capitolo 26- I'll see you again
Stavo li in piedi dietro a quel banco in legno segnato dagli anni che aveva passato in quella chiesa. Quel banco che aveva accolto le preghiere di molti pieni di speranza, che aveva assorbito le lacrime di chi aveva perso uno dei motivi di sorridere o che invece si era limitato ad ascoltare i silenzi di chi non sapeva dare forma al proprio dolore.
Gente come me insomma.
Me ne stavo li con le braccia conserte e gli occhi asciutti rivolti verso quella bara in legno ricolma di fiori non potendo ancora credere che questa portasse il corpo di Matteo.
Il parroco della chiesa stava facendo la sua omelia ricolma di parole di conforto e di speranza per una vita in paradiso, raccoglieva i messaggi silenziosi delle persone riunite in questa fredda chiesa e le innalzava al cielo come se questa lieve speranza potesse alleviare gli animi dilaniati dal dolore.
La piccola chiesa era strapiena di gente, tutti i miei ex compagni di classe erano presenti e raccolti negli ultimi banchi anche loro in silenzio come me; i suoi amici piangevano e i suoi compagni di squadra avevano tutti indossato quella divisa rossa che lui amava tanto.
Davanti a me i suoi genitori erano stretti in un abbraccio per cercare di matenersi insieme a vicenda, ognuno dei due cercava conforto nel dolore dell'altro mentre tra le lacrime osservavano l'altare.
Giacomo era in piedi accanto a me e si mordeva il labbro per non lasciarsi prendere dai singhiozzi mentre con forza mi stringeva la mano.
Io invece ero in silenzio, con lo sguardo perso nel vuoto. Non sentivo nulla, non riconoscevo nessuno, sentivo solo un grande, immenso nodo in gola che minacciava di soffocarmi da un momento all'altro.
Sentivo che nulla in quel momento avrebbe potuto alleviare quel dolore che mi stava distruggendo piano piano e che stava cancellando per sempre quella felicità che mi ero ricreata con fatica negli ultimi mesi.
Tra le mani stringevo quella lettera ormai stropicciata che ormai avevo letto così tante volte da sapere a memoria. Ogni lettera scritta con quell'inchiostro nero aveva segnato la mia pelle come se fosse stata impressa con un marchio a fuoco.
Il senso di colpa mi stava uccidendo piano piano, sentivo di dover urlare ma sapevo che se lo avessi fatto, se mi fossi lasciata andare a quel dolore che stavo trattenendo con forza allora non sarei mai più riuscita a sollevarmi e che mi sarei abbandonata al pianto fino a quando non sarebbe rimasto più alcun liquido dentro al mio corpo.
Vedevo la gente salire piano piano al microfono per leggere dei brevi, falsissimi e stupidissimi elogi funebri che raccontavano di quanto Matteo fosse meraviglioso, di quanto loro gli fossero legati e di quanto peserà la sua perdita da ora in poi.
Estrassi dalla mia tasca un altro foglio anch'esso abbastanza stropicciato e rovinato sul quale io avevo scritto il mio elogio funebre che non avrei mai avuto il coraggio di leggere.
Avevo deciso di deporlo dentro alla sua bara in modo che fosse sepolto assieme a lui e che nessuno avesse modo di leggerlo. Volevo che la mia lettera morisse assieme a lui, che tutti i miei ricordi bellissimi passati assieme a lui fossero sotterrati da metri e metri di terra, che si usurassero e diventassero cenere così come il suo corpo.
Matteo,
Dove sei? Sono entrata nella tua stanza e tu non eri li a giocare alla tua PlayStation imprecando per un tiro troppo alto. Allora sono andata a cercarti al campo da calcio dove assieme ai tuoi amici eri solito giocare fino a tardi per provare tiri sempre più difficili, ma non eri neanche li. Dove sei?
Ho deciso di perdonarti, lo so avrei dovuto farlo molto, moltissimo tempo fa; ma dovresti sapere come sono fatta io, io stupida testarda ed orgogliosa.
Sai, avresti dovuto venire a cercarmi a casa mia, entrare e venire ad abbracciarmi e forse io ti avrei perdonato subito e ora tu saresti a mangiare gelato seduto accanto a me. A dire la verità tu lo hai fatto per mesi, ti sei presentato sotto la porta di casa mia numerosissime volte, mi hai riempito il telefono di chiamate e messaggi tanto da farmi arrabbiare. Ti ho bloccato, è vero, non volevo vederti più.
