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12. Colui che ha ucciso mio padre

Vlastamir rimase al capezzale del padre solo per pochi minuti.

Di fronte alla salma immobile, il reggente era rimasto in piedi, senza versare una lacrima o dire una sola parola in memoria del morto.

Accanto al letto, invece, Zora era disperata.

Dai suoi occhi non scendevano più lacrime: non ne aveva più in corpo.

La principessa fissava il padre con un'espressione sconvolta, gli occhi sbarrati ed increduli come se la sua mente non fosse in grado di comprendere ciò che avveniva di fronte a lei.

Dall'altro lato, Adalwin, immobile, in ginocchio, si copriva il volto con le mani.

Gli altri lord aspettavano fuori: non erano stati fatti entrare.

Quando Vlastamir uscì, si diresse immediatamente nella sala del trono e diede ordine all'intero corteo di nobili e di endar, di seguirlo.

Mentre lui scendeva, Jayden saliva di corsa le scale.

Vlastamir non fece neppure caso a lei.

Quando giunse nella sala del trono, mandò a chiamare Yvnhal e quest'ultimo, seguito da Evander, rispose subito alla chiamata.

Vlastamir gli disse: «Capitano Yvnhal, predisponete ogni cosa per un discorso in diretta imperiale: il popolo va avvisato al più presto della morte dell'imperatore padre».

Yvnhal fece come gli era stato ordinato.

Evander, privo di ogni energia, rimase in disparte, in ombra. I suoi occhi erano asciutti ed il suo volto era impassibile, ma dentro di lui erala tempesta.

Ascoltò il discorso di Vlastamir guardandolo con odio e rancore.

Il desiderio di vendicarsi lo colpì con una furia tale che più volte dovette reprimere l'impulso di ucciderlo proprio in quel momento, di fronte alle telecamere.

Ciò che lo fermò fu il disgusto per sé stesso.

Non poteva uccidere suo fratello: non si sarebbe mai abbassato al suo livello. E, soprattutto, non a pochi minuti dalla morte del padre, macchiando con la vendetta il proprio lutto.

Vlastamir fece un toccante discorso al popolo, denso di dolore e di dispiacere, proprio come un figlio devoto che non riesca a sopportare la morte dell'amato padre.

Assicurò che l'imperatore era morto sereno, senza soffrire, circondato da tutto l'affetto e le cure dei suoi figli.

Il funerale si sarebbe tenuto quella stessa sera, poiché tutto era già stato preparato da tempo.

Poi, annunciò che le nozze erano state posticipate per il lutto, ma di soli tre mesi, poiché le ultime parole di suo padre erano rivolte proprio al matrimonio e al suo desiderio che si tenesse il prima possibile, seguito dall'incoronazione del nuovo imperatore.

Per tutta la durata di quel discorso, Evander aveva tenuto gli occhi fissi su Vlastamir, ma, alla fine, si era ricordato che c'era un'altra persona responsabile di quella morte al pari di suo fratello: End Mida. Evander lo aveva cercato con lo sguardo, ma non era riuscito a vederlo in mezzo ai nobili e agli endar che presenziavano al discorso nella sala del trono.

Si era invece ricordato di aver visto End Mida nella torre ovest e, forse, il medico non si era allontanato da lì.

Il pensiero che proprio l'assassino di suo padre in quel momento fosse accanto al suo capezzale, quando a lui era stato impedito, lo riempiva di rabbia.

Prima che suo fratello finisse quel discorso, Evander uscì non visto dallavsala del trono.

Appena fu fuori, non si preoccupò più di fare rumore, ma si diresse quasi correndo verso la torre.

Voleva rivedere suo padre, prima che si fosse tenuta la veglia, perché poi sinon avrebbe più potuto rimanere da solo con la salma, ma sarebbe stato anzi circondato proprio da coloro che avevano provocato a cuor leggero quell'assassinio.

Cercò di fare il più in fretta possibile, ma, quando arrivò, la torre era vuota. Il corpo del defunto era stato portato via, e, probabilmente, era già stato adagiato nella bara.

Il tempo che gli ci era voluto per raggiungere la torre e tornare era stato sufficiente perché Vlastamir finisse il suo discorso e, mentre Evander entrava nella sala della veglia, vide accanto alla bara proprio coloro che avevano assassinato suo padre: Mida, Vlastamir eYvnhal. Al loro fianco, c'erano Adalwin, Jayden e Zora, che sembrarono non essersi neppure resi conto del suo arrivo. Guardavano fisso la bara in silenzio.

Ma la bara era chiusa.

Mida stava parlando sottovoce al reggente e Evander riuscì a sentire chiaramente queste parole: «Abbiamo dovuto chiudere la bara prima del vostro arrivo, sire, perdonatemi: dopo la morte, la medicina che gli abbiamo somministrato provoca una terribile e velocissima decomposizione e deturpazione del corpo».

