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III CAPITOLO



I raggi del sole oltrepassarono la finestra e colpirono i suoi occhi chiusi, sussultò e li aprì immediatamente.
Si ritrovò sdraiato su un divano, a petto nudo, avvolto in una coperta molto pesante tanto che stava cominciando a sudare.

Cominciò a guardarsi intorno, nel tentativo di riconoscere quel luogo. Ma niente, zero.

Si trovava in un semplice appartamento con una piccola cucina, una camera da letto, il bagno, e un piccolo soggiorno dove vi era il divano, color verdastro, su cui era disteso.
Ciò che lo colpì molto fu quella grande finestra del soggiorno, che si affacciava sul centro della città.

Cercò di alzarsi e immediatamente quel dolore tremendo al torace ritornò, più forte di prima. In quell'instante si ricordò qualcosa di quella notte, di quella ferita profonda, di ciò che aveva fatto e di un ragazzo.

"Finalmente ti sei svegliato!" Disse un
ragazzo, entrando dalla porta principale. Indossava una borsa a tracolla nera, sulla quale c'era scritto: "Nashville's University."
"Come va la ferita?" Continuò, sedendosi su una sedia accanto al divano.

Immediatamente lo sguardo di Gabriel si posò sul suo torace, e solo in quel momento si accorse che era avvolto da diverse bende sporche da un liquido rosso.

"Dove mi trovo?" Domandò Gabriel, con voce soffocata, provando a mettersi seduto sul divano.
"Nel mio appartamento." Rispose il ragazzo.

Quella voce suonò priva di timore; era così normale, così tranquilla, così spontanea.

"Come ti sei procurato quella ferita??" Continuò.
"Perché mi hai portato qui??" Chiese Gabriel, ignorando completamente la sua domanda.
"Non lo so..ti ho visto lì, disteso su quella strada, impaurito, e la prima cosa che mi è venuta in mente era portarti qui e curarti." Rispose, portandosi la mano dietro la nuca.

"Ho risposto alla tua domanda adesso tocca a te. Cosa hai fatto?" Proseguì.

Dopo diversi tentativi Gabriel si alzò, e zoppicante si avvicinò al tavolo della cucina, dove vi era la sua t-shirt nera sporca ancora di sangue.
La indossò, emettendo allo stesso tempo un ghigno di dolere.

Cominciò a fissare il vuoto, ricordava poco e niente della sera precedente. Aveva tanti frammenti di ricordi sparsi nel suo cervello, doveva solo riuscire a ricomporre il puzzle.

I suoi occhi, poi, furono attirati da un giornale posto sul tavolo, lesse il titolo:

"Omicidio alla stazione di Nashville!
Tre morti e un ferito, il quale dichiara di aver colpito l'assassino.
Tutte le forze dell'ordine stanno facendo il possibile per trovarlo."

All'improvviso qualcosa si accese nel suo cervello; ricordava quel luogo, quelle vittime, quella rabbia. Era stato lui.

Era stato lui a uccidere quegli uomini, un'altra volta. Aveva promesso a se stesso di controllarsi, di reprimere quell'impulso, di mantenere la calma senza far del male. Ma senza riuscirci, a quanto pare.

"Devo andarmene." Disse improvvisamente Gabriel, con voce tremante, avvicinandosi alla grande finestra del soggiorno.
"Assolutamente no!" Disse il ragazzo, alzandosi di scatto dalla sedia, e afferrando il polso di Gabriel.
"Ascolta se vorrai chiamare la polizia io ti capirò, però ti prego ora lasciami andare. Non voglio farti del male." Ribatté, guardandolo dritto negli occhi.

Il ragazzo in silenzio lo lasciò andare, vedeva nei suoi occhi tanta rabbia ma nello stesso anche tanta paura.

Gabriel distolse lo sguardo; aprì la finestra e saltò sulle scale d'emergenza, poste vicino all'edificio, provocando un forte rumore di metallo. Scese le scale più veloce che poteva seguito dalla sguardo del ragazzo, il quale vide quella figura rimpicciolirsi sempre di più fino a scomparire dietro ad un altro edificio, quando girò l'angolo.

Noah, a quel punto, distolse lo sguardo dalla finestra; ormai è andato via, pensò.
Cominciò a prendersela con se stesso, cominciò a chiedersi il motivo per il quale non l'avesse portato in ospedale oppure dalla polizia. È stato uno stupido a portarlo nel suo appartamento e curarlo, è stato uno stupido a fargli domande senza ottenere risposta. Perché è stato così impulsivo?  Perché non ha pensato di più??

Decise quindi di prendere il telefono e di chiamare la polizia, anche se fosse stato ormai tardi. Ma qualcosa lo bloccò, vide un giornale posto sul tavolo, si ricordò di averlo preso stamattina all'università; gli piaceva molto leggere i fumetti all'ultima pagina.
Lesse il titolo, poi i suoi occhi si spostarono sulla foto sottostante, dove
ritraeva un ragazzo quasi della sua età: era Gabriel. 

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