Capitolo dieci- Ad un nuovo anno
"Fai buon viaggio", dissi a Caroline, mentre mi perdevo nel suo abbraccio.
Era, ormai, arrivato il momento da me più temuto: le vacanze natalizie. In quegli ultimi giorni, avevo rimuginato parecchio su quel che avrei potuto fare e, alla fine, mi ero accontentata di restare al Campus. Sarei stata sola, ovviamente, ma ciò non mi turbava particolarmente. Avevo pensato di andare a trovare mia nonna, ma i voli avevano dei prezzi che superavano di gran lunga le mie possibilità economiche. Fortunatamente, avevo una nonna giovane, in gamba e circondata di amici fidati che non l'avrebbero lasciata sola. Ci sentivamo ogni settimana tramite e-mail ed io le avevo già spedito il mio regalo di Natale. Era una tradizionalista e non l'avrebbe aperto fino al venticinque mattina. Non aspettavo altro che una sua mail. Amavo mia nonna, del resto avevo solo lei. Era lontana, ma c'era. Sempre.
Caroline mi sorrise malinconicamente e salì sulla sua auto, salutandomi con un gesto della mano prima di scomparire del tutto dalla mia visuale. Avrebbe passato, come tutti, il Natale dai suoi a Malibù. Un Natale al caldo e al mare.. la invidiavo parecchio.
Tornai, strisciando i piedi, alla nostra stanza e trovai una sorpresa davanti alla porta.
"Ehi, Ian!", esclamai, salutandolo con un bacio sulla guancia. Credevo fosse partito. Aveva meditato in quei giorni di prendere un biglietto e tornare in Italia per festeggiare il Natale. Avevo anche scoperto che era il suo compleanno, così qualche giorno prima ero andata a fare un giro per negozi con Bonnie, a cercare dei regali. Alla prima occasione in cui lei fu distratta, presi qualcosa anche per lei. Del resto, eravamo diventate buone amiche ormai.
Aprii la porta e lui mi seguii dentro. Sapeva che non sarei andata da nessuna parte, quindi non si stupì quando trovò la stanza come tutti i giorni, senza alcun bagaglio da preparare. Si sedette sul letto ed io alla scrivania. Chiusi velocemente il mio quaderno e lo deposi nel cassetto.
"Che ci fai qui?", gli chiesi curiosa. "Non dovevate partire?"
Scrollò le spalle:"Abbiamo cambiato idea", rispose semplicemente, iniziando a giocherellare con l'orsacchiotto di peluche che tenevo sempre sul cuscino.
Lo guardai sorpresa ed un po' arrabbiata. Non avrebbe passato il Natale con la sua famiglia? Io avrei dato di tutto per poterlo fare.
Alzò lo sguardo su di me ed io lo abbassai velocemente sui leggeri graffi che c'erano sulla scrivania.
"Fa bene cambiare, a volte", mormorò ed il suo tono sembrava incerto.
Non risposi, ma continuai a sentire il suo sguardo su di me. Era da qualche giorno che continuavo a sentirmi in imbarazzo. Passava quasi tutto il suo tempo con me: mi accompagnava a lezione, mi veniva a riprendere e, soprattutto, mi teneva alla larga da Paul. In mensa, durante il mio turno alla caffetteria, si sedeva con i compagni di squadra, ad uno dei tavoli più vicini al bancone, rivolto verso di me. Quando non ero di turno, pranzava con me e la cena con lui e Bonnie era diventata ormai quasi un rito per me e Caroline.
Non mi dispiaceva passare il tempo con lui, ma stava diventando.. strano. Stava continuando a cambiare ai miei occhi e non volevo che accadesse.
Avevo passato talmente tanto tempo con lui, in quelle ultime settimane, che ero riuscita a sentirlo cantare. Canticchiare più che altro. Successe una delle tante sere in cui mi trovavo a casa loro. Stavamo apparecchiando il tavolo nel piccolo cortile esterno, come al solito. Caroline e Bonnie erano in cucina e, scoperte le mie poche abilità culinarie, mi avevano tenuta ben lontana dalla zona fornelli. Mi ero allontanata pochi secondi per prendere i bicchieri, lasciando finire a Ian il lavoro. Quando tornai, lo trovai intento a piegare e a sistemare i tovaglioli, canticchiando una canzone a me fin troppo familiare. Era la mia preferita. Ero io. Mi rispecchiavo in quelle parole. Restai sulla porta, ad ascoltarlo con sorriso sulle labbra.
"I don't mind spending everyday
Out on your corner in the pouring rain
Look for the girl with the broken smile
Ask her if she wants to stay awhile
And she will be loved"
Era arrivato appena alla fine del primo ritornello, quando notò la mia presenza.
