1. Charlemagne
19 Brumaio Anno VIII (10 Novembre 1799)
Il tenente Monlieu si grattò appena il capo. Le spalline dell'uniforme, estremamente povere, dondolarono al ritmo della mano. L'uomo si rimise dritto, il prurito insisteva. Eppure non potevano essere pidocchi, non aveva avuto contatti con nessun infetto negli ultimi giorni.
Erano tempi bui, quelli. Lui lo sapeva: li aveva vissuti. Era giovane, ma non troppo per dimenticare la rivoluzione, per dimenticare la presa di potere del Direttorio. Gli prudeva sempre la testa quando stavano per accadere eventi straordinari.
Forse non c'entravano i pidocchi, forse era per quello che sentiva nitidamente un pulsare fastidioso appena sopra l'orecchio destro.
Voleva grattarsi. E magari non gli sarebbe dispiaciuto neanche un bel sigaro, uno di quelli fatti di tabacco buono. Casualmente, ne custodiva giusto un paio sotto l'uniforme bellica. Non avrebbe potuto fare nessuna delle due cose, né grattarsi il capo né tantomeno fumarsi il suo sigaro. Monlieu lo sapeva bene. Il generale Leclerc non l'avrebbe permesso e nulla - nulla davvero - sfuggiva ai suoi occhi severi. Quella giornata si rivelava più lunga ogni ora che passava.
Il tenente Monlieu strinse le dita intorno alla baionetta, cercando di modularne il peso. I suoi occhi azzurri si persero dietro un gruppo di domestiche. Portavano in grembo alcuni strofinacci e bacinelle d'acqua, le sottane bianche sfioravano appena le scale in pietra del giardino del Castello di Saint Cloud. Le giovani chiacchieravano tra loro allegramente, i bei visi animati da un sano colorito roseo. Erano eccitate per la presenza dei soldati, del resto non sempre accadeva di vedere tante uniformi tutte insieme. Alcune delle più sfacciate rivolsero occhiate penetranti al tenente e agli amici accanto a lui. Non sospettavano nulla, ma Monlieu sentiva il prurito farsi più pressante.
Faceva straordinariamente freddo. Quell'anno l'inverno stava piegando la Francia più di cento rivoluzioni. E se Parigi era gelida, Saint Cloud lo era ancora di più. Il tenente Monlieu avrebbe voluto sfregarsi le braccia per scaldarsi. Non poteva fare neanche quello.
Le fanciulle cominciarono a passare gli stracci sulle pietre dove un tempo posava le mani Maria Antonietta. Il tenente si accorse che un ciuffo ribelle era scivolato troppo vicino all'occhio sinistro. Con gesto veloce lo scostò. Ne approfittò per darsi un'altra grattata al capo. Si chiese se Leclerc lo avrebbe rimproverato dopo. Sentiva lo sguardo del generale fermo su di lui. Non osò restituirglielo.
Al contrario, Monlieu si concentrò a guardare quelle ragazzette che pulivano con dovizia il giardino. Dal grande cortile di pietra passavano alle vetrate e viceversa. Ancheggiavano deliziosamente. Una soprattutto. Aveva un'adorabile cuffietta, dalla quale sfuggivano ciocche nere come la notte. Teneva gli occhi grigi saldamente ancorati sul vetro, che strofinava con forza. Il suo collo aveva una linea regale.
Il tenente Monlieu si perse nei suoi pensieri, mentre la studiava con brama crescente. Se fosse stato ancora il tempo del Terrore (come alcuni avevano cominciato a chiamarlo), non si sarebbe curato del generale Leclerc. Finito il suo turno, avrebbe trovato una scusa banale per approcciare la ragazza, l'avrebbe convinta ad andare con lui, sfoderando la sua espressione più bonaria. Avrebbero condiviso una piacevole serata. Dopotutto, era un bell'uomo dal fisico asciutto, alto, biondo, dagli occhi azzurri.
Il prurito si fece più forte e lo distrasse dalle sue fantasie. Un uomo in uniforme giunse, il generale Leclerc ci scambiò poche parole. Poi entrò. Il tenente Monlieu sperò che fosse andato a recuperare Bonaparte: era stanco e voleva tornarsene a casa.
La servetta continuava a pulire con dedizione le vetrate, lui pensò che in fondo dalla Rivoluzione non era cambiato nulla. Era un soldato prima, era un soldato ora. Prima aveva vent'anni, ora ne aveva trenta. La sua età migliore se l'era mangiata la Francia, la Corona, Robespierre. Avrebbe voluto sputare per terra.
Ormai lontano dagli occhi del generale, volse il capo per ammirare il panorama. Il giardino magnifico che circondava il castello era l'emblema della stupidità della monarchia francese. Avevano curato con dedizione ogni pianta e dimenticato ogni essere umano. Il tenente Monlieu li aveva odiati.
