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#1

Faticava a respirare.
Affannava, boccheggiava in cerca di ossigeno scuotendo la testa per ribellarsi, per scappare a quelle mani che gli costringevano naso e bocca. Con le mani colpiva quelle del suo aguzzino, in un disperato tantativo di lotta, ma era troppo debole per riuscire a resistergli.
Sentiva il fastidioso sfregare dei guanti in lattice contro la sua pelle sensibile.
Il panico iniziò presto a farsi strada nel suo petto, stringendogli lo stomaco, offuscandogli la mente. I suoi arti si fecero sempre più deboli, la testa sempre più leggera, la vista più buia.
Non è così che doveva andare.

Dov'è lui? Perché non viene a salvarmi?

Senza più ossigeno nei polmoni i suoi occhi rotearono indietro, non sentiva più il suono continuo del suo elettrocardiogramma, né la sua pelle grattata dal lattice. La vita lasciava lentamente il suo corpo e lui non poteva fare altro che accettarlo. Stavolta il suo palazzo mentale non lo avrebbe aiutato.

Perché non sei qui?

Si arrese, infine. Gli piaceva giocare e di solito vinceva. Contro la morte, però, neanche il grande Sherlock Holmes poteva niente. Stavolta si era trovato ad affrontare un drago troppo potente e adesso pagava le conseguenze della sua superbia. Di nuovo.

Ci aveva provato, aveva fatto del suo meglio (del mio peggio) per risolvere questo caso, il più difficile della sua carriera, per non deludere l'ultimo desiderio di una delle sue poche amiche. Aveva fatto del suo meglio per salvare John Watson. Proprio questo pensiero gli attraversò la mente prima che l'ultimo sprazzo di vita rimasto nel suo corpo svanisse per sempre.

John Watson.

°■°■°

Aprì gli occhi di scatto tirandosi dritto a sedere istintivamente, come pronto ad affrontare una minaccia inesistente. Aveva il fiatone come se avesse corso la maratona più lunga della sua vita, i capelli ricci e spettinati attaccati alla fronte a causa del sudore.
Il detective si passò una mano sul viso, sistemando al meglio la sua frangia, mentre faceva dei respiri profondi e cercava di calmarsi, riprendendo il controllo di sé.
Non era la prima volta che faceva questo incubo: l'esperienza con il suo ultimo avversario, Culverton Smith, lo aveva lasciato particolarmente scosso. Infondo, se l'era cavata per miracolo.
No, nessun miracolo. Lui non era certo persona da credere a cose come i miracoli, così irrazionali, così effimeri.

Fuori era ancora buio e dando un'occhiata all'orologio sul suo comodino constatò che fossero le 2:30. Non sarebbe riuscito a riprendere sonno, lo sapeva bene. Non ci riusciva mai dopo incubi del genere, la sua brillante mente risvegliata e pronta a correre come era abituata a fare. In più, si accorse, tremava lievemente. Le sue mani erano scosse da leggeri tremiti, così come tutto il suo corpo, nonostante sentisse ancora un gran caldo e la sua maglietta grigia fosse attaccata alla sua schiena a causa del sudore. Chiuse brevemente gli occhi, inspirando profondamente dal naso, trattenendo l'aria per qualche secondo e poi espirando dalla bocca.
Si sentiva più calmo, ma quel leggero tremore sembrava non volerlo abbandonare. Decise di alzarsi, preparasi un the, cercare una qualche distrazione che potesse fargli dimenticare quello scomodo incubo.
Si mise seduto sul bordo del letto, poggiando i piedi nudi sul pavimento freddo. Gli scappò una smorfia di dolore, una fitta lo aveva sorpreso al fianco sinistro. Un altro terrificante ricordo di quella giornata infernale.

No, lasciatelo fare. Ne ha tutto il diritto. Ho ucciso sua moglie.

Il detective si morse il labbro inferiore, ripetendosi per la centesima volta che non era stata colpa sua, non poteva evitarlo, che se John era riuscito a perdonarlo, doveva farlo anche lui stesso.

