8 - Prom
Go ahead, rip my heart out
If you think that's what love's all about
«Dannazione», imprecai frustrato, quando sbagliai le note della mia canzone per l'ennesima volta. Mi voltai verso gli altri ragazzi, «Scusate, non so cosa mi prende oggi».
Lowe mi sorrise, poggiando la chitarra sull'amplificatore e venendomi incontro, dandomi una pacca sulla spalla. «Tranquillo, è normale che sei così nervoso. Forse è meglio se facciamo una pausa, ok?».
Alex e Chase annuirono, insieme scendemmo dal palco. Decidemmo di andare al bar vicino alla scuola a prendere un caffè.
Quel giorno ero nervoso come non lo ero mai stato in vita mia: l'idea di dover salire su di un palco, prendere il microfono e la chitarra e cantare una canzone scritta da me, così personale, mettendomi praticamente a nudo davanti a mezza scuola e alla persona a cui essa era dedicata mi torceva lo stomaco incredibilmente e mi faceva sentire nauseato. Erano decisamente inutili le rassicurazioni di Chase, del resto della band e di Ashton, io avevo la fottutissima paura che sarebbe andato tutto storto. L'avevo dal primo giorno in cui l'avevamo provata ad oggi, il giorno del ballo, quando mancavano poche ore alla nostra esibizione. Avremmo cantato anche altre canzoni, ma su quello non ero molto preoccupato visto che erano cover o canzoni scritte dagli altri componenti della band e non riflettevano i miei sentimenti (o quasi: le cover che avevo scelto io erano quasi tutte tristi e deprimenti), concludendo con la mia Wrapped Around Your Finger. Quella canzone pareva piacere a chiunque l'ascoltasse, persino il preside sembrava averla apprezzata, quando un giorno si era fermato nell'aula di musica per assistere alle prove. I ragazzi della band, specialmente Alex, il bassista, se n'erano innamorati, al punto che volevano convincermi a postarla su internet o di mandare la demo a qualche casa discografica. Io avevo rifiutato subito: Wrapped Around Your Finger è mia e resterà tale, non voglio che il resto del mondo ne venga a conoscenza. In effetti, non vorrei che nessuno ne venisse a conoscenza... Ma ormai ci sono dentro fino al collo.
«Allora, se ho capito bene, due cappuccini per te e Lowe, un caffè macchiato per Mike e un caffè lungo per me», ripeté Alex, facendoci annuire, «Nient'altro?».
«Oh, io voglio una fetta di cheesecake», dissi, alzando la mano, «Mi sta mangiando con gli occhi da quando siamo arrivati».
Alex rise, alzandosi e andando a prendere i nostri ordini. Presi il mio cellulare dalla tasca, rispondendo al messaggio che Ashton mi aveva inviato stamattina in cui diceva che aveva invitato Alicia al ballo. Era stata una cosa dell'ultimo minuto, lei era stata mollata dal ragazzo che l'aveva invitata solo ieri sera e lui aveva colto l'occasione al balzo. Un bel colpo di fortuna, direi...
«Michael?».
Alzai lo sguardo, sgranando gli occhi quando vidi Calum in piedi dietro Lowe e Chase. I due ragazzi lo guardavano incuriositi, i loro sguardi guizzavano da me a lui.
«Che vuoi?», chiesi scontroso, spegnendo il telefono e mettendolo in tasca.
Il moro sembrava mortificato dal mio tono di voce, ma sinceramente non mi importava. In fondo era colpa sua, se era successo tutto ciò che era successo. Indirettamente, ma comunque colpa sua.
«Vorrei parlare con te», rispose Calum, mordendosi il labbro inferiore, «Puoi uscire un attimo?».
Non avevo voglia di starlo a sentire, tuttavia annuii e mi alzai, seguendo Calum fuori dal bar. Ci fermammo in un posto ombreggiato nel parcheggio, il caldo opprimente ancora intenso ma smorzato in parte dall'assenza del sole. Mi appoggiai al muro, a braccia conserte, aspettando che Calum aprisse bocca.
