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13 - Non ho ucciso tuo padre


«Mio dio!» mormorò Evander, bloccandosi sulla soglia. Non osò fare un passo di più verso quel fantasma dai capelli bianchi come la neve, il volto dolce, appassito, e triste, la carnagione pallida e la costituzione gracile, che lo costringeva a rimanere seduto, circondato da tutti coloro che, colmi di gioia e di amore per la sua persona, troppo presi dal mostrargli la loro felicità e la loro gratitudine, erano inginocchiati di fronte a lui, con occhi pieni di lacrime.

Dietro di lui, Mida gli sorrise: «Non ho ucciso vostro padre. Ho fatto credere a tutti che fosse morto, ma solo per salvarlo».

Evander fu scosso da un'improvvisa gioia che gli riempì gli occhi e lo spinse in un balzo a coprire la distanza che lo separava da lui. Dimenticandosi che coloro che si trovavano in quella sala, tranne alcuni, lo consideravano l'assassino proprio di quel vecchio debole e malato, gridò: «Voi siete vivo!». E la voce gli tremava per la felicità.

In un attimo, si trovò in ginocchio di fronte a lui, a baciargli le mani e ad esclamare fra le lacrime e scuotendo la testa: «Oh, Dio,vi credevo morto!».

Appena era giunto ai piedi del vecchio imperatore, tutti si erano scostati con orrore alla sua vista. Ma Evander non se ne curò. Non si curò minimamente delle esclamazioni di paura, sgomento e disprezzo che lo circondavano e lo colpivano da tutte le parti. Non si curò dello sguardo che Jayden, anche lei inginocchiata ai piedi dell'imperatore, accanto a lui, gli tenne fisso addosso per tutto il tempo che seguì.

Suo padre era vivo! Avrebbe ancora fatto in tempo ad abbracciarlo come un figlio! Non tutto era perduto!

Il vecchio, vedendolo, fece un aperto e dolce sorriso, e disse: «No, ragazzo, io non sono Dio!».

Ma Evander non lo sentiva, e continuava a ripetere fra le lacrime: «Mi avevano detto che eravate morto! Non ho potuto neppure vedervi un'ultima volta!».

E, intanto gli baciava le mani, in una gioia infinita quasi dolorosa.

«Alzatevi, Zadok, ed ora in avanti non inginocchiatevi mai di fronte a me! Io visarò per sempre grato per ciò che avete fatto per me» disse l'imperatore in tono solenne e al tempo stesso, con affetto.

Ma Evander non si alzava: le forze gli mancavano a quella gioia inaspettata e il senso di inadeguatezza che lo pervadeva di fronte all'imperatore non gli avrebbe mai permesso di alzarsi in piedi di fronte a lui.

«Oh, no! Io non sarò mai più in alto di voi, sono indegno di questo onore!» disse, con dolore, perché credeva ciò che stava provando con tutto il cuore.

«Avete combattuto con un male ancor più crudele del mio - quello degli endar - e voi, a differenza di me, l'avete sconfitto con le vostre sole forze!» esclamò l'imperatore, poi aggiunse: «Ebbene, se non volete stare in piedi di fronte a me, aiutatemi almeno ad alzarmi, ed allora saremo alla stessa altezza!».

Evander lo guardò sorpreso: l'imperatore era malato e costretto a letto da più di quindici anni! Come poteva compiere quello sforzo, solo per stare in piedi di fronte a lui? Ma a questa richiesta, non osò controbattere, e annuì, aiutò l'imperatore a sollevarsi dalla sedia e lo sorresse, prendendo su di sé il suo peso per toglierlo dalle sue gambe deboli.

Ma, appena si fu alzato, l'imperatore volle rinunciare a quel sostegno, e rimase in piedi con le sue sole forze.

Quindi si rivolse alla sala e, con tono solenne, disse: «Lasciate che io parli con quest'uomo, da solo».

A quella richiesta, le più svariate obiezioni si fecero sentire, senza alcun ritegno per la presenza dell'imperatore.

«Ma è l'uomo più pericoloso dell'impero!».

«È byil pupillo del capitano degli endar!».

«Vi ha avvelenato fino alla morte».