Con un'ultima leggera spinta delle mani riuscì a mettersi in piedi, afferrando la sua vestaglia e indossandola, camminando poi silenziosamente verso la cucina.
Accese la luce e cercò di fare il minimo rumore: di sopra John e la piccola Rosie dormivano ancora e di certo non voleva svegliarli.
Prese il bollitore e iniziò a riempirlo d'acqua, sbadigliando assonnato. Desiderava davvero poter riaddormentarsi, ma il suo cervello era ormai ben più sveglio di lui e metterlo a tacere non era certo così facile.
Abbassò istintivamente lo sguardo sulle sue braccia, dove, sotto le lunghe maniche della vestaglia, si nascondevano le prove dei suoi tentativi di dominare anche solo per un secondo la sua testa - o per riuscire a correrle dietro al massimo delle sue capacità. Le odiava profondamente. Le odiava soprattutto perché gli altri le odiavano. La loro presenza lì significava deludere chiunque gli volesse bene e lui questo non poteva sopportarlo.

"Sherlock?"

Il detective per poco non fece cadere il bollitore che teneva in mano, il cuore sembrava volergli uscire dal petto a causa dello spavento che si era preso. Si girò di scatto e vide una figura ben più che conosciuta, dal viso stanco e i capelli in disordine. Sorrideva divertito, probabilmente a causa della reazione dell'altro uomo.

Occhiaie profonde.

Sudore sulla fronte.

Capelli fin troppo in disordine.

Labbra secche (ha anche cambiato spazzolino).

Leggero tremore alla mano sinistra.

Ha avuto un incubo.

Sherlock lo osservò brevemente e lo lesse come se fosse un libro che conosceva a memoria. Gli sorrise, simpateticamente.

"Scusa, non volevo spaventarti", sussurrò John, sedendosi al tavolo di cucina, rivolto verso Sherlock, che scrollò le spalle come per assicurare all'amico che non era successo niente di grave.

"Che ci fai in piedi a quest'ora?"

Sherlock mise sul fuoco il bollitore, per poi sedersi di fronte a John, rilassandosi sulla sedia. Quei piccoli tremori che gli scuotevano il corpo sembravano non volerne sapere di andarsene e sperò che John non li notasse. Speranza vana, John era molto più sveglio di quello che gli faceva credere, per non parlare del fatto che di incubi, lui, ne sapeva qualcosa.

"Ho avuto... un incubo" ammise Sherlock con un filo di voce, distogliendo lo sguardo e posandolo su una delle tante provette che si trovavano sparse disordinatamente su quel tavolo. Non aveva senso mentire, non con John Watson. Quell'uomo lo aveva già visto vulnerabile, spaventato, ferito. Lo aveva visto senza quella maschera di indifferenza che portava ogni giorno e che in quel momento non aveva alcuna voglia di indossare.

"Già, anche io", rispose con un malinconico sorriso. "Sulla guerra, di nuovo", aggiunse poi. Sherlock ricondusse i suoi occhi in quelli blu del dottore, incontrando il suo sguardo. John dovette notare una punta di preoccupazione nell'espressione del detective, perché gesticolò con una mano in aria, come a volerlo tranquillizzare che non era niente di grave.

"Non preoccuparti, capita. I ricordi di guerra sono indimenticabili e ogni tanto riaffiorano", il suo tono era pacato, calmo, sincero. "Sto bene" e sorrise, stavolta quasi con tenerezza, dovuta al fatto che il suo amico sembrava davvero preoccupato per lui per così poco. "Tu invece?"

Prima che Sherlock potesse rispondere, il bollitore cominciò a fischiare. Il detective si alzò, spense il gas e afferrò due tazze nelle quali versò l'acqua.

