#2
C'è un famoso detto che dice: "Il buon giorno si vede dal mattino". Beh, se c'è anche solo una remota possibilità che ciò sia vero - cosa di cui dubitava - Sherlock poteva già dedurre il terribile andamento della giornata che lo aspettava. La sua sveglia era stato un fastidioso dolore all'addome e una fitta pungente dietro la schiena, rendendogli impossibile stare sdraiato in qualsiasi posizione. Provò comunque a rigirarsi nel letto, aggrovigliandosi tra le lenzuola, sperando di trovare posa e di riaddormentarsi. Era consapevole che fosse già tarda mattinata e che si sarebbe dovuto alzare, ma non ne aveva motivo: dopo gli ultimi eventi era stato ordinato, sia al detective che a John, di prendersi almeno un paio di settimane di riposo. Niente casi, niente inseguimenti per Londra, niente scontri con pericolosi serial killer. Niente di niente.
Dopo l'ultimo tentativo per trovare una posizione abbastanza comoda da non fargli provare dolore ci rinunciò, sbuffando infastidito e addolorato. Con fatica si mise seduto passandosi una mano sul viso stanco e ispido. Non si radeva da un paio di giorni e la cosa cominciava a disturbarlo.
Si alzò dal letto di malavoglia e, una volta in piedi, tirò su la maglietta che usava come pigiama per controllare lo stato dei suoi ematomi. Non riuscì a trattenere una smorfia di dolore quando abbassò leggermente anche l'elastico dei pantaloni, per controllare meglio. Aveva un grosso livido sull'addome, che si estendeva fino al fianco destro e poco sotto il bacino, probabilmente causato dai ripetuti calci che aveva ricevuto proprio in quel punto.
"Ti ho ridotto proprio male, eh?"
Sherlock sobbalzò, sorpreso di sentire la voce del coinquilino alle spalle.
"Dovrei anche smetterla di spaventarti così, non fa bene al cuore".
Sherlock si girò verso la porta, incontrando lo sguardo di John, che sorrideva appoggiato allo stipite. Sembrava molto più sereno rispetto alla scorsa notte, più riposato. Il viso era disteso, qualche piccola ruga agli angoli degli occhi; il suo volto, al contrario di quello del detective, era ben rasato e un singolare e piacevole odore di dopobarba si stava facendo posto nella stanza. Sherlock notò anche il modo in cui aveva sistemato i capelli, tirati indietro, la fronte scoperta. Scrutò poi il resto della figura, le forti braccia incrociate al petto, che risaltava sotto la maglietta quasi troppo stretta.
Sherlock non aveva dedotto niente mentre lo osservava. O meglio: non aveva voluto dedurre niente. Per una volta aveva lasciato che il suo sguardo vagasse libero, senza concentrarsi sui dettagli, godendosi solo quello che avrebbe visto con una prima occhiata.
"Sherlock?"
La voce di John lo riscosse dal flusso di pensieri, sentendosi lievemente in imbarazzo.
"Non è niente. Passerà" rispose Sherlock, indicando vagamente il suo addome dolorante. John gli lanciò un'occhiata carica di scetticismo, volendo ricordare a Sherlock che era un dottore e anche piuttosto bravo.
John sospirò, staccandosi dallo stipite ed entrando nella stanza, avvicinandosi a Sherlock.
"Fammi dare un'occhiata".
John allungò una mano verso la maglietta grigia di Sherlock, ma quest'ultimo fece un passo indietro, mettendo entrambe le mani avanti, tenendo l'uomo di fronte a sé ad una distanza di sicurezza.
