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CAPITOLO 14

<<Di cosa vuoi parlare oggi?>> mi domanda prima di sedersi e tirare fuori il suo taccuino.

Oggi è una giornata no.
Che novità.
Lo sono sempre.
E' da quando mi sono svegliata che non ho le forze di fare niente.
E poi con questo tempo.

L'autunno è quasi al termine, e con lui anche quel tempo stupido che io odio profondamente.

Ci sono giorni in cui fa così caldo che i vestiti ti si appiccicano addosso e alcune gocce di sudore rigano il tuo viso, per non parlare del fatto che sei così disidratato dopo mezz'ora che sei costretto a girare con più bottigliette d'acqua per non morire sull'asfalto.
Sono quelle giornate in cui sei ancora costretto ad andare in giro con la canottiera o la maglietta, anche se la voglia di metterti il costume e buttarti nelle fontane di fronte ad ogni edificio c'è.

E poi ci sono le giornate come oggi, in cui sei costretto a metterti il maglione pesante, i leggings termici per non morire di freddo e le scarpe con il pelo, a meno che non sei costretto ad indossare gli scarponcini per affrontare la pioggia che cade talmente forte da far tremare i vetri dello studio dello psicologo, come adesso.

Appena sento un tuono talmente forte da far tremare i vetri, un brivido spontaneo attraversa la mia spina dorsale arrivando subito all'ultima fibra dei miei piedi che sono ricoperti da calzettoni pesanti.

Io sono una che soffre il freddo particolarmente.

<<Hai paura del temporale?>> mi domanda curioso con un ghigno in faccia, come se la cosa fosse divertente.

Per lui.

<<Non la pioggia in sé, ma i tuoni. Ho avuto paura fin da piccola. All'epoca non abitavo dove sono ora, eravamo in piena città, mi ricordo del verde intorno a me, ma i miei ricordi sono un po' offuscati. Stavo giocando in giardino ma un certo punto si è rannuvolato e Sofia è uscita di casa per dirci di venire dentro perché da un momento all'altro avrebbe piovuto. Ridendo ho ubbidito in parte, sono andata sotto al portico e mi sono seduta sulla sedia di vimini per guardare l'acqua cadere dal cielo. Era così bella che avrei avuto voglia di alzarmi e andare sotto di essa per gioco, chi non lo avrebbe mai fatto. Era una lotta interiore, una parte di me diceva di andare, l'altra invece mi ammoniva, mi diceva di rimanere al mio posto perché altrimenti Sofia si sarebbe arrabbiata. Come puoi immaginarti, ho seguito la mia parte irrazionale e un fulmine è caduto a pochi metri da me creando un boato talmente forte che mi ha buttata per terra costringendomi a mettermi le mani sulle orecchie per evitare di perdere l'uso dell'udito. Dopo quell'accaduto non sono più uscita di casa quando c'era la pioggia, e ancora adesso non riesco...>> ma prima di finire il mio racconto un piccolo sorriso invade il mio viso e aggiungo subito <<...mia nonna mi diceva sempre una cosa : "Quando senti un tuono nell'aria, significa che il diavolo sta giocando a Bowling". Sembra una cosa stupida da dire, però io ci ho creduto, e ci credo ancora>>

Faccio sorridere anche lui e prima che io possa dire altro : <<Quando è successo l'accaduto, c'era anche tua sorella con te?>> chiede dolcemente sapendo che sta toccando un argomento delicato.

<<Si, è stata lei a chiamare Sofia per dirle quello che è successo>> rispondo a voce bassa distogliendo lo sguardo dalla finestra per posarlo nei suoi occhi.

<<Chi è Sofia?>>

Continua a fare domande.
Vorrei dirgli di farsi gli affari suoi, ma non posso.
E' il suo lavoro.

<<La nostra babysitter. E' lei che ci ha cresciute, ma credo di avertene già parlato>> obietto ricordandomi bene.

<<Si hai ragione, perdonami. Questo weekend sei tornata a casa?>> cambia discorso facendomi tirare un sospiro di sollievo.