Evander sapeva che il veleno provocava deturpazioni orribili, ma quelle parole lo riempirono di orrore.

E così non avrebbe mai più potuto vedere suo padre!

Preso dai suoi pensieri, per poco non fece un salto quando sentì una mano posarglisi sulla spalla.

«Zadok,» disse Yvnhal: «Venite: lasciamo i familiari da soli».

Per la seconda volta, fu allontanato dalla salma.

Uscendo, vide che Mida era dietro di loro.

Gli lanciò uno sguardo così denso d'odio e rancore, che Mida non poté non accorgersene.

Evander lesse nei suoi occhi un'espressione di pura sorpresa.

Sapeva che Mida non poteva comprendere il suo odio: lui aveva preparato il veleno per l'imperatore, ma Evander era colui che glielo aveva fatto bere.

Erano entrambi colpevoli, agli occhi del medico.

Fuori dalla sala della veglia, Yvnhal disse loro: «Mida, Zadok, il vostro lavoro con l'imperatore ora è concluso. Avete assolto molto bene ai vostri compiti, ora prendetevi una meritata pausa. Siete liberi di passare ad impegni più piacevoli, almeno fino al funerale di questa sera».

Evander lo guardò sconcertato: passare ad impegni più piacevoli?!

Come poteva pensare una cosa simile?

Mida fu il primo a rispondere. La sua voce e le sue parole erano così fredde ed impassibili che fecero accapponare la pelle ad Evander, il quale non riusciva proprio a comprendere come Yvnhal e Mida potessero superare il ricordo di quella morte così in fretta: «Grazie, capitano. In effetti, ho delle questioni in sospeso di cui vorrei occuparmi».

Evander, dal canto suo, si limitò ad annuire.

Yvnhal gli batté una seconda pacca sulla spalla, poi se ne andò.

Evander rimase immobile, mentre Mida, dopo avergli rivolto uno sguardo veloce che Evander non comprese, si diresse lentamente verso l'infermeria.

Quando Mida arrivò al suo studio e, finalmente, si girò indietro, non parve affatto sorpreso di vedere dietro di sé Evander, che lo aveva seguito.

Con grande stupore di quest'ultimo, si limitò a dirgli: «Entrate» e a richiudere la porta dietro di loro.

Appena furono di nuovo uno di fronte all'altro, Mida gli disse:

«So perché siete qui. Il vostro comportamento di questa mattina mi ha finalmente chiarito ogni cosa».

Evander non rispose. Quelle parole lo avevano lasciato a bocca aperta, interdetto e confuso. Credeva che sarebbe entrato in quello studio gridando al medico che era un vile assassino e che presto si sarebbe vendicato su di lui della morte dell'imperatore, ma l'atteggiamento pacato e serio di Mida lo aveva impietrito.

Quest'ultimo non lasciò che si riprendesse dallo sconcerto, ma continuò sullo stesso tono:

«Per fortuna, né Vlastamir né Yvnhal vi hanno osservato con la stessa attenzione con cui vi ho osservato io. La morte di vostro padre per poco non vi ha tradito anche con loro».

Ora, Evander, era davvero congelato dallo stupore.

Fissò Mida senza parole.

«Non siate tanto sorpreso, principe Alekym» disse Mida, sempre impassibile: «Ho scoperto chi siete sin dal nostro primo incontro. Già prima, vedendovi negli schermi televisivi di corte durante la vostra campagna contro i monaci a fianco di Yvnhal, avevo notato che i vostri lineamenti assomigliavano moltissimo a quelli di vostro nonno, padre della regina Cassarah, ma credevo fosse solo una mia invenzione. Tuttavia, quando vi ho visitato ed ho compreso che avevate il simbolo dei re sul petto, non ho avuto più dubbi. Ma a quel tempo, voi non sapevate neppure cosa fosse».

Evander ebbe paura. L'assassino di suo padre sapeva chi era in realtà. Cosa doveva aspettarsi da lui?

Ma Mida lesse la paura nei suoi occhi con la stessa facilità con cui aveva letto ogni altra cosa e spiegò: «Quando siete venuto da me con la vostra crisi di coscienza ho sperato ed atteso con impazienza che voi ricordaste ogni cosa. Avevo ormai perso le speranze. Fino ad oggi non sapevo che eravate finalmente tornato voi stesso».

Evander aprì bocca, pronto a parlare. Ma le parole non vennero.

