45. La promessa
Nonostante avesse scoperto che Vlastamir stava avvelenando suo padre, Zadok ancora non riusciva a conciliarsi con quel pensiero.
Come poteva un figlio avvelenare un padre?
E perché, se lo voleva morto, avrebbe aspettato tanto ad ucciderlo?
Il vecchio imperatore era malato da più di quindici anni, e andava peggiorando sempre di più gradualmente fino a diventare il vecchio debole che aveva visto nella torre ovest.
Ma, se Vlastamir voleva il suo trono, perché non aveva fatto in modo che suo padre morisse prima?
Forse, così come Zadok, qualcun altro aveva aiutato l'imperatore.
Oppure, Vlastamir aveva un motivo più grande, che lui non riusciva a comprendere, per tenere in vita il vecchio così a lungo.
Senza dubbio, l'imperatore aveva cercato in tutti i modi di resistere all'avvelenamento e rimanere in vita il più a lungo possibile, perché l'unico servizio che poteva ancora dare al popolo dal suo letto di malattia era proprio non morire per non affrettare con il suo decesso la salita ufficiale al trono di Vlastamir.
Zadok faceva fatica a credere che anche Yvnhal fosse coinvolto in quel parricidio: di Yvnhal non riusciva a pensar male al punto di crederlo capace di una cosa simile. Se Vlastamir gli era parso sin da subito un uomo vizioso e malvagio, Yvnhal gli aveva sempre dato l'impressione di un uomo intelligente che metteva sé stesso e la propria coscienza al servizio dell'Impero, anche quando questo significava fare qualcosa di sbagliato, ma mai per un fine personale. Quale fine comune poteva esserci nella morte del vecchio imperatore, per cui Yvnhal dovesse macchiarsi di un simile delitto?
Forse Yvnhal era stato ingannato da Vlastamir proprio come Zadok, e non sapeva che quel bicchiere non conteneva una medicina salvifica, ma un veleno mortale.
Zadok sapeva chi avrebbe potuto aiutarlo a scoprire la verità, ma non era sicuro se quel qualcuno sarebbe stato dalla sua parte.
End Mida.
Zadok aveva ricordato quando, tornati dalla rivolta che aveva represso con il gas velenoso, End Mida era venuto a parlargli. Nel suo sguardo e nel suo tono di voce, Zadok ricordava di aver letto una deferenza strana, che non vi aveva mai visto. End Mida lo aveva guardato come se avesse avuto di fronte l'imperatore in persona. Gli si era rivolto come se Zadok fosse stato un re.
E, poi, gli aveva detto quella frase che, in quel momento, Zadok non aveva neppure ascoltato: ho scoperto perché il vostro vecchio medico non ha fatto alcun cenno alla ferita che avete sul cuore nella vostra scheda medica.
Le parole di Mida erano state press'a poco queste.
Zadok aveva creduto che non fosse importante, ma, adesso, si rendeva conto di ciò che c'era dietro a quelle parole e a quella deferenza: Mida sapeva che lui era Alekym.
Non glielo aveva voluto rivelare soltanto perché era convinto della fedeltà di Zadok agli endar: aveva compreso che Zadok non conosceva il valore del tatuaggio che aveva sul petto e che non gli interessava neppure scoprirlo.
E quando Zadok era andato da lui per chiedergli le pillole per procurarsi dei vuoti di memoria in modo da reprimere ogni ricordo che potesse condurlo a tradire gli endar, End Mida non aveva voluto dargliele, ma gli aveva consigliato di affrontare quei dubbi e tentare di ricordare la sua vita passata.
Sì, forse Mida gli aveva negato le pillole soltanto per non provocare danni alla sua psiche, ovvero solo per un giudizio medico.
Ma, forse, dietro quel rifiuto c'era di più. C'era la speranza che Zadok ricordasse. La speranza che Alekym si risvegliasse.