<<Si, sono stata felice di tornare per rivedere Sofia>>

<<E i tuoi genitori?>> e nel frattempo annota qualcosa sul taccuino, come se avessi detto chissà che.

<<Ho seguito il tuo consiglio, più o meno...>> e alle mie parole alza di scatto la testa come se fosse sorpreso del mio passo avanti nei loro confronti <<...gli ho raccontato della mia prima settimana qui e delle persone che ho conosciuto e basta>> alzo le spalle come se il mio gesto non avesse molta importanza.

<<Sono fiero di te Chloe. Peccato che la nostra ora di seduta sia finita, però la prossima volta parleremo di quella cosa. Intesi?>> mi guarda per incoraggiarmi e appoggiando una mano sulla schiena per indirizzarmi verso l'uscita.

Ringraziandolo mi dirigo verso l'uscita dell'edificio ma appena vedo che la pioggia piuttosto che diminuire aumenta, decido di mandare un messaggio ad Harper per avvisarla che salterò la lezione perché devo fare una cosa urgente.

Rimettendo il telefono nella tasca della giacca giro su me stessa e vado a sedermi sulle poltrone della sala d'aspetto, poggio la testa all'indietro e chiudo gli occhi.

E' contraddittorio.
Lo so.
Ma il suono che produce l'acqua a contatto con l'asfalto mi rilassa.
L'acqua in sé mi rilassa.
E poi l'odore di pioggia mi manda in estasi.
Ho provato più volte a superare l'ostacolo.
Ma non ci riesco.
E' più forte di me.
E' uno dei miei limiti.

<<Ma tu guarda chi c'è...>> una voce mi fa ritornare nella sala d'attesa <<...avevo immaginato che andavi dallo strizzacervelli. Cos'è? Ti serve per toglierti il senso di colpa?>> mi deride una delle dame della regina di Satana.

<<E anche se fosse? Qualche problema?>> la fronteggio alzandomi dalla poltrona sulla quale ero seduta poco fa.

<<Per me no, ma per te sì, pensa quando lo verrà a sapere->>

<<Non lo verrà a sapere proprio nessuno, non sono cose che ti riguardano Sasha. Non vuoi che spifferi il tuo segreto vero?>> la sfida la sua voce mettendosi tra me e lei.

<<N-n-n-o...e....io vado....c-c-c-c-iao>> balbetta prima di darsela a gambe.

Mi viene da ridere, ma sotto il suo sguardo indagatore il mio sorriso si reprime subito, e senza dire niente con la testa bassa torno a sedermi.

<<Non ti hanno insegnato a ringraziare le persone che prendono le tue difese?>> chiede arrogante.

Non è un mio problema.
Anzi si.
E' la mia bocca che non riesce a muoversi.
Così come il mio corpo.
Perché reagisco così?
Perché ogni volta che è davanti a me non riesco ad essere me stessa?
Perché mi mette in soggezione?
Perché mi fa sentire più piccola di quello che sono?
Perché mi fa rabbrividire?
Perché...

<<Perché sei qui?>> chiede curioso mettendosi a sedere sulla sedia di fianco alla mia.

<<E tu perché sei qui?>> rigiro la domanda fissando un puntino nero in contrasto con il pavimento bianco illuminato dalle lucine del soffitto.

<<Devo prendere delle cose per Andrew e visto che è a lezione mi ha chiesto di ritirargliele. Quindi?>>

<<Quindi cosa?>> gli chiedo confusa.

<<Perché sei qui?>>

Perché ti interessa?
Perché non sei da un'altra parte?
Perché non esci da quella porta?
Perché non ritorni dalla tua ragazza?
Perché sei qui con me?

<<Perché avevo una seduta dello psicologo e non posso muovermi perché fuori piove e io ho paura, ok?>> sbotto prima di prendere la mia borsa e alzarmi per mettere più distanza possibile.

<<Aspetta>> urla dalla sala d'aspetto, ma io sono già fuori.

L'acqua non cessa.
E' come prima, se non peggio.
E mi invade.
Come se fossi sotto alla doccia.
Ma non sono circondata da piastrelle.
Sono circondata da edifici.
Sono circondata dalla nebbia fine che crea un'atmosfera tetra.
Non c'è in giro nessuno.
Sono da sola.
Sola e basta.

