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Capitolo 24


NOTA DELL'AUTRICE: IMPORTANTE.

Verso la fine, vi consiglio di leggere la parte finale, con la musica. Scoprirete quale, quando ci arriverete. E quando nel racconto parte, fatela partire anche voi. La lettura è molto più bella.

Alessia

Corsi velocemente lungo la strada, fino al lampione. Girai a destra, come mi era stato detto fino a trovare quella maledettissima statua dell'angelo e solo allora rallentai la mia marcia. Mi sedetti sulla sponda e stetti ad ammirare il riflesso del sole pomeridiano, intento a finire il suo corso, lo stesso e ripetitivo di ogni giorno ma che non riusciva mai a smettere di stupire. Guardai l'effetto che aveva sull' acqua, in attesa che il mio cuore, smettesse di battere cosí velocemente. 

Mi bagnai i polsi e presi un bel respiro.

Diedi la colpa del mio giramento di testa, al caldo estivo.

Scossi la testa e mi guardai in giro. In quella piazzetta ero da sola, il sole calante rendeva tutto molto bello ma anche molto inquietante e mi sentivo osservata. Raccolsi la mia borsa e girai ancora a destra, solo per finire in un isolato buio, che nonostante l'alta temperatura, mi provocò i brividi. Mi guardai attorno mentre attraversavo quel cunicolo stretto, quando una porta, che non avevo visto, posizionata sul muro in modo strategico, si aprì e ne venne fuori un gruppetto rumoroso. Erano in quattro, sulla quarantina, anche se a dare l'età alle persone non ero molto brava, le rughe che attorniavano il viso, sparse qua e la e la barba ispida e non rasata, mi suggerivano di adulti quarantenni. Erano vestiti sudici, quelli da loro indossati e in mano avevano una birra a testa. Uscirono ridendo sguaiatamente e si diedero pacche a vicenda quando mi videro ferma, in mezzo al loro passaggio. Un uomo, canottiera bianca e pantaloni neri di pelle si fece avanti, ingollando un sorso di birra prima di parlare.

《 Ciao Dolcezza. 》 mi salutò pulendosi la bocca con il dorso della mano.

Rimasi pietrificata e non risposi. Non ci fu problema perché a continuare fu lui.

《 Che c'è il gatto ti ha mangiato la lingua? 》 Fece un passo avanti e io ne feci uno indietro.

《 Oh. Chi abbiamo qui? Sai bella, ci stai ostruendo il cammino e noi dovremmo passare. 》

Mi riscossi. 《 Sì ovviamente. Mi spiace. Ora mi sposto. 》e attaccandomi al muro mi feci piccola piccola mentre il gruppetto mi superava. 

Ma fu una terribile mossa.

Si bloccarono all'entrata della via. L'uomo con la maglietta bianca, definirla "bianca" era un eufemismo, si girò e un sorriso spuntó sul suo volto. Doveva essere una specie di capo, poiché tutti gli altri erano immobili e lo aspettavano pazientemente. 

《 Perchè non vieni con noi a farci compagnia? 》mi chiese fiducioso, avanzando leggermente.

《 Oh, grazie ma sto aspettando un amico. 》gli mentii gentilmente, sperando che cambiasse idea e se ne andasse presto. Ma in quanto sfortuna, non ero seconda a nessuno.

《 Visto che non è ancora arrivato, potresti aspettarlo con noi. 》con un passo barcollante si avviò nella mia direzione.

《 Credo che continuerò per la mia strada. Grazie comunque e arrivederci. 》 cercai di concludere nervosamente.

《 Ma dolcezza, questo è un vicolo cieco. Dove pensi di andare? 》 e un ghigno cattivo spuntó sul suo volto, sollevando le guance e mostrando i denti, ingialliti da anni passati a bere, presupposi.

Non avevo via di scampo. Mi sentii crollare. La mia mente iniziò a elaborare e a mettere in moto i meccanismi per uscire di li.

Loro erano in quattro. Io una. Sulla maggioranza numerica vincevano loro. E guardando le stature, anche per forza fisica.

Lo sguardo mi cadde sulla bottiglia di vetro che aveva in mano.