End Mida era rimasto particolarmente sconvolto quando Zadok gli aveva detto che il suo problema era la principessa Jayden. Forse, aveva sperato che la profezia, nella quale si diceva che Alekym avrebbe sposato Jayden e avrebbe sconfitto i Mantelli Neri, fosse vera. Un amore fra lui e Jayden poteva essere una prova sufficiente, agli occhi di Mida, per sperare che la profezia si verificasse.
Ma Zadok non ne era affatto contento. Odiava con tutte le forze l'idea di quella profezia e sapeva che non c'era alcun amore fra lui e quella donna. Anzi, c'era solo astio.
End Mida voleva che lui tradisse gli endar, ma lui non voleva farlo. Lui voleva soltanto scoprire la verità.
E, in realtà, non era sicuro che Mida fosse un traditore: forse, era semplicemente un buon medico. Forse, Mida era un endar fedele ed ortodosso, che aveva soltanto compreso quanto reprimere i ricordi di un'intera vita passata ed un'identità della portata del principe Alekym fosse un'ardua impresa. Forse, Mida stava subendo una crisi e stava cercando di combatterla, proprio come lui.
Come fare, allora?
Come scoprire la verità sull'imperatore, senza rivelarsi a Mida?
Aveva bisogno di sapere innanzitutto chi preparava quella medicina e chi portava il vassoio agli endar della torre ovest.
Era convinto che il veleno fosse stato preso nelle bacheche dell'infermeria endar di corte, di cui End Mida era l'unico ed ufficiale custode. Ma, forse, Mida non sapeva nulla di quel veleno ed era stato soltanto derubato. Oppure, sapeva ogni cosa ed era complice di quel parricidio.
Zadok decise che doveva scoprirlo al più presto.
Non aveva ancora un piano, ma non voleva aspettare di averne uno.
Si recò in infermeria e End Mida gli aprì subito la porta.
Mida, convinto che Zadok venisse a cercare di nuovo le pillole gli disse:
«End Zadok, la vostra salute è migliorata?».
Zadok decise che, in quelle circostanze, una mezza verità poteva essergli più utile di una bugia: «Veramente, è solo peggiorata».
End Mida chiuse la porta con attenzione, guardandosi attorno, come se avesse paura di vedere qualche infermiere origliare alla serratura.
Poi, guardando attentamente Zadok negli occhi ed abbassando la voce, gli chiese: «Avete affrontato colei che dovevate affrontare?».
«Non ancora. Ma ho intenzione di farlo presto».
End Mida lo guardò perplesso. Credeva che Zadok tornasse da lui dopo aver seguito il suo consiglio.
«Ero stato chiaro quando vi ho detto che, finché non avrete affrontato in modo diretto la causa dei vostri flashback, io non avrei potuto aiutarvi in alcun modo, o sbaglio?».
«Lo eravate stato, ma le cose sono cambiate: ora le persone da affrontare sono due».
End Mida si sedette. «Qual è l'altra persona?».
«La principessa Zora».
Dapprima Mida parve perplesso, poi non riuscì a reprimere un sorriso: «Mi pare che abbiate un debole per le principesse di corte, Zadok».
Quell'ironia gli diede fastidio. «La cosa vi sembra divertente, Mida?» chiese, con una punta di rabbia.
Mida tornò serio. «No, affatto. Ma vorrei che vi spiegaste meglio, perché faccio fatica a seguirvi. Avete avuto dei flashback di una vita passata anche riguardanti lady Zora?».
«La principessa mi ha detto alcune cose che mi hanno profondamente colpito. Ho paura di non riuscire più a seguire la consegna che mi è stata affidata. Ma, prima di parlarvene, voglio che mi giuriate che non direte mai ad anima viva ciò che vi dirò».
«Ve l'ho già detto, Zadok: non tradirò mai il segreto medico-paziente».
«Giuratemelo».
«Ve lo giuro».
«Giuratelo sulla cosa che avete più cara al mondo».
