48. Non è ancora finita
Jayden
Nello stesso istante, Jayden esclamò «No!» e corse verso Evander, che, cercando con tutte le forze rimastegli di mantenersi cosciente, si accasciò a terra, tenendo stretto il ritratto fra le mani.
Yvnhal, con un'espressione di orrore sul volto, coprì in un attimo la distanza che lo divideva da Evander e, invece di gettarsi sul ritratto, si gettò sul ferito, esclamando: «Perché?! Non volevo che vi uccidessero!».
Jayden, a quella vista, si bloccò, sconcertata. Avrebbe voluto piangere per Evander, ma il disgusto per Yvnhal la fermò: come potevano piangere entrambi lo stesso uomo?
In un attimo, tutti gli endar si erano fatti più vicini, ignorando completamente Jayden e Allen, ancora privo di sensi. Tutti sembravano temere per la vita di Zadok.
Yvnhal gridò: «Un medico!» e pareva essersi ormai scordato del ritratto.
Ma non era ancora finita.
In quel momento, un rumore si fece sentire oltre il muro esterno, nel boschi attorno a loro.
Da entrambi i passaggi, in un secondo, comparvero una sessantina di ribelli. Molti erano rimasti fuori, sia per non affollare la sala che per sorvegliare l'uscita. In pochi minuti, gli endar si trovarono accerchiati dal Partito Ribelle al completo.
In testa c'era Dalwyn, il quale, appena vide chi era colui di cui tutti sembravano piangere la fine imminente, si fece largo per raggiungerlo. Nel frattempo, Yvnhal e tutti i suoi endar furono costretti ad allontanarsi da parecchie lame e pistole puntate sui loro petti e sulle loro schiene, mentre i ribelli distruggevano i loro thoraken o li obbligavano a gettarli a terra.
Yvnhal, sentendosi trascinare lontano da Zadok che dava ormai per morto, non fece resistenza, come avesse ormai perso ogni forza. D'altronde: non poteva più niente, perché contro tutti quegli uomini, chiuso fra due fuochi in una sala così stretta, neppure lui avrebbe potuto nulla.
Dalwyn, con gli occhi fissi sul ferito, gridò: «Yan, venite qui!».
Ma non aveva bisogno di chiamarlo, perché Yan era già comparso al suo fianco e, prima ancora che Dalwyn potesse ripetere l'appello, Yan si era già chinato sul ferito e stava per praticare un taglio sulla tuta endar per sollevarla e lavare la ferita. Dalwyn gli intimò: «Fermo! Aspettate un momento!».
Il medico esclamò: «Ma devo curarlo! O morirà!».
Dalwyn gli disse: «Vi ho detto di aspettare!».
Yan, con un'espressione di orrore, si fermò.
Dalwyn strappò a forza il ritratto dalle mani di Evander, che, privo di sensi com'era, non poté fare nulla per impedirglielo, poi si alzò, e si rivolse a tutti coloro che gli stavano di fronte, endar o ribelli che fossero.
«Ascoltate, tutti quanti! Questo ritratto per cui vi siete battuti e uccisi fra di voi, adesso è nelle mie mani, e vi dico esattamente quello che ne farò. Poiché voi sapete, End Yvnhal, che la mia morte, avvenuta per mano dei vostri uomini di fronte a tanti testimoni aizzerà contro di voi l'intero popolo, non oserete uccidere me per aver guardato questo ritratto. E se dentro di voi state pensando: "non importa, in un modo o nell'altro, riuscirò a farvi fuori", vi dico quello che ne penso: in questo momento, alcuni ribelli, non saprete mai quali, stanno registrando tutta la scena. E vi assicuro che mio padre, mia sorella e tutti i capi del Partito della Nemesi qui presenti sapranno sfruttare la mia morte per aizzare il popolo contro di voi. Quindi, tutto sommato, non vi conviene affatto uccidermi. Ma poiché non voglio che voi vi facciate prendere da follie omicide per il terrore che il ritratto venga visto dal resto dei ribelli, io ho intenzione di guardarlo e, dopo averlo visto e dopo essermi fissato bene a mente questo ritratto, di distruggerlo. In tal modo, nessun altro oltre a me, saprà riconoscere mio fratello Alekym quando lo vedrà. E, dovete ammetterlo, a parte mio padre e mia sorella, io sono colui che ne ha più diritto di tutti! E quindi vi voglio tutti come testimoni: io adesso aprirò questo ritratto, lo guarderò e lo brucerò».