"No, davvero. Lascia perdere, sto bene, non è affatto grave" mentì Sherlock. John lo guardò mortificato, interpretando l'atteggiamento di Sherlock come un modo per tenerlo lontano, impaurito da lui. Si sbagliava. Sherlock non aveva paura di lui, non dopo la sera precedente. Il detective non voleva che John lo aiutasse, non voleva farsi compatire più di quanto già lui stesso si compatisse. Non lo avrebbe mai sopportato. Lui adesso doveva essere forte, era necessario che lo fosse, per John e la piccola Rosie; per se stesso, anche, che per l'ennesima volta avrebbe dovuto affrontare un percorso di disintossicazione, questa volta da solo. Farà anche questo per John Watson. È pronto a tutto per John Watson.
"È colpa mia, voglio scusarmi in qualche modo, lascia-"
"Non è necessario, sto-"
"Bene? Credi davvero che io sia così stupido, Sherlock?"
Il detective si ammutolì. Il tono di John non era arrabbiato, irritato o innervosito. Era calmo, paziente, quasi divertito. Sembrava che si stesse rivolgendo ad un bambino colto a compiere l'ennesimo guaio.
"Sono un medico, so che genere di ferite può causare una colluttazione come quella che hai subito. Ti ho abbracciato ieri sera e ho dedotto" - John lanciò uno sguardo divertito a Sherlock, che schiuse leggermente le labbra, sorridendo e, suo malgrado, arrossendo - "che devi avere un ematoma su tutto l'addome, forse esteso fino al fianco destro e qualche livido sulla schiena. Ho ragione?".
Sherlock lo guardò imbambolato, senza parole. Per un secondo gli era sembrato di guardarsi allo specchio: la sicurezza nella voce di John, il suo sguardo, la postura.
Il detective deglutì rumorosamente, chiudendo la bocca che non si era neanche accorto di aver aperto, sbattendo velocemente le palpebre un paio di volte.
Fantastico!
Prese un respiro e con entrambe le mani tirò su la maglietta per lasciare che John facesse il suo lavoro, lentamente, ancora un po' incerto. John sorrise e si avvicinò di un passo, passando le dita con leggerezza sull'enorme livido violaceo, accarezzando l'addome di Sherlock, al quale venne la pelle d'oca (Ti prego non notarlo, ignorami!).
"Guarda che ho combinato..." sospirò rammaricato, scuotendo la testa.
John si accorse che proseguiva fin sotto l'elastico dei pantaloni, portando fin lì le dita, fermandosi. Alzò lo sguardo verso Sherlock, incontrando i suoi occhi e chiese:
"Posso?"
Sherlock annuì, ma prima che potesse abbassargli i pantaloni, lo fermò, posando una mano su quella di John, che lo guardò con aria interrogativa, cercando di capire se gli avesse fatto male o se lo avesse messo a disagio in qualche modo.
Poi capì. Non era colpa sua, non aveva fatto assolutamente niente di sbagliato. Semplicemente, Sherlock non era abituato a questo genere di contatto con il suo coinquilino. Era sempre stato riservato per quanto riguardava il suo corpo, non amava mostrare più di quando non fosse necessario. John non lo aveva mai visto senza pantaloni e le uniche volte che aveva osservato il suo petto nudo erano state durante la visita a Buckingham Palace e dopo che Mary gli aveva sparato, mentre tentava di soccorrerlo. Anche dopo la doccia, Sherlock entrava ed usciva dal bagno perfettamente vestito e ordinato.
John ritrasse la mano, lasciando che fosse Sherlock a scoprire quanto bastava di pelle per mostrare il livido sotto il bacino. John questa volta non lo tastò con le mani, volendo rispettare la privacy dell'amico, senza metterlo troppo a disagio.
"Bene, fortunatamente sembra superficiale, nonostante sia così esteso" sentenziò John, il tono di voce concentrato e professionale, ma anche dolce e rassicurante. Fece cenno a Sherlock di riabbassare la maglietta e lui obbedì, ascoltando con attenzione il coinquilino.
"Dovrebbe esserci una pomata in casa, ti aiuterà a sfiammare. Ti preparo anche del ghiaccio, così che si restringa più in fretta, ok?" Sherlock annuì debolmente.