«Ehm... Volevo parlarti di Luke», esordì, giocando nervosamente con le sue dita.
Il suo nome mi provocò una fitta allo stomaco. Cercai di controllarmi e chiesi, sforzandomi di non sembrare turbato, «Cosa vorresti dirmi di Luke?».
Calum parve accorgersi del mio disagio, ma continuò come se niente fosse successo. «Beh... Non è che Luke se la passi tanto bene, da quando avete litigato. È triste, si chiude spesso in se stesso, e... La cosa mi preoccupa. Non è lo stesso Luke di sempre».
Alzai un sopracciglio, la tristezza e il vuoto allo stomaco lasciarono lentamente il posto alla rabbia e al sospetto. «Cosa dovrei farmene di quest'informazione, precisamente? Ti ricordo che è stato lui ad illudermi, prima di tutto. Se non avesse fatto la puttana che è sarebbe stato tutto come sempre».
Calum deglutì, le mani strette a pugno lungo i fianchi. «Tu non capisci- cioè, c'è qualcosa che non sai...», disse, interrompendosi prima di dire cosa non sapevo.
«Cos'è che non so, Hood?», incalzai, sorpreso, sporgendomi in avanti.
Calum scosse la testa. «Non posso dirtelo... Sta a Luke se fartelo sapere o meno».
Detto questo si allontanò in fretta, lasciandomi solo nel parcheggio, sorpreso e pieno di dubbi su quale fosse questa cosa che non sapevo - e che, da ciò che deducevo, poteva cambiare la situazione.
Rientrai nel bar e mi sedetti in silenzio al tavolo, Calum era a qualche tavolo di distanza con una ragazza - presumibilmente, sua sorella - e non riuscivo a smetterla di guardarlo e chiedermi cos'è che mi aveva tenuto nascosto. Forse, Luke era in realtà innamorato di Calum? Forse avevano qualcosa e quello che abbiamo combinato io e Luke in gita li ha fatti lasciare? Questo però non spiegherebbe perché sono rimasti amici. E poi, li avevo sentiti in aereo, non erano niente... Diamine. Doveva per forza venire a parlare con me?! Ho già troppe cose a cui pensare, senza contare Luke Hemmings e i suoi problemi emozionali...
«Tutto a posto, Mike?», mi chiese Lowe, facendomi alzare la testa verso di lui.
Annuii, cercando di nascondere le mie emozioni. Non sono molto bravo in questo, ma quando dissi «tutto a posto, non preoccupatevi» i ragazzi sembrarono credermi. Oppure, decisero di non fare domande, continuando a chiacchierare della nostra esibizione di stasera.
***
La palestra della scuola era già gremita di gente, nessuno sembrava far caso al palco allestito nel bel mezzo della stanza. Mi sudavano le mani, avevo paura di sbagliare tutto e persino paura che mi cadesse la chitarra di mano.
«Sei nervoso?».
Mi voltai verso Ashton, sorridendo ed abbracciandolo. Accanto a lui, Alicia era elegantissima nel suo abito azzurro, che risaltava sulla pelle scura. Mormorò un «buona fortuna», dandomi una pacca sulla spalla quando mi staccai dal suo accompagnatore.
«Mi fa male lo stomaco», mugolai, facendo ridacchiare Ashton, «Non pensavo che esibirsi davanti a tanta gente facesse sentire così uno schifo».
«Su, andrai bene! E... Oh, non dovrei dirtelo, ma... Lui è qui».
In effetti, non avrebbe dovuto dirmelo. Il mio stomaco si contrasse, facendomi sentire nauseato. «È q-qui?».
Ashton annuì. «Da solo, camicia bianca e skinny jeans neri. Lo riconoscerai subito, comunque».
«Aspetta... È venuto da solo? E Calum?».