Yvnhal non mosse un solo dito per fermarlo, e si limitò invece ad osservare ogni sua mossa in silenzio. Gli endar, vedendo il loro capitano agire in quel modo, seguirono il suo esempio.
Soltanto Jayden parve sconvolta da quella decisione, ma non disse niente.
Dalwyn aprì il ritratto, lo fissò per pochi istanti, rimase impassibile e muto, poi gli diede fuoco.
«Ed ora, portate via i prigionieri e lasciateci soli!» gridò.
In un istante, accanto al ferito erano rimasti soltanto i capi del Partito Ribelle.
Jayden era immobile, bianca in faccia come un lenzuolo, e, per l'orrore e lo sgomento, non riusciva quasi a muoversi.
Un silenzio teso scese su tutti quanti, e persino coloro che non avevano riconosciuto Evander nei panni dell'endar ferito, non osarono interrompere quel silenzio, per quanto sorpresi.
Quest'ultimo era sdraiato a terra, la divisa nera era intrisa di sangue.
Dalwyn si chinò su di lui, fino a che non fu allo stesso livello di Yan e gli disse, a voce così bassa che nessuno potesse sentire: «Incominciate a curarlo, ma non alzate mai la tuta endar al di sopra del diaframma. Fate come vi ho detto».
Yan, sorpreso, ma felice di poter riprendere il suo lavoro, non osò controbattere e si mise all'opera.
Il padre di Jayden spostava lo sguardo dal ferito alla figlia, dalla figlia agli altri membri del Partito Ribelle, e capiva quel silenzio meno di tutti. Ma Allen, avendo da sempre poca o nessuna pazienza e non avendo affatto riconosciuto il ferito, esclamò: «Cosa diavolo fai, Yan? Dobbiamo farla finita finché è debole! É la nostra unica possibilità contro un nemico come lui!».
Jayden e Zora si volsero di scatto verso Allen, con un'espressione terrorizzata.
Cassian annuì col capo: «Per quanto mi ripugni uccidere un uomo in queste condizioni, temo che questa sia la cosa migliore da fare».
Gli altri ignorarono sia Allen che Cassian, e continuarono a fissare Evander.
Dopo un po', Allen esclamò di nuovo: «Ma, diamine, che state aspettando?!».
Dalwyn si rivolse a Yan: «Potete salvarlo?».
Il medico attese qualche istante prima di parlare. Poi, senza alzare gli occhi dal ferito, disse: «La ferita è profonda. Forse mortale. Ma non ci penso proprio a dargliela vinta! Lo salverò ad ogni costo».
Jayden sussurrò: «Mortale?!».
«Ma che diavolo stai dicendo?!» esclamò Allen, guardando sconcertato Yan.
Cassian fece altrettanto, ed esclamò: «É un uomo di Vlastamir! É il nuovo capitano degli endar! Senza di lui, sono tre volte più deboli! Qui non si parla di curare quest'uomo, ma di porre fine alla sua sofferenza, terminando ciò che abbiamo cominciato».
«Oh, papà, ti prego! Non parlare così!» disse Jayden con un filo di voce.
Cassian si voltò verso la figlia, sgomento di quel tono e quella voce così disperati: cercò le parole per chiederle spiegazioni:
«Jayden, credi forse che lui si farebbe tanti problemi ad ucciderci? Su quella nave ci avrebbe fatti esplodere tutti senza batter ciglio! É arrivato molto vicino all'uccidermi. Siamo in guerra e End Zadok lo sa».
Jayden non rispose. Scosse violentemente la testa.
«Ma che vi succede, a tutti quanti, maledizione?! Avete perso la testa?!» gridò Allen.
Kaleb mormorò: «Allen, vuoi tacere, per l'amor del cielo?! Non possiamo uccidere quest'uomo! E ora con tutto me stesso temo che lo abbiamo già fatto...».
Jayden singhiozzò più forte a quelle parole, ma non fu in grado di dire niente.