Annaspando cerco di incamminarmi verso la mia camera, cerco di ripararmi sotto le tettoie e sto lontana il più possibile dalla strada, ma non faccio in tempo a girare l'angolo che le mie gambe cedono ma, invece di finire a terra, rimango in piedi con qualcuno che mi sostiene.

<<Dove pensi di andare?...>> mi sgrida stringendo la mia schiena al suo petto <<...Forza vieni>> e senza ascoltare la sua voce rimbombare nel suo petto a contatto con il mio corpo fa come i bambini : sempre stretta a sé camminiamo attaccati.

Non so dove mi porta.
Non sa che io voglio tornare al mio dormitorio.
Non sa.
Non sa niente.

Seguo i suoi movimenti, i suoi muscoli si contraggono ad ogni passo che fa.
Il profumo di biancospino invade le mie narici.
Non c'è l'odore di tabacco.
E non mi piace.
Non è da lui.
E' come un profumo estraneo.
Non è completo.
Non mi lascia andare.
Neanche quando entriamo insieme al bar di Frank.
Non pensavo fosse così vicino a dove siamo partiti.

<<Ragazzi ma siete pazzi ad andare in giro con questo tempo?>> ci riprende entrambi venendoci incontro con degli asciugamani, un gesto gentile da parte sua.

<<Grazie Frank>> gli sorride Alex prendendogli dalle mani gli asciugamani per poi porgerne uno a me che prendo prima che succeda qualcosa che non vorrei.

<<Volete qualcosa per riscaldarvi?>> ci propone mentre ci accompagna ad un tavolo.

Vedo con la coda dell'occhio Alex girarsi verso la mia direzione, forse aspettando che dica qualcosa, ma visto che non esce niente dalla mia bocca : <<Due cioccolate andranno benissimo>> gli risponde gentilmente.

Un nuovo lato di lui.

Acconsentendo con la testa si allontana velocemente e va dietro al bancone a preparare le nostre bevande, mi siedo sulla sedia di fronte a lui ed è strano, molto strano.

Noi non siamo amici.
Non posso neanche dire che siamo conoscenti.
Non siamo niente.
Lui è il fratello di Andrew.
Basta.

<<Perché hai paura della pioggia?>> chiede all'improvviso distogliendomi dai miei pensieri.

<<Perché ti interessa tanto?>> ribatto mentre gioco con le mie stesse dita per passare il tempo.

<<Così>> alza le spalle, e so che sta mentendo, ma non faccio in tempo a dire altro che Frank arriva con le nostre cioccolate fumanti, e prima che possa andarsene gli chiedo se ha i marshmallow da poter intingerci dentro.

Appena vedo una ciotolina arrivare al tavolo con quei buonissimi dolci, morbidi, bianchi e soffici come le nuvole ne prendo uno e lo sgretolo dentro prima di prendere il cucchiaino e metterlo in bocca.

Divino.

<<Ma come fai a mangiare quella roba?>> fa una smorfia di disgusto indicando con la testa la mia cioccolata con marshmallow.

<<Non sai cosa ti perdi>> e mettendo in bocca l'ennesimo marshmallow intinto di cioccolata gemo dal piacere che mi esplode in bocca.

Mentre gustiamo quello che Frank ci ha portato non sta fermo un secondo : continua a muoversi sulla sedia, gira il cucchiaino nella tazza di ceramica facendo un rumore fastidioso, ogni due per tre passa la mano nei suoi capelli ricci che sono talmente bagnati che hanno perso quel volume che caratterizzano la sua persona.

<<La smetti?>> sbotto all'improvviso facendolo balzare, di poco, sulla sedia.

<<Ti dà fastidio?>> mi chiede con il solito ghigno in faccia, prendendosi gioco di me.

Lo sta facendo apposta il bastardo.

<<E' meglio che vada>> mi alzo non prima di aver preso la mia borsa per dirigermi fuori dal bar, tanto ormai ha smesso di piovere.