John gli fece cenno di uscire dalla camera e gli chiese di sedersi sul divano, mentre lui cercava la crema e controllava se ci fosse del ghiaccio in frigo.
Sherlock fece come gli aveva chiesto senza obbiettare.
Non dovrei essere qui. Lui non dovrebbe comportarsi così. Io non dovrei accettare il suo aiuto. Che diavolo mi prende?
Il detective continuava a tormentarsi, sentiva di non meritare tutte quelle attenzioni, tutte quelle cure e quella preoccupazione. Eppure il modo in cui John si era posto, così deciso e sicuro di sé, non gli aveva lasciato altra scelta che dargli ragione. Infondo era proprio come diceva lui: non stava affatto bene.
Ha sempre ragione lui, è noioso.
Sherlock tormentava l'orlo della maglietta, assorto nei propri pensieri autocommiserevoli, quando si accorse della mancanza di un elemento importante della casa.
Sparsi per terra c'erano alcuni giocattoli di gomma e sonaglini, una coperta rosa poggiata sul bracciolo della poltrona di John, un ciuccio e un baby monitor sul tavolino da caffè difronte al divano sul quale era seduto. Ma della proprietaria di tutti quegli oggetti non c'era traccia.
"Eccomi, ho trovato la pomata" John fece ritorno in salotto con la crema in una mano e del ghiaccio nell'altra. Sherlock gli sorrise e si alzò dal divano, lasciando però che fosse John ad avvicinarsi a lui.
"Dov'è Rosie?"
"Con la signora Hudson. Voglio prendermi cura di te adesso".
"John-"
"Sherlock".
Sherlock sorrise sconfitto e alzò le mani.
John parve soddisfatto della sua vittoria e svitò il tappo della pomata.
"Posso chiederti di togliere la maglia?" Sherlock lo guardò per un secondo e spostò il peso da un piede all'altro, improvvisamente a disagio.
"Se non vuoi va bene, puoi alzarla come prima, è solo più comodo" lo rassicurò il medico. Sherlock esitò per alcuni secondi, per poi portare le mani all'orlo della maglietta per sfilarla. Ci era quasi riuscito, ma una fitta di dolore lo colpì al fianco e si bloccò con la maglia a metà petto.
"Aspetta ti aiuto" prima che il detective potesse dire qualcosa, John aveva già preso tra le mani la maglia e la tirava verso l'alto, liberando l'amico, che lo guardava confuso.
John lanciò la maglietta sul divano, ripresa la crema e se ne mise un po' sulle dita.
"Scusa, ho le mani un po' fredde" passò quindi le dita sul fianco, iniziando a spargere in modo meticoloso ed omogeneo la crema. Sherlock sussultò leggermente, un po' per il leggero dolore e un po' perché effettivamente il suo medico aveva le mani ghiacciate.
"Sei dimagrito" osservò John, continuando a massaggiare l'addome dell'amico. Sherlock non disse niente. Era vero, infondo. Era dimagrito ad una velocità preoccupante, non mangiando per giorni e assumendo un quantitativo di droghe e stupefacenti eccessivo. Il suo aspetto in generale era orribile, ora che ci faceva caso. Era pallido, occhiaie profonde sotto gli occhi, il corpo scarno e macchiato, il viso incavato, ispido e i capelli incolti e spettinati.
John continuò a spandere la crema sul corpo di Sherlock in silenzio, usando una delicatezza maggiore quando raggiunse il punto sotto il bacino, distogliendo lo sguardo per non imbarazzare l'amico che gli fu silenziosamente grato.
"Ok, per adesso dovrebbe andare" Sherlock annuì, non sapendo cosa dire.