A quest'ultima obiezione, il re diede in un'aperta risata, scossa da un fremito e dalla tosse: «Quest'uomo, vorrete dire, mi ha salvato dall'avvelenamento: se sono in forze è grazie a lui! La morte è stata un'idea del fratello di mia moglie: Mida, che io vorrei poter ricompensare per tutto quanto ha fatto per me, per essere stato un angelo custode che ha vegliato su di me per quindici anni instancabilmente, anche se nei panni di un nemico. Grazie a lui e a mio figlio Adalwin, ora io sono qui di fronte a voi, mentre a corte festeggiano la mia morte. Su consiglio di Mida, Adalwin mi ha somministrato una pozione capace di simulare la morte per poche ore ed insieme hanno messo in scena questo finto decesso che sembra aver convinto tutti. É per merito loro se siamo riusciti ad impedire che questo odiato matrimonio avvenisse e consolidasse il potere di quell'impostore di Vlastamir! Mio figlio Adalwin e il nostro caro medico Mida, qui, possono assicurarvi che tutto questo è la pura verità».

Mida rispose all'invito dell'imperatore: «É così. Adalwin ed io abbiamo inscenato tutto quanto per poter salvare al tempo stesso l'imperatore e la principessa Jayden. Ciò è stato possibile soltanto oggi, quando questa rarissima pozione è giunta finalmente nelle mie mani, dopo che io l'ho cercata in tutto l'impero in lungo e in largo, con l'aiuto dei monaci. Ma non poteva arrivare in un momento più opportuno di questo: se fosse arrivata prima, la morte dell'imperatore Leandros avrebbe potuto far crollare l'Impero di Triplania nella rovina, appena Vlastamir si fosse fatto incoronare al suo posto».

Poi, sottovoce, mormorò: «Per fortuna, oggi, la Ribellione ha un asso nella manica...».

L'imperatore attese che Mida avesse finito, poi, si rivolse all'intera sala e, in tono imperativo, ordinò:

«Ed ora fatemi parlare con Zadok, perché ho cose importanti da dirgli!».

«Non volete neppure un uomo con voi? Neppure il principe Adalwin? Sarebbe più prudente, mio signore».

«Sono forse uno sciocco ai vostri occhi? La mente è lucida, quanto il corpo è debole! Quest'uomo che voi sembrate tanto odiare, io lo amo come un figlio! E Adalwin, sono certo capirà ciò che intendo con queste parole...».

A sentirlo parlare così, gli occhi di Evander tornarono a riempirsi di lacrime per la commozione. Quando ebbe finito, l'imperatore rivolse il suo sguardo verso Adalwin, ed attese una risposta da parte sua. Adalwin, con un sorriso che assai pochi in quella sala potevano comprendere e di cui Evander gli fu immensamente grato, pronunciò queste parole: «Non preoccupatevi di offendermi, padre, perché quest'uomo è per me come un fratello! E con tutto il cuore approverò ciò che voi vorrete dirgli».

«Sapevo di poter ancora contare su almeno uno dei miei figli! A parte te, mia cara Zora, perché su di te ho sempre potuto contare!» disse l'imperatore.

Zora rispose: «Padre mio, prima che io vi lasci parlare a quest'uomo, mi permettete di dirgli anch'io due parole, non è vero? Non ci sarà bisogno di far segreto di quanto dirò».

L'imperatore la guardò sorpreso, e la lasciò parlare.

Zora si rivolse quindi ad Evander: «Mi dispiace di aver dubitato di voi, e di aver osato odiarvi quando voi vi siete sacrificato per tutti noi. E... permettimi, ti prego, di tornare a chiamarti Evander, perché questo nome ti rende degno di ogni stima ed affetto ai miei occhi!».

Evander guardò sua sorella senza osare rispondere a quelle parole. Chinò leggermente il capo.

L'imperatore si rivolse sorpreso a lui, e disse: «Evander? Quindi, questo è il vostro vero nome, End Zadok? D'ora in avanti, vi chiamerò anch'io così, perché mi piace il significato di questo nome: "uomo buono"! Ed ora, vi prego di lasciarci soli».

Jayden, che, per tutto il tempo, non aveva distolto una sola volta gli occhi da Evander, e che non aveva pronunciato una sola parola, fu la prima ad andarsene.

Gli altri seguirono il suo esempio.

Quando furono soli, Evander aprì bocca per ringraziarlo, ma l'imperatore gli fece segno di tacere.