Passo davanti al bancone per salutare Frank per chiedergli quanto gli devo per la cioccolata appena gustata ma, gentile come sempre, mi dice che offre la casa alla sola condizione che io venga a salutarlo più spesso, e non solo una volta ogni tanto.
Sorridendo alla sua proposta accetto volentieri prima di uscire, chiudere gli occhi e inspirare a pieni polmoni quell'aria fresca subito dopo il temporale.

Profumo di pioggia misto erba bagnata invade le mie narici e posso sembrare pazza, ma è il mio preferito.
Appena riapro gli occhi la prima cosa che entra nel mio campo ottico sono le gocce che cadono di foglia in foglia sull'albero che ho di fronte per poi finire per terra.
Se in questo momento avessi una macchina fotografica immortalerei quella che la natura mi sta offrendo, potrei sviluppare delle fotografie che catturano l'attenzione per la loro essenzialità e unicità.
Ad un primo sguardo possono sembrare uguali, ma non è così : non ci sarà mai una goccia d'acqua che cadendo sarà uguale ad un'altra.
Tutte le gocce che cadono si infrangono in modo assolutamente casuale e differente.
Sono imprevedibili.
Un po' come me.

Mi giro per andare verso il dormitorio per prendere i libri della lezione del pomeriggio, ma appena vedo la sua figura a neanche un metro da me sobbalzo dallo spavento e mi metto una mano sul cuore che rischia di uscire dal mio petto.

<<Oh mamma>> esclamo con il fiatone riprendendomi un secondo sotto il suo sguardo che non si sposta neanche di un millimetro.

<<Cosa stavi guardando?>> mi chiede come se la cosa lo incuriosisse.

Ma è serio.
Non sta scherzando.

<<Niente>> e sbuffando inizio ad incamminarmi prima che riinizi a piovere, un secondo fa ho sentito qualche goccia cadere sui miei capelli raccolti in quella che si può definire "una cipolla" spettinata.

Non immagino, dopo tutto quello che è successo, che aspetto posso avere.

A testa bassa, come sempre, e con le mani dentro alle tasche della mia giacca metto un piede dopo l'altro, cercando con tutta me stessa di non guardare alla mia destra la persona che mi fa compagnia, e non capisco il perché.

<<Posso farti una domanda?>> chiedo cercando di usare un tono di voce più gentile del solito.

<<Certo>> mi risponde guardando sempre avanti a sé.

<<Perché sei qui?>> dico diretta facendolo fermare sotto la tettoia di un edificio.

<<Te l'ho detto, stamattina dovevo->>

<<Non intendevo stamattina, perché sei qui con me. Io e te non ci conosciamo, non siamo neanche amici e non capisco perché perdi tutto questo tempo a farmi da balia>> sbotto guardandolo come se non mi facesse paura fare domande di queste genere.

<<Ascolta, molte pagherebbero per essere al tuo posto, quindi non fare domande e cammina>> diventa serio all'improvviso prima di allontanarsi, ma io no.

Vedendo che non lo seguo come un cagnolino al guinzaglio : <<Chloe>> mi incita spazientito.

<<No, come hai appena detto molte ragazze pagherebbero al mio posto, quindi fammi un favore : vattene, così evito di rubarti tempo....>> ma non finisco la frase che si avvicino pericolosamente a me mettendomi le mani sui fianchi così da non avere via di scampo.

Sento caldo e freddo allo stesso tempo.
Le guance credo abbiano richiamato a sé tutto il sangue che circola nel mio corpo per depositarsi proprio lì.
Le mie gambe assumono la consistenza della gelatina, specialmente quando il mio olfatto percepisce il suo profumo.
Ormai non ho più il controllo di me stessa, la sua statura sovrasta la mia e mi sento come una bambina indifesa che ha bisogno di essere salvata dal lupo cattivo.
Nelle favole il lupo viene rappresentato quasi sempre come un mangiatore di uomini e uno spirito cattivo, però ci sono delle alternative che mostrano la sua realtà : un animale selvatico affascinante, ma temuto perchè predatore.
E lui?
E' il lupo buono?
O il lupo cattivo?