Restai un attimo paralizzata, nell'incrociare i suoi occhi. Ma subito mi sciolsi e gli sorrisi.
"Maroon 5 eh?", gli chiesi ridendo.
Lui alzò un sopraciglio in segno di sfida. Ormai conoscevo i suoi gusti musicali, estremamente eclettici come i miei, ma mi piaceva prenderlo un po' in giro.
"Ti facevo più tipo da OneRepublic", dissi, continuando a ridacchiare.
Scossi la testa e tornai al presente. Ian mi aveva fatto una domanda e non l'avevo sentita. Mi scusai e gliela feci ripetere. Lui fece un mezzo sorriso e scosse la testa, sconfitto:"Ho detto..", ripeté, scandendo bene le parole. "..che se non devi partire, puoi venire da noi".
Spalancai la bocca, decisamente stupita. Quello davvero non me lo aspettavo. Continuai a fissare Ian per un tempo che per lui doveva essere sembrato infinito e lo stesso fece lui con me. Il mio sguardo era vacuo, il suo viso era sfocato sotto i miei occhi. Sospirai. Del resto cosa c'era di strano? Passavo quasi tutto il mio tempo con lui, passarne dell'altro non avrebbe cambiato nulla. Forse.
Strinsi gli occhi e, quando gli riaprii, incontrai quelli chiari e supplichevoli di Ian. Gli sorrisi ed annuii debolmente, accettando l'invito. Sapevo che anche se avessi detto di no, mi avrebbe trascinata fuori da quella stanza con la forza; quindi era meglio per me accettare ed evitare di dare scalpore.
Lui si alzò e mi venne incontro con un sorriso a trentadue denti. Mi abbracciò, sollevandomi dalla sedia.
"Ottima scelta, Gilbert", disse ridendo, mentre io mi aggrappavo alle sue spalle, supplicandolo di lasciarmi scendere. Preghiere vane, vista la presa sui miei fianchi che aumentava. Sorrisi, con gli occhi lucidi, stringendo le braccia intorno al suo collo. Mi sentivo apprezzata per quello che ero veramente e non per il mio corpo o per quel che sapevo fare con questo. Mi sentivo libera, felice. Un giorno, forse, se tutto fosse andato per il verso giusto, avrei anche potuto raccontare a Ian di me. Della vera me.
Non appena rimisi i piedi a terra, sentii subito la mancanza di quelle braccia intorno al mio corpo. Ian mi sorrise ed io abbassai lo sguardo, spostando nervosamente i capelli dietro le orecchie. Mi chinai per prendere la valigia che tenevo sotto il letto. Era grande, decisamente troppo, ma era l'unica che avevo.
Iniziai a riempirla, sotto lo sguardo vigile di Ian, che più volte mi aveva chiesto se avessi bisogno di aiuto. Lo misi a sedere alla scrivania di Caroline, con il mio orsacchiotto di peluche tra le mani, che sembrava adorare particolarmente. L'ultima cosa che mi serviva era che si mettesse a frugare tra la mia biancheria intima.
Presi quel che mi sembrava più necessario, anche qualche libro, per non tenermi indietro con lo studio. Infine, strappai l'orsacchiotto dalle mani di Ian e lo misi nel bagaglio. Lui mi guardò con un sopraciglio alzato, ma cercai di ignorarlo. Era l'unico ricordo che avevo di mia madre e l'avrei portato con me, ovunque fossi andata. Sia Ian che Caroline sapevano che non avevo mai conosciuto mia madre e che mio padre mi aveva lasciata nelle mani di mia nonna, quando non sapeva più come prendersi cura di me e sostenere le spese. Non andò proprio così. Mia nonna la conobbi solamente l'anno precedente, l'anno della mia fuga. Non fu difficile trovarla, ricordavo alla perfezione come mio padre parlava della suocera Irlandese.
Chiusi gli occhi e cacciai via quei ricordi, mascherandoli con un sorriso.
Tirai giù la valigia dal letto, che però era più pesante di quel che mi aspettassi. Mi sbilanciai e per poco non caddi a terra, sotto lo sguardo divertito di Ian. Gli lanciai un'occhiataccia e cercai di portare la valigia vicino alla porta. I libri pesavano decisamente troppo.
Ian alzò gli occhi al cielo e mi venne ad aiutare. Quando prese la valigia tra le mani, mi guardò con aria sconvolta:"Hai i vestiti di piombo?", chiese, mentre la portava fuori.
