33. caduta libera
«I comandi funzionano! Li abbiamo restaurati».
Taide ed il giovane tecnico delle riparazioni comparvero sulla plancia, rossi e con il fiatone. Erano esaltati del successo ottenuto ed entusiasti di sé stessi.
Jayden li guardò mordendosi le labbra.
«Avanti, Jayden, dillo che sono un ottimo meccanico! Anzi, che siamo due ottimi meccanici!» le disse Taide ridendo e gonfiando il petto, mollando una calorosa pacca sulla spalla al ragazzo, che, tossendo, le restituì il sorriso.
«Lo siete davvero. Molto bravi! Molto bravi» disse Jayden battendo le mani, con un entusiasmo un po' troppo affettato. «Solo che...» .
Taide sentì che tutta l'esaltazione calava rovinosamente. Quasi con rabbia, si fece seria e si avvicinò a Jayden:
«Solo che...?» le chiese.
«Funzionano al contrario» annunciò Jayden, a malincuore. Le dispiaceva turbare il loro momento di gloria.
«Al contrario?».
«La destra va a sinistra e l'alto va in basso. Ma ce la posso fare... sarà solo un po' meno intuitivo» spiegò Jayden, buttandola lì con noncuranza, cercando di nascondere quanto la cosa la preoccupasse.
«Davvero? É tutto invertito? Che fallimento». Taide sembrava davvero delusa. Abbassò gli occhi a terra, e lasciò cadere le braccia lungo i fianchi, crollando il capo. Anche se era riuscita in un'impresa così difficile, era arrabbiata di non esserci riuscita alla perfezione. L'orgoglioso istinto a primeggiare si risvegliò dentro di lei e le impedì di godersi la soddisfazione di avere reso possibile il ritorno a casa.
Jayden se ne accorse e cercò di sollevarle il morale:
«Ma è solo un problema di interfaccia, Taide! É molto di più di quanto osassi sperare. Almeno, ora possiamo muoverci. Se non finiamo in un campo di asteroidi, ce la posso fare».
Taide annuì ed andò a sedersi sulla poltrona, rabbuiandosi in volto come un cane bastonato od un bambino a cui abbiano appena tolto il giocattolo nuovo dalle mani.
Il ragazzo, a cui l'aver riparato i controlli sembrava una cosa troppo eccezionale perché l'entusiasmo venisse in qualche modo appannato dal trascurabile dettaglio di quel piccolo malfunzionamento, andò invece a vantarsi con gli amici.
Per fortuna, Jayden non dovette mettere alla prova la propria abilità di pilota: arrivarono ad Edresia senza intoppi e tutto filò liscio come l'olio.
Ma Jayden, invece di rilassarsi man mano che si avvicinavano alla meta, si sentì sempre più in ansia.
Sapeva che il peggio doveva ancora arrivare.
Come avrebbe fatto atterrare quel trabiccolo mal funzionante con una consolle che funzionava al contrario? Sarebbe bastato un minimo errore di calcolo, una svista, un momento di confusione e...
Jayden aveva sempre avuto problemi con la destra e la sinistra e si era sempre vergognata di ammetterlo.
Forse non era il caso di farlo ora.
O forse sì? Forse c'era qualcuno, fra quei ragazzini alle prime armi, che non aveva alcun problema con la destra e con la sinistra, qualcuno per cui quel piccolo intoppo non avrebbe costituito il minimo problema.
Forse col suo orgoglio stava facendo correre un pericolo enorme all'equipaggio, un pericolo che avrebbe potuto scongiurare dichiarandosi umilmente inadeguata al compito.
Ma, nel contempo, avrebbe potuto mettere a rischio l'intero equipaggio nell'affidarsi alle mani poco esperte di un ragazzo che non aveva alcuna esperienza concreta nel pilotare una nave.
«Ragazzi, c'è per caso fra voi qualcuno che...» iniziò.
Poi, si morse la lingua.
«Che voglia prendere il mio posto alla guida?».
****
Dopo il discorso di Evander e la resa degli endar, la piazza incominciò a svuotarsi con gran velocità e i ribelli si diedero da fare per riportare l'ordine.
Tutti gli endar che non si erano inginocchiati erano stati fatti prigionieri.
Gli altri, invece di andarsene dopo essere stati congedati dal loro nuovo capitano, erano accorsi in aiuto dei ribelli per condurre in salvo tutti i feriti senza distinzione per la divisa.
Evander avrebbe voluto assediare immediatamente la Torre, per vendicarsi una volta per tutte di Vlastamir: il suo sanguinario fratello aveva fatto uccidere a sangue freddo il loro vecchio padre ed ora anche loro fratello Adalwin.
Evander non gli avrebbe permesso di uccidere mai più.
Non gliela avrebbe fatta passare liscia, questa volta.
