Capitolo 4
Non mi è mai piaciuta la religione, né tanto meno la chiesa. Era da anni che non ci entravo, e non avrei mai immaginato di entrarci per il funerale di mio padre. Ancora non mi capacito di come sia possibile e non credo che me ne farò mai una ragione.
Fa così freddo qui dentro. Vorrei che ci fosse Jordan a scaldarmi adesso, ma lui non c'è. La chiesa è piena di gente di cui io ne conosco a malapena la metà. C'è chi piange, e chi rimane impassibile al dolore. Poi c'è mia madre, buttata a terra, aggrappata alla bara. La ferita è ancora troppo fresca per lei, il dolore la sta uccidendo.
Mi sento a disagio, rispetto a tutti sembro quella più serena e calma. Apparentemente sembra che io stia bene e non provi dolore, eppure l' apparenza inganna. Il dolore mi sta divorando dentro, il buio mi risucchia, ma sto bene.
La cerimonia per salutare papà è iniziata da circa venti minuti, ma io non voglio salutarlo, se lo farò lui se ne andrà per sempre! Cosa dico? Lui se ne è già andato e senza salutarmi!
Mi manca l' aria e ascoltare persone che quando era ancora in vita non hanno fatto altro che odiarlo e parlarne male ora stanno a pronunciare frasi strappalacrime, mi fa innervosire ancora di più! Che ipocriti!
Esco fuori, tanto nessuno se ne renderà conto. Mi siedo su una panchina per rilassarmi un attimo, ma qui fuori da sola riesco solo a pensare a cose negative.
« Ehi, come ti senti?»
Mi giro, vedo Rebecca, Tom e Luky. Forse qualcuno si è reso conto della mia assenza.
«Bene tranquilli,avevo solo bisogno di un po' di aria fresca.»
Siamo così abituati a dare come risposta un "bene",anche quando nn è così, a nascondere la verità, tanto da rispondere "bene" anche quando si ha solo voglia di non svegliarsi più dal sonno eterno. Cerchiamo di nascondere la verità a noi stessi perchè abbiamo paura di affrontare la realtà dei fatti. Io ho paura di affrontare ogni minuto che passa senza papà accanto, eppure dovrò andare avanti così per una vita intera.
Non è vero che si riesce a fare a meno delle persone, non si può dimenticarle, si impara solo a farne a meno, si ci fa l' abitudine. Mi manca Jordan che è vivo, figuriamoci mio padre!
«Vuoi parlare? Hai bisogno di qualcosa? Noi ci siamo..»
«Grazie, ma ho bisogno di stare un po' da sola!»
Finalmente stanno rientrando in chiesa e posso stare sola. Abbasso la testa, la tengo fra le mani. Fisso il cemento a terra. Sento le urla di mia madre. Ho i brividi. Sembrano così reali, ma sono solo il ricordo di una domenica che non scorderò mai. Domenica 12 Febbraio!
Vedo papà, poi una macchina... BUM! Il buio! Papà inerme, bloccato nella macchina. Mi scende una lacrima, ma non sono io ad asciugarla.
Alzo la testa. É Jordan.
Non mi sento felice, non potrei mai esserlo, ma sono sollevata nel vederlo.
Si è seduto accanto a me. Non lo vedevo da tre giorni, dal giorno prima dell'incidente. Ormai sembra che il nostro luogo preferito per incontrarci sia una panchina. Ci guardiamo in silenzio.Vorrei abbracciarlo e placare il male che ho, anche solo per un momento. Non riesco più a trattenermi! Mi stringo forte a lui. Non se l'aspettava,è molto sorpreso, ma allarga lo stesso le sue braccia e le stringe attorno a me.
Sento il calore del suo corpo passare al mio e per un momento dimentico tutto e mi lascio andare sul suo petto. Mi accarezza la guancia, i capelli, è così dolce! Scoppio a piangere. Avevo bisogno di sfogarmi, dovevo solo trovare la persona giusta.
«Ehi, piccola, non piangere...»
È la cosa più stupida che mi potesse dire , ma si sta sforzando di parlare e lo apprezzo. Mi scappa un sorriso. Mi rende felice anche solo un suo sguardo, un suo sorriso. Sta prendendo una sigaretta, l'ha appoggiata tra le labbra. Fa un tiro e lascia uscire il fumo.
«Vuoi provare? Ti sentirai meglio!»
Forse dovrei provare, magari mi sentirò davvero meglio.
Prendo la sigaretta, l' avvicino alle labbra, aspetto un po'. Sono incerta se farlo o meno.
«Tranquilla, non succederà nulla, al massimo ti potrà girare un po' la testa!»
