Seconda Prova
Il sole tramontava sull'isola di Taso. Due ombre sedevano su uno scoglio e godevano serenamente del cinema della natura. Il film l'avevano già visto tutti e due molte altre volte e sapevano già il finale, il sole moriva, eppure le performance impeccabili di quel vecchissimo attore facevano sembrare ogni volta come la più bella. Ecco che arrivava all'acme dell'opera. Uno sparo lontano. E gli occhi dell'ombra più piccola venivano violentati dalla travolgente marea di sangue che l'astro colpito a morte spargeva nel cielo, e che gocciolava copiosa nel mare. Quegli stessi occhi miravano l'incantevole morbo spandersi nel loro Egeo e inquinarlo tutto, rendendolo un infinito effimero testamento scritto col sangue. Al termine dell'agonia, accadde che il lutto, o il forte vento presagio di tempesta, o forse le mille minuscole ombre interiori che da tempo parassitavano quell'essere, o magari la sincresi delle tre cose, resero quegli occhi di ragazzo umidi. E il posto del contegno regale, caduto in ginocchio con la fronte rivolta a terra, venne preso dall'empatia, che prese forma materiale nell'acqua, archè primigenia di ogni vita. Una sola goccia. E le figure smisero di essere ombre.
Lo scrosciante silenzio fu squarciato da una voce buona, gentile, che spirava dalla figura maggiore.
«Alexandros, secondo te cosa è ciò che hai visto?»
Il ragazzo con fatica riuscì a emettere in un fragile soffio le parole sfregiate dai singulti.
«Ειδον το θαυμα μεγιστον.»
Il quarantenne sorrise, volse per un secondo lo sguardo al mare, e subitò torno a interrogare gli occhi arrossati del discepolo.
«E per te cos'è la somma meraviglia che dici di aver visto?»
Un altro sospiro trovò la sua via fuori dalla bocca del giovane.
«Το πραγμα του απειρου.»
Un altro sorriso increspò la lunga barba del maestro.
«Alexandros, tu hai davvero visto l'infinità in atto? E cos'è l'infinità in atto, in una sola parola?»
Il ragazzo pensò a lungo. Si allontanò sensorialmente da quel luogo. Si perse. Poi una perla sfavillò nel centro di gravità della sua mente, e il mare tornò a insinuarsi nelle sue nari, il vento riprese a graffiarlo.
«Το αγαθον.»
Aristoteles smise di ridere.
Stette a lungo a guardare in basso, il mare che seduceva gli scogli nel suo eterno orgasmo. Ci sputò dentro. In risposta all'espressione disorientata del giovane, sputò di nuovo.
«E adesso, Alexandros, sai cosa ho fatto? Lo dovresti sapere. Ho reso iniquo il mare, ho contaminato la bellezza. Quello che ho agito è il male.»
Si alzò, il vento gonfiava teatralmente le sue vesti sotto la luna sorgente, e la confusione del giovane evolse in timore.
«Alexandros, o Alexandros! - la voce buona e paterna era ora un grido - Tu vuoi che io ti insegni il tutto. Ebbene è cosa saputa da tempo che il tutto è polare! Il bene è perché esiste il male. - e qui la bocca gli si contorse in una smorfia terrorizzante, vagamente simile a un sorriso - E il male non lo puoi insegnare a parole. Il male lo devi provare.»
Afferrò il braccio del ragazzo. Questi ruppe ogni resto di singulto che ancora rompeva la sua voce con un potente grido, e nella scarica di adrenalina lui, gracile ragazzino, sfuggì alla forte presa dell'adulto. Saltò dallo scoglio alla spiaggia, cadde, si rialzò in tempo per incespicare altri pochi metri e cadere di nuovo nella grigia sabbia traditrice. L'adulto era sopra di lui, simile nel comportamento a una menade. Gli diede uno schiaffo.
«Piccolo bastardo barbaro»
E continuò a colpirlo in volto mentre lo copriva di altre simili contumelie. Al culmine dell'invasamento, proprio quando Alexandros, intontito dalle percosse, aveva affievolito le strazianti grida di aiuto, affondò la faccia sanguinante del virgulto nella sabbia e lo possedette mentre, in clamoroso ritardo, arrivavano invitate dal vento le prefiche nuvole che, gialle e gonfie, colsero l'occasione di piangere anche un secondo imprevisto lutto, prima di fuggire via, e lasciare la sabbia bagnata di pioggia e di sangue ad asciugare sotto la luna.