«Ok, è maledettamente chiaro: siete tutti impazziti. Vi fate scrupoli per un endar, che non ha più nulla di umano! Se ci fosse qui lui al nostro posto, ci avrebbe uccisi tutti senza pensarci due volte. Se non volete ucciderlo voi, allora... Beh, lo farò io, diavolo!».
Allen fece un passo verso il ferito, estraendo la spada. Jayden si mosse verso di lui per fermarlo e il grido le si spezzò in gola, Dalwyn e Yan fecero schermo al ferito, Kaleb gridò: «No!», e Zora scoppiò in lacrime.
A quel punto, Allen si rese conto che qualcosa stava succedendo al di là della sua comprensione. La confusione lo prese, e rimase col braccio alzato in aria, e la spada sguainata che rifletteva la luce rossa del sole e del sangue.
Il silenzio era più fitto e più teso che mai.
Jayden scoppiò in singhiozzi così forti che dovette portarsi una mano alla bocca per soffocarli.
Zora, che, per tutto quel tempo era stata accanto a Jayden, per farle forza, ora la lasciò e andò verso Allen. Pose una mano sul suo braccio alzato per farglielo abbassare e, con una voce che fece vibrare il cuore di Allen come le corde di un violino, disse: «Ma, Allen... non... Davvero non lo riconosci?».
Allen rimase interdetto. «Chi...? Chi è che dovrei riconoscere?».
Dopo qualche istante, Yan rispose: «É Evander».
Allen lasciò cadere la spada con un tonfo. Si girò sgomento verso il prigioniero: «Evander! Oh, diavolo!».
Dalwyn chiese: «Chi era Evander per voi?».
Anche Lord Cassian cominciò a capire, e dopo un istante disse a sua figlia: «Mi hai mentito, Jayden, non è così? Non era solo il capitano della vostra spedizione di laurea, vero? Chi era, in realtà, per voi? Chi era... per te?».
Ma Jayden lo guardò senza rispondere, scuotendo la testa tra le lacrime.
Kaleb rispose al posto suo: «Era un amico. Tutti noi gli volevamo bene».
Zora aggiunse: «Era più di un amico, era un fratello. Non posso ancora accettare il fatto di averlo perso».
Jayden rimase in silenzio, ma ormai non riusciva più a trattenere i singhiozzi.
Dalwyn mormorò: «È stato anche mio amico, alla Fortezza, prima che loro lo prendessero».
Lord Cassian scosse la testa: «La situazione è peggiore di quanto sembri. Qui c'è più che amicizia...» disse, con tono grave ed un'espressione preoccupata.
Poi si avvicinò alla figlia e disse: «Figlia mia, tu lo sai... devi capire che quest'uomo non è colui che hai conosciuto all'Accademia. É un altro, un mostro! É un endar! Per quanto sia migliore di tanti altri, rimane un endar: quest'uomo ha commesso delitti inimmaginabili!».
Allen, ripresosi dallo sconcerto, mormorò: «Lord Cassian ha ragione, Jayden: quest'uomo non è Evander. É l'endar che lo ha ucciso!».
Cassian aggiunse: «Solo perché tu credi che il principe Dalwyn non sia cambiato, non devi pensare che la stessa cosa valga per quest'uomo, Jayden! Con Dalwyn hanno usato guanti di seta! Dalwyn è il fratello dell'imperatore: hanno dovuto farlo tornare anche se non erano riusciti a convertirlo. E non sono riusciti a convertirlo perché non hanno usato con lui tutte le loro carte, perché sapevano che noi lo avremmo preso come simbolo, lo avremmo considerato come un martire della ribellione, e questo ci avrebbe reso più forti! No, mia cara, con End Zadok, con Evander, non hanno usato guanti di seta! Non puoi sapere cosa gli hanno fatto per farlo diventare ciò che è adesso! Ma devi capire, Jayden, che ora non è più umano, non è più tuo amico, non è più Evander! Per quanto sia difficile da accettare, è l'uomo più pericoloso dell'impero, e il Partito deve ucciderlo o non potrà mai vincere! In lui non c'è più niente di ciò che era prima».
Jayden esclamò: «Ma io lo amo!».