"Posso controllare la schiena?" Sherlock si irrigidì di colpo. Sperava che non glielo chiedesse, ma sapeva che sarebbe stato inevitabile. Per un breve secondo, Sherlock pensò di scuotere la testa e mandarlo via, come era sempre stato solito fare. Poi pensò che non sarebbe stato giusto nei confronti di John. Lui era lì per aiutarlo, per prendersi cura di lui, nonostante tutto quello che il detective gli aveva fatto passare non se ne era mai andato definitivamente. E ad essere sinceri, Sherlock era stanco di fingere di essere una macchina senza sentimenti, stanco di essere solo una mente fredda e calcolatrice, di non avere bisogno di aiuto.
Chiuse quindi gli occhi, prese un altro respiro profondo e si girò, dando le spalle a John.
Quest'ultimo rimase in silenzio, interdetto, confuso, stupito e addolorato. La prima volta che aveva visto la pallida schiena dell'amico, quelle cicatrici disordinate e spaventose non erano presenti. Al centro della schiena vi era un livido, simile a quello sull'addome, anche se più piccolo e John lo ricollegò alla sera in cui lo aveva picchiato, sbattendolo contro i forni in metallo dell'obitorio. Ma quelle cicatrici? Da dove venivano?
John le riconobbe come segni di colpi di frusta, vecchie ormai di almeno un paio d'anni. Senza pensarci, il dottore poggiò con delicatezza le dita su una cicatrice che si trovava sulla parte bassa della schiena, percorrendone tutta la lunghezza in una carezza confortante e interrogatoria.
Sherlock sussultò preso alla sprovvista, ma non si allontanò da quel tocco, che per l'ennesima volta gli procurò la pelle d'oca. Stavolta John se ne accorse, ma non disse niente.
"L'ultima cellula della rete di Moriarty" cominciò a raccontare il detective, il tono di voce basso, quasi un sussurro. "Si trovava in Serbia e avevo escogitato un piano geniale per infiltrarmi sotto copertura nella loro base per smantellarla definitivamente. Purtroppo ho commesso un errore e mi hanno scoperto" la voce di Sherlock tremò appena e si concesse una pausa, prima di proseguire nel suo racconto.
"Sono stato loro prigioniero per poco meno di una settimana, durante i quali mi hanno torturato nel tentativo di estrapolarmi qualche informazione su chi fossi e cosa volessi. Finché non è arrivato Mycroft a darmi una mano" John ascoltò in silenzio, prendendosi cura nel frattempo anche della contusione sulla schiena, sentendo una strana sensazione allo stomaco. Probabilmente paura al pensiero che avrebbe potuto perderlo durante quella sua missione; probabilmente rabbia verso chi lo aveva ridotto così; probabilmente sensi di colpa per aver infierito ulteriormente; probabilmente ognuna di queste.
Finì di medicarlo e posò il tubetto sul tavolino, facendo cenno a Sherlock di girarsi verso di lui.
"Perché non me l'hai detto?" Gli chiese. Non c'era rabbia nelle sua voce, solo curiosità.
"A che scopo?"
"Avrei potuto fare qualcosa. Avrei compreso prima il motivo della tua scomparsa" Sherlock si lasciò scappare una risatina triste, scuotendo la testa.
"No, ti avrei solo fatto arrabbiare di più, facendoti sentire inutile e impotente, cose che non sei" specificò il detective, guardandolo negli occhi. John gli sorrise.
"Ok, forse hai ragione. Magari però avrei evitato di saltarti al collo" rispose John divertito, strappando una risata, stavolta sincera, a Sherlock.
"Dubito, il tuo sguardo era piuttosto omicida".
John rise e istintivamente posò una mano sulla guancia di Sherlock, accarezzando con il pollice lo zigomo. Sherlock rimase interdetto per un attimo, ma poi piegò la testa verso la mano del dottore, lasciandosi coccolare.
"Hai bisogno di raderti" sussurrò John, sfiorando con il dorso delle dita la corta barba sulla guancia dell'altro uomo.
"E di una doccia" affermò Sherlock, chiudendo gli occhi.
"Vuoi una mano?"
Sherlock riaprì di scatto le palpebre, guardando confuso John che si lasciò scappare una risata divertita, notando come le guance di Sherlock avevano assunto un tenero colore rosso.