End Mida lo guardò serio: «Ciò che volete dirmi è così grave?».
«Lo è, Mida. Ed io ho bisogno di confidarmi con qualcuno. Voi siete l'unico al quale io possa rivolgermi, ma ho bisogno della vostra discrezione più assoluta. Soltanto così, una volta uscito da questa stanza potrò finalmente ritornare in me».
End Mida lo fissò a lungo. Poi annuì. «D'accordo. Lo giuro sulla vita dell'Imperatore padre».
Zadok lo guardò stupefatto. Non riusciva a credere alle sue parole. Chiese: «Su chi avete detto che giurate?».
«Sull'imperatore padre» ripeté Mida.
«Ed è la vita dell'imperatore padre, la cosa che vi preme di più?».
«Vi stupisce, forse? Ogni endar giura di fare il possibile per salvaguardare la vita dell'Impero e l'impero per me è salvo dal momento che l'imperatore padre è in vita».
Zadok non riusciva a riprendersi dalla sorpresa.
Una serie infinita di dubbi si accavallarono nella sua mente: Mida aveva giurato il falso? Era uno spergiuro? O la cosa che davvero contava più di ogni altra per lui era la salvezza del vecchio imperatore? E se avesse soltanto mentito? Forse non sapeva che Vlastamir lo stesse avvelenando? Forse Mida non si era mai reso conto di nulla? Ma non poteva essere: Mida era un medico troppo bravo per non rendersi conto che l'imperatore era malato per gli effetti di un veleno. Ma, forse, Vlastamir non si fidava di lui e non gli permetteva di visitare il vecchio imperatore? Il compito di monitorare la situazione nella torre ovest gli era stato dato da pochi giorni, per cui Zadok non poteva sapere se Mida aveva il permesso di Vlastamir di visitare il vecchio imperatore. Decise di chiederglielo direttamente:
«Quando è stata l'ultima volta che avete visitato l'imperatore padre?».
«Otto giorni fa» disse Mida.
La cosa non piacque affatto a Zadok, che iniziò a diventare sempre più sospettoso nei confronti del medico.
Irrigidendosi, chiese: «E qual è il suo stato di salute?».
«Purtroppo, non è affatto buono. Potrebbero rimanergli due mesi, forse anche meno».
Zadok chiuse gli occhi per un lungo istante per riprendersi dallo sconforto che quelle parole avevano provocato in lui.
Ma, di nuovo, altri dubbi gli assalirono la mente: Mida stava mentendo? Due mesi erano proprio il tempo che Yvnhal gli aveva detto... Forse Mida era complice di Vlastamir e voleva avvelenare l'imperatore padre ed ucciderlo nell'arco di due mesi. O, forse, davvero non aveva riconosciuto nell'imperatore i sintomi del veleno e credeva che stesse morendo di semplice malattia?
«Posso chiedervi, Mida, di quale malattia è vittima l'imperatore padre?».
Mida lo guardava sempre più serio. «Non eravate voi, quello che doveva rispondere alle mie domande?».
«Sì, ma... vi prego, vorrei sapere di quale morte morirà il nostro vecchio imperatore».
«La sua malattia...» disse Mida lentamente: «È molto rara. Se anche vi dicessi il nome, non lo conoscereste».
«E... siete voi a prescrivergli la medicina che gli viene somministrata?».
Mida annuì: «Sì, sono io. Preparo io stesso quella medicina con le mie mani: sono l'unico in grado di farlo, in tutto l'Impero. Sono l'unico a conoscere quel preparato. Mi sono occupato dell'imperatore per quindici lunghi anni. Ma, per quanti sforzi io faccia, non riesco a salvarlo».
Zadok dovette mordersi la lingua per non parlare.
Cercò di mantenersi impassibile, ma un sentimento intenso di odio e di rabbia gli cresceva dentro.