Ridacchiai sotto i baffi e, indossati sciarpa e cappotto, lo seguii all'esterno dell'edificio, dove ad aspettarci c'era Bonnie, a bordo di una carinissima macchina Italiana. Le sorrisi e la salutai con un gesto della mano, mentre aiutavo Ian a sistemare la mia roba nel portabagagli, insieme ad un suo borsone. Mi sistemai poi nei sedili posteriori e venni accolta da un cd di Ed Sheeran.
I miei occhi si illuminarono e subito la melodia delle canzoni del mio cantante preferito mi invase.
"Dobbiamo andare ad un concerto allora!", esclamò Bonnie, quando finii di raccontarle della mia passione.
"Assolutamente!", la assecondai io, mentre Ian fu messo a tacere con un gesto non appena ebbe da ribattere.
Quando scendemmo dall'auto, dopo il solito quarto d'ora di viaggio, la neve aveva smesso di cadere. Fortunatamente, aggiungerei. Non mi piaceva il freddo e le strade ghiacciate minacciavano il mio equilibrio, già precario essendo avvolta in strati e strati di vestiti.
Dovetti pregare Ian di darmi almeno il suo borsone, mentre trascinava al piano di sopra la mia valigia. Bonnie si scusò, ma essendo quasi le undici, doveva correre al locale per il suo turno.
Ian portò nella sua stanza la sua roba, poi tornò da me, ferma in mezzo al corridoio. Riprese tra le mani la valigia e mi guidò verso l'unica stanza in cui non ero mai entrata. Se, ovviamente, non si teneva conto della porta che si affacciava sulla camera di Ian e che lui teneva gelosamente chiusa a chiave.
Imbarazzato, mi mostrò la stanza, facendomi vedere dove potevo trovare asciugamani puliti e tutto ciò che mi poteva servire. Quando finii di parlare, lo ringraziai e lo guardai incuriosita.
"Che c'è?", mi chiese, guardandosi attorno, cercando di capire se ci fosse qualcosa che non andava.
"Hai intenzione di restituirmi la valigia o ti sei affezionato?", gli chiesi ridendo. Teneva ancora il mio bagaglio stretto nella mano sinistra.
Sorrise e mi lasciò sistemare, sparendo al piano inferiore. Deposi i miei vestiti nella cassettiera e lasciai il resto su una scrivania che si trovava sotto l'unica finestra. Era una stanza piccola, simile nella sistemazione a quella di Ian e Bonnie, ma accogliente. Un letto matrimoniale si apriva davanti agli occhi, non appena aperta la porta, affiancato da due comodini. Sulla sua sinistra si trovava una bella cassettiera in legno scuro, sovrastata da uno specchio rettangolare, sistemato orizzontalmente nella sua lunghezza. Accanto ad essa una piccola poltrona, con un tavolino sul quale si trovava una abatjour: un posto perfetto per leggere. Sulla parete opposta, era addossata una scrivania, illuminata dall'unica grande finestra che dava sul lato destro della casa. I muri erano parecchio spogli, anche lì poche fotografie.. anzi nessuna. Non c'era nulla, solo un'unica cornice vuota su uno dei due comodini.
Mi lasciai andare sul letto e presi il mio quaderno tra le mani. Anche lì l'avrei nascosto sotto il materasso, come facevo al Campus. Rilessi le righe che avevo scritto, un po' ovunque. Ogni canzone era a metà. Ogni melodia era lasciata al caso. Niente funzionava. L'ispirazione non mancava e nemmeno le parole. Quelle le sentivo premere sulla punta della penna, pronte ad uscire in un flusso quasi interminabile. Ma erano troppo forti. Alcune erano intrise di ricordi, altre cercavano di dare un senso a qualcosa che ancora non esisteva.
Sbuffai e lanciai il quaderno dentro la valigia, ancora aperta sul letto. Fissai il soffitto per una buona decina di minuti, prima di prendere la decisione di alzarmi ed affrontare quelle che sarebbero state due settimane molto piene.
Non feci in tempo a mettere i piedi a terra, che la testa di Ian fece capolino dalla porta.
"Credevo ti fossi persa dentro l'armadio", disse, aprendosi in un sorriso che illuminò totalmente la stanza. Rimasi a fissarlo per qualche secondo, incantata probabilmente. La mia mente viaggiava a quelle due settimane insieme e non faceva altro che tormentarmi. Non volevo rovinare quel che c'era tra noi e, tantomeno, volevo mentirgli. Dovevo parlargli. Dovevo raccontargli della mia vita.
Sgranai gli occhi, spaventata dalle mie stesse idee.
Mi ripresi in pochi secondi, ricambiando leggermente il sorriso che Ian mi aveva rivolto.
"Ho fatto un salto a Narnia", risposi, avvicinandomi a lui. "Bel posto!"
Lui scoppiò a ridere e lasciò che lo precedetti fino alla cucina. Mi aspettava uno dei suoi soliti piatti italiani.
