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CAPITOLO 18

Un corpo a me estraneo mi tiene ancorata al materasso e adesso che ci penso l'ultimo ricordo che ho di ieri sera era la camera degli ospiti di casa Brown.
Ma allora perché sono immobile?

Aprendo gli occhi cerco di cambiare posizione, da sdraiata sul fianco sinistro cerco di mettermi supina, ma nel momento in cui abbasso lo sguardo vedo una mano che mi tiene stretta in vita e non essendo abituata alla cosa mi metto ad urlare come una matta facendo scattare sull'attenti anche la persona di fianco a me.

<<Si può sapere che diavolo stai facendo?>> urlo isterica guardandolo furibonda.

<<Sapevo che eri acida già di prima mattina, ma hai appena rotto il mio impianto uditivo>> si mette le mani sulle orecchie come se la mia voce lo avesse colpito così tanto.

<<Mi potresti dare una spiegazione sul perché siamo nello stesso letto?>> continuo a domandargli mettendomi seduta e incrociando le braccia, aspettando una sua risposta.

<<Uno siamo a casa mia, e quindi dormo dove mi pare, e due perché stanotte ti ho sentita urlare e quando sono venuto per calmarti mi hai letteralmente supplicato di restare, non che la cosa mi dispiaccia>> si prende gioco di me lo stronzo.

Non so se in questo momento dovrei ringraziarlo per essere rimasto con me oppure strozzarlo perché è rimasto a dormire nel mio stesso letto solo con un paio di pantaloni della tuta e basta.
Adesso che lo guardo ha un fisico stupendo: non è asciutto ma non è neanche pompato, è palestrato al punto giusto e non ha un filo di grasso, certo non ha la tartaruga ma neanche la pancetta da bevitore di birra.

<<Guardi qualcosa che ti incuriosisce?>> mi domanda ridendo osservando i miei occhi che non si sono mossi dai suoi addominali.

<<Certo che no...>> distolgo immediatamente lo sguardo per non fargli vedere la mia faccia che sta letteralmente prendendo fuoco <<... grazie per essere stato qui stanotte ma adesso te ne puoi anche andare>> continuo a dire aspettando che esca da questa stanza.

<<Hai sognato Emily non è vero? ...>> chiede curioso sdraiandosi di nuovo e aspettando una mia risposta che si limita ad una semplice alzata di spalle, come se la cosa fosse scontata <<...non chiuderti Chloe, mi dispiace per tutto ma adesso le cose cambieranno, te lo prometto>> mi supplica di chiedergli.

<<Come ti prometto del "ti dirò perché vado dalla dottoressa Weber"? Allora sono proprio messa bene>> gli rispondo ironica mentre mi metto sdraiata supina, come se fosse una cosa di tutti i giorni parlare con un ragazzo nello stesso letto.

<<Allora ti dimostro subito la mia promessa. Vuoi sapere perché faccio sempre fatica a tornare a casa nei weekend? Vuoi sapere perché non ho rapporti con i miei genitori, specialmente con mio padre? Perché quel figlio di puttana si è scopato la mia ragazza e l'ha messa incinta, ecco perché>> si libera dal peso che l'opprimeva fino adesso.

<<Mi dispiace>> dico mortificata, non rendendomi conto che forse ho esagerato, ma non mi aspettavo che me lo avrebbe detto, anche se lo sapevo già grazie a Sofia.

<<Sai perché te l'ho detto? Perché mi fido di te, anche se è solo da poco che ci conosciamo, ed è per farti capire che anche tu ti devi fidare di me e anche di Charly. Noi siamo qui per aiutarti, non per giudicarti>> e togliendosi di dosso le coperte cerca di andare via ma non so perché la mia mano lo ferma, intimandogli di restare.

Capendo che forse ne ho bisogno si rimette nella stessa posizione di prima, non parla così come non lo faccio io.
Rimaniamo così per un tempo indefinito, finchè la prima a parlare sono io: <<La sogno tutte le notti, mi sono dimenticata di prendere le gocce>> mi giustifico non sapendone il motivo.

<<Gocce?>> mi chiedo aggrotando le sopracciglia.

<<Sonniferi, me li ha prescritti mia madre per dormire ma non servono a molto. È da cinque mesi che non dormo, non che non abbia mai dormito granché. Fin da piccola bastava poco per riattivarmi a differenza di Emily che servivano i megafoni per tirarla giù dal letto>> e a quella affermazione entrambi ci mettiamo a ridere, come se la cosa fosse divertente.