Aspiro. Rischio di affogare. Non pensavo di fare così il mio primo tiro, ma sarà il primo di una lunga serie. Anni di moralità buttati così, anni a dire e pensare quanto facesse male il fumo, a ripetere che non avrei mai toccato una sigaretta ed eccomi qua anche io, seduta su una panchina a fumare.
Tossisco un po'. All' inizio il sapore è di bruciato, ma dopo un po' passa e mi sento rilassata. Non è terribile come pensavo.
«Hai visto che non è successo nulla? Ti piace?»
«Non è male!»
Sorride con aria soddisfatta, come se avesse inventato una nuova teoria sull'universo. Lo guardo e rido anche io come una bambina, una bambina innamorata.
É passata un' ora da che sono uscita. Dovrei rientrare. Ho abbandonato mia madre quando ne aveva più bisogno. Che razza di figlia sono?
Rientro in chiesa, c'è un aria così tesa. È il momento delle condoglianze. Vorrei poter scomparire, ma devo affrontare la realtà.
Salgo con mia madre sull' altare e uno ad uno ci vengono a fare le condoglianze. È un momento terribile. Vorrei poter gridare e dire che non me ne frega nulla delle loro parole, ma non posso fare una scenata proprio ora. Trattengo le lacrime. Ora che non c'è papà qualcuno dovrà essere forte in famiglia, e quel qualcuno non è di certo mia madre.
Sono le diciotto, finalmente è finito il tutto e possiamo tornare a casa. Prendo mamma per mano,singhiozza ancora. Devo tranquillizzarla.
«Tranquilla, ce la faremo. In un modo o nell' altro, insieme ce la faremo. Lui è sempre con noi e non ci abbandonerà mai!»
Okay, non credevo neanche io in queste parole quando le ho dette, ma di solito è questo che si dice per far calmare qualcuno no?
Mamma mi guarda, ha gli occhi lucidi. Mi lascia la mano e mi abbraccia!
« Sei proprio come tuo padre: una guerriera! Sei il mio unico grande tesoro e ti custodirò meglio di come ho saputo fare con lui!»
Non mi ha mai detto tali parole. Mamma non è mai stato un tipo molto affettivo, è difficile che lei dimostri ciò che prova e ora lo sta facendo per la prima volta.
"Sei una guerriera, come tuo padre". Sentendo queste parole mi emoziono. Non mi aveva mai paragonato a lui e non pensavo che lo avrebbe mai fatto, tanto meno in una macchina, in questo momento. Forse un dolore del genere può solamente unire di più una famiglia. C'è chi crede che queste disgrazie possano solo dividere e sfasciare una famiglia, probabilmente è vero, sopratutto all'inizio, ma poi per superare una cosa del genere si crea un legame così forte che la famiglia si riunisce, certo non sarà mai la stessa ma avrà un legame non indifferente.
Per il resto del viaggio di ritorno a casa rimaniamo in silenzio, proprio come la notte dell'incidente nella stanza dell'ospedale. A volte un silenzio vale più di mille parole.
Entriamo in casa. È la prima volta che lo facciamo da quando non c'è più. I giorni precedenti siamo rimaste in ospedale perchè mamma ha avuto delle fratture dall' incidente e quindi siamo rimaste lì per gli accertamenti.
È strano, sembra tutto così vuoto e spento, proprio come le nostre vite. Ogni cosa che guardo mi ricorda di lui. Sospiro, mi giro, vedo mamma con una loro foto del matrimonio in mano, non riesce a trattenere il dolore, è così fragile. D'ora in poi sarò io a dovermi prendere cura di lei e proteggerla da tutto, proprio come faceva lui!
Sono passate due settimane dalla sua morte. Due settimane da che non vedo e non sento Jordan. Due settimane da quando mia madre ha cominciato a prendere pillole per la depressione e sonniferi per la notte. La vita sta prendendo una strana piega e io gliela sto facendo prendere.
Sono le sette del mattino di sabato e mi sto preparando per la scuola. Dopo tutto la vita continua, nel bene e nel male. Se c'è una cosa che ho imparato è che ogni minuto sprecato a deprimerci non ci verrà mai più restituito. È meglio vivere al pieno la nostra vita perchè non sapremo mai quando la morte si presenterà alla nostra porta e dirà "GAME OVER".
Fuori inizia a fare caldo, si sta avvicinando marzo e con lui la primavera e le belle giornate.
Ti ricordi papà?
Quando a sei anni mi portavi al parco e mi spingevi sull'altalena, e io gridavo più veloce! Più veloce!...
Arrivo alla fermata. Mi siedo ed aspetto il pullman. Alzo gli occhi, il cielo è terso, gli uccelli cantano, una coccinella si posa sul mio dito... papà amava gli insetti e la natura.