La notte del venticinque dicembre, ormai ventisei vista la mezzanotte passata, presi il computer per rispondere all'e-mail che sapevo mi aveva scritto mia nonna.
Era entusiasta del regalo, ma io sapevo già che avrebbe apprezzato. Era una cosa che desiderava fin da quando l'avevo conosciuta. Me lo disse un mese dopo il mio improvviso arrivo da lei. Era il periodo natalizio e l'unica cosa che voleva come regalo, io non riuscii a donargliela. Era ancora troppo presto perché potessi riuscirci.
"Il regalo migliore che mi possa fare è far sì che ti veda felice, che ti veda sorridere davvero", mi aveva detto quella sera, davanti al camino e ad una profumatissima tazza di tea caldo.
Non ci ero riuscita quella volta. Ma adesso non c'era nulla, se non i ricordi, che mi impediva di essere felice. La foto che aveva allegato alla mail mostrava dove aveva sistemato la cornice che le avevo spedito. Ma il vero regalo era al suo interno: una mia foto, scattata una delle tante sere a casa di Ian, nella quale spiccava il mio sorriso. Era una delle tante foto scattate da Bonnie a me e Ian. Avevo provato a camuffare al meglio la sua presenza, tagliando la foto, ma il suo viso era troppo vicino al mio e così mia nonna notò il mezzo sorriso e la punta del naso di un ragazzo che le pareva "alquanto interessante".
Nella mia risposta, fui secca e congedai le infinite domande su di lui con quella che era la verità: "è un buon amico". Le raccontai poi del Natale passato con lui e Bonnie, dei regali che mi avevano fatto e di come avevamo passato bene quei primi giorni insieme. Cercai di essere il più sintetica possibile, anche se avrei voluto far uscire tutto quel che mi passava per la testa: il semplice ma sentito cd personalizzato che mi aveva regalato Ian, della sua espressione alla vista del mio regalo: uno dei pochi vinili che non possedeva, la torta alle noci di Bonnie e quell'atmosfera festosa e natalizia che mai avevo provato nella mia vita, neanche prima che mio padre mi abbandonasse. Avrei voluto raccontarle di quanto mi ero sentita apprezzata quei giorni, di come non volevo più staccarmi da certi abbracci e di come certi sguardi mi spronassero a sputare il rospo e raccontare tutto, spogliarmi davanti a loro e mostrare tutte le mie vere debolezze. Avrei voluto un suo consiglio.. ma, soprattutto, avrei voluto non avere ancora tutta quella paura.
Conclusi la mail con la promessa di andarla a trovare appena mi sarebbe stato possibile ed allegai, infine, una mia foto col maglione fatto da lei che mi aveva spedito qualche giorno prima al Campus.
Chiusi il computer con un sospiro e controllai l'ora sul cellulare: le due meno venti del mattino. Dal piano di sotto provenivano ancora le risate di Ian e Bonnie. Stavo per uscire dalla stanza, quando lo squillo del cellulare catturò la mia attenzione. Era un messaggio. Un messaggio di Caroline. Incuriosita, non persi tempo ad aprirlo. Gli auguri ce li eravamo fatte per telefono la sera della Vigilia, quindi non potevo nemmeno immaginare cosa volesse. Lessi svelta quelle poche righe:"Sei con Ian e Bonnie? Chiamami!"
Aggrottai perplessa le sopraciglia di fronte a quel testo e scesi al piano di sotto dagli altri due interessati. Mostrai loro il messaggio e subito mi incitarono a chiamare la nostra amica. Misi il vivavoce e posai il cellulare sul tavolino di fronte al divano, accomodandomi poi su quest'ultimo tra Bonnie e Ian.
Bastarono due squilli e Caroline subito rispose. Senza neanche darci il tempo di salutarla e senza nemmeno salutarci, parlò:"Ragazzi, ho un'offerta che non potete proprio rifiutare", gracchiò la sua voce dal microfono di quel ferro vecchio del mio cellulare.
Ian scambiò un'occhiata perplessa con me e Bonnie che, senza dire una parola, scrollammo semplicemente le spalle. Caroline continuava a non parlare, così intervenne lui:"E quale sarebbe?", le chiese.
Lei rispose dopo qualche minuto, sembrava stesse intimando qualcuno che era insieme a lei di fare silenzio.
"Una bella fine dell'anno qui a Malibù! Che ne dite?", propose euforica.
Ci fu un altro scambio di sguardi perplessi da parte nostra e, visto che non ci decidevamo a rispondere, Caroline continuò:"Mia mamma vi obbliga ad accettare e mi dice di informarvi del fatto che potrebbe prenderla davvero male se non lo farete e.."