<<Anche Alex è un dormiglione, se potesse starebbe a letto tutto il giorno>> osserva incupendosi nel momento in cui pronuncia il suo nome, e non posso non notarlo.

<<Qualcosa non va?>>

Scuotendo la testa come se dovesse togliere tutta la negatività: <<Abbiamo avuto un battibecco ieri, nulla di preoccupante>> mi rassicura attorcigliandosi al dito un pezzo di lenzuolo.

<<Non è solo questo. Sputa il rospo>> mi giro verso di lui così da fargli capire che ha tutta la mia attenzione.

Tenendo sempre lo sguardo sul suo dito e ogni tanto guardandomi con la coda dell'occhio: <<È questa casa, mi opprime, mi fa tornare in mente immagini che vorrei dimenticare ma che non riesco. Ogni volta che torno qui mi sembra di avere un macigno sul petto che non mi dà la possibilità di respirare, e la cosa mi uccide. Quando ci sediamo al tavolo per il famoso pranzo domenicale guardo solo Alex e Maggie, mio padre e mia madre è come se non esistessero per me, per noi. Dopo quello che è successo con la mia ex, sono andato dai miei nonni per mesi, non sopportavo l'idea di condividere lo stesso tetto con lui, ma come sempre chi ha i soldi ha il potere no? ...>> chiede sarcastico <<...ha iniziato a minacciare i suoi stessi genitori, di togliergli la casa e tanto altro se io non fossi ritornato qui, così mi sono arreso ad un'unica condizione: che sarei andato da una psicologa. Ho deciso io stesso di andare dalla dottoressa Weber, non riuscivo a parlare con i miei fratelli, con i miei amici, e dovevo dire a qualcuno quello che mi passava per la testa, quali erano i miei pensieri, le mie emozioni, ed è lì che ho conosciuto te>> mi sorride come se fossi stata la sua luce in mezzo al tunnel.

<<Io e te siamo l'esatto opposto. Non sono mai stata una ragazza sociale, non ho mai avuto molti amici come ce li aveva Emily, ed è solo grazie a lei se a scuola me n'ero fatti alcuni. Dopo la sua morte mi sono chiusa in me stessa, in ospedale mi volevano ricoverare nel reparto psichiatrico perché non ho parlato per giorni interi. I medici avevano detto ai miei genitori che ero in stato di shock, che col tempo tutto sarebbe passato, ma non è mai stato così...>> inizio a raccontare guardando il soffitto, non ce la faccio a guardarlo in faccia, ma con la coda dell'occhio vedo che sta ascoltando ogni parola di quello che sto dicendo <<... le prime settimane ho dormito sul divano, usavo il bagno di servizio al piano terra per fare il minimo indispensabile perché non riuscivo a salire. Non parlavo, facevo fatica a mangiare, ero diventata uno zombie vivente, ho perso moltissimo peso. L'unica che si è preoccupata è stata Sofia, i miei genitori in un primo momento mi incolpavano della morte di Emily, dicevano che era colpa mia se quel giorno non ero in casa con lei. Quando si sono resi conto in che stato mi trovano, hanno preso in mano la situazione e mi hanno costretta ad andare dalla dottoressa Weber. Pensavano che con lei avrei parlato, che con lei mi aprissi e le raccontassi di quello che ho visto quel giorno, di come mi sono sentita, ma ho fatto scena muta per tutta l'estate. Ho parlato per la prima volta con la dottoressa Webber il giorno in cui ci siamo scontrati nell'atrio del suo ufficio, e il resto lo sai>>

Non mi sono accorta che in tutto l'arco di tempo in cui ho parlato avevo aperto i rubinetti e bagnato ormai tutta la fodera del cuscino, ma Andrew non si è mosso di un millimetro e ha fatto bene.

Non ho bisogno di compassione.
Non ho bisogno di qualcuno che mi dica mi dispiace.
Non ho bisogno di quelli che ti dicono che sanno cosa si prova.
Loro non sanno niente.
Loro non sanno cosa significa.
Loro non sanno.

<<Siamo simili>> si limita a dire facendo un sorriso tirato.

<<Più di quanto immagini, ma con una differenza: tu sei riuscito a riemergere, io invece sono nel buio più tetro e non trovo la via d'uscita>> tiro su con il naso mentre mi passo le mani sugli occhi per togliere l'acqua salata in eccesso.