Se fossi riuscita a prenderla e a spaccarla contro il muro, avrei avuto un grosso vantaggio. Potevo ferirlo ad un occhio o ad una gamba.

Guardai la mia unica via d'uscita e notai il gruppetto che si era spostato sul lato destro, per osservare meglio la scena, divertito.

C'era da dire che il mio vantaggio era una mente lucida e non anestetizzata dall'alcool. La velocità era anch'essa a mio favore. I loro corpi erano più grandi e resi goffi e lenti dalla birra.

Strinsi i denti. Dovevo solo stare attenta a non farmi prendere dall'uomo.

Fece un'altro passo. Ormai la distanza era corta. Mi concentrai su di lui e il suo viso. Non dovevo far capire le mie intenzioni.

《 Bel visino, togli quella faccia preoccupata. Non ti si addice. 》 mi schernì e allora scattai.

Andando verso di lui mi piegai sulle ginocchia e gli rubai la bottiglia dalle mani. Come avevo previsto la sua reazione fu lenta e mi sfiorò solo il braccio. Mi allontanai il più possibile, fino a sbattere contro il muro che precedentemente non avevo visto.

《 Lascia stare Cardo. 》 gli urlò uno dei suoi amichetti dietro. 《 Aveva solo sete, non hai visto? E non vuole venire con noi. 》

Lui si giró verso di loro. 《 Con noi ci vuole venire, te lo dico io. 》 poi il suo sguardo passò a me. Si bagnò le labbra, un gesto che trovai ripugnante.

《 Bevi, ragazza bevi. Cosa potrai mai farmi? 》

Gli sorrisi arrogante e frantumai la bottiglia contro il muro. Schegge di vetro volarono dappertutto,  graffiandomi una guancia e facendo indietreggiare lui.

La tenni per il collo, sfoderandola davanti a me, come fosse una spada.

I suoi occhi si fecero sorpresi e poi, notando i pezzi affilati che avevo in mano, si colmarono di quella che sperai, fosse paura.

Indietreggiò di un poco.

《 Hei, calma piccola. 》 cercò di ammonirmi ma il soprannome datomi, l'ennesimo in 20 minuti, mi fece innervosire ancora di più. L'adrenalina che avevo in circolo, di certo non aiutava.

Stavo per parlare, anche se avevo paura di come sarebbe stato il mio tono di voce, molto probabilmente fioco e tremolante, quando la porta si aprì nuovamente e ne venne fuori un volto familiare:

Stefano.

Tirai mezzo sospiro di sollievo e mi meravigliai ma non lo diedi a vedere più di tanto. Concentrata com'ero sul quartetto, che ora, sembrava leggermente intimorito dalla sua presenza.

《 Che succede qui? 》chiese lui, guardando nella mia direzione e poi nella loro.

《 Nulla. 》rispose il tizio che era stato chiamato Cardo.

Alzai un sopraciglio come per dire 'seriamente?' L'uomo mi lanció un occhiataccia che mi fece rabbrividire.

《 Sicuro? 》

《 Si, certo. La signorina è con noi. 》continuò tranquillo ma, da come aveva piegato la testa, verso il basso, quel piccolo gesto mi fece capire che, per qualche strano motivo, aveva timore di Stefano.

《 Ah si? Alessia, conosci questi signori? 》

Scossi la testa con foga. Non doveva lasciarmi da sola. L'avrei anche supplicato in ginocchio.

Un angolo della sua bocca si alzò, rendendo il suo viso inquietante.《 Come avevo pensato. Cardo, sparisci. Immediatamente. Prima che ti faccia smuovere io, a calci, in quel culo grassone che ti ritrovi. 》

Ero troppo spaventata per ridere. L'uomo mi guardò un ultima volta e poi si girò verso i suoi amici e fece cenno di andarsene, non prima di aver scoccato un' occhiata velenosa al mio salvatore.

《 Vieni. 》mi disse con voce melensa, dopo che ebbero girato l'angolo.

Presi la mano che mi stava offrendo e lo seguii.