"Sempre se ti va di parlarne", la voce di John spezzò di nuovo il silenzio. Il dottore sapeva quanto il suo caro amico potesse essere evasivo e che non si aprisse facilmente. Bisognava sempre approcciarsi in modo cauto, come si fa con un cucciolo randagio, infreddolito e impaurito. John sorrise teneramente a quella similitudine che la sua mente aveva creato.

Sherlock optò per un semplice infuso al the verde e porse poi la tazza a John, che accettò con un "Ti ringrazio" sussurrato.
Il detective prese lo zucchero e ne mise due cucchiai abbondanti e si risedette al suo posto.

"Culverton Smith", esordì poi, la voce leggermente rauca, bevendo un sorso della sua bevanda calda. "Non è la prima volta che succede e va sempre a finire nello stesso modo...". Lasciò la frase in sospeso, lo sguardo fisso sul the che stava bevendo. John lo guardò da sopra la sua tazza, aspettando pazientemente che l'uomo si spiegasse meglio.

"Tu non ci sei", continuò Sherlock, senza guardare il dottore negli occhi. "Lui è lì, sopra di me, che mi guarda dritto negli occhi con quel suo sguardo carico di cattiveria". La presa sulla tazza si fece più ferrea, le sue nocche sbiancarono. "Le sue mani sono sulla mia faccia, per soffocarmi. 'Guardami negli occhi, voglio vedere l'esatto momento in cui accade', lo dice sempre, con quella voce rauca e melensa".

John sospirò, abbassando lo sguardo sulle sue mani, le nocche portavano ancora i segni di quella triste sera. Il dottore si sentiva tremendamente in colpa per quello che aveva fatto, per la violenza che aveva riservato al suo migliore amico, per aver sfogato tutta la sua rabbia sulla persona che stava tentando di salvarlo. Sentendo poi il sogno di Sherlock, sentì il suo stomaco ribaltarsi, con disgusto. Si odiava per quello che aveva fatto e non credeva che sarebbe mai stato in grado di perdonarsi.

Rimasero in silenzio per alcuni secondi, Sherlock teneva lo sguardo basso, evitando gli occhi dell'amico.

"Mi dispiace" John spezzò il silenzio.

Sherlock lo guardò con aria interrogativa.

"Non devi dispiacerti, è solo un sogno".

"Non mi riferivo a quello". Il dottore abbassò lo sguardo sulle sue mani livide, poi lo rialzò per incontrare gli occhi chiari e consapevoli di Sherlock.

Le labbra del detective si schiusero leggermente.

"Neanche di quello dovresti scusarti, tu-"

"Sherlock".

L'uomo chiuse subito la bocca all'ammonimento dell'amico, guardandolo con un'espressione divisa tra stupore, dispiacere e, suo malgrado, un po' di timore.

"Smettila di colpevolizzarti per quello che le è successo. Sono stato chiaro, non è stata colpa tua. È stata una sua scelta. Non avevo alcun diritto di ferirti in quel modo".

Le labbra di Sherlock si incresparono in un malinconico sorriso. Voleva credere alle parole di John, voleva smettere di sentirsi colpevole per la morta di sua moglie. Non ci riusciva. Si sentiva come se fosse stato lui stesso a premere il grilletto contro Mary; si sentiva come se fosse stato lui a stappare via a Rosie la sua mamma. Era colpa sua se la persona a cui teneva di più al mondo stava soffrendo così tanto.

"Perdona te stesso, Sherlock".

La vista del detective si fece inspiegabilmente sfocata, come se un velo si fosse steso proprio davati ai suoi occhi.
Il leggero tremore che aveva a causa dell'incubo sembrò peggiorare, la stretta sulla tazza di the, ormai fredda, si fece più ferrea. Sherlock tentò di inghiottire, ma sentì un fastidioso nodo alla gola che quasi glielo impedì.

"Non ci riesco" sussurrò con voce spezzata Sherlock, evitando lo sguardo del suo più caro amico. "Vorrei tanto farlo, ma non ci riesco".