Ashton fece spallucce. «Con un ragazzo, non so chi è... Ma posso dirti che non è con lui».
Deglutii nervoso, mentre sentivo la voce di Chase chiamarmi per farmi salire sul palco. Salutai Ashton e Alicia, mi misi la chitarra in spalla e salii sul palco, cercando di non pensare a niente, né al mio nervosismo né al fatto che ci stessero guardando tutti e neanche al fatto che tutto poteva andare storto, mentre cominciavamo a suonare l'intro di American Idiot dei Green Day. Riuscii a dimenticare praticamente tutto del luogo in cui mi trovavo, concentrandomi solo sulla musica, e la canzone riuscì meglio del previsto. Sentire l'applauso del pubblico fu come un'iniezione di adrenalina che mi diede la carica per cantare il resto delle canzoni. Passammo da canzoni scatenate, ad alcune più lente e tristi, tutte eseguite alla perfezione, anche quelle che durante le prove davano problemi. Il pubblico apprezzò le canzoni scritte dai ragazzi, specialmente quella di Alex.
Adesso era il momento della mia canzone. Poggiai la mano tremante sul microfono, sorridendo leggermente mentre aprivo bocca per parlare. «Questa è l'ultima canzone per questa sera, speriamo di esservi piaciuti... Allora, questa canzone l'ho scritta io in un momento... piuttosto delicato, sì», cercai un paio di occhi azzurri nel pubblico, trovando prima il sorriso rassicurante di Ashton, che aveva i pollici alzati e un'espressione ebete sul viso; quando trovai lo sguardo consapevole di Luke il mio cuore prese a battere all'impazzata, ma cercai di ignorare le mie sensazioni, «Si chiama Wrapped Around Your Finger e... spero che vi piaccia».
Chiusi gli occhi, concentrandomi sulle note da suonare; li riaprii quando tutto quello che era successo tra me e Luke mi passò in testa come un film, solo per essere salutato da quegli occhi azzurro vivo, pregni di colpa e rimorso. Incrociare lo sguardo di Luke fu una fitta allo stomaco, mi sentii come se fossi stato messo sotto da un autobus. Provavo anche una punta di rabbia, a dire il vero. Perché io ero arrabbiato con Luke, lui mi aveva illuso, mi aveva usato solo per il suo piacere e io mi ero fatto prendere in giro come uno stupido, perché mai avrei pensato che dietro quel viso d'angelo e quegli occhi limpidi potesse nascondersi una persona così cattiva, fredda e manipolatrice. Ammetto che è stata anche colpa mia, ero stato troppo stupido per vedere ciò che si celava dietro le apparenze. Lo avevo avuto per una sola notte ed ero completamente impazzito, immaginando un futuro per noi quando in realtà sarebbe rimasto tutto su quella spiaggia, dall'altra parte del mondo. Lo avevo avuto per una sola notte, pensando che fosse realmente mio, quando in realtà l'unico ad avere avuto qualcosa era stato lui. Luke aveva preso tutto, il mio cuore, la mia anima, il mio corpo anche; mi aveva spogliato di tutto e lasciato inerme, ad aspettare le sue coltellate. Che poi, avrebbe potuto ferirmi, colpirmi come meglio poteva, io sarei rimasto lì e avrei incassato tutto, perché ero stupido fino a quel punto. Più che stupido, ero completamente soggiogato da Luke. Avrebbe potuto dirmi di tutto, farmi di tutto, io sarei tornato, implorandolo di darmi il resto. Ero legato al suo dito. E lo sono ancora.
Con le lacrime agli occhi, terminai la canzone tra gli applausi del pubblico. Asciugai brevemente le mie guance, mormorando un «grazie» con voce rotta prima di scendere dal palco; mi ritrovai stritolato in un abbraccio di gruppo e le urla di Lowe in un orecchio. Districato il nodo di braccia che si era formato intorno a me, decisi che me ne sarei andato, ma ovviamente non sarebbe stato così facile.