"Per la barba, intendo" chiarì John, sempre ridendo. Sherlock sbuffò, fingendosi infastidito, ma non riuscì a nascondere un ghigno divertito.
"No, dovrei riuscire a radermi senza combinare disastri" John annuì, continuando a sfiorare con le dita la guancia di Sherlock, senza mai lasciare il suo sguardo.
Era cambiato qualcosa nel loro rapporto, ormai era evidente ad entrambi. Non si trattava più di amicizia, andava ben oltre la semplice intesa. C'era qualcosa di nuovo, di più profondo, qualcosa che sembrava fosse inevitabile dopo tutto quello che avevano passato assieme.
John si era tormentato a lungo su questa cosa, domandandosi cosa potesse essere, non avendo mai provato sentimenti simili per un altro uomo. Beh, riflettendoci meglio, non aveva provato mai niente di simile nemmeno per una donna. Nemmeno per Mary.
Alla fine era giunto alla soluzione più semplice e più ovvia: Sherlock gli piaceva. Provava dei sentimenti per lui, da chissà quanto tempo. Aveva sempre creduto che fosse amicizia, dandolo per scontato solo perché erano entrambi uomini e lui non era gay. Non lo era, giusto? Ormai John non era più sicuro di niente e alla fine non gli importava neanche più di tanto.
Gay o non gay, quello che provava per Sherlock era inconfondibile e sincero. Sentiva sempre il bisogno di proteggerlo, di prendersi cura di lui, di seguirlo ovunque andasse. Sentiva il bisogno di averlo vicino, al suo fianco, metaforicamente e fisicamente.
Non si stancava mai di ascoltare la sua voce, così profonda e calda, impegnata in qualche geniale osservazione o a correggere la televisione.
Non era sicuro che Sherlock provasse lo stesso. Non era neppure sicuro che Sherlock avesse mai provato un sentimento simile per qualcuno. Aveva pensato ad Irene, la Donna, anche se a quanto diceva Sherlock non si erano mai più rivisti. Infondo per tutti quegli anni il detective si era convinto che l'amore fosse solo un ostacolo, l'incrinatura sulla lente, un difetto chimico capace solo di indebolirti. Eppure il pensiero della sera precedente, dei baci disperati che si erano scambiati, convinse John a fare un tentativo.
"Sherlock..." sussurrò il suo nome, senza neanche rendersene conto, spostando la mano dalla guancia, in una lunga carezza fino al petto nudo dell'uomo, dove si trovava il cuore. Il battito accelerò improvvisamente, così come il respiro del detective, che non riusciva a distogliere lo sguardo dagli occhi blu del soldato.
Sherlock sentiva la pelle andare a fuoco, disperata e desiderosa di essere toccata di più, accarezzata, saggiata. John sembrò accorgersi del desiderio di Sherlock e con l'altro braccio gli cinse la vita, avvicinandolo a sé. I loro corpi adesso si toccavano, bacino contro bacino, petto contro petto, fronte contro fronte. Sherlock poteva sentire il respiro caldo di John sulla sua pelle e la mano sul petto accarezzarlo, facendogli girare la testa.
John si leccò le labbra e gli occhi di Sherlock seguirono quel movimento. Portò le mani a cingere la vita del soldato, spingendolo ancora di più contro il suo corpo, desiderandolo sempre più vicino. Il detective socchiuse gli occhi e piegò la testa da un lato, avvicinando il volto a quello di John, ormai il suo corpo sembrava agire per conto proprio, ignorando tutto quello che si era imposto la sera prima, abbattendo i limiti che si era disegnato. In quel momento non gli importava più, per una volta voleva lasciarsi andare, concedersi un attimo di carnalità, di umanità.
John seguì il movimento di Sherlock, avvicinandosi al suo viso. I loro respiri si mischiarono e le loro labbra ormai si stavano sfiorando, in attesa di approfondire quel contatto.