La interruppi io:"Non vorremmo creare disturbo", dissi, riflettendo il pensiero di tutti.
Caroline sbuffò e la immaginai alzare gli occhi al cielo:"Ma quale disturbo! Ci state? Vi aspetto tra due giorni e niente scuse!", disse svelta prima di chiudere, senza darci la possibilità di replicare.
Rimasi imbambolata a fissare il telefono, fino a quando Ian non si alzò in piedi stiracchiandosi.
"Dove vai?", gli chiese Bonnie, vedendo che si dirigeva verso le scale.
Lui si voltò e ci fissò con un sopraciglio alzato:"A cercare il mio costume da bagno! Malibù ci aspetta!".
Ci volle quasi un'intera giornata e almeno cinque soste per arrivare a Malibù. Ian e Bonnie si alternavano alla guida, tenendo una velocità media decisamente troppo elevata. Fu un miracolo se non fummo arrestati. Il viaggio in macchina mi rilassò. Mi sentivo bene, sempre più lontana dalla mia vecchia vita. Certo i chilometri non sono niente, se ci sono i ricordi sempre pronti a tormentarti.
La macchina correva e le temperature si alzavano, fino a raggiungere un clima quasi estivo. Ero sprovvista di costume da bagno, non avendo mai fatto una vacanza al mare in vita mia, così, non appena varcammo le soglie della città, Bonnie obbligò Ian a fare una sosta nel primo negozio carino che ci capitò sotto il naso. Buttò all'aria tutto il negozio per trovare il costume perfetto per me, sotto gli sguardi sconvolti della sottoscritta, di Ian e della commessa. Ne provai almeno una quindicina, prima di trovarne uno che soddisfacesse me almeno un minimo e Bonnie completamente. Mi guardai allo specchio per qualche secondo, prima di uscire per mostrare il risultato a Bonnie.
"Secondo me questo va bene", dissi, continuando a guardare l'effetto che faceva sui miei fianchi.
A rispondermi, però, non fu la voce di Bonnie:"Anche secondo me".
Alzando gli occhi, incrociai quelli scuri e lucenti di Ian. Brillavano di una forte luce maliziosa. Sbuffai e lo fulminai. Mi avvicinai e gli picchiettai un pugno sulla testa.
"Ho bisogno di un parere serio, che venga da qui!", gli dissi.Lui rise leggermente, poi mi prese una mano e mi allontanò per guardarmi meglio. Arrossii, visibilmente imbarazzata, sotto il suo sguardo sicuro e penetrante. Mi scrutò per qualche minuto, facendomi pure girare su me stessa. Risi, sempre più rossa in volto, fino a quando lui non mi lasciò andare.
"E' perfetto", disse, incastrando i suoi occhi nei miei. Fu difficile distogliere lo sguardo e tornare nel camerino. Sentivo ancora il volto avvampare e fu quasi una doccia fredda rimettermi i vestiti e trovare Bonnie alla cassa. Sapevo che l'aveva fatto di proposito. Lei sperava che Ian mettesse la testa a posto e tornasse ad amare di nuovo: me l'aveva confessato la notte scorsa, ma quando provai a scendere nei particolari cercando di capire qualcosa in più del suo passato, lei tacque. Probabilmente, c'era stata una ragazza nella sua vita, una che l'aveva spinto a trattare le altre dopo di lei come oggetti. Forse aveva amato troppo e si sa che il troppo, dopo un po', stroppia.
Le lanciai un'occhiataccia mentre pagavo il bikini, le infradito e un pareo, il tutto scelto sotto il suo sguardo esperto e critico.
Dopo tre quarti d'ora interminabili fummo fuori dal negozio. Ian si affidò alle mie indicazioni per raggiungere la casa di Caroline, che si trovava poco fuori dal centro, in una delle zone residenziali più lussuose e praticamente a due metri dalla spiaggia. Quando fermammo la macchina di fronte al cancello, questo si aprì da solo, pochi secondi dopo. Alzai gli occhi al cielo e sorrisi, immaginando che Caroline fosse già davanti alla porta d'ingresso, impaziente di vederci. E così fu: non appena Ian parcheggiò la macchina accanto ad una scintillante Mercedes SLK grigio metallizzata, un gridolino di gioia ci trapanò i timpani. Un minuto dopo, Caroline stava aprendo la portiera del passeggero per farmi uscire ed abbracciarmi. Sgranai gli occhi, sorpresa, ma ricambiai.
"Mi salvate la vita!", esclamò, dopo aver saluto anche Bonnie e Ian. "Questo posto è un mortorio!".
Ian aggrottò le sopraciglia:"Solo tu puoi trovare noiosa Malibù", disse, scuotendo la testa.