<<Non rubi nessun tempo, sono io che...>> ma non continua la frase, i suoi occhi, dal quale non riesco a staccare i miei, continuano a seguire lo stesso percorso verticale sul mio viso, fino a soffermarsi sulla bocca.

Il groppo che ho in gola riesco a mandarlo giù con l'unico movimento al quale il mio corpo risponde ancora prima di cercare di far uscire qualcosa dalla mia bocca.

<<Che?>> soffio sulle sue labbra a pochi centimetri dalle mie per incoraggiarlo a concludere quello che stava dicendo.

Non capisco più niente.
Sono in una bolla.
E siamo solo noi.
Io e lui.
Io e....

Bruscamente mi allontano dalla sua presa e riprendendo fiato mi allontano il più velocemente possibile.
Ancora scombussolata faccio in tempo a girare l'angolo prima che le mie gambe cedano.
Come se avessi appena fatto una maratona appoggio le mani sulle ginocchia piegandomi in avanti, e non mi importa se la borsa mi cade dalla spalla scontrandosi con il marciapiede, perché ho solo una domanda che mi frulla in testa : cosa è appena successo?

Questa non sono io.
Non sono una ragazza che si avvicina ad una persona come lui.
Io non lo conosco.
La mia mente dice di stargli lontano.
Il mio corpo dice tutt'altro.
Mi attira.
Come una calamita.
Pochi secondi fa sembravamo i pezzi di un puzzle.
Combaciavamo alla perfezione.
Ma è reale?
O è la mia fantasia?

Ancora con la testa che gira per le troppe domande a cui non riesco dare una risposta, faccio muovere i miei piedi che raggiungono velocemente il dormitorio.
Senza badare a chi incontro per i corridoi raggiungo la camera per poi chiudermici dentro e fare quello che fino adesso non ho fatto.
Non ho bisogno di una doccia fredda.
Quella mi servirebbe sempre.
Ma non oggi.
Approfittando del fatto che Charlotte non c'è, mi spoglio per indossare dei vestiti caldi e asciutti che consistono in un pantalone della tuta blu attillato, una canottiera bianca e un maglioncino rosa a maniche lunghe.
Dopo essere poi andata in bagno e aver preso una molletta per legarmi i capelli alla rinfusa ritorno in camera più determinata che mai e con un unico colpo alzo il materasso sotto al quale ho il sacchetto, quel sacchetto.

Quando sono tornata dal weekend a casa ho pensato dove poterlo mettere senza destare sospetti, e soprattutto senza che lo trovasse la mia coinquilina.
E' da quando sono arrivata che aspetto di aprirlo ma non ci sono riuscita fino ad oggi, un po' per il coraggio, che quasi sempre mi manca, e poi perché ho paura, paura di scoprire qualcosa che non voglio.

Mettendomi a gambe incrociate sul letto avvicino a me il sacchetto per snodare il laccio che ho fatto in modo da non disperdere il suo contenuto, e appena lo faccio lo allontano da me, come se ogni volta che infilo la mano per prendere quello che sta dentro sia una sorpresa.

Allungo il braccio per prendere la prima cosa che mi capita tra le mani, e appena la tiro fuori dal sacchetto non mi stupisco di quello che mi ritrovo davanti : un plico di fogli sul quale ci sono varie calligrafie.
Leggendole velocemente sembrano delle dichiarazioni d'amore, se così si possono definire.
Mia sorella sarà anche stata uno spirito ribelle, ma era una bellissima ragazza, dubitavo sempre che non avesse pretendenti o ragazzi che gli facevano la corte, ma lei non era quel genere di ragazza.

Lei non aspettava.
Lei agiva.
Faceva sempre la prima mossa.
Lei era il cacciatore.
Gli altri le prede.

Non trovo niente di particolare, continuo a tirare fuori oggetti che non hanno alcun significato e dopo un po', stufa di vedere poco alla volta, prendo il sacchetto e rovescio il contenuto rimasto sul letto : sono per lo più biglietti di concerti, biglietti di musei e gadget di tante altre cose.