Entrammo in un pub, le luci erano soffuse e color blu. Un bancone, color nero brillantinato, correva per tutta la parete destra, dove un barista stava shekerando qualcosa. Appena ci vide, fece un cenno, che Stefano ricambiò veloce. L'aria era pulita, nonostante che, da un posto così, mi aspettassi una nuvola densa di fumo, che travolgesse chiunque varcasse la soglia, di quella porta nascosta. Certo, del fumo ce ne era ma era quello sintetico, che usciva dai lati dei vari palcoscenici, dove alcune ragazze ballavano. Stranamente, rendeva l'atmosfera rilassante. Mentre attraversavamo la stanza, mi guardai attorno. Era un posto veramente grande. Tavolini e sedie erano dappertutto. La musica, non troppo alta,  (probabilmente per non attirare l'attenzione) era sensuale ma calma. C'era poca gente ma d'altronde,  non era altro che pomeriggio.

Camminammo fino ad uscire dalla stanza ed entrare in un corridoio, dove qui, le luci erano calde e rosse.

Lo seguii fino ad una porta, dove mi lasciò la mano per aprirla. Lessi la targhetta davanti. Era il suo ufficio. Quel posto era suo?

《 Non facevi il medico? 》gli chiesi curiosa, mentre chiudevo la porta e mi appoggiavo ad essa.

Fece una mezza risata. 《 Già.  Ma di questi tempi, é sempre meglio avere due lavori. 》mi rispose mentre andava verso la scrivania e si piegava a cercare qualcosa. 

《 E un pub, ti è sembrato il lavoro migliore. 》

《 Circa. Era di mio padre. 》 si rialzò con delle chiavi in mano. Mi sentii a disagio. Probabilmente vide la mia espressione stordita perché, presa la giacca dalla sedia, si catapultò da me.

《 Ah già. Che sbadato. Stai bene? 》

《 Si. 》

《 Sei seria? 》cercò di leggermi in viso ma sapevo che il panico sarebbe arrivato dopo.

《 Certo. 》

Scosse la testa. 《 Certo che sei strana. 》e si buttò sul divano, che non avevo ancora notato.

Alzai le spalle. 《 Me lo dicono in molti. 》

Rise. E poi mi segnò il posto accanto a lui con la mano. 《 Siediti. Sembri in prestito. 》

《 Devo andare a prendere delle cose e poi ho amici che mi aspettano. 》

Alla parola 'amici' si rabbuiò. 《 Mhh. Roberto. 》

Sorrisi. 《 Riccardo. 》

《 Si, quello. Siete fidanzati? 》

Divenni rossa. 《 Oh no. No, no certo che no. 》

《 Scusa. Non sono affari miei. 》

Feci una mezza smorfia. 《 No, in realtà no. Però fa lo stesso. Penso comunque che si arrabbi molto, se non ritorno in tempo. 》 

Annuì.《 Ovvio. 》si alzò di slancio e mi finì praticamente in braccio. Il suo viso era troppo vicino. Mi feci indietro con la testa. 

Prese la maniglia dietro di me e mi scansai. Uscimmo in corridoio e dopo una serie di svolte, vidi di nuovo il cielo azzurro, che quel giorno mi piaceva particolarmente e che ora si era fatto un pelo più arancione di quando lo avevo lasciato mezz'ora fa.

《 Ehm...sai dirmi da che parte è il centro? 》 Non volevo finire in un'altro vicolo buio.

Mi sorrise. 《 Di qua, vieni. Ti accompagno. 》 

Ricambiai il sorriso.《 Grazie. 》

Dopo qualche via, che cercai di ricordare, nel caso mi fossi persa, ritronammo alla fontana. Girammo a  sinistra.

Hai girato a destra prima idiota!

Ops...

Finimmo una via, questa illuminata da lampioni e ci ritrovammo in una grande piazza, gremita di gente.

《 Ahh ecco! Perfetto. 》

Un lungo portico scorreva lungo la mia destra e intravidi un supermercato.

Mi girai verso di lui ma prima che potessi dire qualsiasi cosa, parló per primo.

《 Un abbraccio me lo dai? 》allungò le braccia.

《 Certo. 》e abbracciai il mio salvatore.