Se in quel momento avesse potuto, si sarebbe vendicato su Mida: lo avrebbe ucciso con un lungo avvelenamento, proprio come Mida stava uccidendo suo padre!
E così, Mida era colui che, su ordine di Vlastamir, preparava il veleno destinato al vecchio imperatore. E, non contento di questo, era persino in grado di giurare sulla vita dell'imperatore e di dichiarare che la sua salvezza era la cosa che gli premeva di più al mondo!
In quel momento Zadok odiò Mida più ancora di quanto odiasse Vlastamir.
Ma non doveva permettere che Mida scoprisse ciò che gli accadeva nell'animo.
Non doveva rischiare che gli venisse tolto l'incarico di portare il vassoio al vecchio imperatore.
Mida doveva crederlo totalmente fedele agli endar. L'unica cosa che poteva fare era fargli credere che non era la sua fedeltà ad essere in pericolo, ma soltanto la sua ortodossia.
«Non sono stato sincero fino in fondo con voi, End Mida» gli disse. Quest'ultimo attese che parlasse.
«Ho già affrontato la principessa Jayden».
«Davvero?!» esclamò Mida, positivamente sorpreso.
«Sì. Ed ho definitivamente chiuso la questione che la riguarda. Ho ricordato alcune cose, è vero. Ma cose di nessun conto. Sono certo di non aver più nulla di cui preoccuparmi su quel versante. Vi siete sbagliato, quando avete pensato che la principessa Jayden avesse un fascino particolare su di me: se ha un fascino, io non lo comprendo. Preferisco di gran lunga una bellezza edresiana, ad una veradriana».
Mida lo guardò impassibile. Anzi, con un evidente fastidio: «E per questo siete passato alla principessa Zora? Avete fatto bene: il matrimonio del reggente Vlastamir con Jayden è stato finalmente fissato. Vlastamir era preoccupato che l'imperatore padre morisse prima del matrimonio e, così, tra un mese, la principessa Jayden sarà sposata al nostro reggente, mentre... Zora, a quanto ne so, è ancora libera... Ma non fatevi illusioni, Zadok: nessuna donna sana di mente sceglierebbe per amante un endar».
Zadok non ebbe difficoltà a leggere ironia e sarcasmo nelle sue parole.
La notizia che Vlastamir e Jayden si sarebbero sposati da lì a un mese lo mise in agitazione, ma sperò che Mida non se ne accorgesse.
«La mettete giù in modo molto duro, End Mida. Non sono "passato alla principessa Zora". Diciamo soltanto che la principessa Zora ha un fascino ai miei occhi più di quanto possa mai averlo avuto lady Jayden. Ma sono deciso a chiudere anche questa questione al più presto».
«Vedo che fate in fretta. Sia ad aprire queste questioni, sia a chiuderle» disse Mida con disprezzo.
«Forse è proprio così: ma non credete anche voi che sia meglio?».
«Sì, ma solo se non ne aprirete altre in futuro. Non vorrei che potesse venire a corte una principessa straniera...».
«Mida, mi state facendo perdere la pazienza con le vostre insinuazioni, vi avverto. Mi ero rivolto a voi in cerca di aiuto e voi invece mi deridete».
«Non lo farò più, Zadok. Statene pur certo. Ne ho avuto abbastanza, delle vostre questioni. E, anzi, vi dirò di più: se siete venuto in cerca di quelle pillole... Ecco, ora posso anche darvele. Le ho già prescritte ad altri endar che, dopo aver passato dieci o venti anni in mezzo a uomini, sembrava vedessero delle belle donne in ogni angolo della strada!».
Mida si alzò e si diresse verso uno scaffale, prese una scatoletta che Zadok riconobbe subito, e gliela appoggiò sul bancone con uno sguardo pieno di disgusto. «Ecco le vostre pillole» disse brusco: «Ed ora, se permettete, vorrei tornare a cose più serie».