Caroline scrollò le spalle e ci guidò all'interno della casa. L'ingresso era gigantesco: un atrio sul quale si affacciavano un arco tondeggiante che portava al salone, nel quale ci aspettavano i genitori di Caroline, altre due porte e una scala che portava al piano superiore. L'arredamento era moderno ed adatto ad una casa al mare. Caroline presentò i suoi genitori a Bonnie e Ian ed io venni accolta, non come una delle tante dipendenti del padre, ma come una di famiglia, nonostante ci fossimo visto due o tre volte. Ci informarono del fatto che sarebbero partiti per Boston e quindi avremmo avuto la casa a nostra totale disposizione. Sapevano che eravamo abbastanza responsabili da non organizzare feste fuori controllo. Quella notizia mi tranquillizzò un po': non ero del tutto abituata a trattare col mio capo come fosse semplicemente il padre di una mia amica. In verità, non ero abituata a trattare con lui e basta.
Dopo qualche scambio di convenevoli, Caroline ci portò al piano superiore, che si apriva in un immenso andito sul quale si affacciava almeno una decina di porte. Sia quello, che il piano inferiore, erano ricchi di piante che davano un profumo di primavera ad ogni angolo. Caroline si fermò davanti ad una delle ultime stanze del corridoio, sul lato ovest della casa, quello che dava sul mare. Aprii la porta ed io restai a bocca aperta. Voltandomi verso Bonnie e Ian, notai che anche loro erano di poche parole. La stanza era di dimensioni incredibili, ricordava un po' quel programma sulle case dei teenager straricchi che mia nonna si divertiva a guardare su MTV. Davanti a noi si apriva un'immensa vetrata che dava su un piccolo, ma spazioso, balconcino. Alla nostra sinistra c'erano due letti singoli, poco distanti tra loro, sovrastati da uno splendido soppalco che poteva benissimo ospitare un'intera stanza e non solo un semplice letto ad una piazza, con annesso comodino. Sulla parete alla nostra destra era addossato un enorme divano bianco, davanti al quale si trovava una moderna televisione a schermo piatto, con impianto stereo dolby. Il tutto era completato da un enorme armadio a quattro ante e uno specchio a muro.
Feci un giro su me stessa al centro della stanza, prima di fermare nuovamente il mio sguardo sui tre letti. Soffro di vertigini, quindi non avevo la minima intenzione di andare a dormire in quello di sopra. Voltandomi verso gli altri, notai che Ian aveva il mio stesso sguardo preoccupato. Bonnie ci lanciò un'occhiata veloce e poi sospirò, alzando gli occhi al cielo.
"Ho capito.. Ci vado io lassù", sbuffò, iniziando a sistemare le sue cose.
La ringraziai con un sorriso ed iniziai a sistemarmi. Improvvisamente, notai quei due letti troppo vicini e la presenza di Ian troppo invadente. Chiusi gli occhi ed inspirai profondamente, evitando di non pensarci, del resto avevo già dormito con lui.
A riportarmi alla realtà fu la voce squillante di Caroline, che ci invitava a mettere i costumi da bagno per una nuotata al tramonto. Mi cambiai per prima, sfruttando il bagno della camera, ed aspettai gli altri fuori nel piccolo balconcino. La vista era splendida. Il sole stava iniziando a tramontare e i suoi, ormai tiepidi, raggi, si infrangevano sulle leggere onde del mare aperto. L'odore del sale arrivava fino a lì. Il profumo di mare sotto Natale era quasi surreale. Sorrisi al vuoto, mentre pensavo a che piega stava prendendo la mia vita. Una piega davvero inaspettata. Speravo di poter condurre una vita normale, tranquilla.. ma tutto quel bene era fuori anche dalle mie più rosee aspettative.
"Pensieri?"
Ian's Pov
L'avevo vista sorridere da sola, guardando quel panorama surreale davanti a lei. Ma niente poteva dirmi se era davvero felice. Da che l'avevo vista per la prima volta, non era mai passata inosservata ai miei occhi. Aveva quell'aria un po' svampita che avevano tutte le ragazze che incrociavo per strada, ma era diversamente distratta. Sembrava quasi lo facesse apposta, come volesse adattarsi alle altre. Dietro quegli occhi scuri, così simili ai miei, c'era una sicurezza che mai avevo visto in nessuno. Quegli occhi che raramente volevano incrociare i miei, come se portassero il peso di qualcosa di troppo forte. Qualcosa che avrebbe potuto spezzare quella sicurezza.