Mi staccai.《 Non so come ringraziarti. Di tutto. Per avermi salvato, per avermi sopportato e accompagnato. 》

《 Di nulla. Non mi devi niente. Ci vediamo la prossima volta. Magari in circostanze migliori. 》se ne andó ma potei vedere comunque, le aspettative riflesse nei suoi occhi. Mi dispiaceva, perché era un ragazzo carino e simpatico. Ma c'era Riccardo e quando c'era di mezzo lui, la mia testa non ne voleva sapere di ragionare.

Cercai le cuffie nella borsa e misi la musica per non pensare. Supermassive black hole  dei Muse rimbombò nelle mie orecchie e mi diede la carica necessaria per non crollare a terra, in preda ad un attacco di panico.

Le porte a vetri si aprirono ed entrai nel supermercato. I miei passi andavano a ritmo con la musica, quindi, senza neanche accorgermene, mi ritrovai in un lampo, davanti al reparto intimo.

Presi un completo bianco, molto fine con alcune rifiniture in pizzo e una maglietta e dei pantaloncini come pigiama. Passai il corridoio del reparto maschile molto in fretta e presi un pigiama a caso assieme a dei boxer. La cosa mi imbarazzava e mica poco. Vidi un carrellino abbandonato e me ne appropiai, ci buttai la roba dentro e, questa volta mi presi tutto il tempo per andare nel corridoio della cancelleria. Trovai dei cartoncini, colori, matite e pennarelli che facevano a caso mio. Presi una bucatrice e dello spago. Colla e forbici. Mi resi conto che le mie mani tremavano.

Mi diressi alla cassa e pagai. Nel frattempo la musica era cambiata e stava variando sul genere triste. Non poteva farmi questo! Misi tutto dentro una borsa e mi avviai verso l'ospedale. Ricordai tutti i punti di riferimento che mi ero presa e intravidi le luci dell'ospedale. Avevo un buon senso dell'orientamento. Se non mi si distraeva, come aveva fatto Riccardo.  

Lo trovai ad aspettarmi, seduto sul cofano della macchina. Dio, se era bello. 

《 Ehi. 》mi salutò.

《 Ehi. 》

《 Comprato tutto? 》

Al ricordo dei boxer divenni bordeaux. 《 Sì. 》

《 Okay, perfetto. Passami la borsa, la metto nel baule e andiamo in albergo. 》

Annuii con la testa e gli passai la roba. Alla vista delle mie mani tremolanti si accigliò ma non mi chiese nulla. Salii sul lato del passeggero e torturai il tessuto della gonna, mentre guardavo scorrere i lampioni. Per tutto il tragitto nessuno disse niente. La mia testa era altrove. Ripensavo continuamente all' accaduto nel vicolo, a come avrei fatto a finire in una serata, il libro per Margherita, a come sarebbe stato passare una notte con lui, dove avrei dormito, dovevo mandare un messaggio alle ragazze, per il ballo e riferirlo ai maschi. Avevo così tanti pensieri che non mi accorsi che la macchina era già ferma da un pezzo. 

《 Che ne dici di scendere?  O vuoi stare in macchina sta notte? 》 mi disse mentre staccava le chiavi e apriva la portiera.

《 Questo seggiolino è molto comodo. 》ribattei scendendo.

《 Su questo non si discute. È la mia macchina. È ovvio che sia comoda. 》

Alzai gli occhi al cielo, mentre spingevo una parte della porta girevole. Mi fermai all'entrata incantata. 

Riccardo mi finì contro.《 Ma cos..? Spostati.》 brontolò mentre mi aggirava per andare alla reception. 

Era un paesino ma di certo l'eleganza non mancava. La hall aveva luci calde, c'erano cuscini rossi su divani che sembravano molto invitanti, i tavolini su cui erano posati i giornali erano di legno, davanti ad un camino enorme, dove la gente si fermava e chiaccherava. Il tutto, dava un'aria rustica ma anche romantica.

Mi riscossi e andai verso le scale, dove lui mi aspettava, con una chiave d'ottone in mano. Salimmo al primo piano e mi lasciai guidare fino ad una porta di legno dall'aspetto pesante. Infilò la chiave nella serratura e giró due volte.  Sta volta feci entrare prima lui con la busta. E feci bene. Mi fermai sull'uscio anche sta volta. La stanza non era enorme,  una di quelle che ha una sala gigantesca, un bagno che sarebbe dovuto sembrare una Spa o un letto a baldacchino.  Ma non si poteva nemmeno chiamare piccola. In un certo senso il soggiorno l'aveva, non era diviso dalla camera da letto, era tutto uno spazio aperto, con un unico letto, grande, molto grande. Quasi mi strozzai.