Zadok annuì. Fingendo rabbia e orgoglio, si alzò lentamente e disse:
«Grazie delle pillole, Mida. Se avessi saputo che era così facile averle, non sarei mai venuto da voi a farmi prendere per uno stupido. Addio».
Poi uscì.
Appena fu fuori dell'infermeria si imbatté in un endar che lo stava cercando. Accanto a lui, c'era Xhen.
«Capitano!» la voce dell'endar era sconvolta. «Una brutta notizia, capitano!».
«Di cosa parlate, End Vork? Spiegatevi» disse Zadok, grato per essere stato interrotto da quei pensieri che ormai da giorni non lo lasciavano in pace un solo istante.
«Devo riferirvi qualcosa di assai preoccupante».
«Riguardante cosa?».
«I ribelli hanno fatto una scoperta che mette in grande pericolo l'impero».
«End Yvnhal ha già saputo?».
«No, signore, siamo venuti prima da voi».
«Perché?».
«Capitano, End Yvnhal è in riunione con l'imperatore, ed abbiamo pensato che voi avreste potuto...».
«Seguitemi» lo interruppe Zadok. «Riporterete la questione direttamente a End Yvnhal. Se è urgente quanto sembra, non abbiamo tempo da perdere».
«É urgente, mio capitano».
Scoprire qualcosa sui ribelli prima dello stesso Yvnhal sarebbe stato molto utile. Ma Mida era dietro una porta troppo sottile, ed avrebbe potuto sentire ogni parola. Zadok non voleva rischiare per nessun motivo che il medico lo credesse un traditore. E poi, Zadok non riusciva a togliersi dalla testa il pensiero che Xhen fosse una spia di Yvnhal.
«Allora sarà meglio mettere in allerta gli uomini» aggiunse, soprappensiero.
«É già stato fatto, capitano».
«Bene, allora. Avete reso un buon servizio all'impero, End Vork».
«Grazie, capitano».
«Ed ora seguitemi».
Zadok raggiunse la sala del consiglio, seguito da Vork e da Xhen, ed entrò senza bisogno di essere annunciato.
Vi trovò Yvnhal, il reggente Vlastamir, e due dei consiglieri del re: Lord Morton e Lord Trevor, due uomini di cui Zadok non era mai riuscito a fidarsi.
«Perdonatemi, sire. E voi, consiglieri. Ma la questione che m'induce ad interrompere questa riunione appare della massima urgenza».
Lord Morton sorrise sprezzante, e mormorò a bassa voce, non abbastanza piano perché Zadok non riuscisse a sentire: «Questi endar si credono al di sopra dell'imperatore».
Zadok lo ignorò, e fissò il suo sguardo sul reggente.
Vlastamir fece un gesto con la mano che stava a significare: «Sentiamo».
«End Vork, parlate» disse Zadok.
Vork fece il suo rapporto: «Mio imperatore, i ribelli hanno saputo delle quattro donne della profezia, ed hanno trovato il luogo dove è nascosto il ritratto».
Alla parola "profezia", Zadok si fece più attento. Ma alla parola "ritratto", iniziò a sudare freddo. Di quale ritratto parlavano?
Vlastamir si alzò di scatto, con espressione fuori di sé, mentre End Yvnhal e i due consiglieri si voltarono a fissare il reggente, preoccupati della sua reazione.
Zadok rimase alquanto sorpreso nel notare che negli occhi di Vlastamir c'era una paura senza nome. Non capiva di cosa stesse parlando Vork. Ma era evidente che era il solo, a non saperne niente.
Il reggente gridò: «Dobbiamo trovarlo prima di loro! Yvnhal, fate in modo che lo trovino! Voglio quel ritratto!».
Il Ragno chinò il capo e disse: «Non ho bisogno che voi me lo ordiniate, mio imperatore». E, ciò detto, in un attimo, a passo veloce, si trovava già fuori della sala, e richiamava a sé Zadok, Vork e Xhen. Prima di seguirlo, Zadok lanciò un ultimo sguardo a Vlastamir, e lo vide ricadere senza forze sul trono, con espressione terrorizzata.