Ero stato un'idiota a pensare di avvicinarmi a lei mostrando il Ian che mostravo a tutte. Non ci sarebbe cascata, quello lo sapevo da sempre. Ma nessuno aveva mai visto il vero Ian, a parte Bonnie e mia cugina. Nessuno aveva mai incrociato lo sguardo del Ian ferito. Elena aveva visto poche delle mie debolezze, non che ne avessi molte in più, così come io avevo notato le sue.
Dopo essermi cambiato per andare in spiaggia, la raggiunsi.
"Pensieri?", le chiesi, cercando di mascherare le mia titubanza. Provavo sempre una certa paura nel farle domande. Avevo il timore che mi guardasse con quegli occhi spaventati, sempre un po' velati di lacrime. Non era così brava a nasconderli come credeva.
Voltò leggermente la testa nella mia direzione e sorrise, annuendo debolmente. Era incredibilmente bella, con quei capelli scuri che le incorniciavano il viso tondo ma minuto, con quel sorriso a volte un po' forzato su quelle carnose e rosee labbra a cuore. Non spiccicò parola ed io non le feci altre domande, mi limitai a mettermi accanto a lei e a seguire il suo sguardo, fino a quando Bonnie non ci chiamò per scendere in spiaggia. Fissai i miei occhi su di lei, mentre camminava pochi passi avanti a me con l'asciugamano sotto braccio e il corpo appena nascosto da un leggero pareo legato al collo, che faceva risaltare ancor di più le sue forme sinuose. Era più bella di tutte le ragazze che avevo conosciuto nella mia vita. Guardarla mi faceva dimenticare tutto, mi faceva dimenticare il vero motivo per cui mi ero trasferito negli Stati Uniti. Mi faceva sentire a casa, mi allontanava dalla tristezza, mi portava l'ispirazione e mi avvicinava sempre di più alla musica, con un approccio diverso da quello che avevo di solito. Mi faceva sentire la persona che volevo essere, il vero Ian.
Sospirai e mi stesi al sole, mentre le ragazze si univano ad alcuni amici di Caroline, che l'avevano notata non appena messo piede sulla spiaggia. Con un costume con delle paillettes color oro luccicanti, sarebbe stato strano se fosse accaduto il contrario. Mi sedetti sull'asciugamano e tirai fuori il mio quaderno dallo zaino, mentre, di tanto in tanto, lanciavo qualche occhiata alle ragazze. Sembravano divertirsi e troppi occhi indiscreti sembravano posarsi su Elena.
Alzai gli occhi al cielo, cercando di non farci caso, e li posai poi sul testo che ormai avevo finito di scrivere. Mancava solo una musica adatta. Sorrisi rileggendo quelle parole e ripensando all'aria schifata di Elena quando le avevo fatto vedere quel film.
"Like Edward Woodward
In the Wicker man
Didn't play on being
Nobody's sacrificial lamb
Say it loud and clear
I got the fear".
Rivolsi un'altra veloce occhiata alle altre. Bonnie mi fece una linguaccia, Caroline mi invitò ad unirmi a loro per l'ennesima volta e per l'ennesimo volta rifiutai con un gesto del capo, mentre Elena mi salutò, con la palla in mano, e mi rivolse un sorriso felice. Ricambiai e tornai svelto al mio testo, sentendomelo sempre più addosso.
"The way you're moving
I just can't explain
Can't keep ignoring
These alarm bells in my brain No more I hear temptation's baging
On my door
I got the fear now
Don't see I'm spinning out
'cos you're in control
And I know you know
I got the fear now
Suddenly so clear how
I'm wrapped around your finger and you know that
I'll come running when you call, anytime you call".
Qualcuno si buttò a peso morto accanto a me, facendomi sobbalzare. Chiusi il quaderno di scatto e lo riposi nella borsa.
"Pensieri", mi chiese Elena, ridacchiando.
"Troppi", sospirai, spostando lo sguardo altrove, lontano dal suo viso.
Lei rise e mi prese una mano, forse non sapendo esattamente cosa stava scatenando dentro di me.
"Non c'è tempo per i pensieri!", esclamò. "Facciamo un tuffo, dai!"
La seguii senza proferire parole, incantato dal suo corpo che si immergeva nell'acqua limpida. Mi dovette chiamare un paio di volte, prima che io mi decidessi di raggiungerla. Caroline e Bonnie non ci seguirono, andarono invece a prendere qualcosa al chiosco con gli altri, che mi erano stati presentati talmente velocemente da non riuscire ad afferrare neanche un nome. Elena seguì il mio sguardo, per poi avvicinarsi a me.
"Sono simpatici gli amici di Caroline", mi disse. "Mi chiedo come facesse ad annoiarsi con loro qui".
