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7. La mia vita non mi appartiene










Diario di Evander

784° giorno veradriano


Esiste un posto alla Fortezza di Confine dove gli endar non hanno nessuna intenzione di arrivare né con lo sguardo, né con il pensiero, né in altri modi.

La scoperta di tale punto debole ha reso possibile l'esistenza del diario che tengo fra le mani.

Questo posto non è né la mente, né il cuore, né l'anima.

È il corpo.

Il corpo fisico di ogni apprendista è il suo santuario: è sacro persino per gli endar.

La prova di ciò che scrivo è il fatto che sono ancora vivo. Infatti, se così non fosse, gli endar avrebbero scoperto il mio segreto molto tempo fa, perché non mi sarebbe stato possibile nascondere il marchio dell'erede.

Invece, essi hanno un innato rispetto per la dignità del corpo, e ripugnano ogni forma di umiliazione fisica. Questo è il loro più grande punto debole e non sono neppure consapevoli di averlo.

Hanno creato un sistema che agisce solamente sulla mente, l'anima e lo spirito. Le loro torture non sono fisiche, ma di tutt'altra natura.

Anzi, il corpo esce rafforzato dall'addestramento, con la sua dignità ancora intatta. 

L'attività fisica che facciamo in abbondanza non può far altro che rafforzarci. I vari combattimenti ci rendono sempre più resistenti, ma vengono fermati prima che diventino invalidanti. Il "coefficiente di efficienza" non deve risentirne.

Persino la tradizionale pratica del tatuaggio, della rasatura dei capelli e della chirurgia estetica viene considerata come un'elevazione della materia del corpo. L'affiliato passa da semplice uomo a creatura sovrumana, per metà bestia, e, in questo modo, diventa un endar a tutti gli effetti.

É un rito di iniziazione.

Tutto avviene in totale solitudine: l'affiliato sceglie il disegno del tribale prediletto, i ritocchi chirurgici e il tipo di rasatura e coloritura dei capelli, poi imposta la macchina, ed essa esegue le modifiche corporee come richiesto.

Sembra incredibile che gli endar abbiano un punto debole così manifesto e che nessuno se ne sia mai accorto.

La necessità di tenere il mio pericoloso tatuaggio al sicuro da sguardi indesiderati mi ha reso particolarmente consapevole di quella zona del mio corpo, e di tutto ciò che può agire su di essa o venirne in contatto.

Forse è per questo mio particolare interessamento al problema, quindi, che io sono l'unico ad aver preso coscienza di questa debolezza degli endar al punto da poterla sfruttare contro di loro e ad arrivare alla conclusione che, se la fasciatura sul petto può custodire il tatuaggio, può custodire anche il diario. Almeno finché io non morirò, non sarò convertito, o ferito.

A questo scopo, per precauzione, continuo ad evitare l'infermeria, mentre i miei compagni vi fanno almeno una visitina a settimana. Inutile dire che ho ringraziato Jonathan mille e mille volte per avermi reso così abile nei combattimenti, e persino il lavoro di contadino per avermi fatto diventare così muscoloso e resistente.

Senza questi presupposti, non sarei mai resistito qua dentro per più di un mese.

Ho incominciato a crearmi la fama di essere il più sano degli affiliati. Spero che queste voci non attirino troppo le attenzioni su questo mio continuo evitare l'infermeria, insospettendo gli addestratori endar. Ma questi ultimi vanno troppo fieri dei miei successi, sono troppo contenti di aver un affiliato capace di vincere tutti i combattimenti senza un graffio, troppo pieni di sé e dei loro metodi, per insospettirsi: altra loro debolezza è l'arroganza.

Qua dentro, ho scoperto che per molte cose gli endar sono sopravvalutati. Ma per altre, terribilmente sottovalutati.

Per una cosa in particolare: le punizioni.

Non so che cosa mi succeda là dentro, ma so che devo aspettarmi il peggio. Proprio il fatto di non essere cosciente dei loro effetti è ciò che mi fa più paura, perché mi rende consapevole che sono impotente, privo di difese di fronte ai loro sistemi.

Sento il germe dell'endar crescermi dentro un po' di più dopo ogni punizione, inquinando le mie funzioni cerebrali. E non posso dire se sia solo una mia suggestione, o se non sia la realtà stessa.

Forse mi faccio tanti problemi a nascondere il mio segreto, quando loro lo hanno già scoperto da mesi leggendomi nella mente. Per quanto ne so, tutto è possibile. Sulle punizioni, lo stesso Jonathan non ha saputo darmi spiegazioni.

Forse danneggiano alcune parti del cervello, togliendo la capacità di ricordare alcuni episodi della vita o di provare sentimenti che non gradiscono. Forse, questo è proprio il loro segreto, il motivo per cui un endar non torna mai ad amare: perché gli hanno tolto la possibilità materiale di farlo. Ma Jonathan, per quanto freddo e severo, sembrava ancora capace di provare sentimenti umani. Forse, con lui il sistema aveva fatto cilecca.