Contrariamente a quello che tutti pensavano degli ufficiali francesi, lui non era saltato sul carro del vincitore. Aveva sostenuto la Rivoluzione in ogni momento, sperato in un vero rovesciamento del potere. La monarchia aveva generato i vizi che si erano rubati sua madre. A volte, di notte, ricordava l'odore di morte e candele che si alzava dal letto dove giaceva. Costretto dalla vita a trovare la propria strada, ne aveva scelta una indolore, alla quale tutti erano ammessi. Nessuno avrebbe fatto storie se un figlio di una prostituta fosse diventato tenente. Di certo, nessuno avrebbe tollerato che sedesse nel Direttorio.
Mentre Monlieu continuava a vagare tra i suoi ricordi e l'ombra del povero bambino scalzo che era stato gli strappava un mezzo sorriso, tutto precipitò. Il prurito si fece inarrestabile. Avrebbe potuto radersi i capelli color miele per placarlo.
Una serie di uomini fuggirono dall'entrata, gettandosi nel cortile di pietra. Vecchi, adulti, ragazzi, bambini. Le donne dalla gonna bianca gridarono e li soccorsero. I soldati scattarono. Il generale Leclerc irruppe nel cortile, imbracciando la baionetta.
«All'armi!» la voce di Napoleone Bonaporte raggiunse l'esercito da un'alta finestra.
La testa del comandante si ritrasse. Poco dopo marciò anche lui nel piccolo cortile di pietra, il cavallo era pronto. Il tenente Monlieu si sorprendeva sempre della fierezza che quell'uomo dimostrava: era tutto fierezza, in effetti. Non c'era spazio per nient'altro nel suo metro e mezzo.
«Soldati! Vi ho portato alla vittoria! Posso contare su di voi?» gridò il piccolo uomo.
«Sì! Sì! VIVA IL GENERALE».
Le grida echeggiarono nelle orecchie di Monlieu. Il prurito gli disse che una nuova monarchia stava per nascere. Forse sarebbe stata migliore della precedente, forse no.
Gli eventi che accaddero dopo sono narrati in infiniti libri di storia. Le armate entrarono, il Consiglio dei Cinquecento fu spodestato. Alla fine di quella fredda giornata, tre uomini ottennero il potere. Monlieu non era tra loro, ma non se ne dispiacque: era figlio di una donna di bordello dopotutto.
Alla sera i soldati accesero un falò. Lui sedette in disparte, come era solito fare. Gli altri si radunavano per gruppi di estremisti.
Fu con una certa soddisfazione che estrasse un solo sigaro dal taschino interno dell'uniforme. Era appena rovinato. Lo accese, assaporando il gusto deciso del tabacco sotto la lingua.
Mentre si perdeva nei vapori, i suoi occhi azzurri furono attratti dalla piccola servetta dai capelli neri. Sedeva anche lei in disparte, lontana dagli altri domestici del castello, ma non era sola. Con lei c'era un giovane dai capelli biondi, uno di quelli fuggiti in cortile poco prima. Tremava come una foglia in autunno. Lei sembrava incapace di calmarlo: lo accarezzava, gli sussurrava. Lui tremava. Gli occhi grigi della ragazza incrociarono quelli del soldato, una supplica celata nello sguardo profondo.
Il tenente Monlieu avvertì un forte prurito alla testa.
***
Delucidazioni storiche: Volendo fare il bello e cattivo tempo, Napoleone organizza un abile colpo di Stato. Dapprima costringe il Direttorio (composto dal Consiglio dei Cinquecento e dal Consiglio degli Anziani) a spostarsi da Parigi a Saint-Cloud (cittadina a circa 10 km: così non hanno truppe proprie né popolo a difenderli). Poi va con il suo esercito e si prende il potere. Ovviamente, la storia è molto più complicata di così e invito tutti gli interessati ad approfondirla. Questo episodio avviene all'incirca sei anni dopo la morte di Maria Antonietta. Per chi non lo sapesse (giustamente!), Saint-Cloud era la residenza fuori Parigi preferita dalla Regina di Francia per il clima più salutare. Maria Antonietta curava personalmente il giardino. Leclerc e Murat erano il braccio destro di Napoleone. Spero di non aver dimenticato nulla: in caso fatemelo notare nei commenti e provvederò a dare delucidazioni.
Annotazioni che non c'entrano nulla: ho deciso di intitolare i capitoli come i re di Francia, da Carlo Magno in poi... così, random. Spero non vi dispiaccia. Monlieu non credo sia mai esistito: l'ho inventato di sana pianta.
E niente... io vi lascio. Ci 'leggiamo' al prossimo capitolo.
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