Sento muoversi il letto e infatti ecco quello che mi serve.
Le sue braccia mi stringono forte a sé, è questo quello che ho bisogno.

Il calore umano.
La persona che solo con un abbraccio ti dice soltanto che è lì.
Per te.
Solo per te.
Che ti capisce.
In modo suo.
E finalmente so cosa si prova ad avere un amico.

<<Ma buongiorno anche a voi...>> ci sorride sulla soglia della porta aperta, io che non ho neanche sentito il cigolio da quanto ero immersa nel momento <<...avete organizzato una riunione e non mi avete avvertito? Bomba Charly in arrivo>> e mentre termina la frase prende la rincorsa e si fionda più che sul letto addosso a noi facendoci ridere più che non mai.

Il buongiorno si vede dal mattino.
Se mi dovessi svegliare sempre in questo modo sarei la ragazza più felice sulla terra.
Io.
I miei due amici pazzi.
E adesso l'ho capito.
Non importa se qualcuno non ti dice le cose.
Se lo fa un motivo c'è.
Non bisogna mai pensare subito male.
E ho sbagliato in questo.

<<Bene, dopo questo io direi di andare a preparare una colazione con i fiocchi, o meglio ancora, ci prepariamo e andiamo a gustarla in qualche bar. Chi opta per la seconda opzione? Benissimo tutti e tre, allora prepariamoci e andiamo, vi voglio alla porta d'ingresso tra dieci minuti>> fa botta e risposta da sola prima di dileguarsi fuori dalla camera lasciando entrambi un po' perplessi, specialmente me.

<<Ma che->>

<<Io te l'avevo detto che era pazza, ma tu non mi hai mai creduto. Forza andiamo, prima che faccia una delle sue solite scenate>> mi incoraggia prima di lasciarmi un tenero bacio sulla guancia e andarsene.

È già la seconda volta che mi alzo con un sorriso che arriva da un orecchio all'altro, e la cosa mi fa più che piacere.
Non è bello svegliarsi con il piede sbagliato, e lo dice una che ne sa qualcosa, ma svegliarsi così è... strano ma piacevole allo stesso tempo.

In tempo record vado in bagno, mi lavo i denti e mi metto il primo deodorante che trovo in un armadietto che sa di vaniglia, mi pettino i capelli in una coda alta e metto un paio di jeans scuri abbinati ad un maglioncino blu elettrico molto caldo con degli origami su tutto il tessuto.
Quando metto il mio stretto necessario nella borsa prendo i miei scarponcini di fianco al letto e li indosso prima di scendere le scale che portano al pian terreno ritrovandomi davanti alla porta Charly.

<<Almeno qualcuno sa che cos'è la puntualità, non è vero Andrew?>> urla dal fondo alle scale.

Come risposta sentiamo un borbottio e basta, facendo scappare un sorriso ad entrambe.

<<Stanotte ti ho sentita urlare, stai meglio?>> chiede passando dal suo sorriso raggiante alla preoccupazione in un battito di ciglia.

<<Si non preoccuparti, ormai sono abituata>> la rassicuro prima di essere stretta nel secondo abbraccio della giornata.

Non so perché ma oggi ne ho bisogno.
La stringo con tutta la forza che ho, e non me ne vergogno.
Ho bisogno di lei.
Ho bisogno di Andrew.
Ho bisogno di aiuto.
Non posso farcela da sola.
Lo so.
Me ne sono resa conto solo adesso.

<<Forza andiamo>> ci sprona oltrepassandoci per aprire la porta di casa e farci uscire.

L'aria stamattina è più fredda del solito.
Non so neanche che ore sono.
Ed è da ieri che non accendo il telefono.
L'ho spento nel momento in cui sono arrivata alla capanna.
Avevo bisogno di staccare dalla realtà.
Avevo bisogno di stare da sola.
Ma solo chi mi conosce sa il mio rifugio.
Il mio nascondiglio.
La mia casa.

Ci fermiamo in un grazioso bar indicato da Charly appena entrati in città, e adesso che ci penso ci sono passata molte volte insieme a Sofia, è quello che ha sempre le vetrine piene di...

<<Cupcake, tra poco finirete nella mia bellissima pancia>> esulta prima di entrare come una bambina di dieci anni.