Sembra che anche in me abbiano riscontrato una particolare resistenza all'effetto delle punizioni: temono che non siano efficaci su di me come su altri. Hanno pensato di ovviare al problema sottoponendomi al numero più alto di punizioni possibile. Come aveva temuto Wyn, ci hanno proprio preso il vizio.

Quando dico a Wyn che ne ho subito un'altra, leggo nei suoi occhi la mia stessa paura. Ma leggerla nei suoi mi fa più effetto, perché lui ha visto tanti apprendisti passare per le punizioni, ne ha visto gli effetti, e sa a cosa possono portare. Non vuol rispondere alle mie domande, forse per non spaventarmi, nel timore che io smetta di resistere.

Ma gli endar riescono sempre a capire quando sto fingendo di non sapere le risposte, o quando non do il massimo nel combattimento.

Almeno, ho un alleato.

Erano passate ormai parecchie settimane dopo quelle prime conversazioni con Wyn e, per un motivo e per un altro, non eravamo mai riusciti a finire il discorso della foresta.

Ormai si stava avvicinando il momento, ed io confesso che ne avevo paura. Più che altro, avevo paura di dover uccidere a forza uno dei miei compagni e di non sapere neppure chi fosse.

Tuttavia, avevo fiducia nel fatto che Wyn mi avrebbe aiutato, come mi aveva promesso.

«Ascolta bene, Zadok» mi disse, andando dritto al punto, quando riuscimmo finalmente a riprendere il discorso: «Quando gli endar verranno a prelevarmi, dichiarando che il thoraken ha rilevato che il mio stato di salute non è dei migliori, tu procurati un serio biglietto per l'infermeria. Fai come ti ho detto, e ti sarai evitato l'incubo della foresta!».

Tutte le mie speranze crollarono d'un colpo.

Capii subito che il suo piano nel mio caso non poteva funzionare.

I combattimenti nella foresta venivano fatti in giorni causali così da non poter essere previsti, ma Wyn era davvero un privilegiato come mi aveva detto: poiché non potevano permettersi che morisse e poiché avevano paura che lasciandolo combattere sarebbe finito al tappeto, lo avvertivano prima perché si presentasse in infermeria. Grazie al suo preavviso, io mi sarei potuto procurare una qualche ferita temporaneamente invalidante, unico modo per saltare il combattimento all'ultimo sangue nella foresta.

«Non posso» dissi.

Sul volto di Wyn si dipinse una gran delusione.

«Come hai detto?» mi chiese.

Aprii bocca, ma le parole non vennero.

Non mi lasciò il tempo di trovarle. Con impazienza, aggiunse: «Ma hai capito, o no, di cosa sto parlando, Zadok?! Mi riferisco al combattimento nella foresta, quello che ti avevo detto che...».

«Sì, so di cosa stai parlando» mormorai, interrompendolo, senza nascondere la depressione: «Ma io non posso. Non posso andare in infermeria».

Wyn per poco non mi rise in faccia.

Lo guardai con un'espressione così seria, che gliene passò la voglia.

«Che stai dicendo, Zadok?! Non riesco a capire».

«Non posso andare in infermeria. La devo evitare a tutti i costi, anche a costo della mia stessa vita».

«E anche a costo della vita di qualcun altro?» mi disse Wyn. Era la prima volta che lo vedevo arrabbiato.

«Io...». Non riuscii a finire la frase.

«Tu lo sai, Zadok, che sei fra i migliori, vero? É molto probabile che sarai proprio tu, a dare il colpo di grazia all'affiliato che rimarrà a terra. Vuoi evitare l'infermeria a costo della tua vita? Ok. D'accordo. Non capisco perché, ma va bene. Ma non puoi farlo a costo della vita di qualcun altro!».

«Forse hai ragione, Wyn. Ma la scelta non spetta a me. Io...».

«Non ti capisco, Zadok! Ma, forse, mi sono sbagliato su di te... Forse, anche tu sei come tutti gli altri! Anzi, sei peggiore di tutti loro, se preferisci diventare un assassino piuttosto che metter piede in infermeria! Mi sono davvero sbagliato, sul tuo conto». Wyn non parlava più con me, ma con sé stesso. La sua bontà innata era tale che la rabbia, in lui, non si sfogava nella violenza contro gli altri, ma nell'autocritica.

Lo lasciai da solo, facendo qualche passo indietro per poi voltarmi ed andarmene, senza che lui neppure si rendesse conto della mia assenza.

Lo avevo deluso, e non avevo neppure potuto spiegargli il motivo della mia scelta. Come potevo dirgli che la mia vita non mi apparteneva, e che non stavo proteggendo Evander, ma Alekym?