Quando è andata a questi eventi?
E con chi?
Non ha senso.
Lei non era il tipo di queste cose.
Per lei sarebbero state noiose queste uscire.
Almeno così credevo io.
Perché io non la conoscevo.
Conoscevo la persona che lei voleva farmi credere.
Ma il mio cuore dice altro.
Mi dice che sono sulla strada giusta.
Che stavolta posso aggiungere un altro tassello del mio puzzle.
E poi lo vedo.
Vedo quel particolare che spicca tra tutti gli altri.

Lo avvicino per esaminarlo e vederlo più nel dettaglio, e so di averlo visto da qualche parte, ma non mi ricordo dove.
Dai Chloe pensa.
Dove puoi averlo visto?
Chi lo indossava?

Il telefono che ho lasciato sul comodino inizia a vibrare per informarmi che qualcuno mi sta chiamando, ma appena guardo il display aggrotto le sopracciglia cercando di decidermi se rispondere oppure no, ma come sempre il mio corpo agisce da solo senza consultarsi prima con la parte intelligente di me.

<<Pronto?>> dico con voce ferma cercando di mantenere la calma.

Dall'altra parte nessuno risponde.
Nessuno parla.
Si sente solo un respiro.
Un respiro pesante.
Non può essere una donna.
Impossibile.

<<Chi è?>> chiedo con la voce che trema stavolta.

Il respiro continua a persistere, ormai è da quasi un minuto che sono attaccata al telefono con la speranza che mi dica qualcosa, ma mentre sto per riattaccare mi dice tre semplici parole.

<<Smetti di cercare>> e riaggancia.

Con gli occhi sbarrati e le mani che tremano allontano pian piano il telefono da cui ormai si è conclusa la chiamata, non riesco a non staccare gli occhi dallo schermo ormai oscurato, neanche quando sento tre colpi decisi colpire la porta della mia stanza.

Non riesco a muovermi.
Non respiro più.
I colpi non cessano.
E non solo quelli della porta.
Ma anche del mio cuore.
Chi era?
Cosa vuole da me?
Perché vuole che io smetta di cercare?

Spazientita mi alzo di scatto come un toro pronto a scagliarsi contro il telo rosso, e quando giro la maniglia per scontrarmi contro la persona che ha interrotto il mio momento personale di riflessione, rimango spiazzata da quello che mi ritrovo davanti.

Mi sporgo solo con la testa per vedere a destra e a sinistra, ma non c'è anima viva nel corridoio.
Raccolgo subito il foglio per terra e mi richiudo subito in camera prima di aggiungere alla mia lista anche questo dettaglio.
Strappando la busta che lo avvolge lo apro senza pensarci, e quando leggo il foglio di carta bianca rimango un po' scettica :

" Un indizio hai trovato, ma sai che non ti porterà da nessuna parte.
Solo io posso aiutarti, ma da sola dovrai venire se la verità vuoi scoprire.
Niente giochi e niente inganni, altrimenti qualcuno verrà punito e dal bosco sarà inghiottito"

Ma che diavolo...

<<Oh finalmente>> fa irruzione la mia coinquilina aprendo di colpo la porta della camera, per poi sbatterla alle sue spalle e crollare sul letto.

E' inerte.
Non si muove neanche di un millimetro.
E solo adesso mi rendo conto del casino che ho sul mio letto e del foglio ancora tra le mie mani.
Con cautela metto tutto nel sacchetto e quando sto mettendo dentro l'ultimo plico di fogli : <<Adesso ho capito perché non sei venuta a lezione oggi...>> e mentre ho il cuore in gola per essere colta sul fatto riesce in qualche modo a puntare i gomiti sul materasso per alzare quel poco la testa per guardarmi <<...hai fatto le pulizie di primavera>> e indica con il mento quello che ho tra le mani.

Sbattendo le palpebre velocemente mentre assorbo le parole appena uscite dalla sua bocca <<S.s.si ho fatto le pulizie>> mi limito a dire balbettando e alzandomi non so per quale motivo.

<<Non fare troppi sforzi con il braccio>> mi ammonisce preoccupata, ma come le ripeto da quando sono rientrata dal weekend : <<Te l'ho già detto, sta bene il mio braccio>> e non è una bugia.