Mida riprese: «L'ultima volta che siete venuto nel mio studio, avete voluto negarmi la verità e farmi credere che la vostra crisi di identità derivasse da una natura viziosa e lasciva. Vi ho mandato via, rattristato e disgustato, all'idea che il principe Alekym fosse diventato un endar libertino innamorato di sua sorella. Perdonate, se ho potuto credere anche solo per un istante una cosa così orribile di voi, ma non capivo perché mai avreste dovuto negarmi la verità quando dovevate aver compreso che io ne ero già al corrente. Ma ora so il perché. Quel giorno, ho commesso un imperdonabile errore: vi ho lasciato credere d'essere d'accordo con il principe Vlastamir nell'avvelenare l'imperatore. Vi ho detto che ero io, a preparare la medicina con le mie mani, contando sul fatto che voi non potevate sapere che si trattava in realtà di veleno. Ma voi invece lo sapevate, ed avete pensato che io avvelenassi vostro padre senza alcuno scrupolo di coscienza. In seguito, quando ho visitato nuovamente l'imperatore, mi sono reso conto del suo improvviso miglioramento ed ho iniziato a pensare che il merito potesse essere vostro. Tuttavia, non potevo esserne sicuro: Adalwin era appena tornato, e forse era lui, e non voi, ad aver finalmente trovato il modo di salvare la vita di vostro padre. Alla fine, mi convinsi della seconda: altrimenti non si spiegava perché voi non vi foste rivolto a me, contando sul mio aiuto per salvare vostro padre quando sapevate già che ero al corrente della vostra identità segreta. Sapevo che pensavate che io ero un fedele seguace del capitano endar, ma il fatto che non vi avessi tradito con lui una volta scoperto che eravate il principe Alekym e che avevate dei ritorni di memoria, doveva bastarvi per farvi capire che non gli ero poi così fedele. Quindi, non riuscivo a comprendere perché voi continuaste a negarmi la verità... Forse non credevate che io sapessi davvero che eravate Alekym? Forse vi eravate convinto che non avrei riconosciuto il tatuaggio dei re?». Ma Mida non attendeva una risposta. Prima che Evander potesse parlare, continuò:

«Sì, è vero, non ho visto il tatuaggio, quel giorno in cui vi ho visitato: era nascosto da un cerotto di finta pelle. Tuttavia, dopo la prima visita, ci ho ripensato a lungo. E non ho avuto difficoltà a comprendere che non era una ferita, quella che avevate sul cuore, ma niente meno che il simbolo dell'erede. Conoscevo esattamente la posizione, le dimensioni e le proporzioni di quel tatuaggio, con una precisione millimetrica. Era ben impresso nella mia memoria visiva. D'altronde, sono stato proprio io, quasi venticinque anni fa, ad imprimervi quel tatuaggio sul petto, e sono anche l'unico che conosca il procedimento con cui viene iniettata sottopelle quella sostanza argentea che molti credono provenga da un altro pianeta, mentre è soltanto il distillato di una pianta dalle incredibili proprietà salvifiche e protettive che cresce solo nella serra dei monaci del Monastero delle Dune, nell'Oasi delle Cascate. Vi stupisce forse, che io abbia contatto con i monaci? Ma sappiate che, quando vostro padre e vostra madre governavano l'Impero di Triplania, monaci ed endar vivevano in buonissimi rapporti, come le due facce di una stessa medaglia. Il degenero è iniziato soltanto con vostro fratello: è lui che ha reso gli endar un infernale strumento per la sua tirannia. Quando io entrai alla Fortezza di Confine, a quindici anni, le cose erano molto diverse e chi veniva selezionato, poteva decidere di non andare. Io decisi di farlo, sapendo che al mio ritorno avrei potuto essere di maggior aiuto per la salvaguardia della mia famiglia».

Di nuovo, Evander provò a parlare, ma Mida aveva ancora qualcosa da dirgli:

«Ma torniamo a voi, Alekym. Un nuovo dubbio mi era venuto, quando ho appreso della scomparsa del registro. Sapevo che, se qualcuno aveva davvero rubato il registro degli endar, quello dovevate essere voi. Adalwin aveva passato tutto il giorno nella torre ovest, dove io stesso lo incontrai quando andai a visitare l'imperatore. L'allarme nel palazzo scoppiò proprio quando sia io che Adalwin eravamo in visita a vostro padre. Quando seppi che il registro era stato rubato, sperai di nuovo».

Mida scosse la testa: sembrava deluso e addolorato: «Ma voi non siete venuto a parlarmi, neppure dopo aver letto la mia scheda! Mi chiedo ancora il perché... Ho creduto che foste semplicemente convinto cheio non ricordavo nulla di ciò che ero stato prima di diventare endar. E quindi, per voi io non ero più il fratello minore di vostra madre, ovvero vostro zio, ma solo un endar e, per di più, l'assassino del marito della mia adorata sorella morta. Il fatto che voi non abbiate dubitato neppure per un momento di questo, ve lo confesso, mi ha molto ferito: sappiate che, prima che morisse, ho giurato a vostra madre che mi sarei preso cura dei suoi figli e avrei vigilato sulla loro vita e su quella dell'imperatore Leandros, ma questo, lo capisco, non era scritto sulla mia scheda e voi non potevate di certo saperlo».

