41. Fine
Quando Evander si svegliò, vide attorno a sé tutti coloro che aveva creduto di aver perso per sempre, più altre persone che non conosceva.
Nessuno si era accorto che lui avesse aperto gli occhi: erano tutti presi dalla loro animata conversazione.
Evander era rimasto talmente sconvolto, che non riusciva a parlare, né a muoversi: tutto ciò che riusciva a fare era guardare coloro che aveva attorno, senza capire i loro discorsi.
Evander percepiva alcuni brandelli della loro conversazione, senza comprendere nulla: parlavano di un certo Mida, che sembrava scomparso e di un Sommo Monaco che sarebbe venuto presto in visita.
Ma Evander non riusciva a capire.
Lui non poteva trovarsi realmente lì.
Nella realtà, lui era in una buia sala della Fortezza di Confine, sdraiato su una poltrona per subire la sua prima punizione, con le orecchie che fischiavano e il corpo che tremava proprio come fosse sul punto di smaterializzarsi per effetto del teletrasporto.
Si guardò attorno, confuso.
Si sentiva bombardato da un'infinità di informazioni che non riusciva a conciliare con i suoi ricordi.
Il suo corpo presentava tatuaggi neri simili a fiamme: quando glieli avevano fatti?!
E Jayden... La ricordava più giovane... diversa. E, cosa ancora più incredibile e sconcertante, sembrava incinta!
E Wyn? Anche lui era tatuato e, soprattutto, non indossava la divisa!
E chi erano quegli altri tre endar, anch'essi senza divisa?!
Uno di loro aveva un'aria familiare: quella carnagione pallida e quei capelli biondi... Gli ricordavano qualcosa.
E perché ai piedi del suo letto c'era nientemeno che il capitano degli endar in persona, che lo stava fissando?!
Doveva per forza essere lui: Evander lo aveva visto più volte sugli schermi televisivi dell'accademia.
Evander sussultò nel vederlo, spaventato.
Sgranò gli occhi, ma non distolse lo sguardo da lui.
Quest'ultimo continuò a guardarlo per qualche secondo, senza interrompere quello sconcertante contatto visivo.
Poi Evander lo vide alzare un braccio come per far tacere gli altri e, mentre ancora lo guardava fisso, gli sentì dire: «Zitti! Si è svegliato».
Il silenzio piombò sulla stanza.
Evander si sentì lo sguardo di tutte quelle persone addosso.
Aveva mille domande, ma non riusciva a dar loro un ordine.
Poi, la più pressante di tutte si fece largo tra le altre e gli salì alle labbra prima che potesse cacciarla indietro.
«Jayden», mormorò: «Tu sei incinta?!».
Jayden rimase a bocca aperta, in imbarazzo: sembrava non riuscire a trovare le parole per rispondere alla sua domanda.
Rispose: «Sì, io...».
Evander comprese il suo imbarazzo.
Scosse la testa con forza, sentendo una fitta di gelosia allo stomaco e disse, tristemente: «Perdonami, non... non sono affari miei...».
Jayden voleva rispondergli, ma non sapeva come fare. Nessuno sembrava in grado di dir nulla.
Evander si guardò ancora attorno. Quella situazione era surreale! Perché tutte quelle persone lo fissavano con quell'aria compassionevole?!
Fra tutti quei volti, Evander ne vide uno che gli parve rassicurante: era l'ultimo volto amico che aveva visto prima di entrare a fare la punizione. Si rivolse a lui:
«Wyn, ma cosa diavolo ci faccio qui? Tutto questo... sta succedendo davvero, o lo sto solo immaginando?!».
«Non lo stai immaginando: è la realtà, Evander» gli rispose Adalwin. Evander fu sorpreso di sentirlo chiamare con il suo vero nome. Come lo aveva scoperto?
«Hai subìto un'amnesia» disse infine Allen.
«Un'amnesia?!» esclamò sconcertato Evander.
In effetti, questo poteva spiegare molte cose.
«Spiegati meglio, Allen... Che cosa è successo, che io non ricordo?!».
«Evander... sono accadute molte cose... Moltissime...!» rispose Zora.
«Perché il capitano degli endar è qui?» la interruppe Evander, ricordandosi del Ragno e tornando a fissarlo con sospetto.
Tutti guardarono quest'ultimo, come per invitarlo ad uscire.