Sotto le sue istruzioni mi sono medicata il graffio tre volte al giorno e certo, come avevo immaginato c'è la cicatrice, ma va molto meglio rispetto a quando sono partita venerdì.
Nessuno ha notato niente, e Charly per fortuna non ha detto niente a nessuno, perciò meglio così.
Meno domande fanno meglio è.

Rendendomi conto solo ora che fuori si sta rabbuiando mi infilo delle scarpe sportive per uscire, e non mi importa dell'abbigliamento che indosso.
Devo andare.

<<Esci?>> mi domanda lo zombie davanti a me ancora con indosso il suo completo da running, con scarpe ancora ai piedi.

<<Si, devo incontrarmi con un amico>> dico sbrigativa prendendo la giacca e la borsa, prima di prendere il fogliettino e piegarlo per poi metterlo nella tasca dei miei pantaloni.

<<Ed esci così?>> mi indica da capo a piedi con una smorfia di disgusto in faccia.

<<E' un incontro veloce Charly, non ci metterò molto>> e le paso di fianco prendendo le chiavi e uscendo dalla porta.

<<Allora ci vediamo dopo al bar da Frank?>> ma appena formula la domanda io sto già girando l'angolo del corridoio per imboccare le scale e scendere velocemente i gradini, pronta ad affrontare quello che succederà tra poco, o almeno credo.

A passo di carica mi allontano dallo studentato e sotto gli occhi di persone che mi passano uno dietro l'altro mi incammino fino all'edificio di fisica prima di svoltare a sinistra e uscire dalla piccola città per addentrarmi in quella oscura.
Quella città che è libera.
Quella città che non ha confini.
Quella città che ospita ogni genere di animale.
Quella città che copre tutto il territorio.
Quella città che ti protegge.
Quella città che può portarmi ad un punto di svolta.

Ogni tanto mi guardo indietro per assicurarmi che non venga seguita da nessuno, e come avevo sperato non lo sono, è solo la mia testa che mi fa pensare a cose che non esistono.

Ormai la sera è arrivata, segno che un'altra giornata è finita.
Solitamente è la parte della giornata che preferisco : quando c'è il sole spesso mi affaccio alla finestra, ovunque io sia, e osservo il cielo che diventa di un bel rosso caldo, creando un'atmosfera che rassicura, ti fa sentire protetta, al sicuro, che ti fa dimenticare ogni problema perché l'unica cosa che voglio fare è stare a guardare lo spettacolo che creano gli ultimi fasci solari che emette la stella madre del nostro sistema solare.

Ma adesso non sono protetta.
Non sono al sicuro.
Non mi fa dimenticare i problemi.
Me li crea.
So che sto facendo un errore.
Un grosso errore.
In questo momento dovrei essere in camera, a prepararmi per la serata con Charly e i miei "amici".
Non nel bosco.
Ma il mio istinto mi ha spinto a muovermi.
Mi ha spinto ad andare alla casa abbandonata, e adesso eccomi qui.
Davanti al luogo che sono sicura che mi darà delle risposte.

Più mi avvicino alla porta e più mi sale il cuore in gola.

Non ho idea di cosa succederà nel momento in cui varcherò quella soglia.
Può non succedere niente.
Può succedere che lo sconosciuto, come la prima volta, mi dia una mano.
Oppure no.
Mentre camminavo mi sono resa conto che non è solo uno, ce ne sono due.
Discordanti.
Uno mi dice di smetterla di cercare, di farmene una ragione.
L'altro invece no.
Mi dice di andare avanti.
Di non arrendermi.
E io lo sapevo.

Il cigolio della porta di legno propaga il rumore all'interno delle quattro mura che sorreggono la casa e subito la mia coscienza mi incita ad entrare, anche se ormai i raggi del sole sono oscurati dalla luce debole della notte.
Prendo subito il telefono nella tasca della giacca per sicurezza e mettendo un piede dopo l'altro vado nel salotto rimasto intatto dall'ultima volta che l'ho visto.
Con la mente proietto davanti a me le foto che ho trovato e da quello che ho potuto capire qui si svolgevano le feste, ma qui non ci sono tracce e le opzioni sono due : o hanno ripulito la casa da cima a fondo, oppure è semplicemente un luogo abbandonato e basta.
Guardo l'orologio ed è già passata un ora, così spazientita mi metto a sedere sul pavimento, sicuramente meno pieno di germi del divano, e aspetto.