"Cucù!"
La voce improvvisa della signora Hudson e il suono della porta d'ingresso del loro appartamento aprirsi li colse completamente alla sprovvista, costringendoli ad allontanarsi il più velocemente possibile. John si voltò verso la porta, dalla quale la signora Hudson stava facendo il suo inaspettato ingresso con la piccola Rosie in braccio, mentre Sherlock si voltò nella direzione opposta.
"Signora Hudson!" Esclamò con finto tono disinvolto John, sorridendole. Sherlock nel frattempo aveva afferrato la sua maglietta e stava tentando di indossarla senza procurarsi troppo dolore.
"Oh scusate, cari. Ho interrotto qualcosa?" Chiese dispiaciuta la padrona di casa, notando lo strano atteggiamento di John e il fatto che Sherlock fosse mezzo nudo.
"No, no affatto" mentì il medico, avvicinandosi alla signora e posando un bacio sulla testolina della bambina che teneva in braccio. "Che cosa ti serve?" Chiese con gentilezza John.
"Rosie ha fame" disse semplicemente, indicando con la testa la bimba. "Posso occuparmene io se voi ragazzi siete impegnati" affermò, facendo un occhiolino complice a John, che alzò entrambe le sopracciglia, scuotendo il capo.
"No, ci penso io. Grazie" dichiarò John, prendendo Rosie dalle braccia della signora Hudson. Non appena se ne fu andata, si diresse in cucina per preparare da mangiare a sua figlia, che teneva in mano un giocattolino di gomma, mordicchiandolo di tanto in tanto. Con la coda dell'occhio notò Sherlock dirigersi verso camera sua, per poi uscirne poco dopo con dei vestiti in mano, diretto verso il bagno. Fece tutto questo, notò John, con le mani sull'orlo della maglietta per spingerla verso il basso a coprire il cavallo dei pantoloni.
Il soldato non potè fare a meno di sorridere, compiaciuto di se stesso e felice di aver avuto la conferma definitiva che, infondo, anche Sherlock era solo un uomo.
°■°■°
John sospirò stancamente mentre lasciava che il suo corpo cadesse privo di energie sul divano. Era tardo pomeriggio e aveva passato la giornata ad accudire la piccola Rosie e il geniale Sherlock, nutrendo e giocando con la prima e preparando impacchi di ghiaccio per il secondo. Era riuscito a trovare un po' di pace finalmente dopo aver messo sua figlia a letto, anche se farla addormentare era stato piuttosto difficile. Ci era riuscito solo grazie a Sherlock che era intervenuto con il suo violino suonando una dolce ninna nanna.
"Grazie, a proposito" esordì John, chiudendo gli occhi e massaggiandosi la nuca con una mano.
Sherlock, seduto sulla poltrona impegnato a leggere una rivista scientifica, si girò verso di lui con aria interrogativa.
"Per?"
"La ninna nanna" chiarì John, indicando con un gesto vago della testa verso il violino, posato con cura nella sua custodia sul tavolino da caffè. Sherlock scrollò le spalle, sorridendo alla culla posta davanti alla sua poltrona, dove dormiva pacificamente Rosie.
"Nessun problema. Sembra le piaccia il suono del violino" osservò il detective studiando la piccola figura all'interno della culla, tentando di dedurla.
John.
Fu l'unica parola che riuscì a leggere e sentì il suo cuore scaldarsi, il sorriso farsi più ampio.
"Magari potresti insegnarle a suonarlo".
Sherlock si lasciò scappare una risata, annuendo.
"Mi piacerebbe, credo".
Rimasero in silenzio per qualche minuto, Sherlock continuava a studiare la bambina, sforzandosi al massimo per tentare di dedurre qualche altra informazione, fallendo ogni volta. Chissà se Mycroft ci riuscirebbe, pensò, con un poco di fastidio e ilarità.
"Vuoi prenderla in braccio?"
