le lanciava il telefono che Annabeth prese al volo, infilandolo nella tasca posteriore degli skinny jeans.
- Corri, corri, corri! – incitò Percy, mantenendo ad Annabeth la porta aperta e lasciando che si chiudesse alle loro spalle.
Attraversarono veloci il lungo corridoio dell'ala femminile del college, pregando perché quell'avvoltoio perennemente appollaiato dietro alla cattedra non facesse troppe storie.
***
Percy ed Annabeth piombarono nell'aula di letteratura, interrompendo il malcapitato studente che stava leggendo un paio di versi di Romeo e Giulietta.
Per la foga, le All Star di Annabeth slittarono in avanti, ma Percy la sostenne, riuscendo a farla stabilizzare sui piedi, mordendosi le labbra per trattenere una risata.
La Harvey, meglio conosciuta come Avvoltoio, si abbassò gli occhiali sottili per posarli sulla cattedra, fissando i suoi occhi freddi come il ghiaccio, sui due ragazzi.
L'avvoltoio guardò l'orologio col cordoncino sottile di cuoio che portava al polso, riportando lo sguardo sui due ragazzi. – Che ore sono? – domandò con fin troppa calma.
Annabeth deglutì, la gola improvvisamente asciutta che le rendeva impossibile parlare.
- Le dieci meno un quarto – masticò Percy, cacciando il pugno chiuso in tasca.
L'insegnante si sporse verso di lui -stronza-
- Come? Non ho sentito.
Annabeth percepì, a pochi centimetri dietro di lei, il corpo di Percy vibrare per la rabbia. Il respiro si fece più corto e accelerato e fu solo istinto quello che le suggerì di allungare una mano dietro di lui, cercando le sue dita.
Non aveva idea del perché, ma l'aveva fatto comunque.
E le piaceva.
Percy intrecciò naturalmente le dita alle sue, prendendo un respiro profondo e chiudendo le palpebre per un solo istante, celando all'insegnante la vista dei suoi occhi verdi.
- Ho detto che sono le dieci meno un quarto – scandì, con la voce tremava per la rabbia. La presa di Annabeth si fece leggermente più forte e la professoressa guadò i due ragazzi con odio prima di farli sedere con una smorfia.
Camminarono velocemente tra le file di banchi, arrivando a quello che condividevano accanto alla finestra.
Percy si passò una mano tra i capelli, osservando Annabeth si torturava le dita nervosa.
- Tutto ok? – le chiese, sporgendosi verso di lei e lanciando un'occhiata veloce all'insegnante,troppo occupata a tenere sotto torchio il malcapitato diciannovenne che non aveva pregato abbastanza.
Annabeth sobbalzò, voltandosi di scatto quando Percy la riportò alla realtà.
- Eh? Oh, si si, tutto ok, certo. Perché? – rispose curiosa in un sussurro, facendo saettare lo sguardo grigio da Percy alla professoressa.
Il moro le sorrise tranquillo, – niente, eri solo un po' distratta.
Annabeth emise un verso a metà tra un grugnito e uno sbuffo divertito. - Stavo solo pensando a un modo per ucciderla. - Disse, facendo un cenno con la testa alla professoressa dietro la cattedra, - e farlo passare per un incidente.
Percy soffocò una risata, continuando ad osservarla fino a che non ebbe anche paura di consumarla.
Era solo un quarto d'ora di ritardo e, poteva giurarlo, per una buonissima causa.
***
Talia si accese la solita Winston e diede una lunga boccata, lasciando che il fumo le scorresse lungo la gola, riportandola alla tranquillità che la mattinata le aveva sottratto.
Lo diceva lei, che aveva la testa troppo incasinata e la quinta sigaretta di quel pomeriggio (per non parlare delle altre sei che aveva fumato la mattina) non la stava aiutando come avrebbe dovuto.
Ciò che la faceva maggiormente incazzare però, era la mente piena di lui.
Lui. E questo non era sicuramente da Talia che, per quanto la riguardava, con i ragazzi ci aveva sempre e solo giocato.
Non le piaceva, ma era così che andava la sua vita e, dopo un po', ci aveva anche fatto l'abitudine.
Faceva la forte, ma a volte, anche i guerrieri come lei sentivano il bisogno di ammettere di essere immancabilmente distrutti.
L'unica distrazione per Talia, era puro e semplice sesso. Magari con il primo ragazzo che aveva provato ad abbordarla in quel pub lungo la quinta strada. O magari con quello moro che aveva visto lungo i corridoi.
Diede un altro tiro alla sigaretta mentre guardava il prato e il mucchio di studenti che giocavano, ascoltavano musica o semplicemente leggevano all'ombra degli alberi verdi e rigogliosi.
Talia non se ne pentiva. Aveva imparato a non pentirsi di niente perché, se qualcosa succedeva, doveva per forza avere una ragione.
Perché, sotto l'armatura e lo sguardo penetrante c'era una ragazza che credeva nell'amore con tutta sé stessa.
Osservò con attenzione i ragazzi, chi della sua età e chi più grande, nel prato di Harvard e si chiese, per l'ennesima volta in diciannove anni di vita, per quale motivo lei non sorridesse come sorridevano loro. Per quale motivo lei non riuscisse più a essere davvero felice. Per quale motivo era stata costretta a crescere così schifosamente in fretta. Per quale motivo, a quattordici anni, era dovuta diventare adulta per forza di cose. Caricarsi sulle spalle una madre che beveva più alcool dell'acqua e sopportare un padre che non c'era mai e che pretendeva e basta.
Talia non era felice e la cosa più brutta, la cosa peggiore, era che nessuno se ne accorgeva mai e nessuno se n'era mai accorto.
Forse Percy, ma da bambini è difficile nascondere come si sta davvero ed era capitato, probabilmente troppe volte, che lei si rinchiudesse nei bagni pubblici della scuola materna solo per piangere.
A quel punto, Percy c'era stato.
Percy l'aveva aiutata quanto un bambino di sette anni era capace di fare, ma Talia poi, era cresciuta. E con lei erano cresciuti i problemi.
Troppi per una bambina, troppi per una ragazzina.
Talia era stanca.
Talia era triste.
Talia era distrutta e nessuno se n'era mai accorto.
A star male però, a non essere mai felice, c'era abituata, c'era abituata benissimo, e quando, seppur per pochi attimi, le sembrava che quel peso che aveva sul cuore diminuisse un po', faceva quasi di tutto per farlo ritornare. Era come se fosse parte di lei, e a lei andava bene.
Per lei era ok.
Talia era una guerriera e lo sapeva. Si era sempre alzata da sola, non si era mai arresa e non avrebbe mai smesso di farlo perché era forte, più di quanto credesse.
Ma ciò che la faceva incazzare e bestemmiare in turco (anche se non lo conosceva), era il bisogno di averlo accanto a sé.
Gettò la sigaretta a terra, con rabbia, mentre si avviava verso la palestra. Mollare un paio di pugni le avrebbe fatto scaricare i nervi, ne era certa.
Maledisse Luke Castellan e i suoi occhi, e il suo sorriso e i suoi abbracci per tutti i cinque minuti che impiegò nell'andate proprio dal carnefice.
Dal carnefice di notti bianche e sonni in fascia protetta da ben una settimana.
Chiuse un attimo gli occhi e strinse i pugni.
Non si fidava per nulla di Luke Castellan.
Aveva la mezza impressione che l'avrebbe fatta soffrire e per quanto la riguardava, era l'ultima cosa di cui aveva bisogno.
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