Aspetto.
Aspetto.

*********************************

Ormai è sera inoltrata.
Sono le nove ed è buio.
Ho freddo.
Tremo.
Mi sto dando della stupida da sola.
Come posso aver solo pensato che uno sconosciuto mi potesse dare una mano?
Devo smetterla di fidarmi.
Devo smetterla di farmi mille paranoie.
E devo smetterla di farmi influenzare da chiamate e messaggi da persone che...

<<Ciao>>

Sobbalzo sul pavimento e subito allarmata mi armo della torcia del telefono e illumino la persona che ha appena fatto scoppiare la bolla dei miei pensieri.

Tirando un sospiro di sollievo, chiudo gli occhi e appoggio la testa alla parete prima di dire : <<Ciao>>

<<Che ci fai qui al buio, e da sola per di più?>> mi domanda sorpreso mentre si avvicina cautamente.

<<Ehm->> e adesso cosa gli rispondo?

<<Tranquilla, non devi giustificarti...>> risponde al mio posto con un sorriso smagliante contagiando anche me.

Che strano.

<<...Pensi di rimanere ancora qui per molto, o->>

<<Nono, vengo con te...Hunter giusto?>> gli domando sperando di non fare qualche figuraccia.

<<Già>> ride di gusto prima di porgermi la mano per aiutarmi ad alzare da terra.

Sorpresa dal suo gesto afferro volentieri la sua mano che non perde tempo a contrarre il muscolo per issarmi dal pavimento e insieme usciamo dalla casa prima di addentrarci nel bosco e tornare alla piccola città racchiusa nel verde.

<<Cosa ci facevi da queste parti?>> domando curiosa spezzando il silenzio che si è creato.

<<Ogni sera faccio una passeggiata per sgranchirmi le gambe e ossigenarmi il cervello dalle giornate di studio...>> si giustifica senza alcun problema, come se non gli desse fastidio la mia domanda <<...e tu come mai in quella casa?>>

<<Anche io facevo una passeggiata e mentre tornavo indietro mi sono imbattuta in quella casa abbandonata e mi ha incuriosita>> alzo le spalle, guardando avanti, rendendomi conto di aver detto una mezza bugia.

<<Allora abbiamo una cosa in comune...>> risponde facendo ridere entrambi <<... anzi direi più di una : siamo nello stesso corso>> mi fa notare e annuendo gli sorrido.

<<Manca solo che tu mi dica che abitiamo nella stessa città e direi che siamo due persone praticamente identiche ma separate dalla nascita>> commento ironica facendolo ridere ancora di più.

<<Verifichiamo subito : io vengo da Peachland, tu?>>

<<Beh siamo vicini di casa. Io da Kelowna>> rispondo prima di immetterci sul primo tratto di asfalto che ci porta al primo dei tanti edifici che compongono il campus.

<<Hai impegni adesso o torni al dormitorio?>> domanda diretto facendomi fermare sul posto e costringendomi a guardarlo, forse per la prima volta.

I suoi occhi neri come la pece circondano i miei e mi bloccano.
Mi bloccano il respiro.
Mi bloccano la mente.
Mi bloccano ogni movimento del mio corpo.
Mi destabilizza.
E non ne capisco il motivo.

Anche se sono ipnotizzata, la mia bocca si muove da sola : <<Perché, che cosa avevi in mente?>>

Sorridendomi semplicemente si avvicina di un passo e senza staccare gli occhi dai miei : <<Lo vedrai>>


SPAZIO AUTRICE✨⭐️
Pensavate che vi lasciavo così?😎😜
Sorpresa, doppio aggiornamento😍
Cosa ne pensate?
Adesso tornando seria, non ho idea di quando riuscirò ad aggiornare, almeno siete avvisati ma davvero, lo farò il prima possibile😅🙈
Un bacione a tutti al prossimo aggiornamento🎀

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