Con uno strano presentimento nel cuore, Zadok seguì il capitano degli endar fuori del palazzo. Mentre oltrepassavano i corridoi e le ampie sale, Il Ragno interrogò Vork:
«Come lo avete scoperto?».
«Grazie al figlio del consigliere Morton, mio capitano. La spia».
«E cos'altro si sa? Dove è nascosto? Dove è nascosto il ritratto?!».
«Mio signore, questo non ci è noto. Sappiamo solo che i ribelli hanno lasciato il loro covo e si sono diretti nelle foreste di Fresia. Là c'è un tempio molto antico, una rovina in realtà, dove sembra sia nascosta una delle quattro donne della profezia».
Yvnhal diede disposizioni a Vork perché chiamasse a raccolta ogni endar che si trovasse nei pressi del palazzo. Ogni ordine che diede fu pronunciato con una voce che, al pari di quella dell'imperatore, appariva come sconvolta ed intrisa di una determinazione rabbiosa, vibrante di un leggero e quasi impercettibile fremito di paura.
Quando smise di dare ordini, e tutto ciò che si poteva fare era aspettare, ricadde in uno stato di agitazione. A quel punto, Zadok credette giunto il momento di chiedere informazioni.
«Capitano, temo di non conoscere il valore di questo ritratto. Potrei sapere...?».
«Certamente, Zadok. Presto o tardi voi dovrete venire a conoscenza di questo fatto. Il ritratto è quello del traditore, dell'uomo più pericoloso dell'impero, colui che il popolo venera in segreto e spera un giorno di vedere usurpare il trono del nostro imperatore. Colui sul quale è stata inventata questa stupida profezia, che tutti sembrano credere originata dal sogno dell'imperatrice morente, ma che, in realtà, è stata messa in circolo da quattro donne del popolo, ai quattro angoli dell'impero e, dopo la loro morte, è stata divulgata ovunque dai quattro figli di quelle quattro donne. Essi hanno creato il Partito Ribelle della Nemesi, Zadok. Lo scopo del partito è trovare il fratello dell'imperatore che è scomparso all'età di tre anni, rapito da un uomo del popolo, un contadino, perché ne venisse fatto una specie di messia, di idolo, mi capite? Di idolo per il popolo. E quando l'avranno trovato, lo metteranno a capo del Partito Ribelle della Nemesi e, poiché il popolo lo crede il legittimo imperatore e il suo salvatore, il popolo, dico, seguirà quel traditore, e noi ci vedremo osteggiati dal più grande movimento di ribellione mai esistito. Ma fino ad adesso, i quattro traditori non hanno mai saputo dove le loro madri avevano nascosto il ritratto di questo messia. Ora sembra che il Partito Ribelle sia venuto a scoprirlo, e questo è grave, Zadok, più grave di quanto si possa pensare».
Zadok rimase in silenzio, a fissare Il Ragno con sguardo impassibile. Soltanto un leggero tremore delle sopracciglia e delle labbra poteva tradire lo sforzo con cui stava cercando di nascondere ciò che quel discorso aveva provocato in lui.
Yvnhal, detto quanto aveva da dire, si girò di nuovo, al colmo dell'agitazione, a fissare il luogo dal quale dovevano comparire gli endar chiamati a raccolta. E fu solo grazie a quella sua preoccupazione che non si accorse dello sguardo che Zadok fissava su di lui: i suoi occhi socchiusi, i denti stretti fino a farsi male, i muscoli del collo tesi, e le mani chiuse a pugno, nello sforzo di trattenersi dall'assalire Yvnhal e piantargli un pugnale in petto. Perché, in quel momento, Zadok aveva ricordato una cosa. Una cosa che era stata sufficiente a fargli provare odio e disgusto per Yvnhal, e per fargli sentire l'improvviso desiderio di vendicarsi di lui e del reggente Vlastamir.