«Ho cose molto importanti da chiedervi» disse, abbassando gli occhi ab terra, e scuotendo leggermente il capo, come per trovare le parole o la forza di dire quelle cose.

Dopo un secondo, tornò a rivolgersi a Evander: «E io temo che voi non vorrete permettermi di dirvele!» esclamò, con un timore così sincero negli occhi, che Evander si sentì offeso da quelle parole, e non osò dire niente.

«Posso chiedervi...» continuò l'imperatore: «Posso chiedervi, dico, di permettermi di chiamarvi figlio?».

Evander non riuscì a rispondere.

«So che voi non capirete cosa mi faccia pronunciare questa richiesta, ma tenterò di spiegarvi le mie ragioni. Ebbene, io sono vecchio, debole e malato. Voi avete salvato il mio corpo, ma il mio cuore deve ancora essere salvato. Ed ora temo che colui che deve venire a salvarlo, non venga mai più. Vedete, Evander, io non credo più nelle profezie, da quando esse... non potete sapere quanto mi costa ammettere questo a me stesso, poiché vuol dire offendere la memoria della mia amatissima moglie Cassarah! Ebbene, io non credo più nelle profezie perché esse mi hanno fatto perdere il mio ultimogenito, hanno allontanato da me il secondo dei miei figli, reso diabolico e crudele il primo, e reso me incapace di riconoscere la mia unica figlia, e quindi, impedendomi di amarla e di adorarla come avrei voluto. É stata una profezia, a farmi perdere tutto questo. Mio figlio, ed erede, ucciso per mano di suo fratello per il trono che io gli avevo dato, quando era soltanto un bambino di pochi anni, innocente e fragile! Mia moglie, morta nel darlo alla luce! Che sia benedetto Dio, se ha unito in cielo quelle due anime innocenti per consolarsi a vicenda! E io non sono stato abbastanza forte! Mi capite, Evander? Mi sono piegato al mio primogenito, che possa egli venire punito per ciò che ha fatto! E che possa io venire punito per ciò che gli ho lasciato fare! Se anche mio figlio, quella creatura strappata da me in così tenera età, tornasse ora da me e mi chiamasse padre, io non potrei permetterglielo! Io, padre di quell'infelice? Ho timore che gli inferi ridano a questo pensiero e che la terra mi si apra sotto i piedi, perché io discenda fra quelle anime dannate e condivida con loro la mia giusta punizione eterna! Perché io non sono stato in grado di salvarlo! Anzi, io sono stato la causa della sua morte. E, che Dio mi perdoni per ciò che dico, mia moglie, che certamente non avrebbe mai concepito la sventura a cui ci faceva andare incontro, ne è stata la causa prima. Ignara, è vero, della conseguenza delle sue azioni. E non è vissuta a lungo per vedere queste conseguenze, per soffrirne, per pentirsene! Ma io, io sono sopravvissuto così a lungo da vedere quale mostro ho potuto mettere al mondo. Sono sopravvissuto per vedere il mio erede morire ancora bambino, sono sopravvissuto per vedere mio figlio Adalwin venire strappato alle cure della sua famiglia, alle gioie del mondo, per vivere la sua intera giovinezza fra i peggiori mostri che esistano su questa terra, peggiori forse anche delle stesse creature degli inferi! E non sono stato capace neppure di evitare questo! Mi sentite, Evander? Ho lasciato che lo prendessero! Dio ha voluto salvare quell'innocente dalle mie colpe, e farlo tornare tra noi sempre buono e forte come era quando aveva sei anni, l'ultima volta che lo vidi. Ma è giusto così: Dio è buono. Non ha permesso che le colpe del padre ricadessero sul figlio! Ma Alekym! Lui è morto! E nessuno lo riporterà mai più da me. E forse è meglio così, che non sia venuto a conoscenza di tutti gli orrori di questo mondo. Morto all'età di tre anni, non ha dovuto soffrire, lui. La sua anima è rimasta buona ed innocente fino alla fine! É meglio, forse, la sua fine piuttosto che quella di suo fratello Adalwin. E questo, mio caro Evander, mi consola. Sì, questa è la mia unica consolazione!».