Mida, finalmente, tacque, lasciandogli la possibilità di parlare.

Ma Evander impiegò moltissimo tempo prima di ritrovare le parole. Tutto ciò che Mida gli aveva appena detto lo aveva lasciato sbigottito.

Ma ancora non aveva compreso una cosa.

La cosa più importante di tutte.

«Perché avete avvelenato mio padre?» gli chiese.

La sua voce non vibrava di rabbia, ma solo di incredulità.

Perché, se sapeva che Evander era Alekym e se desiderava che lui ritornasse in possesso dei suoi ricordi per spodestare Vlastamir, aveva comunque avvelenato Leandros, senza tentare di salvarlo?

Perché, se davvero era suo zio, fratello minore di sua madre, non aveva mantenuto il giuramento che le aveva fatto in punto di morte?

Mida lo guardò sorpreso. Evidentemente offeso, disse:

«In realtà, voi non avete mai compreso una cosa, principe. Forse vi riuscirà difficile da capire ed accettare anche adesso: se vostro padre è vissuto fino ad ora, dopo ben quindici anni, è stato solo grazie a me. Ho fatto ogni cosa che ho potuto per acquistare la totale fiducia di Yvnhal e di Vlastamir in modo da farmi dare l'incarico di avvelenare l'imperatore. Dapprima non si fidavano affatto di me, pur sapendo che ero il maggior conoscitore di piante medicali e di veleni fra tutti gli endar fuori e dentro la fortezza. Non si fidavano dal momento che ero il fratello di Cassarah e che ucciderle il marito poteva essere un enorme affronto alla sua memoria, da parte mia. Ma ho giocato bene le mie carte, e sono riuscito nel mio intento. Se avessero dato quell'incarico ad un altro, Leandros sarebbe morto dopo solo un anno di malattia. Sapevo che non potevo fare a meno di dargli quello che volevano, ma glielo avrei dato solo in parte: avrei avvelenato l'imperatore, sì, ma solo per mantenerlo in vita più a lungo. Non potevo fare altro: il potere di Vlastamir e di Yvnhal, circondati da tutti quegli endar fanatici ed a tutti i lord corrotti era troppo grande perché io mi potessi ribellare. Ero da solo: neppure l'imperatore poteva fare nulla perché a quel tempo, la sua mente ed il suo cuore erano davvero devastati dai suoi continui lutti, e non riusciva a reagire. Ma io speravo che voi tornaste e deste finalmente una svolta alla situazione, così mi ero ripromesso di tenere in vita Leandros fino al vostro ritorno atutti i costi, impedendo in questo modo che Vlastamir salisse ufficialmente sul trono. Ma voi non tornavate mai. Per fortuna, vostro padre aveva già una forte resistenza ai veleni, altrimenti anche tutti i miei sforzi potevano essere inutili. E io ho dovuto fare davvero sforzi inauditi per convincere Vlastamir ed Yvnhal chel'imperatore non moriva solo perché il suo fisico aveva sviluppato un'incredibile immunità ad ogni tipo di veleno. Ho detto loro che era una cosa rara ma possibile, e che avrei fatto tutto ciò che era in mio potere pur di trovare il giusto mix di veleni che avrebbe finalmente avuto un effetto. Li ho persuasi che io ero l'unico, in tutto l'Impero, ad essere in grado di tanto. Non sapete quanto è stato difficile. Ma ci sono riuscito. Ed ogni notte passavo ore a calcolare le dosi esatte del veleno, sapendo che il minimo errore avrebbe potuto essere fatale all'imperatore. Ogni volta che dovevo assentarmi per più di un giorno dalla corte, per seguire Yvnhal in una delle sue campagne, ho dovuto passare notti in bianco e giorni interi fra i calcoli per preparare il dosaggio giusto per il preparato in modo che durasse per tutto il tempo della mia assenza, e nessuno potesse avvelenare a morte l'imperatore prima del mio ritorno. Per cui, forse, prima di accusarmi di averlo ucciso, dovreste ringraziarmi per averlo salvato».

Evander lo guardò, sconvolto e disperato.

«Ma non lo avete salvato: mio padre è morto!».

Fu soltanto in quel momento che Mida parve comprendere appieno l'angoscia di Evander.

Improvvisamente, lo guardò con una nuova espressione, un'espressione colpevole.

«Perdonatemi, principe Alekym» disse infine. «Ho dimenticato di mostrarvi una cosa».

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