Nonostante non passassimo molto tempo insieme a causa del suo lavoro che gli rubava molto tempo, trovava sempre il tempo per me e la mamma. Ricordo di quella domenica, avevo più o meno 10 anni e decidemmo di andare in campagna. Io ero super entusiasta all'idea si andare in un prato verde pieno di fiori, mamma un po' meno, non riusciva mai a godersi questi piccoli momenti, per me importanti. Dava sempre troppa importanza a cose stupide e superficiali, papà invece si buttava con me nell' erba, è lui che mi ha insegnato a fare le capriole proprio quel giorno. Immaginate un omone grande, con capelli castani rotolarsi in un prato. Rido solo al pensiero. E nel frattempo immaginate anche una donna sui tacchi che camminando a stento sull' erba, urla disperatamente di smetterla e di andarcene: mia madre.
Mi rimane solo questo, semplici e stupidi ricordi, a cui non davo neanche importanza poco tempo fa, ora sono come oro chiusi in uno scrigno.
Salgo sul pullman. Jordan non c'è. Non prende più il mio pullman da circa una settimana. Deve smetterla di entrare ed uscire dalla mia vita come se nulla fosse, non può continuare così, non ora. Non posso avere anche problemi con lui. Per il momento devo già sperare di tornare a casa e di non trovare mia madre morta in qualche modo.
Mi fa paura il fatto che io l' abbia pensato, ma sopratutto l'umorismo che ho usato. La cosa peggiore è che è uno scenario così realistico...da quando è morto, peggiora ogni giorno di più, non riesce a farsene una ragione, non prova neanche ad andare avanti, è così depressa che rischia di fare qualche cazzata.
Tornando a Jordan dovrebbe essere lui a farmi stare meglio e invece mi rende ancora più fragile e vulnerabile. Dopo il giorno del funerale non l' ho più visto, abbiamo parlato molto per messaggi è vero, ma io ho bisogno delle sue carezze e comunque ora saranno tre giorni che non lo sento.
Sabato scorso non sono uscita, non mi sembrava il caso di lasciare sola mia madre a casa. Non ho idea di cosa abbia fatto Jordan, devo ancora chiedergli cosa ha fatto il sabato che dovevamo vederci.
Forse sono troppo paranoica. Non siamo nulla io e lui è vero ma è comunque mio, credo.
Sono già arrivata a scuola. Wow. Ormai vengo risucchiata talmente tanto dai miei pensieri che non mi rendo conto del tempo che passa.
Mi sto isolando da tutti ma credo sia normale, ho bisogno dei miei spazi. E poi sono tutti così apprensivi e dispiaciuti, tutti che mi compiangono. A me fanno venire solo il vomito per la falsità, darei a tutti il premio per la miglior interpretazione per il vittimismo mostrato, grazie grazie.
« Ehy Luky hai una sigaretta?»
Ah si, non avevo specificato, ho cominciato a fumare. Non lo trovo più tanto male e mi rilassa molto, sopratutto in questo periodo.
Fa male fumare, lo so, ma prima o poi dobbiamo morire di qualcosa, raggiungerò prima papà forse...
Accendo la sigaretta, tra cinque minuti suonerà la campanella, non ho studiato praticamente nulla, ma fa niente tanto ormai anche i prof quando mi vedono mi elemosinano i voti. Questa cosa mi manda in bestia, ma non ho voglia di discuterne.
Siamo in cerchio io, Luky, Tom e Rebecca, i soliti. Ormai siamo abituati a fumare tutti insieme.
É quasi un rituale antistress. Tutto normale .
Passano le ore, Rebecca mi racconta di Frank e che ancora non è successo nulla tra di loro, Luky mi racconta che tra lei e l' amico di Tom, Dav, è finita. Mi giro a guardare Tom mentre lei mi racconta della rottura, e noto il suo sorriso. In questi momenti mi rendo conto di essere ragazzina anche io e di avere solo quattordici anni e dovrei essere semplicemente spensierata come tutti, ma non è così purtroppo.
È suonata anche l' ultima campanella della giornata. Vado verso la fermata, da una parte vorrei incontrare Jordan, ne ho bisogno , dall' altra parte no, mi rende troppo emotiva.
Non c'è. Sono sollevata. No, non lo sono, anzi mi tormenta il fatto che io non sappia dove sia e cosa faccia.
Torno a casa, apro la porta e trovo mamma seduta sul divano a fissare il vuoto. È abbastanza inquietante come scena, da un po' di tempo a questa parte passa le giornate così, sperò che ricominci a vivere presto, lo spero per lei.