Entriamo tutti insieme mentre Andrew continua a guardarmi e a girare l'indice vicino alla sua testa per dirmi "l'ho detto che è pazza" facendomi continuamente ridere.
Ci sediamo in un tavolino e non perdiamo tempo a dire alla cameriera le nostre ordinazioni, e mentre se ne va: <<Dunque, stamattina siamo qui riuniti per risolvere il mistero>> annuncia Charly immedesimandosi in una investigatrice.

<<Rubacuori non siamo in una fiction, quindi fai la seria per una volta...>> la rimprovera Andrew per poi portare la sua attenzione a me <<...quello che la pazza voleva dirti, ed è quello che abbiamo detto anche ieri sera, è che non sei da sola. Quando abbiamo saputo la notizia della morte di Emily anche noi siamo rimasti sorpresi, non ha mai dato segni di un suicidio, ce ne saremmo accorti. So che è difficile per te, ma so che tu sai qualcosa, così come tu vuoi risposte da noi. Siamo amici, siamo una squadra e dobbiamo dirci la verità una volta per tutte, altrimenti non arriveremo a niente. Cosa ne pensi Chloe?>> mi propone quasi come una supplica.

Ho gli occhi di entrambi puntati sul mio volto.
Cerco di non far trasparire nulla mentre la mia mente elabora.
Hanno ragione.
Io voglio sapere da loro.
Loro magari non sanno quello che ho scoperto io.
Ci possiamo aiutare.
Era loro amica.
Era mia sorella.
Era qualcuno per noi.
Un punto di incontro.

<<Mi dispiace doverlo ammettere ma avete ragione, non ce la farò mai da sola. Da dove cominciamo?>> domando prima che arrivi la cameriera con le nostre ordinazioni.

<<Dicci quello che hai trovato, vediamo se noi possiamo darti una mano>> e ascoltando Andrew, e incoraggiandomi da sola, inizio a raccontare del giorno in cui ho trovato i dadi, del giorno in cui sono entrata in camera sua per la prima volta dopo quel giorno di giugno, di quello che ho trovato nel pavimento e dicendogli che il tutto è sotto il letto nella mia camera in dormitorio.

Gli racconto anche di essere andata nella casa nel bosco, dove si svolgevano le feste.
Ogni cosa che racconto è come se lo appuntassero nelle loro teste, sono così concentrati ad analizzare ogni minimo dettaglio del mio racconto che ho paura di essere consumata dai loro sguardi.

<<Come sei venuta a conoscenza della lista?>> mi domanda Charly dubbiosa, forse non le torna in mente qualcosa.

<<Ecco...come ogni pomeriggio andavo sempre alla capanna e un giorno, mentre ero dentro, due ragazzi sono venuti per cercarla. Erano disperati, come se per loro fosse una questione di vita o di morte, e mi conoscevano, avevano paura che io arrivassi, ma ero lì>> e forse ho detto qualcosa che non andava dalle loro facce.

<<Hai riconosciuto le voci?>> mi domanda Andrew abbastanza preoccupato.

<<Non sono sicura, ma credo che erano Alex e uno dei ragazzi, ma non è tutto. Il giorno prima c'era qualcuno vestito di nero, non so chi fosse ma sono sicura che sia stato lui a lasciarmi i dadi nella capanna, e poi sempre quella persona era nel campus una sera che sono uscita per prendermi un panino>> mi faccio piccola piccola rendendomi conto di aver dimenticato dei dettagli importanti.

<<C'è altro che dobbiamo sapere?>> mi domanda stavolta Charly.

<<Ci sono due sconosciuti: uno che mi dice che mi potrebbe dare una mano, un altro che mi ha intimato di non cercare più>>

<<Ecco...>> batte il pugno Andrew come se avesse avuto un'illuminazione: <<...lo sapevo cazzo>> continua a dire portandosi le mani tra i capelli per poi stropicciare il suo viso.

<<Puoi rendere partecipe anche noi?>> lo folgora con lo sguardo Charly.

<<Non si è suicidata ragazze, l'hai appena detto tu stessa Chloe...>> mi indica come se la cosa fosse ovvia <<...perché minacciarti di non cercare? Non ha senso>>

Ha ragione.
Non ha senso.
Non ci ho pensato.
Perché mi ha detto di non cercare?
Cosa non vuole che io sappia?
Perché?

<<Hai ragione>> sussurra Charly con le lacrime agli occhi.

Consumiamo la nostra colazione in completo silenzio.
Non c'è niente da dire.
Emily non si è suicidata.
Emily non si è tolta la vita.
Emily non mi avrebbe mai lasciata.
Emily è stata uccisa.