Cassian rimase sconvolto a quelle parole, la preoccupazione e la paura lo fecero reagire con rabbia: «Jayden, tu non sai quello che dici!».
Dalwyn spezzò il silenzio: «É vero, Jayden? Ti sei innamorata di lui?».
«Di Evander, sì» rispose Jayden. «E io so che lui esiste ancora! Zadok non è riuscito a cancellare Evander del tutto, io lo so. Lo sento».
Dalwyn la osservò con attenzione, ma, dopo un momento, annuì e tornò a guardare il ferito.
Nessuno osò controbattere alle ultime parole di Jayden, perché il tono con cui le aveva pronunciate era troppo sincero, per poter venire contraddetto.
Lord Kaleb interruppe il silenzio:
«Cassian, vi sbagliate» disse.
Quest'ultimo lo guardò con rabbia: «Che cosa dite?!».
«Dico che vi sbagliate, e che quanto avete detto non è vero. Io ne ho le prove».
«Quali prove?!».
«Mio fratello! Ecco la prova! Mio fratello, Robert Valt, fu preso dagli endar, e tornò fra noi completamente redento, sposò la donna che amava, e visse una vita felice per il resto dei suoi giorni, non più tormentato dai sensi di colpa, perché perdonato da tutti coloro che lo hanno conosciuto ed amato».
Tutti tacquero, e fissarono sconcertati Kaleb. E Allen più di tutti, poiché non aveva mai saputo di avere avuto uno zio fra gli endar. Gli era stato detto che lo zio era morto in un incidente all'età di quindici anni.
Forse quest'ultima scoperta gli fece infine perdere la testa, perché scoppiò in un impeto di rabbia e gridò: «Un endar è un endar, e non smette mai di esserlo! Questo mostro ha ucciso il nostro amico, non c'è più niente di Evander in questo corpo».
Detto questo, si mosse verso il ferito, di nuovo con la spada sollevata.
Ma, in quel momento, si trovò di fronte Jayden, che, con una mano sul petto di Evander e l'altra protesa verso Allen nel tentativo di fermarlo, dichiarò: «Prima dovrai uccidere me!».
Allen si fermò e fece un passo indietro, poi disse: «Tu non capisci, Jayden! Non è Evander! Non è più lui, ti dico!».
«Tu questo non puoi saperlo con certezza! Nessuno di noi lo può sapere! Ma...».
E si girò verso Evander, inginocchiata al suo fianco, guardandolo in volto: «Ma io devo scoprirlo!» concluse.
Nessuno osò contraddirla o cercare di farla allontanare dal ferito.
E, in quel momento, Evander aprì gli occhi, resi brillanti dalla febbre, e quando riuscì a mettere a fuoco il suo volto, mormorò: «Jayden, sei... sei tu?».
A sentire quel nome, Dalwyn si fece un poco da parte, per lasciare che Jayden parlasse con il ferito, ma non si alzò e rimase a fianco a lui.
Jayden riprese a piangere ed esclamò: «Avete sentito?! Mi ha chiamata per nome! Si è ricordato di me... Si è ricordato..».
Poi si girò di nuovo verso di lui: «Ti sei ricordato, vero?».
Evander chiuse gli occhi, poi li riaprì e con fatica disse: «Sì».
«Oh! Io lo so! So che l'endar non ha vinto! Lo sento! Datemi tempo, e vedrete che Evander tornerà! Lo vedrete!» diceva Jayden fra le lacrime.
«Il ritratto... Jayden» mormorò il ferito.
Ma Jayden continuava ad esclamare: «Io so che tornerà!».
«Jayden...» mormorò di nuovo Evander, e questa volta Jayden lo sentì e si girò verso di lui: «Sì, sono qui! Cosa vuoi dirmi? Cosa...?».
Evander la guardò negli occhi, e fece un debole sorriso: «É troppo tardi, Jayden».
«No! No! Cosa dici! Non è troppo tardi! Ora cureremo la tua ferita, vedrai che tornerai come prima... esattamente come prima».
«Jayden, voi non potete curare le mie ferite... Io ho fatto cose... ho fatto cose...».
Evander fu colto da un nuovo delirio, e non riuscì a continuare la frase.