Yvnhal annuì: sul suo volto un'espressione cupa comparve mentre l'excapitano degli endar mormorò: «Ho capito: non sono il benvenuto. Me ne vado: il bene di Evander viene sopra a tutto».
Detto questo, Yvnhal se ne andò.
Con grande riluttanza, anche Vork uscì dalla stanza, lanciando un'ultima occhiata a Evander, rattristato.
Cassian non uscì, ma si fece da parte, indietreggiando di qualche passo.
Taide scosse la testa con rassegnazione e, appena prima di uscire dalla stanza, disse: «A dopo, Fenice».
Reymond, con un sospiro, fece per seguirli, convinto che Evander non lo avesse riconosciuto.
«No!» esclamò Evander.
Reymond si bloccò sulla porta. Lentamente, si voltò.
Evander lo guardò socchiudendo gli occhi. Dopo un momento, esclamò: «Reymond... Sei proprio tu?!».
Reymond, commosso, sorrise: «Sono io, pellerossa!».
«Pensavo che non ti avrei mai più rivisto!».
Evander non poteva credere ai propri occhi: «Pensavo che non avrei mai più rivisto nessuno di voi! Ed ora siete di nuovo qui, di fronte a me! Non riesco a credere che questo succeda davvero!».
«Evander... Sono passati quasi otto anni, da quando tu sei stato portato alla Fortezza» mormorò Jayden.
«Otto anni?!» esclamò Evander con orrore. «Vuoi dire che ho dimenticato tutto quello che è successo in questi otto anni?!».
«Sì. E sono successe moltissime cose» ripeté Zora.
Evander tornò a guardare Jayden e il suo ventre, rattristato: «Questo spiega...». Si morse la lingua, per impedirsi di continuare lafrase.
Lui credeva di essere stato via solo pochi mesi, ma in realtà era stato via otto anni. Era normale, che Jayden fosse andata avanti: d'altronde, non era mai stata innamorata di lui. La vita continua... E lui se ne era perso un bel pezzo.
Alla felicità di scoprire che non era più alla Fortezza, si sostituì l'angoscia di non sapere chi era diventato, e che cosa i suoi amici erano diventati mentre lui era scomparso. Quante brutte sorprese avrebbe avuto, ancora? Si costrinse a mostrarsi impassibile, ma dentro di lui era una tempesta.
«Qualcuno potrebbe... farmi un breve riassunto?!» mormorò a fatica.
Zora scosse la testa: «No. È troppo presto, non dobbiamo dirgli tutto subito!».
Sentendo quelle parole, Evander si agitò ancora di più. La guardò con decisione: «Zora, io devo sapere!».
Jayden aprì bocca, ma non riusciva a parlare.
Adalwin le mise una mano sulla spalla e le disse: «Ci penso io, Jayden».
Poi si avvicinò a Evander e gli disse: «Prima di spiegarti cosa è accaduto, vorrei presentarmi, se per te va bene. Tu conosci solo il mio nome da endar, ma ora voglio dirti chi sono davvero».
Evander annuì.
Il fratello gli porse la mano dicendo: «Io sono Adalwin, Evander. Piacere di conoscerti, anche se per la seconda volta».
Evander lo guardò con occhi sgranati.
Non poteva credere alle sue orecchie: e, quindi, l'apprendista endar Wyn era suo fratello Adalwin?!
Cercò di calmare la propria agitazione, sapendo che doveva essere piuttosto evidente.
Poi strinse la mano che Adalwin gli porgeva, ma non osò dir nulla.
Adalwin sorrise: «Evander, non devi più nascondere la tua vera identità: non è più un segreto per nessuno, ormai. In questi otto anni, hai compiuto il tuo destino. Quel destino del quale credevi di non essere all'altezza è stato realizzato ed è tutto merito tuo. Hai salvato il popolo, hai sconfitto Vlastamir, hai sciolto l'Ordine degli endar una volta per tutte ed ora, se lo vorrai, il trono dell'Impero di Triplania potrà essere tuo, principe Alekym, fratello mio».
Evander rimase paralizzato dalla sorpresa.
«L'ho fatto davvero?» chiese, dopo un paio di minuti.
Zora annuì:
«Sì, fratello. La battaglia finale si è conclusa stamattina. Tu hai sconfitto gli endar, Vlastamir è rimasto ucciso, Yvnhal si è pentito e ti ha giurato fedeltà. Il peggio è passato, ormai, Evander. Ora sei libero».