Evander era rimasto a sentire quell'intero discorso, col cuore stravolto, gli occhi pieni di lacrime. Più volte, all'inizio, aveva voluto interrompere suo padre per dirgli: «Eccomi, sono qui! Sono Alekym!» ma, quando l'imperatore fu arrivato alla fine, e Evander ebbe sentito quella frase: «Forse è meglio così, non ha dovuto soffrire, la sua anima è rimasta buona ed innocente», allora gli si fece in cuore un vuoto sepolcrale, un vortice infernale che gli impedì di rivelare la sua vera identità al padre. La sua anima non era né buona né innocente. La sua anima era macchiata di colpe molto più gravi di quelle che l'imperatore attribuiva così dolorosamente a sé stesso. Poi, quando sentì l'ultima frase, Evander seppe che non avrebbe mai detto a suo padre la verità e che sarebbe stato zitto, pur di non togliergli quella consolazione! Ovvero, l'estrema consolazione di sapere che Alekym era morto buono ed innocente, senza soffrire le pene di questo mondo. No, per amore di suo padre, Evander avrebbe sacrificato il suo desiderio di ricongiungersi con lui.

Non capiva, forse, che il dolore di quel padre poteva essere cancellato solo dal ritorno del figlio e dal suo perdono?

No, Evander si sentiva indegno, e temeva lui stesso che l'inferno gli si spalancasse sotto ai piedi, se avesse osato domandare perdono al padre, togliendogli quell'ultima consolazione di saperlo innocente e felice.

L'imperatore fece una lunga pausa, incapace di parlare per la commozione che gli toglieva il fiato, sconvolto e devastato dai ricordi, dai sensi di colpa, dal tormento dei sentimenti. Ma neppure Evander era immune da quel tormento e, nonostante passarono così, in completo silenzio, più di cinque minuti, nessuno dei due se ne accorse.

Infine, quando gli riuscì di calmarsi, l'imperatore disse: «Ora che conoscete il dolore di questo vecchio padre, volete accettare la sua richiesta? Chiamarvi figlio per me sarebbe una gioia che non potete neppure immaginare, e, se voi accetterete, mi liberete di un macigno che mi pesa sul cuore. Questo macigno è la consapevolezza di essere indegno dell'amore di un figlio».

Evander, per un momento, credette di nuovo che gli avrebbe detto tutto.

Ma il ricordo delle ultime parole lo aveva ferito troppo, e stette zitto, aspettando che il padre riprendesse a parlare.

«Le vostre colpe come endar sono inferiori alle mie, lo so, ma se voi perdonerete le mie, io perdonerò le vostre, ed allora, forse, riusciremo a sopportare i nostri sensi di colpa con più forza, perché sapremo di essere stati perdonati l'uno dall'altro. Voi potete comprendere me, ed io posso comprendere voi, poiché entrambi siamo peccatori ed entrambi soffriamo per questa nostra natura. Se voi mi perdonerete e mi concederete di chiamarvi figlio, io forse potrò sopportare la compagnia di me stesso, questo vecchio debole e indegno. Accettate la mia richiesta?».

«Io l'accetto con tutto il cuore, mio signore».

«Grazie! Ebbene, figlio mio, io ho da farvi un'offerta. Vorrete accettare quest'offerta come avete accettato questa richiesta? Non so, non oso sperarlo. Ma sentite! Io ve la faccio perché voi siete l'unico uomo che ne sia davvero degno. Voi siete forte, buono, intelligente. Avete combattuto i più atroci pericoli e superato gli ostacoli che la sorte ha messo sul vostro cammino. Conoscete bene la posta in gioco. La vostra coscienza è stata più volte messa a dura prova, ma voi ne siete uscito con dignità, senza perdere la vostra capacità di discernere il giusto dallo sbagliato. Non vi siete lasciato influenzare, né manipolare, e avete tenuto duro contro tutti i vostri nemici più crudeli e più potenti. Avete combattuto l'endar che era in voi e lo avete sconfitto. Non avete perso la vostra capacità di amare. Avete il coraggio dell'uomo che teme i pericoli, ma li affronta fino alla morte, cosciente delle proprie responsabilità. La vostra educazione e istruzione non è superata da nessuno. Avete conosciuto questo regno in ogni suo angolo, avete vissuto da contadino e da re. E, infine, voi avete il carisma del leader, e sapete accettare le responsabilità di un capo. Gli uomini vi ammirano, vi temono, vi amano. Per questo, vi seguiranno ovunque voi vorrete condurli.