«E dai, resta», mi implorò Chase, strattonandomi per un braccio, «Cos'hai di così importante da fare a casa?».
Scossi la testa. «Non posso restare. Non dopo aver cantato quella canzone davanti a Luke», confessai, sentendomi avvampare.
Non avevo mai detto ai ragazzi di chi parlava precisamente la canzone, e loro non me l'avevano mai chiesto, comunque. Non che fosse così importante, ormai non mi interessa più di chi sa cos'è successo tra me e Luke. Non voglio che sia una cosa lasciata a morire dentro di me, ragion per cui - inconsciamente, tra l'altro - l'avevo impressa nel testo di una canzone. Ritengo che le cose belle non debbano essere tenute segrete. E ciò che è successo su quella spiaggia a Santa Cruz, nonostante sia stata una bugia, è una cosa bella a mio parere.
«Puoi stare con me e Lowe», mi suggerì il biondo, e Lowe mi fece il broncio proprio dietro di lui.
Alex roteò gli occhi. «E sorbirsi i vostri discorsi smielati e le occhiatine piene di zucchero che vi lanciate? No grazie», replicò, facendo arrossire i due, «Amico, quello che ti ci vuole è una bella birra e una sigaretta con il tuo preferito della band», aggiunse indicandosi, facendo sbuffare Lowe che gli tirò una sberla sul braccio.
«In effetti mi andrebbe una sigaretta. Ma prima voglio cambiarmi, puzzo di sudore», ammisi, facendo esultare i tre che mi trascinarono fuori dalla palestra con loro.
***
Il resto della serata andò liscio come l'olio, un po' monotono a dire il vero. Alex riuscì a procurarci delle birre che bevemmo fuori dalla palestra, seduti sul cofano della sua auto; con mia sorpresa fumai solo una volta. Dopo esserci cambiati e rinfrescati, entrammo in palestra e subito fui abbracciato da Ashton che mi urlò «sei stato fottutamente bravissimo!» in un orecchio. Sorrisi a trentadue denti, nonostante fossi sicuro che Ashton mi avesse detto che ero bravo solo per farmi un favore.
«E sei anche elegantissimo, wow. Non ti ho mai visto con una camicia bianca e... Le maniche sono strappate», notò con uno sguardo di disappunto, «Posso sapere perché demolisci i tuoi vestiti?».
Feci spallucce. «Mi fa sentire ribelle. Senti, hai... Visto Luke, per caso?», chiesi, mordicchiandomi il labbro inferiore.
Le labbra di Ashton divennero una linea piatta. «È seduto con Calum e il suo... amico», mi rispose, facendo una pausa quando tentò di descrivere il ragazzo che Calum aveva portato al ballo, «Ma non voglio che ci pensi, ok? Stasera devi divertirti, non voglio che quel bastardo biondo ti rovini la serata».
«Fa lo stesso, sai che penserò a lui lo stesso», replicai, seguendo Ashton al suo tavolo; mi sedetti di fronte a lui ed Alicia, affiancato da Alex, «Soprattutto se ho appena cantato una canzone su di lui».
«Allora era su di me?».
Mi sembrò di essere entrato in una tempesta di neve. Mi girai di scatto sulla sedia, sentendo il sangue raggelarsi nelle vene mentre squadravo la figura longilinea del mio - ex - migliore amico da capo a piedi. Era ancora più bello del solito, con la camicia bianca con le maniche arrotolate e i soliti skinny jeans neri, i capelli biondi sempre perfetti e quella pelle che implorava di essere toccata. Cercai di non soffermarmi sugli occhi, ma non faccio mai quello che mi prefisso di fare quindi mi ritrovai a scrutare quei due pezzi di cielo che, a dire la verità, mi sembravano meno vividi del solito. Ad alcuni potrebbero sembrare i soliti occhi azzurri, ma io conoscevo Luke troppo bene per non accorgermi che c'era qualcosa che non andava.