Evander non osò credere a quelle parole.
La libertà?
Era ciò che aveva sperato da sempre, ed ora gli si presentava come un regalo inaspettato della sorte, un regalo che aveva meritato senza fare alcuna fatica, perché la fatica l'aveva fatta un altro, e lui non ne serbava alcuna memoria.
Poteva essere vero?
«Sei stato nominato imperatore stamattina dal Sommo Monaco in persona» disse Allen.
Evander provò una fitta di delusione.
No: non era affatto libero. Doveva salire sul trono, e quella era una prigione proprio come la Fortezza di Confine.
«Ah» mormorò deluso: «Allora, il mio destino è appena incominciato».
«Non sei costretto a governare, Evander» disse Zora. Gli si avvicinò sorridendo: «Non ho voluto dirlo a nessuno, perché non volevo crederci. Fino ad un'ora fa ti credevo morto... Ma ora che sei vivo, posso dirlo senza alcuna paura!».
«Di che cosa parli, Zora?» chiese Adalwin, confuso.
«Evander, io lo so che tu non desideri salire sul trono: e non sei costretto a farlo. Prima di perdere la memoria, hai dichiarato che il popolo non dovrà mai più avere dei tiranni come nostro fratello Vlastamir sul trono. Hai sciolto l'Impero ed hai dato ordine di creare un parlamento. Il Sommo Monaco ha acconsentito a diventare presidente, almeno finché la situazione non si sarà stabilizzata. Quindi, io ho da farvi una proposta... Ho avuto una visione... proprio come nostra madre Cassarah. Ho fatto una scoperta che potrebbe cambiare le sorti dell'umanità: nella mia premonizione, Evander, noi saremo i primi a mettere piede sulla superficie di un pianeta che diventerà la nuova culla della nostra specie. Ho già iniziato a cercarlo ed ho trovato una rotta... Quando ti ho visto cadere sotto al pugnale di nostro fratello, temevo fosse solo un'illusione, ma tu sei vivo! Il mio sogno potrebbe ancora realizzarsi! Mi seguireste, in questa spedizione? Potrebbero volerci anni, ma... è quello per cui siamo nati. Quello per cui tu sei nato, Evander!».
Evander la guardò con gli occhi che brillavano.
Reymond gli disse: «Avanti, Evander: non lo ricordi? É sempre stato il tuo sogno!».
Sì, era vero: era il suo sogno.
«Sì, Zora, ti seguirò fino ai confini dell'universo!» rispose sorridendo.
Zora, contenta, lo abbracciò.
Ma, dopo che l'entusiasmo del momento si fu placato e Zora si fu staccata da quell'abbraccio, Evander tornò improvvisamente cupo.
C'era ancora una cosa che gli provocava un'amara stretta al cuore.
Si girò verso Jayden e le disse:
«Jayden, puoi dirmelo adesso... Non temere di causarmi un dolore. Anche se per me sono passati solo pochi mesi dal giorno in cui ti ho detto che ti amo, so che per te sono passati anni. Ed è giusto che tu sia andata avanti. Lo capisco... Quindi, Jayden, rispondi senza imbarazzo e scusami se ti faccio questa domanda per la seconda volta, ma io... ho davvero bisogno di saperlo! Chi è il padre?».
Jayden aveva avuto paura che quella rivelazione mettesse in crisi Evander, e non aveva avuto il coraggio di dirglielo prima, ma quelle parole la convinsero che lui ne sarebbe stato felice.
Rimase un momento in silenzio, poi disse:
«Evander, il padre sei tu».
Lui impiegò qualche istante, per riprendersi da quella inaspettata rivelazione.
Non riusciva ad immaginare come quel figlio potesse essere suo. O, forse, invece, ci riusciva?
E, se quel figlio era suo, allora... Jayden lo amava?
Evander non poté nascondere la gioia che provò quando si riconciliò con quella prospettiva. Senza parole, volle tentare di alzarsi ed andare da lei, nonostante il suo corpo fosse dolorante e pesante come schiacciato sotto ad una pressa.
Jayden gli risparmiò la fatica, avvicinandosi.
Con un gran sorriso, Evander la abbracciò e le disse, sottovoce: «La sorte mi ha fatto due regali meravigliosi ed inaspettati! Ma almeno uno dei due... vorrei potermi ricordare come sono riuscito a guadagnarlo! In futuro, forse... potremo rimediare».
