Victor.
Freddo.
Gelo.
Amo Gotham d'inverno.
La neve che cade soffice sull'asfalto, sui tetti dei grattacieli, sui lampioni, sulle macchine.
Il freddo delle statue di pietra, il gelo dei ponti in metallo.
Tutto mi fa sentire così vivo.
Tutto mi fa pensare a te.
Mentre guardo dalla finestra il bagliore del sole che passa oltre le nuvole che coprono questa città corrotta, il mio pensiero va ai tuoi bellissimi occhi vivaci e luminosi.
Gli occhi di un angelo, gli occhi di una dea.
Appoggio le mie mani fredde e bluastre sul vetro della finestra, mentre i miei pensieri vagano.
Ghiaccio.
Inverno.
Nora.
Oggi è il grande giorno, mia amata, il giorno che aspettiamo da tanto tempo.
Mi stacco dalla finestra, con un sorrisetto sulla faccia.
Un briciolo di felicità, un piccolo fiocco di neve una landa di desolata tristezza e solitudine.
Mi volto, guardo il laboratorio: migliaia di congegni che scintillano, scricchiolano, grattano e controllano, lavorando tutto il giorno e tutta la notte, instancabilmente, sorvegliati dai miei potenti computer di ultima generazione.
Sulla sinistra, la mia tuta di sopravvivenza, il carro armato dentro il quale sono costretto a vivere ogni volta che lascio queste mura.
500 chili di corazza, tubi, tessuti idrorepellenti, sistemi di monitoraggio vitale resi ancora più temibili dalla mia arma congelante.
Odio vivere lì dentro.
Quando la indosso sono una valanga di distruzione, ma fuori da essa non sono altro che un magro professore indifeso dipendente dal freddo.
Oh, Nora, non sai quanto odio provavo per coloro che mi hanno gettato tra i miei fluidi sperimentali.
Ancora ricordo il loro ghigno mentre mi vedevano svenire immerso dalle soluzioni chimiche, ma ricordo bene anche i volti di paura che avevano pochi istanti prima che venissero congelati e sbriciolati come un macigno sotto uno schiacciasassi.
Avrebbero dovuto aiutarci, amore mio, avrebbero dovuto aiutarmi con la cura.
Sarebbero vivi, se avessero avuto un minimo di buonsenso.
Faccio qualche passo nel laboratorio.
Controllo se tutti i congegni sono a posto.
Sembrerebbe di sì.
Mi avvicino alla porta a chiusura stagna, ma prima dò uno sguardo allo specchio: il mio viso, celeste come il ciel sereno, è solcato da quegli zigomi marcati che a te piacevano tanto.
La mia testa, un tempo agghindata da una folta e soffice chioma bionda, adesso è perfettamente liscia.
I miei occhi, quelli che amavi per il loro verde penetrante, adesso sono bianchi come la neve.
La tunica bianca che indosso è un po' stropicciata, ma risplende di un candore immacolato.
Apro la porta a chiusura stagna.
Ti vedo.
Ti vedo, nella vasca che ti tiene in vita.
Nora, la mia dolce Nora.
I tuoi capelli profumati fluttuano nel liquido, le tue labbra dolci e carnose sono appena socchiuse, il tuo bellissimo e morbido corpo è calmo e rilassato, mentre i tuoi occhi sono nascosti dalle tue palpebre.
Aspetto con ansia il giorno i cui potrò rivedere di persona quegli occhi, quei meravigliosi e teneri occhi.
Ancora ricordo quando stavi bene.
Quando la malattia non ti opprimeva, quando eri bella e sana come un fiocco di neve.
Prima che decidessimo di ibernarti per poterti salvare.
Bacio il vetro.
Tornerò presto Nora.
Ti amo.
Richiudo la porta dietro di me, a lunghi passi mi avvicino alla mia tuta.
La indosso.
Fa abbastanza freddo fuori, al momento non ho bisogno di abbassare il visore o indossare gli occhiali di puntamento.
Ripongo l'arma congelante nello scompartimento attaccato al mio zaino, do un ultima occhiata alla porta che conduce alla tua sala ed esco dal mio nascondiglio.
Sono in periferia, nessuno fa caso a me, ma prendo il grosso furgone bianco dai vetri oscurati col quale posso andare in giro senza destare sospetti.
Mi dirigo verso il vicolo che si trova a metà di Kane Alley, dove mi incontrerò col mio contatto.
Poca gente fuori dal finestrino, nessuno interessato.
La neve continua a cadere.
Penso a te.