<<Come intendiamo muoverci?>> domanda Andrew dopo un tempo indeterminato.

<<Prima dovete dirmi un paio di cose>>

Adesso tocca a voi.

Vedendoli tutti e due drizzare le orecchie: <<Perché questa lista? Cosa servono i dadi? E cosa sono le penitenze di fianco ad ognuno dei vostri nomi?>> domando a raffica per cercare di dare delle risposte alle mie domande.

<<Una domanda alla volta...>> risponde Charly placando la mia sete di domande <<partiamo dal dire che cosa sia la lista. Ogni college, quando ci sono le feste, fan dei giochi: da obbligo o verità, gioco della bottiglia, beer pong, altri giochi alcolici. Beh dopo un po' ti stufi perché è sempre la stessa e identica routine, così abbiamo inventato un nostro gioco per passare le serate, non tutte sia chiaro. Comunque, il gioco consisteva nel mettersi intorno ad un tavolo e tirare due dadi, quelli che hai trovato tu: chi faceva la somma più alta non doveva fare niente, mentre chi faceva la somma inferiore a quella del vincitore doveva svolgere una delle penitenze che noi stessi avevamo stipulato, cose semplici non preoccuparti>> mi rassicura Charly, ma non ci riesce del tutto.

Va bene.
Era un gioco.
Questo lo sapevo già.
Ma cosa significa penitenza?
Quali sono?

Presumo di avere in faccia un enorme punto interrogativo, infatti arriva ad approfondire le mie domande Andrew: <<Le penitenze erano degli obblighi Chloe, in base al primo numero che usciva si associava una penitenza. Ti faccio un esempio: nel primo dado compariva il numero tre, allora al tre era associata la penitenza numero tre che consisteva nel scegliere una persona a caso e limonarla o passare l'intera serata con lei. Più facevi numeri bassi, più la penitenza aumentava di importanza e facevi cose più serie, ma non quello che pensi>>

Non quello che pensi.
Non quello che pensi.
Non quello che pensi.

<<Ad esempio?>> domando per capire cosa sono cose più serie per loro.

I due si guardano di sottecchi come se stessero decidendo di dirmelo o no, ma io sto perdendo la pazienza, e lo dimostra il mio piede che batte a ritmo sul pavimento e le dita che compiono il movimento dell'onda sul tavolino al quale siamo seduti.

<<Beh cose del tipo->>

<<Si scopava Chloe, e non solo alunni>> lo interrompe Charly mettendo fine al mistero.

In questo momento ho gli occhi che rischiano di uscire fuori dalle orbite, ormai la mascella è dispersa da qualche parte.

<<Cosa intendete per non solo alunni?>> chiedo sbigottita dalla scoperta dell'acqua calda.

<<Ti ricordi quando ad inizio semestre avevo detto che Andrew non era ben visto dalla professoressa di diritto ambientale? Beh, diciamo che era una penitenza>> sogghigna la mia coinquilina dando una gomitata ad Andrew.

Solo al pensiero di Andrew con la sua professoressa che avrà almeno quarant'anni mi viene da rimettere tutta la colazione davanti a loro.
Che schifo.

<<Tralasciamo le penitenze perché non è questo il punto. Il punto è che non si è suicidata, è stata uccisa, e dobbiamo scoprire il perché e soprattutto da chi>> appunta Andrew più determinato che mai.

Da stamattina ad un'ora fa si è accesa una speranza in me.
So che non ero pazza.
So che non era vero.
So che non si è tolta la vita.
So che era tutta una maschera.
Devo trovare la persona che ha portato via la mia metà.
Devo trovare la persona che mi gettata nel baratro.
Devo trovare la persona che ha messo la parola fine alla sua vita.
Ora non sono sola.
Ci sono loro.
E insieme ce la faremo.


SPAZIO AUTRICE✨⭐️
Buonasera a tutti?❤️
Come state?
Io sono segretata in casa per il Coronavirus voi? Da che regione venite? Come state reagendo a questa cosa?
Come sempre: se siete curiosi o altro fatemi domande, e non dimenticatevi delle⭐️

Volevo comunicarvi che EditorialTheGirls  mi hanno intervistato, grazie mille ancora per l'opportunità🥰
Se siete curiosi o avete bisogno dei loro servizi rivolgetevi a loro, sono davvero brave e competenti😎

Buona serata a tutti e al prossimo aggiornamento🎀

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