Sherlock trasalì, sentendo la voce dell'amico adesso più vicino che dal divano si era spostato difronte alla culla e ora osservava dall'alto sua figlia, mentre sistemava silenziosamente la copertina.
Il detective scosse il capo, mormorando un flebile e triste "Meglio di no". John si voltò verso di lui, la fronte corrugata in una tacita domanda. Sherlock sollevò semplicemente una mano tremante, lo sguardo basso sul pavimento, pieno di vergogna e rammarico.
All'iniziò John non capì. Sembravano dei semplici tremori per il freddo, niente che potesse nuocere a sua figlia. Poi, spostando lo sguardo sul viso di Sherlock, si accorse del sottile strato di sudore che ricopriva la fronte e del respiro affannoso, facendolo sembrare appena rientrato da una sessione di jogging. Infine, notò come le dita dell'altra mano tamburellavano sul bracciolo della poltrona, suonando un nervoso "Notturno no. 2" di Chopin.
"Sei in astinenza". Non era una domanda.
Sherlock annuì lentamente, senza mai spostare lo sguardo dal pavimento.
"Ti prego di non giudicarmi, mi odio già abbastanza da solo per questo" disse il detective, immaginando lo sguardo deluso e carico di rimproveri di John. "Non devi preoccuparti oltre per me, posso superarla da solo. Tu hai Rosie a cui pensare, non ti serve un secondo bambino di cui occuparti".
Sherlock pensava di essere stato sufficientemente chiaro. Aveva esposto con precisione il suo pensiero: non voleva essere un peso. Non avrebbe fatto questo a John, non glielo avrebbe permesso. Aveva lasciato che si occupasse dei suoi lividi, ma non lo avrebbe mai sottoposto alla tortura di una disintossicazione. Ci era già passato, sapeva cosa fare, sapeva cosa aspettarsi e soprattutto sapeva cosa gli altri provavano a stargli vicino durante quei momenti. Aveva visto i suoi genitori soffrire con lui. Mycroft era sempre presente e ogni volta il suo sguardo, solitamente così freddo e distaccato, era sempre più preoccupato e angosciato. Le pene fisiche che quello stato causava a Sherlock sembravano aumentare a dismisura ogni volta che i suoi occhi incontravano quelli di chi amava, i sensi di colpa lo divoravano senza sosta come un cane randadagio annienta il suo primo pasto dopo giorni di digiuno.
"Sei proprio un idiota".
Il detective sentì il suo stomaco stringersi a quelle parole, chiudendo gli occhi e deglutendo. John poteva offenderlo quanto voleva, era pronto a ricevere tutti gli insulti possibili, poteva anche picchiarlo di nuovo se voleva. Se lo sarebbe meritato in ogni caso.
Tossico senza speranza.
Serrò la mascella pronto a sottomersi alla sua mente, che durante le crisi d'astinenza non tardava mai a farsi sentire, pronta ad istigarlo, tentarlo, distruggerlo.
"Hey..." sentì una mano posarsi sul ginocchio e una voce dolce riscuoterlo, chiamandolo e riportandolo momentaneamente in superficie. Aprì gli occhi e il suo sguardo si incastrò nelle iridi blu di John, adesso inginocchiato davanti a lui, una mano ad accarezzargli il ginocchio e un sorriso rassicurante sul volto.
"Sherlock, sei un idiota se credi che ti lasci affrontare un processo di disintossicazione da solo", l'altra mano di John andò a posarsi leggera sopra quella irrequieta del detective, dandole un po' di pace, fermando quella macabra melodia che solo Sherlock era in grado di sentire. "È colpa mia se ti trovi in questo stato. Lo hai fatto per salvare me, indirettamente ti ho spinto io a ridurti così. Il minimo che possa fare adesso è aiutarti a ripulirti. Lascia che ti aiuti, Sherlock...", la mano che aveva posato su quella del detective si strinse debolmente e lasciò che le loro dita si incastrassero. Il detective pose gli occhi sulle loro mani ora giunte, come rapito da quella visione, un contatto che non sapeva di aver desiderato così ardentemente finché non era accaduto.