Jayden sorrise ed arrossì.
Dopo un momento, imbarazzata, disse: «Evander, forse tu ancora non conosci mio padre...?».
Evander, sorpreso, si morse la lingua ed alzò lo sguardo sull'uomo che, evidentemente a disagio per quella situazione, si fece avanti per dargli la mano.
«Piacere di conoscerti di nuovo, Evander. Io sono Cassian, il padre di Jayden».
«Il piacere è mio, signore» rispose Evander, lanciando un'occhiataccia veloce a Jayden per non averlo avvertito.
«Sei fortunato, ho superato la fase del padre geloso, anzi, sto già passando alla fase "futuro nonno"» gli rispose Cassian sorridendo. «E voglio che sappiate che approvo la scelta di Jayden: avete dato prova di voi, Evander, e non una sola volta».
In quel momento, Taide sbucò dalla porta.
Aveva evidentemente origliato fuori dall'infermeria, in attesa che venisse il momento delle presentazioni. Appena entrata, si mosse avanti per presentarsi a Evander: «Io, invece, sono Taide. Ti faccio un veloce riassunto dei nostri trascorsi: ti ho odiato per più tempo di quanto ti ho voluto bene e tu mi hai spedito nel nulla su una capsula di salvataggio... ma adesso sei per me come un fratello! Piacere di conoscerti, Fenice!».
Evander, spiazzato, rispose: «Piacere... almeno credo. Ma... perché mi hai chiamato 'Fenice'?».
«Dovrai abituartici, Fenice. Gran parte del popolo ti ricorda con questo nome, da quando sei stato nominato successore di End Yvnhal» rispose lei, alzando le spalle.
Gli altri le rivolsero un'occhiataccia di rimprovero.
«Successore di Yvnhal?!» esclamò disgustato Evander, dimenticandosi che quest'ultimo era proprio fuori da quella stanza. «Non posso essere stato successore del Ragno!».
«La mia fama mi precede, vedo».
La voce cupa di Yvnhal, che stava rientrando in quel momento, fece sussultare i presenti, che non riuscivano ancora ad abituarsi alla sua presenza.
Il Ragno si avvicinò lentamente e gli disse: «Evander, non ho alcun diritto di chiedervelo, ma vorrei... che voi poteste prendere in considerazione l'idea di ricominciare da capo».
Evander lo guardò storto per qualche secondo, poi si rivolse agli altri: «Dovrei ascoltarlo?».
Jayden guardò Yvnhal per qualche istante, pensierosa. Poi, sempre guardando l'ex capitano degli endar con un'espressione che pareva dire: "attento a te, se tradirai di nuovo la nostra fiducia", rispose:
«Sì, io credo che possiamo dargli una seconda possibilità».
Yvnhal la ringraziò tacitamente di quelle parole ed annuì a quel silenzioso avvertimento.
Evander gli disse: «Siete fortunato, capitano degli endar: mi fido di Jayden. Piacere di fare la vostra conoscenza».
Yvnhal gli strinse la mano, commosso. Poi, mormorò: «Il piacere è tutto mio, credetemi!».
In quel momento, Evander parve ricordare una cosa.
Preoccupato, si guardò attorno come in cerca di qualcuno.
Dopo lunghi istanti, osò chiedere:
«Allen, dov'è Kaleb? E... Yan?! Dov'è Yan?!».
Allen rimase muto, con un'espressione che non lasciava dubbi.
Angosciato, Evander non osò ripetere la domanda.
Fu colto da un altro dubbio.
Si guardò attorno con ansia. Fece una pausa, prima di dar voce al suo panico improvviso.
Finalmente, trovò il coraggio per far quella domanda che gli bruciava nel cuore:
«Adalwin, Zora, dov'è... nostro padre?».
****
E così, suo padre era morto.
L'uomo che lo aveva messo al mondo e che gli era stato tenuto lontano per un'intera esistenza non esisteva più. E lui non aveva fatto in tempo a conoscerlo.
O meglio, lo aveva conosciuto, ma non ne serbava il ricordo.
Evander cercò di cacciar giù il rimorso, misto ad un vago senso di colpa per quell'involontario oblio.
L'unica sua consolazione era che suo padre aveva saputo la verità su di lui prima di morire.
Forse era meglio che lui non ricordasse.