UN UNICO LETTO!

Forse mi soffermai troppo su quel dettaglio, perché lui se ne accorse. Appoggió la borsa vicino alla poltrona e al divano. Qui dovevano avere una strana mania per la stoffa rossa, perché come il divano giù, nella hall, anche questo in camera era dello stesso colore. Guardó nella stessa direzione di dove stavo guardando io. Si passò la mano tra i capelli a disagio.

《 Sì, emh...avendo prenotato all'ultimo minuto c'era rimasta solo questa libera. Ma dormo sul divano, non c'è problema. 》cercò di spiegarmi lui.

《 Oh, no. Non ce ne è bisogno. Io starò sveglia tutta la notte quindi... 》

La situazione si stava facendo imbarazzante. 

《 Bhe, mettiamoci al lavoro. 》esordii io.

Mi guardò stranito. 《 Mettiamoci? Perché plurale? 》

《 Pensi che riesca a fare un libro in una serata da sola? Senza nessuno? 》

《 Si. Ne sono assolutamente convinto. 》

《 Bhe mi dispiace ma no. E poi. Cos'altro avresti da fare qui? 》

 Fece una smorfia.《 Non so disegnare. 》

Gli sorrisi mentre svuotavo sul tavolo rettangolare il materiale. 《 Infatti tu scriverai. 》

Mi sedetti mentre lui andava al minifrigo e prendeva qualcosa. Aggirò il tavolo e si mise a capotavola, mentre mi passava una piccola boccetta.

《 Cos' è? 》

Alzò le spalle. 《 Non ne ho la più pallida idea, però se dobbiamo riuscire a passare indenni questa serata, è meglio tenerci idratati. 》

Distorsi il naso. E se era alcolico? Alla fine assentii. Se dovevo restargli accanto fino alla mattina successiva, un pó di alcool non avrebbe fatto male.

Stappò la bottiglietta con il cavatappi e me la mise affianco al braccio, mentre riordinavo la mente sulle cose da fare. Guardai l'orologio, erano le sette ed un quarto. Il mio stomaco era chiuso per l'accaduto.  Avrei detto a Riccardo del ballo più tardi, mentre sarebbe stato impegnato, così non ci avrebbe dato tanto peso. Mandai un messaggio di nascosto a Clarissa e Federica.

A: Clari e Fede

* Ballo in maschera. Venerdì sera. Ore 21:00. Con anche i ragazzi. Ci state? *

Poi bloccai il telefono e lo misi sul tavolo, rivolto verso il basso.

《 Perfetto. Scrivi schiavo che io disegno. 》

《 Ma scusa. Me la invento io la storia? 》Incrociò le braccia, il viso corrucciato. 

《 Domanda sensata. No. La inventiamo assieme quando ho finito di colorare. Scrivere è l'ultima cosa che si fa. 》

《 E nel frattempo io cosa faccio? 》

《 Inizi a inventartela. 》

Gli spiegai come volevo prendesse forma il libro. La storia, in altro a destra della pagina, scritta in nero in stampato, così avrebbe fatto meno fatica a leggere. La copertina, semplice, con una bambina di profilo, sotto la quercia dell'ospedale, che teneva stretto il libro mentre si tirava su gli occhiali. Il titolo, scritto elegantemente in mezzo alla pagina la rilegatura fatta con un nastro arancione, come i suoi capelli.

Passarono cinque ore e non ci fermammo mai. Svuotammo una marea infinita di quelle bottigliette.  Il libro era a buon punto. Ci eravamo fermati per una piccola disputa sul naso dell'ultima principessa, che avevo disegnato.

《 Ripeto, sembra quello di un goblin. 》confermò per la quarta volta Riccardo. 

《 E io ti ripeto che non tutte le principesse sono perfette. Ce ne sarà una con il naso storto a questo mondo. 》dissi, indicando sulla carta il viso disegnato.