Eppure avrei dovuto capirlo che tu mi avevi mentito perché credevi che ormai la storia fosse passata. Avrei dovuto farlo io, riderci su e dire che ormai era acqua passata e che tutto poteva essere come prima.
Sai Matteo, mi manchi e ho ancora bisogno di tutto quello che solo tu sapevi darmi. Ho bisogno di quei sorrisi che facevano sciogliere qualsiasi ragazza che ti passava accanto, ho bisogno delle tue mani grandi e ruvide che accarezzavano i miei capelli o che mi facevano solletico fino a farmi piangere. Mi mancano i nostri pomeriggi di inverno passati sorseggiando una cioccolata calda e guardando un film anche stupido o passati a fare le gare con Mario Kart in cui io vincevo sempre.
Sai non te lo ho mai detto ma lo sapevo che tu mi lasciavi vincere solo per il gusto di vedermi sorridere e fare la mia danza della vittoria sul tavolino.
Sai mi mancano i tuoi severi occhi verdi che mi rimproveravano per gli errori più stupidi e il modo in cui ti passavi le mani tra i capelli con fare frustrato.
Ho passato mesi e mesi cercando di tenerti lontano pensando che tu mi avessi ferita e che non te ne importasse nulla di me. Ho passato non so quanti giorni ad autocommiserarmi e a costringermi ad avercela con te senza essermi mai resa conto di quanto tu a tua volta potessi stare male.
Forse ora, dopo aver letto quella lettera, inizio a guardare ogni tuo gesto con degli occhi diversi. Forse in quegli sguardi pieni di affetto c'è sempre stato qualcosa di più che io avrei dovuto vedere, forse il quegli abbracci e quelle coccole che si spingevano anche oltre ad una normale amicizia tu vedevi qualcosa di più.
Matteo lo so, sono stata una stupida, non mi sono mai comportata con te come tu ti sei meritato e ora sono pronta a farmi perdonare.
Non posso pensare di non vedere più quel tuo sorriso o quei tuoi occhi verdi; non mi importa più il mio orgoglio o la mia dignità perché io non posso pensare di vivere una vita senza te al mio fianco. Forse non saremo mai quello che tu vuoi e forse tu non vorrai più vedermi da ora in poi ma se per caso tu mi accettassi per come io mi sto offrendo a te ti prometto che non ti lascerò più andare via. Ti prometto che ti terrò per sempre accanto a me.
Ora Matteo, se decidi di perdonarmi, dimmi dove sei che vengo a cercarti.
Dimmi dove sei perché tua mamma e tuo papà sono convinti che tu sia morto, ma dimmi dove sei e io potrò dirgli di stare tranquilli.
Dimmi dove sei perché a scuola continueranno a segnarti assente e dovrò dargli una giustificazione; ho deciso anche io di tornare e se vuoi possiamo sederci vicini.
Dimmi dove sei perché ci sono i tuoi vestiti da calcio abbandonati sul tuo letto e i libri ancora aperti.
Dimmi dove sei perché il tuo allenatore non sa chi far giocare e rivuole la sua punta, ha paura che senza il suo capitano la squadra vada in crisi.
Quindi ti prego, dimmi dove sei e perché te ne sei andato. Dimmi dove sei che ti vengo a prendere e se vuoi poi ce ne andiamo assieme.
Dimmi dove sei che ti raggiungo.
Stavamo camminando in fila dietro al carro funebre che emetteva una musica solenne e deprimente. Il prete recitava le preghiere e la folla dietro le ripeteva con scarso entusiasmo, tra le mani ora stringevo la sua maglietta rossa con il numero 9 e la sua fascia da capitano. Sua madre portava una fotografia di lui da bambino e i suoi amici tenevano i trofei che avevano conquistato assieme.
Arrivammo davanti alla buca che era stata scavata per accogliere quella bara vuota, vuota perché volevo convincermi che il suo corpo non si trovasse li dentro, doveva essere scappato da qualche parte ma non era li. I suoi occhi brillavano ancora e il suo cuore batteva dentro al suo corpo meraviglioso che avrebbe fatto invidia a qualsiasi Dio e a qualsiasi angelo.