Per questo io vi chiedo di accettare il mio trono e la mia corona, poiché, lasciandoli nelle vostre mani, io so che essi saranno nelle mani dell'uomo giusto. So che il popolo non dovrà mai soffrire per questa mia scelta, perché voi lo condurrete a prosperità, libertà, felicità, e lo saprete proteggere da schiavitù, crudeltà ed oppressione. Voi siete il figlio che non ho, e l'unico che possa raccogliere la mia eredità con dignità. Accettate questa mia offerta?».

Evander aveva fatto un passo indietro, sconvolto.

«Adalwin! Lui...!».

«Adalwin sa di non essere abbastanza forte. Lui non ha le capacità che avete voi. Adalwin accetterà con gioia la mia decisione».

«Io non... Voi...!».

Evander era oppresso da un senso di malessere. Accettare quella richiesta con l'inganno, senza rivelare il proprio nome, sottraendosi ad una responsabilità per assumersene un'altra. Sapeva di dover diventare imperatore, qualora la ribellione avesse vinto, ma ora quella prospettiva lo colpiva con una chiarezza ed una concretezza che lo spaventani, impedendogli di ragionare con lucidità. Avrebbe voluto rivelarsi al padre, prima che egli gli facesse quella offerta, ed ora non ne aveva il coraggio. A tutte le sue colpe, ora aggiungeva quella di averlo ingannato. Era mortificato. Non sapeva come rispondere e, alla fine, disse:

«Non ne sono degno!».

«Quindi vorreste rifiutare la mia richiesta?» mormorò il padre, tornando a sedersi, con una profonda delusione. Parlò fra sé, in tono sommesso: «Lo avevo temuto. Ma a chi chiedere, allora? A chi lasciare il mio regno, perché non lo porti all'autodistruzione? Io non ne sono più in grado, le forze mi hanno abbandonato. E Adalwin? Saprà egli rendersi degno di questo trono più di quanto lo sono stato io?».

«Perdonatemi, io...» disse Evander, pieno di sconforto.

«Oh, non temete, figlio mio» disse l'imperatore, accennando ad un debole sorriso: «É una responsabilità di cui non vorrei mai gravarvi. Se non fossi stato così privo di alternative, non l'avrei mai fatto. Avete già sofferto abbastanza, capisco che vogliate un po' di pace. Anch'io sono sicuro che la vorrei, se fossi al vostro posto. Se solo potessi permettermela».

«No, maestà, io non volevo chiedervi di perdonarmi per non aver accettato la vostra richiesta. Io volevo chiedervi di perdonarmi perché non l'ho accettata appena avete voluto farmela. Ho avuto un'esitazione di cui ora mi pento. Ho esitato, quando avrei dovuto rispondere che sono al vostro servizio e che accetto la vostra offerta».

L'imperatore lo guardò con affetto e con gioia: «Sia ringraziato il cielo!Sapevo di poter contare su di voi, figlio mio!».

Ma Evander non provò alcuna gioia. E, a disagio per le proprie colpe ed il proprio inganno, chiese che lo lasciasse andare, perché aveva bisogno di riconciliarsi con quella prospettiva da solo. L'imperatore, troppo felice per notare il suo turbamento, lo congedò allegramente.

Evander annuì, si inchinò ed uscì, con il cuore pieno di sconforto.

Il corridoio era buio e deserto. Evander ne percorse un breve tratto, poi si fermò e si abbandonò alle sue cupe riflessioni.

«Evander» mormorò una voce, strappandolo ai suoi pensieri. Un'ombra si staccò dal muro a pochi passi da lui, e gli venne di fronte. Era Jayden.

«Posso chiamarvi così, non è vero, Evander?».

Nelle sue parole, gli parve di leggere un profondo rancore e una rabbia repressa.

Non rispose.

«Perché credo di non riuscire a capire, ormai» mormorò Jayden, con una punta di isterismo: «Io proprio non capisco! Devo essere troppo stupida, o troppo folle... Ma il fatto è che io non vi capisco affatto, End Evander!».

Evander non rispose.

Jayden continuò con rabbia, la voce intrisa di lacrime ma gli occhi asciutti: «Non so chi siate, non so cosa siate e quale sia il vostro nome. Forse siete un mostro, un uomo che devo odiare e di cui devo desiderare la morte. Forse siete un angelo che salva la vita di imperatori morenti!».