Lo avrebbe guardato morire tra mille atroci tormenti.
Ma, purtroppo, la vendetta doveva attendere: Jayden era dispersa nello spazio.
Il discorso di Yvnhal gli aveva assicurato che la nave su cui viaggiavano Jayden e Taide non era ancora colata a picco, cosa di cui aveva iniziato a temere da tempo, visto il grande ritardo nell'atterraggio. E, per quanto l'odio e la rabbia riempivano il suo cuore e gridavano vendetta spingendolo a prendersi la vita di Vlastamir, tuttavia Evander dava la precedenza alla salvezza di Jayden e del figlio.
Ma, prima di correre in aiuto di Jayden, voleva dare il suo ultimo addio ad Adalwin, il cui corpo, steso a terra, non aveva dato più alcun segno di vita dall'istante in cui era caduto.
Lentamente, Evander si inginocchiò accanto a lui.
Poi, facendosi forza, gli tolse il proprio elmetto. Vedendolo così pallido ed immobile, sentì freddo. Come se un liquido ghiacciato avesse pervaso le sue vene. Chiuse gli occhi e tirò un lungo sospiro.
Proprio in quel momento, iniziò a piovere, come non accadeva da mesi, nella desertica città di Edresia.
La pioggia iniziò a cadere pesantemente a terra, lavando via il sangue dalla pietra bianca, come volesse aiutare a pulire tutto e a dimenticare al più presto gli orrori di quella battaglia.
Evander guardò le gocce rossastre rigare il volto del fratello immobile, e provò un grande sconforto.
Accanto a lui, anche Allen e Cassian si chinarono al fianco di Adalwin.
Evander mormorò: «Non è giusto. L'hanno ucciso credendo che fossi io!Adalwin non si meritava tutto questo... non doveva morire per causa mia! La sua sorte doveva toccare a me, non a lui».
Evander tenne gli occhi chiusi, mentre Allen mormorava: «La morte di Adalwin non è stata colpa tua, ma mia! Sono io che gli ho fatto indossare il tuo mantello. Non potrò mai perdonarmi per questo. Mi dispiace immensamente, Evander...!».
Evander scosse la testa: «Non scusarti, Allen: la tua strategia ha portato la ribellione alla vittoria. Ma... come potrò dirlo a Taide? Sempre che... lei e Jayden siano ancora vive!».
Cassian intervenne: «Devono essere vive! Yvnhal ha mandato il messaggio dalla loro nave».
«E allora perché state qui a togliermi aria, tutti e tre, invece di andare a cercarle?!».
La debole voce di Adalwin li fece sussultare tutti e tre, come la voce di un fantasma.
Evander aprì gli occhi di scatto e, attonito, vide suo fratello che lo guardava sorridente.
«Adalwin!» esclamò Evander, con lacrime di felicità agli occhi. «Tu eri morto!».
«Cosa vuoi che ti dica, Evander? Sarò risorto dalle ceneri: essere il fratello della Fenice avrà pur i suoi vantaggi...» sorrise il ferito, a fatica.
«Evander, non vorrai prenderti tutto il merito per questa resurrezione!» esclamò Reymond.
La voce di Reymond li sorprese: non lo avevano visto arrivare.
Quando fu vicino a loro, Reymond fece un ampio sorriso e disse: «Perdonatemi, principe Adalwin».
Adalwin lo guardò, senza capire.
Chiese: «Per cosa... dovrei perdonarvi?».
Reymond indicò il suo taglio sulla nuca, e disse:
«Per quello».
«Non vi seguo».
«Allen mi ha ordinato di proteggervi a tutti i costi, ed è quello che ho fatto. Solo, ho usato un metodo poco ortodosso. Vedendo che vi eravate cacciato nella mischia e che eravate circondato da endar, appena ho visto arrivare Evander vi ho scagliato una freccia per farvi perdere i sensi e per far credere a tutti che eravate morto, ma solo per salvarvi».
Tutti lo fissarono senza parole.
«La mia morte è merito vostro?» chiese sconcertato Adalwin.
«Non la metterei proprio così...» rise Reymond: «Ma sì, e una parte del merito è anche di Allen».
Allen stava per parlare, quando, improvvisamente, Adalwin, ancora steso a terra, spalancò gli occhi e lanciò un grido:
«Una nave!».
Evander voltò immediatamente gli occhi verso il cielo.
La pioggia aveva diradato la polvere rossa, permettendo una maggiore visibilità e ciò aveva permesso ad Adalwin di scorgere l'inconfondibile sagoma di un'astronave che si avvicinava a terra.
Illuminandosi in volto per la speranza, Evander fece per alzarsi di scatto e accorrere alla piattaforma di atterraggio.
Ma si bloccò a metà del gesto, ricordandosi che il fratello era a terra e che anche lui doveva essere in pensiero per i passeggeri dell'astronave.