Una goccia salata scese lentamente sulla guancia di Sherlock, tracciando tristemente il suo percorso fino ad infrangersi sulla superficie liscia del tavolo.

Che diavolo sto facendo?

"E adesso mi sento in colpa a fare questo"- gesticolò con foga verso la sua faccia bagnata da rade lacrime che scendevano inesorabili, senza che il detective potesse fare nulla, preda delle sue emozioni- "davanti a te".

John si accigliò a quella frase, confuso.

"Non ho alcun diritto di piangerla davanti a te, non-"

"Sherlock".

Per la seconda volta in pochi minuti, Sherlock fu ammutolito dal soldato. Stavolta però, il tono di voce di John sembrava essersi addolcito. Sherlock richiamò a sé tutto il suo coraggio e alzò lo sguardo per osservare l'amico e sgranò leggermente gli occhi. Sorrideva.

John allontanò la sedia dal tavolo e si alzò, facendo pochi passi fermandosi al centro della cucina.

"Vieni qui" ordinò.

Sherlock lo guardò confuso, gli occhi chiari e penetranti ancora arrossati, le lacrime pungevano ai lati dei suoi occhi in un disperato tentativo di uscire.

"Cosa? Perch-"

"Vieni qui".

Sherlock trattenne il fiato per qualche secondo e tentò di dedurre le intenzioni del medico attraverso il suo linguaggio del corpo.

Spalle rigide.

Mani aperte.

Gambe leggermente divaricate.

Viso disteso, non accigliato.

Non ha intenzioni violente.

Sherlock si maledisse per aver creduto che John volesse fargli del male. Si era appena scusato con lui per averlo fatto una volta, ma a quanto pare la cicatrice che quel gesto aveva lasciato in Sherlock non si era ancora rimarginata a sufficienza.

Sherlock si alzò lentamente, percorrendo quei pochi passi che lo separavano dal suo coinquilino, fermandosi davanti a lui. Dovette abbassare un po' la testa per guardarlo negli occhi, la differenza di altezza era evidente ora che si trovavano l'uno di fronte all'altro.
Nonostante però il detective sembrasse sovrastarlo fisicamente, in quel momento si sentiva piccolo piccolo, un topolino difronte ad un maestoso leone.

Poi John fece una cosa che Sherlock non era riuscito a dedurre poco prima. Una cosa che lo sorprese a tal punto che per un secondo, un solo, magnifico secondo, la sua brillante mente smise di correre.

Lo abbracciò.

John aveva fatto un piccolo passo avanti, portando una mano dietro al collo dell'amico e l'altra a cingergli un fianco, avvicinandolo a sé. I loro bacini si scontrarono per un breve attimo, ma fu abbastanza per infuocare l'intero corpo del detective.

"È tutto ok" sussurrò John nel suo orecchio, il tono basso e rassicurante, come quello che usava con Rosie per calmarla quando si svegliava nel cuore della notte.

Sherlock lasciò cadere stancamente la fronte sulla spalla dell'amico, le sue lunghe braccia si mossero per ricambiare quell'abbraccio, arpionandosi alla forte schiena da soldato.
Un singhiozzo strozzato lasciò inaspettatamente le labbra del detective, che affondò ancora di più tra le braccia di John.

Un altro singhiozzo seguì il precedente e a quel punto Sherlock capì che non stava piangendo solo per Mary.

Stava sfogando tutta la frustrazione accumulata in quelle settimane, in quegli anni.

Ripensava a tutte le volte che aveva deluso le persone che amava a causa della sua dipendenza dalla droga.

Ripensava alle volte che non era riuscito a salvare delle vite coinvolte nei suoi casi.

Ripensava a Moriarty, Magnussen, Smith.

Tutte le volte che aveva quasi perso l'uomo che adesso lo stringeva tra le sue braccia, cullandolo dolcemente, carezzandogli i capelli.

Le gambe iniziarono a tremargli e le sentì improvvisamente deboli, non riuscendo più a sostenere il peso del suo corpo. Si lasciò andare, dunque, sicuro che John lo avrebbe sorretto.