Jayden rise, con disperazione.

Evander tentò di parlare, ma Jayden lo interruppe: «Mi fate diventare folle! E forse lo sono già! Non vi conosco! Vi odio con tutte le mie forze! Vorrei vedervi morto...!».

Jayden si avvicinò ancora, abbassò il tono e dichiarò: «Eppure non posso fare a meno di amarvi».

Dopo un secondo, vedendo che Evander non sapeva cosa rispondere, aggiunse: «E ora vi avverto che fra poco vi bacerò e, se questo vi infastidisce o vi dispiace in qualche modo, non avete che da puntarmi il thoraken al petto, tanto ormai ci siete abituato!».

Ma a Evander non infastidiva o non dispiaceva in alcun modo, e si lasciò baciare guardandosi bene dal puntarle un'arma al petto. Anzi, rispose al bacio con gioia, e la abbracciò, perché averla fra le braccia lo ripagava di tutte le sofferenze passate e presenti.

Poiché lui ricambiava quel bacio con tanto ardore, Jayden si sentì finalmente e completamente libera di amarlo, e odiarlo e pensare di lui tutto ciò che gli sarebbe piaciuto d'ora in avanti.

La loro felicità era tale che, se anche di fronte a loro ci fosse stato Vlastamir in persona, non avrebbero smesso di abbracciarsi e baciarsi.

«Jayden...»mormorò lui, con un sorriso privo di alcun turbamento.

«Evander!» rispose lei «Sei tornato da me!».

«Sono tornato» annuì lui.

«Che crudele sei stato, a fingere per tutto questo tempo» disse Jayden, sempre sorridendo.

«E tu sei stata crudele fin da subito, a fingere di non amarmi» rispose Evander.

«Mio signore, endar. Non voglio dividervi con nessuno, adesso, neppure con l'imperatore. Togliamoci da questo corridoio prima che qualcuno ci veda!».

Evander non rispose. La parola "imperatore" gli ricordò ciò che era appena successo fra lui e suo padre.

Jayden continuò: «Su, muoviti! Tutti ti staranno cercando, a quest'ora. Adalwin non fa altro che parlare di te. Zora piange di felicità. Allen minaccia di farti un occhio nero per il terrore che ci hai fatto provare...!».

«Jayden...» disse Evander, per richiamare la sua attenzione.

«D'ora in poi, non ti permetterò più di fingere con me, Evander. End Zadok mi ha fatto troppo male».

Evander sentì una fitta gelida, a quelle parole.

«Jayden... devo dirti una cosa».

«Tutto quello che vuoi, Evander» rispose lei sorridendo.

«Jayden, non è affatto una bella cosa».

«Che cosa c'è ancora? Perché con te non si può mai essere completamente sicuri che le sorprese siano finite?!».

«Jayden, io ti amo. Questa è la pura verità. Non mi sentirai mai negarlo un'altra volta. L'ho negato in passato più volte, perché vi ero costretto, ed ogni volta avrei preferito morire. Ma...».

«Anch'io ti amo, Evander!».

«Ma ti ho mentito su una cosa molto più grave di questa» concluse Evander.

Jayden lo fissò un momento in silenzio, innervosita. Poi disse: «No, Evander. Non osare dire altro. Ti ho aspettato per sette anni, ho sofferto per te tutte le notti nei miei incubi, ho temuto per la tua vita, ho creduto che non tornassi mai più da me, ed ora che sei qui, di fronte a me, e so che mi ami come io ti amo, non ti permetterò di rovinare il momento più bello della mia vita con un'altra delle tue sorprese. E ora taci, mi hai capito?».

Evander non poté fare altrimenti. Era troppo felice, per ribellarsi a quelle parole che, sì, lo turbavano, ma lo riempivano di gioia e lo facevano sorridere.

«Se mi ami davvero, nient'altro m'importa» disse Jayden, abbracciandolo di nuovo.

Mida, Adalwin, Lord Kaleb e tutti gli altri li trovarono così abbracciati.

Dopo un po', Zora esclamò: «Jayden, potresti lasciarcene almeno un pezzettino? Te ne saremmo davvero grati».

Evander e Jayden, sorpresi, si voltarono di scatto verso di loro e si separarono.