«Luke», riuscii a dire, prima che la voce di Ashton mi interrompesse.
«Che cosa vuoi, Hemmings?», chiese al biondo, che si morse il labbro indietreggiando di poco.
«Voglio parlare con Michael», rispose semplicemente, facendo cenno verso di me.
Mi irrigidii. Non sapevo se volessi o meno parlare con Luke. Un po' sì, era una vita che non parlavo faccia a faccia con lui e sentivo nostalgia dei vecchi tempi, ma dovevo ammettere che avevo paura di parlare con lui. Non sapevo se sarei riuscito a reggere. Quanto mi ci sarebbe voluto, per scoppiare?
«Michael non ha tempo da sprecare con puttane come te», sputò Ashton acido, riportandomi alla realtà.
Luke sbuffò. «Sono certo che Michael sa gestire benissimo il suo tempo», ribatté, volgendo il suo sguardo a me, «Vero Mikey?».
Rabbrividii al suo tono ammaliante, ed annuii, totalmente intontito. Ecco che ci risiamo.
«Credo che una conversazione con lui non sia una tragedia», dissi rassicurante ad Ashton, girandomi verso di lui, «Andrà tutto bene, sta tranquillo».
Ashton mi guardò mentre mi alzavo, il suo sguardo volava da me a Luke. Dopo che ebbe minacciato il biondo, fummo liberi di andare. Seguii Luke nei corridoi deserti, le mani mi tremavano e sudavano da quanto avessi paura di riaffrontarlo dopo così tanto tempo.
Arrivammo in mensa, vuota e stranamente spettrale rispetto alle volte in cui il vociare degli studenti si fonde creando un mix insopportabile. Luke si sedette su uno dei tavoli, mi fece cenno di raggiungerlo e mi sedetti, riluttante, accanto a lui, qualche centimetro ci divideva.
«Quindi, la canzone è dedicata a me», disse, col tono neutro di chi parla del tempo atmosferico.
Annuii, nonostante non potesse vedermi. «Non avrebbe potuto essere dedicata a qualcun altro, non credi?».
Luke rise, una risata spenta, priva di sentimenti. «In effetti... A Santa Cruz c'ero solo io, sulla spiaggia con te», rifletté, ed io rabbrividii alla menzione di quella città che era stata l'inizio della fine, «È davvero una bella canzone... Non sapevo sapessi scrivere così bene».
«Ci sono parecchie cose che non sai di me, Luke», ammisi senza pensare, pentendomi poi di ciò che avevo detto quando sentii la sua mano cercare la mia. Il minimo contatto con la sua pelle provocò scosse di brividi lungo la mia spina dorsale; il mio corpo si avvicinò involontariamente al suo.
«So tutto di te, Michael. Eravamo migliori amici, no?», disse insicuro, allungandosi verso di me come se volesse baciarmi. Ma io non gliel'avrei permesso.
Scostai il mio viso dal suo, sciogliendo la stretta delle nostre mani e guardando in avanti, chiedendo, come per cambiare discorso: «Sai cosa vuol dire "essere legati al dito di qualcuno"?».
«No», mi rispose lui, mordendosi il labbro inferiore mentre dava l'impressione di star pensandoci sopra.
Sorrisi tristemente. «Significa che sei sotto il completo controllo di una persona. Non ti importa come questa persona ti tratta, cosa ti dice- non ti importa di niente. Farai sempre ciò che l'altra persona vuole, perché sei completamente preso, non pensi più al tuo bene perché hai messo il suo, di bene, avanti a tutto. E beh... questa è la mia situazione. Sono legato al tuo dito, Luke».
La conclusione del discorso non sarebbe dovuta essere quella, per niente, ma quando mai io faccio ciò che voglio?
Restammo in un massacrante silenzio per manciate interminabili di minuti, il mio respiro si confondeva con quello di Luke risvegliando altri ricordi in cui il mio respiro si fondeva con il suo.
«Non volevo che andasse così tra di noi».