"John, non hai idea di cosa ti aspetti" rispose con un filo di voce, la mano giunta a quella di John prese a tremare di nuovo e il medico la accarezzò con una tenerezza tale che Sherlock sentì i suoi occhi pizzicare. "Non posso...non voglio che tu mi veda in quello stato. Non sopporterei il tuo sguardo".
"Guardami" chiese John, cercando lo sguardo latitante del detective, che pur di sfuggirgli chiuse gli occhi e voltò la testa dall'altra parte, serrando la mascella.
"Sherlock, guardami" ripetè il medico, prendendo il mento dell'amico fra il pollice e l'indice, voltandogli la testa verso di sé, con delicatezza per non ferirlo, non spaventarlo, per non allontanarlo ulteriormente.
Gli occhi di Sherlock rimasero chiusi per qualche altro secondo, cercando un coraggio che non aveva, preparandosi ad affondare di nuovo in quegli occhi, sperando, sta volta, di annegarci. Sarebbe stata la morte più dolce di tutte.
Aprì gli occhi e i loro sguardi si incrociarono.
"Tu mi hai salvato, Sherlock. Mi hai salvato così tante volte, in così tanti modi diversi, che morire per te non basterebbe a ripagarti. Almeno per questa volta lasciami provare a sdebitarmi per tutti i sacrifici, tutti i dolori, tutte le perdite che hai dovuto subire. Sono pronto a tutto per te. Accetta il mio aiuto," John spostò la mano che teneva sul ginocchio dell'altro uomo e la portò al viso, asciugando con il pollice una lacrima sfuggita al suo controllo, "ti prego".
Sherlock sgranò leggermente gli occhi, cercando in quegli del suo migliore amico una traccia di incertezza, di dubbio, di timore, ma non ne trovò. Lesse invece coraggio, determinazione, affetto, promesse.
La sua geniale mente, messa duramente alla prova dalla crisi d'astinenza imminente e da quel mare di assurde emozioni che non riusciva a comprendere (e forse mai avrebbe compreso), cercò di trovare una scusa qualsiasi per allontanarlo e rifiutare il suo aiuto. Ne trovò sette. Non riuscì a pronunciarne neanche una.
"Tasca destra interna del mio cappotto," sussurrò con voce rotta il detective, senza mai lasciare quelle rassicuranti pietre blu, cercando di captare qualsiasi tipo di cambiamento all'interno di essi, nella sua espressione, nel tocco "dietro il quadro con il teschio; tra le sbarre del mio letto; tra pagina quarantasei e quaratasette di Tempi Difficili". Sherlock pensò ancora un po', poi annuì.
"È tutto".
John annuì. Semplicemente, annuì. Il suo sguardo non era cambiato, se non fosse per il fatto che sembrava essere più sicuro e determinato di prima. Si alzò in piedi, sovrastando la fragile figura di Sherlock, che adesso lo guardava dal basso. Entrambe le sue mani, ora libere, si adagiarono timidamente sul suo grembo.
Il medico si sporse verso di lui, lasciandogli una carezza tra i capelli e un bacio sulla fronte.
"Grazie."
Tu ringrazi me? Dovrei essere io a farlo, tutti i giorni della mia vita e oltre, per sempre.
John gli sorrise un'ultima volta, lanciò una veloce occhiata alla bambina per assicurarsi che stesse ancora dormendo e si mise subito alla ricerca di Tempi Difficili; spostò il quadro con il teschio; frugò nel cappotto del detective, indugiandovi più a lungo del necessario, inebriandosi di quell'odore familiare e che stava imparando ad apprezzare; strisciò sotto il suo letto.
Si diresse in bagno, poi, per buttare via tutta quella roba, lasciando che sparisse dalla sua vista, da quella casa, dalle loro vite.
Sta volta, si promise John Watson, per sempre.
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