Mi siedo accanto a lei e le racconto la mia giornata a scuola per farla distrarre. Di solito avrebbe cominciato a contestare qualunque cosa avessi detto, ma ora non lo fa più si limita a guardarmi e ad annuire. Mi mette una tristezza unica. Questa non è mia madre, ridatemi quella donna insopportabile che detestavo tanto. Questo è solo il suo corpo senza anima.
Pranziamo insieme e cerco di strapparle qualche altra parola, provo anche a farla sorridere ma è tutto inutile.
Dopo pranzo decido di uscire, almeno per qualche ora. Ho bisogno di svagare un po' la testa altrimenti finirò come mia madre, chiusa in questa stanza piena di ricordi. Domani proverò a convincerla ad uscire un po' insieme, userò la scusa dello shopping anche se lo ho sempre odiato, lo faccio sol per lei.
Comincio a prepararmi, metto qualcosa che trovo nell' armadio, non ci tengo ad essere bellissima tanto so che non lo vedrò, quindi mi ci preparo già psicologicamente almeno.
Sono le diciassette, prima di uscire avviso mia madre che tornerò per le diciannove.
Mentre aspetto il pullman mi accendo una sigaretta e mi torna in mente Jordan, se non fosse per colpa sua ora non fumerei. Sarei capace di dargli la colpa di tutto. Ecco finalmente sono arrivate Rebecca e Luky a distogliermi dai miei pensieri. Ultimamente devo dire che andiamo più d' accordo del solito. Ho stretto molto con Rebecca, anche con Luky devo essere sincera mi son riavvicinata molto, è la mia migliore amica, la mia metà, come non potrei?
Oggi Tom non c'è, siamo solo ragazze, meglio. Giriamo un po' per negozi cosa che io odio fare, ma sopporto in silenzio.
«Guardate c'è Frank!»
Rebecca lo ha gridato così forte che probabilmente l' avrà sentito anche lui! Io e Luky la spingiamo verso di lui e gridiamo:«Ehi Frank!»
Da lì ci allontaniamo e li lasciamo soli. Andiamo nella villetta, ci mettiamo su un' altalena, fumiamo una sigaretta e cominciamo a parlare.
«Ora siamo sole, puoi dirmi come va..»
Sarò sincera con lei, ho bisogno di esserlo con qualcuno e dopo tutte le cazzate che ci uniscono, non dubito più di lei.
«E' difficile, è più che difficile, sono sola!»
« No, non lo sei, ci son io con te! »
« Si, ma tu non sei mio padre! E per di più mia madre dà i numeri, non ragiona più! Jordan non è minimamente di aiuto in tutto ciò!»
Luky mi guarda. Forse sono stata troppo dura e diretta, non è colpa sua di tutto ciò e non può neanche capire cosa si prova, ma sta provando a farlo e sta cercando di starmi vicina. Devo smetterla di essere così acida e diretta!
Sono le diciannove , devo tornare a casa. Vorrei rientrare a casa e trovare mamma felice che cucina, i fiori e i cioccolatini sul tavolo e papà seduto sulla poltrona. Posso solo immaginarlo, purtroppo.
Apro la porta, mamma è ancora seduta lì dove l' ho lasciata pomeriggio. Non so cosa fare per farla riprendere. Papà non tornerà mai, prima o poi lo dovrà accettare a meno che vorrà passare la sua vita così, messa in pausa su quella maledetta notte.
Sono le tre, sto sudando freddo. Devo aver fatto un altro brutto sogno. Mi alzo, vado in cucina a bere un bicchiere d' acqua. Mamma dorme sul divano, non ha più dormito nel letto matrimoniale senza di lui.
Guardo il telefono.
"E' morto."
Mi cade il bicchiere, per fortuna era di plastica e non ha fatto rumore.
Mi fa male la pancia. É come se mi avessero appena tirato un pugno. Sento il vuoto, proprio come quella notte. Mi sento male, devo vomitare, devo scaricare la tensione.
Mi sale un conato. Vedo la faccia dell' uomo che l' ha ucciso. Mi libero. Torno in cucina, mi gira la testa. I minuti sembrano non passare stanotte e mi sta assalendo il panico, il buio inizia a farmi paura. Vedo distorto, forse per lo sforzo di aver vomitato.
Prendo un altro bicchiere d' acqua, chiudo il frigo. Papà!
Sono davvero spaventata. Ora ho anche le allucinazioni! Mi manca così tanto che lo sogno ad occhi aperti. Devo smetterla di sfogare la rabbia con il vomito finirò per ammalarmi in questo modo e non posso perchè ho giurato che mi sarei presa cura di mia madre.
Esco dalla cucina e vado in salotto dove lei sta dormendo. Sembra essere tranquilla quando riposa, almeno lei riesce a farlo.
Mi stendo accanto a lei, mi accuccio sul suo grembo.
«Ho bisogno di te mamma, non mi abbandonare.»
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