Tornò a guardare il fratello: «Su quella nave c'è anche Taide».
Quest'ultimo, con evidente angoscia, mormorò: «Evander! Aiutami ad alzarmi!».
Evander fece come il fratello gli chiedeva.
L'impazienza di vedere Taide e scoprire se era ancora viva faceva sì che Adalwin non sentisse né dolore, né fatica. In pochi istanti, fu in piedi, aiutato da Evander e parve perfettamente in grado non solo di camminare, ma addirittura di correre.
Senza aspettare un minuto di più i due fratelli accorsero in direzione della piattaforma di atterraggio, incuranti della pioggia battente.
La nave si portò in posizione di atterraggio e cominciò la discesa verticale rallentando gradualmente la velocità.
Ma, a quella vista, Evander improvvisamente fermò la sua corsa.
Qualcosa aveva attirato la sua attenzione.
Con un braccio, fermò Adalwin e mormorò:
«Qualcosa non va».
Adalwin si bloccò, preoccupato dello sguardo del fratello.
Evander continuava a scrutare verso la nave in cerca di qualcosa che Adalwin non riusciva a capire.
Gli chiese: «Cosa succede?»
«La polvere...» mormorò fra sé Evander. «La polvere non si solleva da terra».
Adalwin era sempre più confuso e in ansia: «Ma certo che no: piove!» esclamò senza capire, come se volesse autoconvincersi che fosse tutto regolare.
«Non è la pioggia... Ormai sono all'altezza giusta: avrebbero dovuto sollevare un vortice di polvere anche con questo diluvio! E, invece, non un granello si è mosso».
«Che cosa significa?».
«Significa che... le molle anti-gravitazionali d'atterraggio non sono attive!».
«E... cosa vorrebbe dire?».
«Che la nave non può atterrare!».
«Ma... sta scendendo a terra... Non capisco!».
«Adalwin, questa non è una discesa, è... una caduta libera!» esclamò spaventato Evander.
Entrambi rimasero paralizzati a fissare la nave che, come se ignorasse la propria situazione, continuava a scendere.
«Stanno per superare l'altezza minima! Non capisco! Perché non si rialzano in volo? Se scendono oltre i trenta metri di altezza a quella velocità senza le molle, finiranno per schiantarsi! Perché Jayden non fa nulla?!».
Adalwin era troppo spaventato per parlare: non capiva la situazione e questo lo faceva andare in panico anche più di Evander.
Poi, quest'ultimo mormorò: «Ma certo! Non lo sa! La nave non le ha comunicato l'avaria!».
Adalwin mormorò: «Allora bisogna avvisarla!».
«Ma come?!».
«Con il thoraken di Yvnhal! Mandiamogli un messaggio, e se lui è ancora sulla plancia, avviserà Jayden!».
Evander lo guardò sorpreso: «Certo! Hai ragione!».
Senza attendere un istante di troppo, convocò Yvnhal con il suo thoraken e gli disse: «Yvnhal, avvertite Jayden che le molle non sono attive! Ripeto: le molle non sono attive!».
Non ottenne alcuna risposta, ma, dopo qualche istante, si vide la nave fare una virata veloce ed alzarsi immediatamente in volo.
«E ora...» disse Adalwin: «Come faranno ad atterrare?!».
«L'unica speranza è che riescano a far funzionare le molle, oppure dovranno tentare un atterraggio alla vecchia maniera!».
«Che cos'è un atterraggio "alla vecchia maniera"?».
«Devono scendere lentamente in trasversale sulla pista finché non toccheranno terra e la nave riuscirà a fermarsi per la forza d'attrito. Ma la pista non è sufficientemente lunga. Per nostra fortuna, oggi è il primo giorno dell'anno in cui ad Edresia piove! La pioggia compatterà il terreno e diminuirà la temperatura, inoltre, ha fatto depositare al suolo la polvere e permette una maggiore visibilità, così dovrebbero riuscire ad evitare eventuali rocce del deserto.... Forse abbiamo qualche speranza!».
«E non possiamo fare nulla?! Non possiamo teletrasportarli?».
«Il loro teletrasporto non è utilizzabile...».
«Ma... allora moriranno tutti?!».
«No. Jayden è un grande pilota! Sono sicuro che ce la farà!».
Evander osservò l'atterraggio in ogni manovra, con uno stato d'animo tormentato: a tratti confidando che tutto stesse andando per il meglio, a tratti disperando che stesse finendo per il peggio.
Era come osservare l'encefalogramma di un moribondo, seguendo con occhi pieni d'angoscia ogni caduta e ripresa.
Trattenne il fiato per tutto il tempo, ma confidò nelle capacità di Jayden: sapeva che, finché lei fosse stata alla guida della consolle, il rischio di uno schianto si abbassava drasticamente.
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