Jayden disse: «Con voi tre faremo i conti dopo» fissando Adalwin, Yan e Lord Kaleb.

«Colpa mia» disse Evander.

Adalwin aggiunse: «Concordo. È colpa di Evander: ha voluto che nessuno sapesse niente, per non mettere a rischio i suoi piani».

«Adalwin, questo mi ricorda che devo assolutamente parlarti!» disse Evander, preoccupato.

Adalwin lo guardò sorridendo: «Glielo hai detto, non è così?».

«No» disse Evander, cupo.

Il sorriso scomparve dal volto di Adalwin: «Bene, parliamo» disse, precedendolo nella sala attigua.

Zora esclamò, arrabbiata: «Ditecelo, quando sarà il nostro turno!».

Allen gli gridò dietro: «Non vedo l'ora di prenderti a pugni, vecchio amico!».

«La questione è rimandata» concluse Yan.

Quando furono soli, Adalwin lo attaccò: «Avresti dovuto dirglielo! Perché non l'hai fatto? L'avresti reso felice».

«Non l'avrei affatto reso felice, Adalwin».

«Ma perché?!».

«Perché era felice che Alekym fosse morto prima di subire le stesse pene e sofferenze che tu hai subito. Che io ho subito».

«Non capisco».

«Mi ha detto: "Evander, questa è la mia unica consolazione, e cioè che almeno Alekym non abbia patito ciò che Adalwin ha patito, che le colpe del padre non siano ricadute sul figlio e che quell'anima innocente e buona sia rimasta innocente e buona fino alla morte, senza venire mai a conoscenza delle atrocità di questo mondo". Come potevo dirgli tutto, Adalwin? Come potevo?! Non ce l'ho fatta, non ne ho avuto il coraggio. Io non sono innocente, mi capisci? La mia anima è perduta. Sono stato un endar! Nostro padre non potrebbe accettare anche questo dolore, fratello. Non voglio che lo sappia».

Adalwin si sedette, deluso e sconfortato.

«Io credevo che sarebbe stato felice di riaverti...».

«É felice di avere Evander, almeno...».

«Hai ragione. Forse è sufficiente. Mio padre non si perdonerebbe mai sesapesse che entrambi i suoi figli sono stati rinchiusi là dentro ed obbligati a diventare come loro... Lui crede sia colpa sua. Ma almeno ci sei tu, e ti ama come un figlio. Forse non è necessario che sappia che lo sei veramente».

Evander non rispose.

«Ma te l'ha chiesto lo stesso, è vero?» chiese Adalwin.

«Tu lo sapevi già?!» esclamò Evander sorpreso e sollevato.

«Lo speravo!» disse Adalwin felice: «Ed hai accettato, vero? Gli hai detto che diventerai imperatore al posto suo, glielo hai detto, vero? Anche se non sa che sei Alekym, ha capito che tu sei l'uomo che ci vuole per sconfiggere gli endar!».

«Sì, ho accettato, Adalwin ed ora la mia coscienza mi divora!».

«Perché? Non ti capisco!».

«Mio padre mi offre il suo trono, ed io me lo prendo. Jayden mi offre il suo amore, ed io me lo prendo. Lui non sa che sono il suo erede e lei non sa che la profezia ci unisce sin dal nostro primo giorno di vita. Io li ho ingannati, Adalwin».

«Ma cosa dici?! Cosa importa se non sanno che sei Alekym e che ciò che ti offrono è tuo di diritto, purché te lo offrano e tu l'accetti? Tu hai una coscienza troppo prepotente, fratello, devi imparare a metterla a tacere, ogni tanto!».

«Tu dici così perché non hai appena approfittato della loro fiducia ricambiandoli con la disonestà».

«Non è disonestà, ma omissione della verità a fin di bene».

«In una situazione come questa, non è affatto soltanto un'omissione, ma un inganno, e non è a fin di bene, ma solo per codardia».

«Evander o Alekym, tu per me sei mio fratello, per tuo padre sei suo figlio, eper Jayden il suo legittimo sposo. Direi che tutto quadra e ora, se permetti, usciamo di qui e torniamo dagli altri!».

Evander tacque, ma non per questo mise a tacere la sua coscienza. Lo seguì scuotendo il capo e sorridendo debolmente: magari fosse in grado di pensarla come Adalwin!


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