Forse, aveva ragione lui. Forse, era meglio rischiare la vita della Nemesi, piuttosto che farla diventare un assassino. Ma la scelta non era solo mia. L'Alto Profeta mi aveva ordinato di rimanere in vita, o altri ne avrebbero subito le conseguenze. E sapevo che non aveva mentito.

Purtroppo, quindi, ho dovuto combattere come un burattino nelle mani degli endar.

Oltretutto, gli endar ci somministrano una particolare droga che ci aizza uno contro l'altro, ci toglie ogni senso di colpa, rimorso, freno di qualunque tipo. Ci fanno diventare come delle belve feroci, guidate solo dall'istinto di sopravvivenza e di competizione. Alcuni di noi, invece, diventano bestie da macello: le vittime di questa carneficina.

Quando torno in me, passo giorni infernali a tentare di ricordare e, al tempo stesso, a desiderare di smettere di farlo. I flashback di orrore, sangue, violenza che mi si alternano nella mente e di cui io sono il responsabile mi congelano nel dolore del senso di colpa.

Non riesco a mettere a tacere la consapevolezza che, essendo io uno dei migliori in combattimento, mi deve per forza essere capitato di infliggere il colpo finale ad una di quelle vittime.

Purtroppo non è per nulla facile da capire, anche perché a volte i ragazzi scompaiono per giorni, tu credi che siano morti, e poi ricompaiono come se nulla fosse e ti dicono che loro sono sempre stati lì e non sono mai andati via. Per quanto io ci provi, non riesco mai a contare quanti sono i ragazzi effettivamente scomparsi e mai ricomparsi. Ci sono anche alcuni, qui dentro, che praticamente non vedo mai, perché, siccome siamo in troppi, siamo stati divisi in cinque grandi gruppi in modo da fare a turno per la sala uovo, per la sala della birra e per quella dove si tengono gli altri test. Soltanto nella foresta siamo tutti insieme, ma, sotto l'effetto della droga, siamo irriconoscibili gli uni agli altri.

Ed ogni volta mi sento sempre più in colpa nei confronti di Wyn.

Qualche settimana fa, dopo mesi che non mi rivolgeva più la parola, ha ripreso a parlarmi. Mi ha detto: «Perdonami, se ti ho insultato a quel modo, Zadok. Non dovevo farlo».

«Ne avevi tutto il diritto, invece» gli ho risposto io. Avrei voluto abbracciarlo perché, per la prima volta da tempo, non mi sentivo più un mostro privo di umanità, e questo solo grazie al fatto che lui mi aveva accettato, venendo persino a scusarsi con me per le parole dure che mi aveva rivolto.

«No, Zadok, non dovevo, perché... Io so che non sei un assassino» disse, con una certa freddezza.

So di averlo guardato con una tale commozione, che anche i suoi occhi si bagnarono di lacrime. Ma lui le cacciò presto indietro: «Sorvolerò sulla tua decisione, perché sono l'ultima persona che possa giudicarti. Non parliamo più di quello che è successo».

Detto questo, mi strinse la mano, e se ne andò.

Anche se siamo tornati amici, so che la delusione non si cancellerà mai dai suoi occhi.

Mi rimangono poche righe da scrivere stanotte, prima che lo spazio sulla pagina sia del tutto esaurito, ed è giusto che siano dedicate a te, amico mio. Grazie, Wyn, per tutto ciò che hai fatto e continui a fare per me! Spero che, quando leggerai queste pagine, tu possa perdonarmi. Ma non so se merito davvero il tuo perdono.

Non posso scriverti tutto ciò che vorrei, perché scrivo nel buio della cella, durante la notte, e devo star attento a non fare rumore con la penna e la carta, quindi non posso girare le pagine, perché il rumore prodotto dallo strusciarsi dei fogli è troppo forte.

Vorrei poterti ringraziare anche per questo, per la carta che mi hai dato.

É davvero un mistero per me, come tu sia riuscito a procurarti questa carta da lettere. Forse sei di nascita così elevata che ti è permesso ricevere posta, ma trovo incredibile ed inaccettabile che tu abbia cancellato tutte le tue lettere, unico tuo collegamento con il mondo esterno, in modo che io potessi scrivere un diario che contiene un segreto che tu credi appartenere ad un perfetto estraneo.

Mi hai assicurato che non mi devo fare alcun problema, e che mi avresti dato altra carta, ma mi hai già dato un numero di fogli più che sufficienti per scrivere ciò che dovevo. Infatti, ora che sono arrivato a questo punto, mi dico che posso anche smettere di correre questo grave rischio: ho lasciato testimonianza dell'esistenza di Alekym, del suo tentativo di ribellarsi agli endar, e non ho altro di così importante da raccontare a queste pagine che, con ogni probabilità, non verranno mai lette.

Potrei smettere di scrivere anche adesso, ma... mi aiuta a mantenere il controllo, a razionalizzare la mia esperienza, a sfogare le mie preoccupazioni... Mi aiuta a preservare la mia identità.

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