E così fece, il soldato, la stretta sul suo fianco si strinse ancora di più, sempre attenta a non pressare troppo sui lividi ancora presenti sul gracile corpo di Sherlock.

"Va bene, va bene".

Lo accompagnò quindi con delicatezza verso il basso, finché non si trovarono entrambi seduti a terra, Sherlock ripiegato su se stesso, con la testa poggiata sul petto dell'amico.

Rimasero in quella posizione per un tempo inquantificabile. John sarebbe stato disposto a rimanere sdraiato lì a confortare il suo migliore amico anche tutta la notte se fosse stato necessario. Sherlock non si era mai mostrato così vulnerabile, così indifeso, così bisognoso di calore umano. E John era lì, pronto ad accoglierlo tra le sue braccia, proprio come aveva fatto il detective stesso pochi giorni prima, il giorno del suo compleanno.

"Grazie" la voce era flebile, un lieve sussurro quasi inudibile. Per fortuna i due erano così vicini da poter sentire il respiro dell'altro sulla proprio pelle e a John non sfuggì quella semplice parola, così rara sulle labbra del suo consulente investigativo.

John non rispose, lo strinse solo di più a sé.

Ad un tratto, il soldato mosse leggermente la mano che teneva sul suo fianco per accarezzargli la schiena, ma il movimento dovette essere troppo brusco e sfiorò con troppa forza uno dei lividi. Sherlock si allontanò istintivamente dal tocco.

"Scusami" si affrettò a dire John, lasciandogli un bacio sulla fronte.

Appena John staccò le labbra dalla pelle calda dell'amico si pentì immediatamente di quel gesto. Abbracciarsi era un conto - baciarsi era tutta un'altra storia.

L'uomo era pronto a scusarsi nuovamente, giustificando il gesto come un'abitudine paterna, ma le parole gli morirono in gola quando sentì le soffici labbra del detective posare un bacio sulla sua spalla.

Senza neanche pensarci, John spinse leggermente la testa di Sherlock ancora più vicino sé. Il detective girò di poco il volto, baciandogli la parte bassa del collo. John ricambiò, baciandogli la guancia. Sherlock, a quel punto, osò un po' di più, sfiorando con le labbra la linea della mascella di John, che lo assecondò baciandogli l'angolo della bocca.

Adesso si trovavano a pochi centimetri di distanza, i nasi si sfioravano e i loro sguardi si incontrarono. John dette una leggera spinta con la punta del suo naso a quella dell'altro uomo.

"Che stiamo facendo?" bisbigliò con un sorriso il medico, senza però allontanarsi.
Sherlock scosse il capo non essendo in grado di fornirgli una risposta e chiuse gli occhi, posando la fronte su quella del coinquilino.
John fece un respiro profondo prima di portare entrambe le mani sulle guance di Sherlock, accarezzando con i pollici gli zingomi e asciugando le ultime lacrime.

Il detective aprì gli occhi, godendosi quelle attenzioni. Appena i loro sguardi si incontrarono, Sherlock sentì un'irrefrenabile voglia di baciare l'uomo di fronte a sé.
Non gli era mai successo di sentirsi così. Non aveva mai desiderato un simile contatto con un altro essere umano, non ne aveva mai sentito il bisogno. Aveva sempre creduto che tutto ciò che non riguardasse la ragione fosse una mera e inutile distrazione, che ignorare i suoi impulsi più carnali avrebbe aiutato la sua mente a correre più veloce.

Eppure adesso non riusciva più ad ignorarli, non riusciva più a girarsi dall'altra parte e a dire "No".
Voleva baciare John Watson. Voleva sentire le sue labbra sulle proprie, le sue mani accarezzarlo, il suo corpo contro il proprio.

Non posso.
Non adesso.
Non dopo quello che è successo.
Non dopo quello che ho fatto.
Ha appena perso sua moglie.