Alzai lo sguardo, osservando incredulo il biondo. «Che intendi con "non volevo che andasse così tra di noi?"», chiesi, con un sopracciglio alzato.
«Dai che hai capito. Non è così difficile, in fondo. Io, beh... Diciamo che non pensavo davvero le cose che ti ho detto quella volta dietro casa mia...», mugugnò, giocando nervosamente con le sue dita, lo sguardo fisso su di esse.
Chissà perché, non riuscivo ad esserne sollevato. Più che altro, mi sentii ancora peggio. Mi stavo deprimendo da settimane per niente?
«Ho mentito quel giorno, Mike», continuò, la sua voce ridotta ad un sussurro, «I-io provo qualcosa per te, sul serio, non ho ancora capito cos'è ma so che è qualcosa di forte e che non posso ignorare, ma io... Ho paura. Non mi sono mai innamorato, io, ho sempre avuto cose da una botta e via e sono terrorizzato all'idea di avere qualcuno per più di una notte. R-riesci a capirmi?».
Scossi la testa. «No, no riesco a capirti. A me non sembrava che mentissi, quella sera... Ma suppongo di non conoscerti molto bene».
Una parvenza di sorriso comparve sul volto di Luke. «Sono un ottimo attore, neanche Ashton è riuscito a capire queste cose di me».
«Che sei una puttana l'abbiamo capito, tranquillo», ribattei, inacidito.
Luke perse subito il sorriso. «Non mi piace essere giudicato per qualcosa che mi piace fare».
«Quindi, giocare con i sentimenti delle persone solo per portartele a letto è qualcosa che ti piace fare? Wow, Luke. Sei proprio l'opposto della persona che pensavo fossi».
Luke digrignò i denti. «Io non ti ho mai usato, cazzo Michael. Io sono innamorato di te, hai sentito almeno una parola di quello che ti ho detto?! La prima volta che siamo stati insieme sì, è stato per caso, ma tu non hai neanche la minima idea di quello che ho provato stando con te. Da quel giorno s-sono ossessionato dall'idea di stare con te sul serio, e non solo per una scopata occasionale e diamine, io dicevo sul serio quella notte a Santa Cruz, anzi, credo di aver sminuito i miei sentimenti», i suoi occhi erano gonfi di lacrime e la sua voce tremava, ma ciò non cambiò la rabbia che provavo per lui.
«E allora, per quale cazzo di motivo mi hai mentito?!».
«Avevo paura! Perché fai finta di non capire ciò che ti dico?! Smettila di fare il bambino tonto e ascoltami, una buona volta!».
Dopo quello, non so come, mi ritrovai steso sul tavolo, le labbra di Luke incollate alle mie in un bacio febbrile, le sue mani mi tenevano fermo dai fianchi. Normalmente mi sarei lasciato andare, ma non potevo. Non sarei caduto nella sua trappola di nuovo. Così, lo scaraventai dall'altro lato del tavolo, alzandomi e sistemando la camicia sgualcita.
«Non voglio baciarti», sputai, strofinando il dorso della mia mano sulle mie labbra, gonfie di baci forzati, «Non se so già cosa mi attende».
Luke si era seduto sul tavolo, ormai le lacrime gli rigavano il volto. «C-cosa pensi che ti attenda?».
Scossi la testa. «Giudicando dal passato, niente di buono».
«Non sono così cattivo, Michael», ribatté, ferito. Potevo vedere la tristezza nei suoi occhi azzurri, grandi e lucidi a causa delle lacrime.
«Non posso saperlo con precisione. Io non ti conosco come dovrei, no?».
Luke si morse il labbro inferiore, guardando altrove. «Odio questa situazione. Non riesco a trovare le parole giuste per dirti ciò che sento. Se le trovassi, sono sicuro che tu resteresti».
«Io resterei in ogni caso», mugugnai, incrociando le braccia al petto, «Sai che resterei in ogni caso».