Almeno, Evander non avrebbe potuto sentirne la mancanza come i suoi fratelli. Essi piangevano la scomparsa di una persona reale; lui, invece, sentiva l'assenza di un pensiero che non aveva fatto in tempo a prendere forma e concretezza nella sua memoria e nel suo cuore.
I suoi fratelli pregavano di dimenticare al più presto quell'intollerabile dolore; lui, invece, l'aveva dimenticato ancor prima di averlo patito: la sofferenza dei suoi fratelli a lui era stata risparmiata.
Non gli era stato risparmiato, invece, il dolore di scoprire che Yan e Kaleb erano morti nella battaglia finale contro gli endar.
Entrambi avevano subito una morte rapida e brutale nel furore della battaglia, ed erano stati vendicati da Allen.
Per quanto orribile da ammettere, il vuoto che essi lasciavano nel suo cuore era più grande di quello lasciato dal padre: in fondo, a quest'ultimo Evander ci era abituato da quando aveva solo tre anni.
Inoltre, gli era stato detto che l'uomo che lo aveva sottratto alla morte era deceduto dopo essersi infettato per errore con lo stesso veleno dal quale aveva salvato Evander.
Doveva la vita ad un uomo di cui sapeva solamente il nome ed il grado di parentela: Mida, suo zio.
Tuttavia, un modo per conoscere suo padre e suo zio, anche se indirettamente, esisteva.
Con l'evidente disapprovazione di Yvnhal, Adalwin gli fece vedere la video-registrazione del mancato matrimonio fra Vlastamir e Jayden.
Nel piccolo schermo, Evander poté scorgere un pezzo importante della propria vita dimenticata. E, suo malgrado, ebbe la sensazione di spiare di nascosto la vita privata di un estraneo: come qualcuno che sbirci attraverso il buco della serratura.
Vide sé stesso, vestito da endar ed avvolto nel mantello della Fenice, dichiarare la propria vera identità al popolo di Triplania in diretta universale e mostrare a tutti il suo segretissimo tatuaggio.
Per un momento, Evander provò un involontario senso di paura e di vergogna nel vedere quel tatuaggio brillare alla luce del sole, di fronte all'intero popolo: era sempre stato abituato a nasconderlo a tutti.
Poi vide sé stesso abbracciare il proprio vecchio padre e sentì una cocente invidia nei confronti di quell'uomo che gli assomigliava in tutto, ma che al tempo stesso era totalmente estraneo. Tuttavia, l'invidia si sciolse, ed il suo cuore fu scaldato da un conforto mai provato prima, quando vide negli occhi del vecchio imperatore la felicità e la commozione provate nell'aver scoperto che il proprio figlio scomparso era vivo ed era diventato un uomo di cui andava fiero e per il quale provava un sincero e spontaneo affetto paterno.
Inoltre, in quello schermo, Evander poté vedere il fratello Vlastamir e sentire le sue parole mentre dichiarava di desiderare la sua morte.
Per finire, poté vedere Reymond salvargli la vita.
Evander faticava a riconoscersi in quell'uomo così sicuro e determinato, che appariva perfettamente a suo agio nel mostrarsi al mondo per ciò che era.
Lo ammirava ed al tempo stesso lo invidiava.
Ma, in fondo, gli era grato: grazie a lui, tutti i problemi della sua vita si erano risolti e le preoccupazioni disciolte nel nulla.
Ancora faticava a credere che tutto ciò fosse accaduto realmente e non fosse, al contrario, solamente un sogno meraviglioso.
Ma, che ci credesse oppure no, era accaduto.
Più volte, nei mesi seguenti, aveva guardato quella registrazione, letto il proprio diario e ascoltato i racconti incompleti dei suoi amici.
Alla fine, si era riconciliato con la sua nuova vita.
Ed ora, Evander era felice.
Era la prima volta che - nonostante i vuoti di memoria - poteva dichiarare con assoluta certezza di essere pienamente e totalmente felice.
La sua felicità non era minacciata da nessun pericolo, ma, anzi, era accresciuta dall'affetto paterno che provava per la piccola creatura che teneva fra le braccia mentre metteva piede per primo sulla superficie di un pianeta inesplorato dove la vita sbocciava rigogliosa in ogni angolo, proprio come un nuovo paradiso.
E Evander teneva fra le braccia il simbolo di quella vita e di quella felicità. Sua figlia, Ester Reagan.
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