«No! Non te ne andare, ti prego! Non ora che ti ho ritrovato!».
«Jayden» disse Evander scuotendo debolmente la testa: «Evander non tornerà più. È troppo tardi... Ci sono riusciti!».
«No, non puoi dire così! Io non ci credo!».
«Perdonami... non sono stato abbastanza forte... Dì a... Dì agli altri che mi dispiace».
«Cosa?! Oh, no! Glielo dici tu agli altri! Glielo dici tu!» mormorò, poi, sempre guardando Evander, gridò: «Yan, salvalo, ti prego!».
Ma Yan stava già facendo del suo meglio.
«No, io non voglio vivere» esclamò il ferito con forza: «Ho fallito, Jayden, mi dispiace! Jonathan... Mi dispiace, Jonathan, ti ho deluso. No potrò mai rispettare le tue ultime volontà! Perdonami!».
Yan scosse il capo: «Sta delirando!».
Ma Dalwyn mormorò fra sé: «No, non sta delirando». Poi, si rivolse a Jayden: «Devo parlare con lui! Fatemi parlare con lui, ve ne prego».
Lei lo guardò tra le lacrime e disse: «No, no, no!».
Yan si intromise: «Jayden, Evander non morirà, io posso salvarlo!».
Jayden ripeteva: «No, no, no!».
«Evander non morirà, Jayden, è una promessa!».
Dalwyn chiese sottovoce a Yan: «É vero? Non morirà? Voi potete salvarlo?».
«Sì, posso: Evander ha una resistenza molto elevata, e una grande sopportazione al dolore. Non è la ferita allo stomaco che lo fa delirare in questo modo, ma quella che ha al cuore!».
Evander, intanto, rimaneva cosciente, sebbene a tratti chiudesse gli occhi e respirasse a fatica, e a tratti delirasse come in un febbrile dormiveglia.
Dalwyn si voltò verso il ferito, mentre Jayden, sempre in preda ai singhiozzi, teneva lo sguardo fisso su Evander e non si scostava di un solo millimetro.
Dalwyn si rivolse al ferito: «Mi riconoscete?».
«Wyn» mormorò il ferito.
«Sì, ma quello non è il mio nome».
«Lo so... tu sei... tu hai vinto... non ti hanno preso» diceva Evander, sempre in preda al delirio, con gli occhi chiusi e scuotendo leggermente il capo.
Dalwyn continuò: «E neppure Zadok è il vostro nome. Non è così?».
Il ferito non rispose.
«Avanti, non vorrete morire come endar!».
Jayden a quelle parole singhiozzò ancora più forte.
Evander scosse il capo.
«E allora qual è il vostro nome?».
Il ferito tacque ancora.
«Non siete Zadok, ma non siete neppure Evander, non è così?» disse Dalwyn.
Il ferito si ribellò a quelle parole, e soffocò un grido di dolore, perché la ferita si era contratta nello sforzo.
Jayden si arrabbiò con Dalwyn: «Cosa fate? Non vedete che così gli fate sprecare energie?!».
Dalwyn la ignorò e prese dalla tasca un plico di pagine ingiallite, che mostrò al ferito.
Alla sua vista, Evander parve fare uno sforzo ancora più grande per vincere il dolore, aprì gli occhi in un improvviso momento di lucidità e afferrò il braccio di Dalwyn: «L'hai letto?!» esclamò, con un moto di terrore.
«Sì, l'ho letto, ma non temete, nessun altro oltre a me ne conosce il contenuto!».
«Jayden non...» mormorò il ferito.
Dalwyn capì che Evander non voleva che Jayden venisse a saperne niente, e disse: «Jayden, dovete lasciarlo. Non può parlare, né riprendere energie, con voi accanto. Ve ne prego».
«Non se ne parla! Io non me ne vado. Dovete smetterla di fargli queste domande! Dovete lasciarlo in pace, o lo farete morire!».
«Jayden... ti prego...» sussurrò Evander.
Jayden rimase sconcertata, lo guardò offesa.
Dopo un momento, però, si alzò, con un moto di dignità e rassegnazione: «Va bene, me ne vado!» gridò e si allontanò a passi veloci.
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