Svolto a destra, sono quasi arrivato a destinazione.
Rallento.
Parcheggio.
Scendo.
Nessuno nei paraggi, non desto sospetti.
Entro nel vicolo, una figura mi aspetta in fondo ad esso.
Esito.
Mi avevano detto di un contatto, ma non pensavo fosse lui.
No, non lui.
Mi guarda con i suoi occhi da psicopatico.
Sorride, con la sua irritante bocca piena di denti.
Esclama un saluto contro di me.
Rispondo.
Speravo che fosse qualcun'altro il contatto.
Non mi fido di lui.
È un folle omicida schizofrenico e caotico, non ci si può fidare.
Ma devo.
Per te, amore mio, questo e altro.
Cerco di essere pacato e serio, mentre il pagliaccio mi informa riguardo a ciò che mi serve.
Un carico di formule chimiche rare e speciali, spedite qui a Gotham da un importante laboratorio asiatico, sono depositate in una zona di scarico al vecchio porto.
Questi esemplari sono probabilmente fondamentali nello sviluppo di una cura per poterti salvare, amore mio.
Fondamentali.
Spero che il clown non menta.
Me ne vado.
Lo sento ridere.
Ride sempre.
Torno sul furgone, mi dirigo al porto.
Vado veloce, ma non in modo frenetico per non destare sospetti.
Divoro le miglia che mi separano dalla meta.
Mentre guido, continuo a pensarti.
Intensamente.
Arrivo.
Esco dal furgone.
L'aria è fredda, purtroppo anche inquinata.
C'è puzzo di petrolio e di pesce nell'aria.
Mi dirigo verso la zona di carico S19, con passi lenti e larghe falcate.
Entro nel magazzino.
Rimango devastato.
È vuoto, tutto vuoto.
Solo container vuoti e silenzio rimbombante.
Sono furibondo, il clown mi ha mentito !
Tiro un pugno contro la parete del magazzino, faccio tremare tutto.
Silenzio.
Silenzio.
Non sono solo.
Abbasso gli occhialetti e attivo la visiera.
Un'ombra piomba dal cielo, schiantandosi a pochi metri da me.
Eccolo lì, colui che fa tremare la città.
Colui che vede e sente tutto, colui che è ovunque ed in ogni momento.
Il Giustiziere.
Il Pipistrello.
Mi urla contro.
Dice che è finita, che un contatto anonimo mi ha teso una trappola.
Quindi è così ?
Il clown mi ha incastrato ?
Lo congelerò, lui e la sua sgualdrina petulante, ghiaccerò il sangue nelle loro vene e farò vedere loro cosa si prova a mettersi contro di me.
Ma prima devo sconfiggere il Cavaliere Oscuro.
Velocemente, impugno il mio fucile, ma lui è sparito.
Attivo gli infrarossi, ma non riesco a vederlo.
Alzo lo sguardo: eccolo lì, su una pila di casse.
Sparo nella sua direzione, ma è troppo veloce.
Mi piomba addosso, gettando qualcosa nella canna della mia arma.
Adesso è inutilizzabile.
La getto, preparandomi al corpo a corpo.
Per te amore mio, lo ucciderò.
Non fallirò mia sposa.
Atterra davanti a me, sferrandomi un pugno in pieno volto.
Lo paro, facendo partire un colpo che lo prende sul petto.
Indietreggia.
Si accascia.
Ho vinto.
Mi avvicino per il colpo di grazia.
Ma lui si alza e mi tira addosso qualche tipo di bomba fumogena.
Il poco fumo che filtra attraverso l'armatura mi rende debole.
Vedo il nemico che mi sbatte a terra e comincia a tirare dei pugni sulla mia visiera, rompendola, per poi colpire ripetutamente il mio volto, mentre io non posso fare nulla.
Posso soltanto svenire, mentre per un attimo vedo il tuo volto che mi sorride.
Le lacrime percorrono il mio volto.
Perdonami, amore mio.
Sono rinchiuso ad Arkham da mesi ormai.
È estate.
Sono stato ingannato da un criminale pazzo e crudele, per poi essere sconfitto da un vigilante mascherato.
Perdonami, mia luce, se non sono riuscito ancora a salvarti.
Perdonami, se non sono stato abbastanza forte.
Perdonami, se mi sono dimostrato incapace.
L'unica cosa che posso fare, dietro queste sbarre, è pensarti, come faccio in ogni singolo minuto del mio tempo.
E posso tramare la mia vendetta.
Gotham può godersi la sua estate.
Presto dovrà fare i conti con l'inverno.
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