«Eppure riesco a sentire che no, non lo faresti. È ciò che vuoi, ma non lo farai perché non vuoi soffrire più. E non posso incolpare nessuno a parte me, per questo».
«Beh, almeno lo sai», ribattei.
Luke alzò lo sguardo, il blu dei suoi occhi mi trafisse. «Non era mia intenzione ferirti».
«Ma l'hai fatto comunque. Mi hai ferito e hai mandato all'aria tutto, e solo perché avevi paura di lasciare che il tuo cuore si aprisse a me... Avresti potuto dirmelo dall'inizio che non volevi una cosa seria, non ti pare? Invece hai lasciato che mi illudessi, che mi strappassi il cuore dal petto per donarlo a te, che mi innamorassi di te ancora di più, al punto di sentirmi disgustato da me stesso per essermi permesso di provare quelle cose per te».
Luke deglutì, tenendo lo sguardo basso mentre sussurrava «suppongo che abbiamo sbagliato entrambi, allora».
«Direi proprio di sì».
Sentivo la terra crollare sotto i miei piedi, Luke singhiozzava proprio davanti a me e mi mormorava di restare, che ci avrebbe provato, che sarebbe andato tutto bene e che non avrei dovuto soffrire più. Ma chissà perché non riuscivo a credergli. Era da tempo che non riuscivo più a credere a niente, dopotutto.
«Mi dispiace, Luke», sussurrai, senza sapere se il biondo mi sentisse o meno.
«Dispiace anche a me», gemette lui inaspettatamente, «Mi dispiace averti trattato in quel modo. Mi dispiace che tu non riesci a fidarti più di me. Mi dispiace che tu pensi che io abbia giocato con te. Ma sembra che il passato non si possa cancellare».
Magari un giorno, molto lontano, riuscirò a perdonarti, gli avrei detto. Ma nessun suono uscì dalla mia bocca.
Avrei dovuto saperlo, quel giorno, che sarebbe cambiato tutto. Era bastato un bacio per farmi capire che sarei caduto in un pozzo senza fondo. Ma ero troppo accecato dall'amore, per vedere cosa mi aspettava. Avevo lasciato che Luke mi sottomettesse al suo volere, che mi legasse a sé con un filo invisibile, ma resistente ed indistruttibile.
Ero legato al dito di Luke. Sono legato al dito di Luke. E credo che lo sarò per sempre.
***
[A/N] Ehm ehm, buongiorno (se state leggendo adesso, ma ne dubito dato che è sabato e sono le 9). Non sono andata a scuola - quale miracolo - e non riesco a riaddormentarmi, quindi ho deciso di postare il capitolo. Dio, speravo che questo momento non arrivasse mai. Scommetto che adesso vorrete uccidermi perché Luke e Michael non hanno avuto il loro lieto fine, ma mi dispiace, doveva andare così. Già prima di iniziare a scrivere questa storia avevo già deciso - purtroppo per me - che sarebbe dovuta finire così, mi sembra il finale giusto. E poi, non disperate, nel seguito ne succederanno di cose... voglio ricordarvi che comincerò a postarlo tra due settimane, dal 24. Ho già scritto cinque capitoli, sarà un po' depressa all'inizio ma poi le cose si aggiusteranno... e adesso non vi dico niente più. Lmao.
Ah, e giovedì posterò una nuova storia, si chiama Man On A Mission ed è su Luke, e... diciamo che comprende tutte le ship su di lui, lol (è un'idea assurda, ma l'ho avuta e non posso farci niente). È decisamente più leggera di questa, comunque.
Prima di chiudere questo angolo autrice lunghissimo, volevo ringraziarvi per i voti e le visualizzazioni. Non pensavo di riceverne così tanti alla prima storia che posto su wattpad (ಥ_ಥ) (scusate ma ce la dovevo mettere).
Ci vediamo tra due sabati (se vorrete continuare a leggere di questi due disgraziati, lmao)
Baci, Teresa. Xx
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