Gli endar avevano voluto la morte di Alekym!
End Yvnhal e il suo complice Vlastamir, fratello di sangue della vittima predestinata, avevano mandato a morte il piccolo principe, pur avendo quest'ultimo soltanto tre anni! Era mostruoso.
E per quale motivo poi? Solo perché Alekym era stato scelto come erede al posto di Vlastamir. E da chi? Dalla madre di entrambi, sul letto di morte. Un luogo ed una persona sacri!
E finalmente ricordava quanto gli endar avevano reso infernale la sua vita: per colpa loro, era orfano. Per colpa loro, aveva perso il suo miglior amico. Per colpa loro, la sua madre adottiva era morta bruciata viva. Per colpa loro, aveva perso tutti i suoi amici dell'Accademia. Per colpa loro, aveva perso la propria vera identità.
Tutto gli tornava alla mente, affiorando dal nulla che aveva regnato fino a quel momento nella sua memoria. E più i ricordi affioravano, più tornavano le emozioni. Esse erano deboli, sconosciute, difficili da accettare. Ma erano anche vere, e impossibili da ignorare.
La logica, la pura logica dava ragione a Alekym, e torto a Zadok. In quanto a Evander, era il cuore a dargli ragione. Perché era come Evander, che quel cuore si era sentito più amato. Amato da Jonathan in qualità di padre, da Constance come madre, da Allen, Zora, Yan e Jayden come amico.
Jonathan aveva amato Evander, e rispettato Alekym. E, in fondo, l'amore era preferibile al rispetto.
Gli endar, invece, non avevano mai amato Zadok, semmai lo avevano stimato, ammirato, temuto e rispettato. Ma mai amato.
Man mano che End Yvnhal faceva il suo discorso, Zadok vedeva che c'era del falso e del mistificatorio. Percepiva la paura del Ragno, e lo vedeva nella sua vera natura, meschina, crudele, e falsa. Mai una volta, in quel discorso, aveva pronunciato il nome di colui che diceva essere il traditore più pericoloso dell'impero. E perché non l'aveva fatto? Perché quel nome avrebbe rivelato la falsità di ciò che stava dicendo. Perché Alekym era il legittimo erede, e Vlastamir l'usurpatore, non il contrario. Yvnhal aveva approfittato della sua ignoranza, sottovalutandola. Il discorso sul sogno della madre mistificato non teneva, perché Alekym era stato effettivamente nominato come suo successore dal vecchio imperatore in persona.
La logica aveva preceduto i sentimenti, tirando fuori dal pozzo della memoria i ricordi uno ad uno, e ora veniva seguita dalle emozioni, tutte insieme, contrastanti e devastanti.
I sentimenti gli piombavano addosso da tutte le parti, schiacciandolo sotto il loro peso, come un macigno sul petto, impedendogli di respirare. Gli stringevano lo stomaco in una morsa invisibile.
Ma uno di quei sentimenti aveva la meglio su tutti gli altri: odio per colui che aveva creduto essere fino a quel momento. Zadok, un nome che ora, improvvisamente, trovava estraneo, odioso, disprezzabile, quando pochi giorni prima gli appariva come il solo ed unico che avesse ragione di esistere.
E c'era un altro nome, familiare, che gli creava un senso di calore nel cuore, e gli appariva confortevole ed amico quanto prima gli era apparso indegno: Evander.
Evander prese a respirare affannosamente, il petto scosso da singhiozzi inesistenti, gli occhi appannati da un senso di panico, le braccia strette attorno allo stomaco.
Era tornato in sé! Era proprio lui: era Evander! Ci era riuscito. Aveva sconfitto End Zadok, aveva sconfitto gli endar!
Ho mantenuto fede alla promessa, Jonathan! Mi senti? Ho mantenuto fede alla promessa! pensava.
Era proprio lui, con la memoria finalmente intatta.
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