Un'altra lacrima scappò al controllo di Sherlock e si infrasse direttamente sulla mano del soldato, che fu pronto ad asciugare.

Ogni movimento di John mandava scosse per tutto il corpo del detective, il suo sguardo gli bruciava la pelle e il suo profumo lo inebriava.

Controllati.
Controllati, Holmes.

Un'altra lacrima ancora scivolò dai suoi occhi.
Sherlock posò una mano sopra quella di John, ancora impegnata a coccolargli la guancia. Sperava che quel contatto lo aiutasse, sperava che gli sarebbe bastato, ma peggiorò solo la situazione. La sua mano sembrava così calda, così forte, così sicura.
Chiuse di nuovo gli occhi e voltò di poco il viso verso quella mano, lasciando un leggero bacio sul palmo.

Fermati.
Fermati subito.

Strinse quella mano nella sua e la sollevò leggermente, posando le labbra sul polso del medico.

Basta, basta, basta.

Gli accarezzò il dorso, passandoci sopra le dita, a fior di pelle, percorrendo tutta la mano per una, due, tre, dieci volte.

Sentì l'altra mano di John spostarsi dalla sua guancia al suo collo, mentre con il pollice tracciava piccoli cerchi sulla mascella di Sherlock. Non aveva il coraggio di riaprire gli occhi. Se lo avesse fatto, sapeva che avrebbe perso definitivamente il controllo e non poteva permetterselo. Non poteva. Non-

Un pianto improvviso, dal piano di sopra, ruppe la catena di pensieri di Sherlock, risvegliando da quel tepore i due uomini seduti sul pavimento della cucina.
John si girò verso le scale che portavano alla sua stanza, dove la piccola Rosie piangeva in cerca di attenzioni.

Il soldato rise, alzandosi e offrendo una mano per aiutare Sherlock, che accettò.

"Il dovere mi chiama" sorrise John, accennando con la testa al piano di sopra. Sherlock annuì.

"Se hai ancora bisogno di me puoi venire su".

Oh John, io ho sempre bisogno di te.

"No, no. Vai da tua figlia, io sto..."

Male.
Non lasciarmi.
Resta con me.
Abbracciami, stringimi, dimmi che va tutto bene anche se non è vero.
Ti prego.
Ho bisogno di te.

"...sto bene. Alla grande" sorrise, annuendo come se servisse a sottolineare le sue parole.
John lo guardò, non del tutto convinto che l'amico gli stesse dicendo la verità, ma in quel momento, con la figlia al piano di sopra che piangeva disperata, non ebbe il tempo di rifletterci più tanto. Si limitò quindi a dargli una pacca amichevole sul braccio.

"A domani allora. Cerca di dormire ancora un po', ok?"

"Certo".

John gli fece l'occhiolino, per poi correre di sopra a consolare sua figlia.
Sherlock rimase solo, in mezzo alla cucina. Aspettò in silenzio che la piccola Rosie si calmasse, cullata dalle braccia del padre, proprio come aveva fatto lui fino a pochi minuti prima. Quando le grida si fermarono, prima di dirigersi a letto, perse tempo a lavare le tazze che avevano usato poco prima per il the; lavò anche il bollitore, pulì la cucina, riordinò il tavolo. Aveva bisogno di distrarsi, di non pensare a cosa fosse successo poco prima, a cosa sarebbe successo una volta giunta la mattina.

Tornò in camera e riprese il posto che aveva lasciato circa un'ora prima, tirandosi le coperte fin sopra la testa. Chiuse gli occhi, illudendosi di dormire, la testa piena di pensieri, domande, dubbi, sensi di colpa.

Ma c'era dell'altro. Una sensazione nuova, sconosciuta al geniale detective, che gli scaldava il petto ed era in grado di fermare quei fastidiosissimi tremori. Non era sicuro di cosa potesse essere, ma sapeva che doveva trattarsi di John.

Si trattava sempre di John.

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