Si strofinò la faccia con le mani.《 Quanto manca?》

《 Ancora un'oretta e mezza poi puoi andare. 》gli risposi mentre facevo le ombreggiature del tessuto, per far si che desse volume e sembrasse leggermente stropicciato.

《 Okay ma i jeans non li sopporto più. 》

《 Basta che non giri in mutande. 》diedi un occhiata veloce ai suoi pantaloni. Avrebbe fatto meglio a tenerseli addosso o sarei morta sul colpo. Di autocombustione.

《 Mi hai preso un pigiama no? 》

《 Certo. 》

《 Metterò quello. O Miss Innocentina si  scandalerizzerà. 》

Gli feci la linguaccia mentre lo guardai andare in bagno, con il pigiama in una mano.

Ebbi un brivido e mi passai la bottiglietta di vetro sulla fronte. Calma. Dovevo restare calma. 

Finii il paesaggio e presi un altro cartoncino. Era l'ultima pagina. Poi dovevamo revisionare la storia che aveva scritto lui e sarei rimasta sveglia a scriverla sulle pagine, visto che l'inchiostro si sarebbe dovuto asciugare nella nottata.

Abbozzai il disegno di una mela parlante. Ricopiai i particolare dalla foto che aveva fatto Riccardo e stavo per fare una stringa della scarpa, quando lo sentii urlare.

《 STAI SCHERZANDO? 》

La porta del bagno si aprì e ne venne fuori un Riccardo abbastanza accaldato. 

《 Dimmi che è uno scherzo, ti prego. 》

《 Perch.. 》tentai di dire ma quando vidi il motivo della sua incazzatura, scoppiai a ridere.

La sua maglia, a maniche corte nera, aveva una grossa, gigante e dolcissima pecora bianca, in mezzo alla maglietta, che gli augurava la Buonanotte. Mi asciugai le lacrime e cercai di parlare ma non ci riuscii, perché le risate non finivano più di uscire, dalla mia bocca.

《 Magari è tua. 》cercò di tirarsi fuori da quella situazione.

Scossi la testa.

《 Okay. Se la metti così. 》e si tolse la maglietta, restando a petto nudo.

Smisi immediatamente di ridere.

《 Cosa fai? 》

《 Io quella lì, non la metto. 》

《 Invece si. 》

《 Perchè? Così... 》 Fece una posa da modello 《 ...ti distraggo dal tuo lavoro? 》

Lo fulminai con un occhiataccia.

《 Vieni qua e leggimi la tua storia. 》

Prese il foglio dove da ore, stava scarabocchiando e salì in piedi, sulla sedia. 

《 Che fai? 》

《 Shh. Impara dal grande maestro. 》si schiarì la voce e con gesti teatrali inizió a leggere.

In quella serata era impossibile restare seri. Anche qui, risi come una pazza e diverse volte aprimmo diversi dibattiti, diverse volte. Così tante, che mi venne il mal di testa.

-Io devo fare pausa. La testa mi sta scoppiando. -

-Fai pure. Io devo sistemare qui. - mi rispose massaggiandosi le tempie.

Andai in bagno e mi lavai la faccia e i denti. Mi guardai allo specchio e quasi presi paura della mia faccia. Le occhiaie erano ben visibili, in fondo, erano le due e mezza di notte. Mi pettinai i capelli con le mani e uscii. 

《 Ho una faccia orribile, speriamo che anche tu abbia delle occhiaie come le mie perchè se no... 》  mi fermai quando vidi la sua faccia e che cosa aveva in mano. Ovvero il mio cellulare. Corsi a prenderlo e lessi il messaggio.

Da: Fede 

* Ho sentito bene? Ballo? Conta su di me. Dimmi quando e dove e ci saremo. Lo dico io agli altri visto che sono uscita con loro. *

《 Di che diavolo di ballo sta parlando? 》mi attaccò subito lui.

《 Okay, calmati. Ora ti spiego. 》

《 Sarà meglio. 》rispose brusco, incrociando le braccia sul petto nudo. 

《 Ecco... mia madre sta mattina mi ha chiamato assieme alla tua. Ah, giusto, ti saluta. 》

《 Non cambiare discorso. 》

《 Non stavo cambiando discorso. Ti stavo solo riferendo che la tua dolce mammina ti aveva salutato. 》imitai a sua stessa posa.