Matteo era troppo per il paradiso, era troppo anche per questa terra, Matteo era superiore a tutto.
La bara fu calata mentre la gente continuava a piangere porgendo l'ultimo saluto a quel ragazzo con la pelle scura e un cuore grande come il mondo. Sua madre si avvicinò e depositò la fotografia lasciando un bacio al freddo legno, poi fu il turno degli amici che portarono anche un pallone da calcio autografato dal suo idolo, qualcuno portò una maglietta del Milan e infine fu il mio turno. Stesi la maglietta sopra alla superficie levigata spostando i bellissimi fiori; infine misi le due lettere all'interno di questa legate dalla fascia gialla con la C di capitano.
Tirai un sospiro mentre ogni cellula di me vibrava e tremava implorando per un sollievo dal dolore che le opprimeva.
-"Meredith" Erika si avvicinò a me abbracciandomi con il volto rigato dalle lacrime.
Non ricambiai l'abbraccio per paura di scombussolare il precario equilibrio delle mie emozioni.
-"Come è successo?" Domandai con voce piatta.
-"Era a correre e pioveva e un'ubriaco stava guidando, e c'era una strada sterrata e una curva e la macchina è scivolata. E poi c'era Matteo e lui ecco..." Erika cercò di formulare una frase di senso compiuto senza riuscirci per poi continuare a singhiozzare.
Annuii non volendo sentire altro, lei rimase in piedi accanto a me ritraendo le sue mani e affondando il viso nella sua sciarpa.
Sentii toccare la mia spalla, mi voltai e il volto di Andrea si presentò di fronte a me.
Le sue labbra erano tirate in una linea dritta, i suoi occhi erano fermi e impassibili, mi guardava senza dire nulla. Sembrava che l'espressione dipinta sul suo viso fosse lo specchio della mia. Forse anche lui era divorato dal senso di colpa per quella stessa sera, forse anche lui stava esplodendo per il dolore come me.
Mi abbraccio con delicatezza e poi si mise accanto a me dall'altro lato rispetto ad Erika.
Continuò a guardare il cielo pieno di nuvole nere che minacciava di piovere, spostando talvolta lo sguardo verso di me. Non diceva nulla.
Poi tra il silenzio e le lacrime della gente un tuono squarciò il cielo e una fitta pioggia si riversò su di noi. Non appena fui bagnata dalle gocce fredde dell'acqua il mio corpo non poté più resistere e si abbandonò al dolore più straziante e devastante di tutti, ovvero la consapevolezza.
La consapevolezza che non c'è nessuna via di fuga, che dopo un errore non sono molte le occasioni di rimediare, che il tempo prima o poi finisce e che il treno che ti sei lasciato scappare una, due, tre volte poi non passa più.
La realizzazione che ciò che è stato è stato e che il passato è passato. Che è inutile cercare di vedere ciò che non esiste, cercare di illudersi nella mente di cose che non sono vere.
La consapevolezza che nonostante la tua vita possa essere un'alternanza di gioia e dolore, di perdita e di successo, alla fine il velo nero della morte arriva per tutti e tutti, a partire dal più potente uomo del mondo, saremo ricoperti da metri e metri di terra.
Iniziai a piangere e a gridare, mi tirai i capelli con le mani e caddi con le ginocchia a terra nel fango sporco di quel cimitero.
Desideravo solo tornare indietro o passare avanti, volevo solo smetterla di soffrire, smetterla di provare dolore, smetterla di piangere e di gridare nel vuoto senza essere sentita.
Volevo per una volta avere pace.
Ma forse questa non era questa la vita giusta per vivere felice.
Said goodbye, turned around
And you were gone, gone, gone
Faded into the setting sun,
Slipped away
But I won’t cry
Cause I know I’ll never be lonely
For you are the stars to me,
You are the light I follow.
I will see you again, whoa
This is not where it ends
I will carry you with me, oh
'Til I see you again
I can hear those echoes in the wind at night
Calling me back in time
Back to you
In a place far away
Where the water meets the sky
The thought of it makes me smile
You are my tomorrow
Sometimes I feel my heart is breaking
But I stay strong and I hold on cause I know
I will see you again, whoa
This is not where it ends
I will carry you with me, yeah, yeah
Said goodbye turned around
And you were gone, gone, gone.
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