La guardai con aria maliziosa:"Solo simpatici?", le chiesi, alludendo all'oggettiva bellezza di alcuni di loro. In quanto al fisico, io in loro presenza potevo solo nascondermi. Avevano tutti i capelli chiari e gli occhi azzurri, il prototipo di ragazzo che avrebbe fatto cadere ai propri piedi chiunque. Sentii una strana morsa bruciarmi lo stomaco.
Feci una smorfia, quando Elena mi colpì sul braccio sinistro:"Che idiota che sei, Somerhalder", disse ridendo e schizzandomi sul viso. La guardai con la bocca aperta, fingendomi sconvolto, poi posai le mani sulla sua testa e la spinsi sott'acqua. Quando tornò a galla, mi fulminò con lo sguardo.
"Non negare l'evidenza", le dissi, canzonatorio, mentre nuotavo verso la riva. Dopo poco sentii delle mani avvolgersi intorno al mio collo e le gambe di Elena legarsi intorno al mio bacino. Sorrisi senza voltarmi, mentre mi alzavo in piedi. Eravamo praticamente arrivati alla riva. Portai le mani sotto le sue cosce, per reggerla. Quando toccai la sabbia asciutta con i piedi, voltai di poco la testa nella sua direzione, per capire se avesse intenzione di scendere. Mi sorrise leggermente e poi posò le sue labbra sulla mia guancia sinistra.
"Ci vedi male, Somerhalder", mormorò, prima di scendere dalle mia spalle e raggiungere il suo asciugamano.
"Buon anno!", gridammo in coro, alzando al cielo i flute pieni di champagne. Il salotto di Caroline era stracolmo di gente: c'erano i ragazzi della spiaggia, alcuni insieme alle loro ragazze, ed altri suoi vecchi amici d'infanzia. Non ricordavo esattamente il nome di tutti, ma fu un piacere scambiare gli auguri con loro. Finito il giro degli sconosciuti, raggiunsi Bonnie e Elena che ridevano e chiacchieravano per conto loro. Abbracciai entrambe contemporaneamente, stringendo le loro spalle.
"Andiamo a vedere i fuochi d'artificio?", propose Elena a bassa voce, per non farsi sentire dagli altri. Mi aveva rivelato che quegli amici di Caroline avevano iniziato a rivelarsi degli snob spocchiosi e lei non riusciva davvero a sopportarli.
Annuii e, mentre loro iniziavano a salire le scale e a dirigersi nella nostra stanza, io afferrai, senza farmi notare, una delle dodici bottiglie di champagne posate su uno dei tavoli. Dal balconcino della nostra stanza si vedeva perfettamente la parte della spiaggia sulla quale sarebbe avvenuto lo spettacolo pirotecnico. Presi dall'armadio un paio di coperte, mentre le ragazze portavano fuori tre sedie. Ci accomodammo così, su quel piccolo balcone, stringendoci tra le coperte e passando di mano in mano quella bottiglia di champagne, che in breve tempo si trovò svuotata a metà. Restammo incantati di fronte a quello spettacolo di luci e colori, che si apriva nel nero della notte e si infrangeva fino a sfiorare le onde del mare.
Bonnie fissava il cielo con un sorriso immenso sulle labbra ed ogni tanto scattava qualche foto col suo cellulare, mentre Elena perdeva, come suo solito, lo sguardo e sembrava un po' giù di morale. Le diedi una leggera gomitata sulla spalla, lei si voltò ed io dondolai la bottiglia di champagne davanti ai suoi occhi. Rise, prima di prenderla tra le mani e riempire il bicchiere fino al bordo. Risi nel vederla così impacciata, mentre cercava di berlo senza farlo cadere.
Bonnie le scattò una foto, prima di liquidarci e tornare giù dagli altri.
"Stai lontana dai surfisti!", le gridò Elena, quando lei era quasi fuori dalla stanza. Sembrava leggermente brilla, a quanto pare reggeva l'alcool meno di me.
La risata di Bonnie arrivò alle nostre orecchie, attenuata dalla porta a vetri. Non appena la porta della stanza si chiuse, tra noi calò il silenzio. Elena mi guardò, poi posò le sue gambe sulle mie per stare più comoda.
"Brindiamo!", esclamò improvvisamente, dopo diversi minuti di silenzio.
Risi della sua buffa espressione, scuotendo la testa rassegnato:"A cosa?", le chiesi.
Scrollò le spalle:"A quello che vuoi", disse, con aria stanca.
Ci pensai su per qualche minuto, poi portai in alto il bicchiere:"Ad un buon2015", mormorai.
"Ad un 2015 diverso", aggiunse lei.
Ed io pensai di concludere, prima che i nostri bicchieri si scontrassero sotto lo scoppio dell'ultimo fuoco d'artificio:"Ad un 2015 insieme".
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