Una ventina di anni dopo, un uomo nato durante un rito orgiastico da due cultisti misterici, che da piccolo aveva avuto dei problemi dovuti a ciò che oggi potremmo ricondurre ad una lieve forma di sindrome di Asperger, e che era stato lasciato dal padre in balia di un uomo al confine tra il genio e la pazzia, ecco, quest'uomo aveva appena raggiunto risultati considerevoli. Aveva sottomesso mille popoli alla sua violenza, aveva conquistato il mondo intero e sul suo impero non tramontava mai il sole, aveva reso completamente suo quel mare davanti al quale anni prima aveva perso molto e guadagnato altrettanto. Sì, in un certo senso si sentiva debitore verso il suo maestro, sentiva che se il suo insegnamento fosse stato meno completo non sarebbe giunto alle stesse cose. Eppure quell'irascibilità malata che gli era derivata proprio dal metodo del suo insegnante, esigeva una vendetta.
Il giorno stesso del suo arrivo a Calcide, dopo il tramonto, entrò nel Liceo, seguito da due soldati. Quando trovò Aristoteles, da solo, godette enormemente nel vedere sul suo volto un'espressione di sgomento e terrore. L'anziano, che lo credeva morto, non trovò parole.
Un sorriso piegò il giovane viso senza barba di Alexandros o Megas.
«Vieni.»
Il maestro arrotolò il foglio su cui stava scrivendo, e se lo mise sottobraccio prima di essere preso dai due soldati e portato fuori. Soffiava un forte vento, e la sua lunga barba bianca veniva spinta violentemente insieme alla sua flaccida carne di vecchio. Alexandros guidava, e il trio seguiva. Camminarono a lungo per le strade deserte, e poi ancora sulla spiaggia, nel leggero buio della prima notte, fino a quando il condottiero si fermò.
«Questo posto mi piace. E a te, piace?»
Ma egli non rispose, tanto che il governatore se ne sorprese.
«Nulla da obiettare? Tanto meglio, perché sarebbe stato qui in ogni caso.»
Lo fece inginocchiare. Cercò di strappargli il foglio di mano, ma lui mise ogni energia rimasta in quella resistenza. Quando fu costretto a cedere il manoscritto, non versò lacrime. Reclinò la testa, chiuse gli occhi umidi. Fece un respiro.
Intanto Alexandros andò in riva, coi piedi nell'acqua, e gettò il foglio in mare. Nel suo volo funebre, scintillò la scritta "ΚΩΜΩΔΙΑ". Poi l'inchiostro andò a liquefarsi e a rendere iniquo il mare.
Tornò dal suo maestro.
Alla mezzanotte, una nuvola gialla oscurò la luna, e scese il buio.
«Il buio è quel momento in cui il freddo e umido dell'acqua diventa una cosa sola col caldo e umido dell'aria. Me lo hai insegnato tu.»
Ma Aristoteles non rispose nemmeno ora.
Allora si inginocchiò anche lui. Gli diede un bacio. E subito dopo, il canto del vento venne interrotto dal sibilo di uno schiaffo.
Stavolta ottenne una sorta di risposta, un brevissimo "Ah!".
Elì, Elì, lemà sabactani?
Alexandros era soddisfatto. Si allontanò di qualche passo, prese una spada.
Colui che deve essere ucciso di spada, di spada sia ucciso.
Tornò davanti al maestro, alzò il ferro e lasciò che il vento diffondesse il freddo del metallo ovunque, che il mare si ghiacciasse, che i peli si alzassero sulla nuca del maestro.
Cominciò a sussurrare, come una serie di mantra:
«Le radici dell'insegnamento sono amare, ma il frutto è dolce. Chi è stato educato differisce dal non educato quanto il vivo differisce dal morto. È più coraggioso chi sconfigge il proprio desiderio, di chi sconfigge i nemici, perché la vittoria maggiore è su noi stessi. - alzava gradualmente il tono della voce - Chi educa un bambino va onorato più di chi lo ha generato, perché quest'ultimo gli ha solo dato la vita, mentre il primo gli ha dato le chiavi per vivere bene. Non è mai esistito un genio senza un tocco di pazzia. - era arrivato adesso a squarciare il cielo con le sue grida - Ogni azione umana ha una o più di queste cause: la possibilità, la natura, l'obbligo, l'abitudine, la ragione! La passione! IL DESIDERIO!»
Drenò attraverso la sabbia grigia il sangue. Il corpo e la testa andarono ad inquinare il mare.
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