《 Bene. Dopo la ringrazierò. Ora va avanti. 》

Boffonchiai qualcosa di insensato. 《 E mi hanno detto che tra due giorni ci sarà un party. Qui. Cioè, non è un party vero e proprio. E' più un ballo in maschera. 》mi strinsi tra le braccia.

《 E tu hai ben pensato di acconsentire, senza prima prendere minimamente in considerazione, quello che avrei potuto dire o pensare io. 》

Ci pensai per un secondo. 《 Si. E' andata esattamente così. 》

Nascose la faccia tra le sue mani e poi si lisciò i capelli. 《 E se io non so ballare? 》

Feci un sorriso furbo. 《 Ti insegno io. 》

《 Ah no. Perchè tanto, a quel ballo non ci andremo. 》

《 Io dico di si. Tu mi devi ancora un favore dalla scommessa i macchina. 》

《 Ma tu mi vuoi uccidere. E quando pensi di insegnarmi, se è tra due giorni? 》

Alzai le spalle 《 Ora. 》

《 Ora? 》la sua faccia era sconvolta. 

《 Si. 》

Andai a prendere l'ipod nella mia borsa. Attaccai la piccola cassa portatile. Era la mia preferita. Me l'aveva regalata mio padre al ritorno dall'ospedale. Era minuscola, certo ma il suono che ne usciva era pulito e forte, proprio come una cassa normale, grande il doppio. Scelsi 'I'm not the only one' di Sam Smith.

Il suono familiare del pianoforte e della batteria rimbombarono nella stanza, producendo quella melodia che amavo tanto. 

《 Mi aiuti? 》chiesi a Riccardo, indicando il tavolo. 

《 Tanto questa cosa è e rimane ridicola. 》 boffonchiò mentre spostavamo il tavolo a destra, vicino alla finestra, lasciando così uno spazio enorme in mezzo alla sala. 

Proprio mentre Sam Smith iniziò a cantare mi avvicinai cauta, guardandolo negli occhi. Mi scontrai con il suo corpo, i nostri sguardi erano incatenati mentre gli prendevo una mano e la mettevo sul mio fianco. Respiravamo piano, a tempo della canzone. Gli presi la mano sinistra e la misi nella mia. Feci un passo a destra e lui mi seguì. Sorrisi compiaciuta. 

Feci tre passi indietro e lui avanti. 《 Ora inizia a girare. 》gli ordinai. 

Sempre non staccando un attimo gli occhi dai miei iniziammo a roteare. Continuammo per un minuto, mi spostai sul fianco destro per non ingarbugliarmi con lui e cadere a terra. 

《 Cascquet. 》mi disse lui.

Mi fece cadere dolcemente all'indietro e mi tirò su piano. Il mio viso finì così, vicino al suo. Il respiro ora, era più accellerato. Dondolai con il busto a destra e sinistra, prima di ripartire con un passo avanti. Continuammo ad ondeggiare, roteare, fare passi avanti e indietro, spostamenti su i fianchi e il bello che fu tutto molto dolce e sensuale, in un modo che non credevo possibile. In tutto quello che avevamo fatto negli ultimi minuti, non c'era stato niente di sporco. Il nostro rapporto era basico e puro. Certo, fondato anche sull'attrazione che provavamo l'una per l'altro ma era adolescenziale. 

La canzone stava finendo e mi fece fare il passo finale. Mi tenne per un braccio mentre giravo su me stessa e mi srotolavo dall'abbraccio in cui eravamo stretti prima. E mentre l'ultima nota del pianoforte risuonava nella stanza, cademmo a terra. Iniziammo a ridere e stemmo a terra per diversi minuti. Poi sentii la sua mano, passare sul graffio che avevo sulla guancia, colpa di quando avevo spaccato la bottiglia sul muro. Presi la sua mano e lui si alzò in piedi, tirandomi con sé, verso il letto.   Ci accoccolammo come prima sul pavimento.

《 Raccontami. 》 mi obbligò con voce dolce.

E allora gli raccontai tutto.

Ci addormentammo così, vicini e io tra le sue braccia, come a proteggermi dal mondo intero.

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