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II CAPITOLO



L'unica cosa che ricorda di quel giorno era quel freddo gelido che penetrava nelle ossa e provocava un dolore tremendo.

"Togli le mani dal vetro!" Disse la madre, seduta davanti, con un tono molto severo e preoccupato.
"Scusami mamma." Disse il bambino.
"Dove stiamo andando?" Continuò con voce tremante per colpa del freddo.

Dal finestrino dell'auto vedeva solamente distese di campi di grano e una piccola casa, forse una capanna abbandonata, situata al centro dei campi. Non riusciva a vedere nient'altro per colpa della nebbia.

"Mamma?" Cominciò a insistere il bambino.
"Amore non ti preoccupare." Rispose la madre con voce tremante per il freddo o forse, perché stava piangendo.
"Figliolo siamo quasi arrivati" intervenne all'improvviso il padre.

Dopo pochi minuti l'auto svoltò a destra e incominciò a percorrere una strada, circondata da alti cipressi, che terminava con un grande e massiccio cancello aperto.

Superata la soglia del cancello si ritrovarono di fronte a un grandissimo e altissimo edificio, che nasceva al centro di un grande giardino con altri cipressi, questa volta ancora più alti. Con quell'atmosfera quel luogo metteva davvero i brividi.
All'entrata dell'edificio vi era un signore, con un lungo camice bianco.

La macchina si fermò; il padre scese, seguito subito dalla moglie e dal figlio.
"Buongiorno" disse il dottore, sorridendo."Benvenuti alla 'Klinische Erinnerungen' io sono il dottor Heinrich Alberich. Venite, entrate."
La famiglia per un momento esitò, poi obbedì.

Una volta entrati il bambino non poté non notare il numero eccessivo di pazienti che entrava e usciva da diverse stanze, accompagnati da dottori vestiti sempre di bianco.

"Sono tutti vostri pazienti?" disse all'improvviso il padre, seguendo con un passo svelto, il dottore in un corridoio.
"Sì. Facciamo di tutto per curarli." Rispose il dottore con tranquillità. "Non si preoccupi, il bambino starà al sicuro con noi" continuò e si fermò all'entrata di un ufficio.
"Iniettate qualcosa ai vostri pazienti?" Disse la madre con voce preoccupante.
"Lo stretto necessario." Rispose il dottore e poi proseguì, inginocchiandosi di fronte al bambino: "Allora come si chiama questo bel bambino?"
Timido, il bambino si strinse alla gamba della madre e rispose: "G-Gabriel Blackburn e non sono un bambino, ho 10 anni!" Il dottore sorrise e gli accarezzò i capelli.

La madre improvvisamente prese per mano il figlio e si allontanò per diversi metri.
"Gabriel ascolta...resterai qui con questo dottore per diversi giorni." Disse la madre con gli occhi pieni di lacrime.
"Mamma ma io non voglio restare..non lo farò più. Ti prego!" Rispose il bambino, trattenendo a stento i singhiozzi.
"Ti prometto che ti verrò a prendere presto. Promesso!" Disse la madre, riempiendo il suo viso di lacrime.

A quella promessa ci credette per giorni, per settimane, mesi...anni.

Erano passati esattamente 15 anni e lui era ancora in quella stanza, sdraiato sul letto a fissare il soffitto rovinato, avvolto dall'umidità. Bussarono alla porta e aprì gli occhi.

"Buongiorno signor Blackburn, come si sente?" Disse il dottor Heinrich.

In quei quindici anni non era proprio cambiato, solamente i suoi capelli erano passati da un nero scuro ad un bianco come la neve. Indossava sempre il solito camice.

"Lo sai che i tuoi genitori non verranno più, vero??" Proseguì, sedendosi accanto al letto. E prese una siringa, dalla sua borsa, contenente una sostanza rossastra.

Il battito del suo cuore cominciò ad accelerare, quella domanda suonò davvero fastidiosa nel suo cervello. Non si era reso conto del passare di tutti quegli anni, non avrebbe mai creduto in un abbandono, in un rifiuto da parte dei suoi genitori. Aveva perso la speranza.

Sentì un pizzico sul suo braccio sinistro, era la punta della siringa.

Sussultò, si alzò immediatamente e bloccò la mano dell'uomo e lo spinse via con un calcio; si tolse la siringa dal braccio. Uscì dalla porta e decise finalmente di abbandonare quel luogo.

Stanco e debole, per le medicine, cominciò a correre. Svoltò a destra entrando in un corridoio, alla fine del quale vi era una porta d'emergenza.

Sentì il rumore di passi, si stavano avvicinando, e improvvisamente un suono acutissimo riempì il corridoio, era l'allarme.

Cominciò ad accelerare di più il passo e arrivò finalmente alla porta. L'aprì.

I raggi del sole colpirono immediatamente il suo viso, facendogli bruciare tremendamente gli occhi. Cominciò a percorrere a piedi nudi il retro del giardino.

"Non puoi scappare, Gabriel!" Urlò il dottore. Sentiva i suoi passi e quelli degli altri avvicinarsi.

Correva senza fermarsi, attraversò il giardino e vide un furgone fermo davanti al cancello. Era il furgone di una lavanderia che ritirava i panni sporchi della clinica.

Si avvicinò ed entrò di nascosto, mise in moto il furgone e partì. Dallo specchietto retrovisore vide alcuni uomini che si stavano avvicinando poi alla fine rinunciare.

Non sapeva dove stesse andando, ma era finalmente contento di aver abbandonato quel luogo.

••••••SPAZIO AUTRICE••••••
Ciao a tutti, in questo capitolo ho voluto raccontare un po' la storia di Gabriel. Leggete e commentate. Baci :)

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