Streghe
"Sei una ficcanaso, non ti vergogni?"
Io scossi la tessa e feci un sorriso, "Era mio nonno, ho voglia di sapere com'era, visto che non ho avuto la fortuna di conoscerlo".
"Come vuoi che fosse? Era un buffone, come tuo padre. Ogni tanto, quando tornava a casa e mi vedeva di cattivo umore perché ero arrabbiata per qualcosa, usciva di nuovo e andava in osteria. Io lo guardavo dal balcone mentre camminava per la strada e borbottavo. Tornava poi all'ora di cena, mi chiedeva se mi ero calmata e io gli rispondevo di sì", raccontò la nonna con un atteggiamento un po' scorbutico.
A me venne da ridere. "E poi? Cosa gli piaceva fare?"
"Niente. Beveva, giocava a bocce, ogni tanto alla domenica andavamo a passeggiare nei boschi. A un certo punto ci siamo iscritti al C.A.I. e abbiamo fatto delle gite in montagna, solo che poi si è ammalato e allora è rimasto a casa finché non è morto".
Rimasi pensierosa di fronte a queste rivelazioni e, soprattutto, insoddisfatta. Domandai ancora: "Possibile che non avesse altri interessi? Per esempio l'arte o la musica o visitare i musei o qualsiasi altra cosa?"
"No, ai nostri tempi si pensava solo al lavoro e basta. Non si aveva tempo per queste cose inutili. Un paio di volte soltanto mi ha portata al teatro, quando eravamo fidanzati, a vedere delle grandi opere. Però gli piaceva ballare. Ci siamo conosciuti al Mulino, una sera in cui c'era una gran festa. Non ricordo cosa si festeggiasse".
"Uh-uh, nonna, racconta, racconta", mi interessai molto al discorso e già la mia immaginazione ricreò a suo modo la scena.
"Sei proprio una ficcanaso. Una strega", si difese lei.
"Dai, voglio sapere", la supplicai io, facendole gli occhioni dolci.
"No, no, non sono affari tuoi. Strega ficcanaso che non sei altro".
"Non sono una strega, ma una mutaforma".
"Beh, anche le streghe cambiano il loro aspetto. Le masche sanno fare di tutto, ti spiano trasformandosi in gatti o in topi e si intrufolano in casa tua", spiegò nonna Lina.
"Eh? Le masche? Cosa sono?"
"Non sai cosa sono le masche? Diamine, lo sanno tutti!"
"Io no. Cosa sono?"
La nonna sospirò e ritirò le tazze sporche per portarle nel lavello, in cucina. La seguii come un'ombra, in attesa della sua risposta.
"Le masche sono delle streghe, sono dei fantasmi, sono i malanni brutti che ti colpiscono. Ci sono in tutto il Piemonte, lo sai? Persino qui. Hanno un libro maledetto, un libro scritto dal Diavolo in persona, con dentro tutti i sortilegi più maligni che si possono immaginare".
"Ma esiste davvero questo libro?"
"Certo che esiste, ne ho visto uno quando ero piccola. Lo aveva una donnaccia che viveva nella mia stessa via. Nessuno le si avvicinava. Una volta ha toccato il figlio di un nostro conoscente e lo ha fatto morire. Era un neonato tanto bello! Ma quella megera, solo facendogli una carezza, lo ha ammazzato".
"E tu come hai fatto a vedere il suo libro?"
"Sai, da bambini giocavamo a fare le sfide e una volta, gli amici del cortile, hanno mandato me e altre tre o quattro ad avvicinarci alla finestra della masca. Sai che paura che ho avuto! Tuttavia ci avvicinammo, in punta di piedi, attenti e silenziosi. Era estate e per il caldo la finestra era stata lasciata aperta, così ci affacciamo. La vedemmo seduta al tavolo della cucina con in mano un piccolo libricino tutto nero. Sul tavolo c'erano delle ciotole e una candela accesa. Che paura, non farmici più ripensare!"
"Ma stava facendo una magia?"
"Penso proprio di sì. Non ci siamo mica fermati a vedere cosa accadeva, eh! Siamo scappati veloci come il vento e ci siamo rintanati tutti in casa".
"Quindi aveva una libricino nero".
"Sì, era il libro scritto dal Diavolo. Ma adesso basta, ti ho detto, non ne voglio più parlare. Guarda che ora si è fatta, sarà meglio che torni a casa, che tua madre ti aspetta".
Mia nonna non aveva le mezze misure quando si trattava di buttare gli ospiti fuori da casa sua. Raccolsi le mie cose, le feci un bacio e tornai a casa. Mentre camminavo per la strada, raccolsi tutte le informazioni che mi aveva fornito e cominciai a vedere un collegamento, un senso, una possibilità a riguardo della visione che avevo avuto quando Falala mi aveva fatto fare la meditazione.
Il libro delle masche, il libro scritto dal Diavolo. La figura del Diavolo era stata introdotta dal cristianesimo per indurre la gente ad abbandonare la propria religione e abbracciare le fede in Dio. Considerando questo fatto, potevo tranquillamente sospettare che, dentro al libricino nero, c'erano segreti magici legati a culture pre-cristiane e che forse mi sarebbero tornati utili per capire come mai mi trasformavo in diversi animali e perché anche Malcolm, all'improvviso, era diventato a sua volta un lupo.
Rimaneva tuttavia un grande, fondamentale, interrogativo: come facevo a ritrovare quel libricino magico? A chi avrei potuto chiedere per ottenerlo?
Forse avrei potuto domandare ai miei nonni materni se ne sapevano qualcosa a riguardo, oppure chiedere a Falala di farmi fare un'altra meditazione per individuare il luogo in cui cercarlo.
Il flusso dei miei pensieri, così veloce, di grossa mole e travolgente, investì le coscienze dei miei due amici mutaforma, i quali ci misero un po' prima di riprendersi dallo shock che gli avevo causato ed elaborare tutte le informazioni che avevano ricevuto.
"Caspita, Malia, puoi pensare un po' meno velocemente? Mi sento tutto stordito", si lamentò Malcolm.
"Scusa, non l'ho fatto apposta", risposi io.
"Comunque sono tutte cose molto interessanti. Hai visto che anche voi avete delle leggende e tradizioni? Ti lamentavi che in Africa abbiamo conservato molta conoscenza popolare, mentre in Italia si è perso tutto, invece ti sbagliavi di grosso e, questa, è una cosa molto positiva", commentò Malik.
"Ne sono contenta. Stasera ci vediamo al fiume, come al solito, così ne parliamo direttamente", conclusi io, mentre giravo la chiave nella serratura della porta di casa.
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