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2. La speranza è l'ultima a morire

       

Diario di Evander

754° giorno veradriano

Dopo quei mesi nella foresta, gli endar mi misero in isolamento per un tempo indeterminato.

Per l'intera durata della reclusione, non ho mai emesso suono. Non sapevo neppure più se ero ancora in grado di farlo. Il silenzio era l'unica forma di dialogo di cui potessi godere.

La cella era lussuosa, pulita, comoda. Avevo tutto ciò che potessi desiderare, tranne compagnia umana e luce. Il cibo era buono e abbondante, l'aria pulita e fresca, l'igiene perfetta, il letto comodo, vestiti di ricambio e temperatura confortevole. Il tempo passava lentamente: ne avevo troppo per pensare, troppo per temere il futuro. I capelli mi erano cresciuti quasi fino in vita. Senza dubbio, ero là dentro da mesi.

Non capivo il motivo della reclusione. Non avevano paura che, in tanta solitudine, i ricordi si facessero più forti, invece che affievolirsi? I miei diventavano talmente reali, a volte, che come spettri vagavano per la stanza ed io non sapevo distinguere i sogni dalla realtà, perché la notte era uguale al giorno.

Ero stato chiuso là dentro, senza una sola parola da nessuno. Credevo che mi avrebbero detto: «Da ora in poi, tu non ti chiamerai più Evander, non ricorderai più la tua famiglia, se mai ne hai avuta una, e il tuo passato sarà divorato in un oblio totale che mai sarai in grado di richiamare alla mente». E, invece, no. Neppure una sola parola. Niente avviene esplicitamente in questa fortezza. Mi ricordo le parole di Jonathan: «Nulla veniva fatto o detto che avesse una sola lettura, o che non si prestasse a mille equivoci, fraintendimenti, e ambiguità o che non venisse negato il giorno dopo».

Devo ringraziare il mio padre adottivo, se sono ancora lucido dopo tanti anni chiuso qui dentro: grazie a lui, ho imparato a conoscere gli endar sin da bambino, quando per tutti non erano che un mistero inafferrabile. Ad esempio, so che le pareti sono gigantesche telecamere. Anche mentre sono sdraiato sul letto a fissare il soffitto, senza saperlo potrei star fissando il mio carceriere negli occhi. Sono tentato di fargli una risata in faccia. So molto più io di loro, di quanto loro sanno di me. Per fortuna, non sospettano neppure lontanamente le mie vere origini. O, almeno, credo.

In principio, temevo che mi avrebbero fatto spogliare per indossare una divisa: se lo avessero fatto, a quest'ora sarei morto. Avrebbero visto la fasciatura, l'avrebbero tolta, avrebbero trovato il marchio, e... fine dei giochi. Morto. Prima ancora di accorgermene. Invece, al mio ingresso nella cella, la divisa era già stata sistemata nell'armadio. Mi bastò indossarla al buio, stando attento a che la fasciatura coprisse bene il tatuaggio, impedendo che la sua bioluminescenza rischiarasse la stanza. Non fu difficile: vestirmi al buio era un'abitudine che avevo preso sin da bambino. Almeno per il momento, il pericolo era scongiurato, ma non mi facevo illusioni. Tuttavia, i mesi passavano senza che niente facesse pensare che avevano scoperto il mio segreto.

«Apprendista!». La voce cavernosa del Minotauro mi penetrò nel cervello, cogliendomi di sorpresa.

Scattai come una molla giù dal letto, su cui ero sdraiato, come sempre, a perdermi fra i ricordi.

Il Minotauro accese una luce. Immaginai le mie pupille farsi fessure microscopiche per non far entrare neppure un raggio di quella luce dolorosa. Non abbassai le palpebre: volevo che il mio nemico pensasse che avevo il pieno controllo della situazione.

Tentai di parlare, ma le labbra secche non si scollarono l'una dall'altra.

«Apprendista, seguitemi».

Lo seguii, lui, il mio incubo costante, che incarnava l'intero Ordine Marziale degli Endar in un corpo solo.

Il corridoio era illuminato di una luce bassa, posizionata all'altezza degli occhi: non riuscivo a vedere ciò a cui stavo andando incontro, e la cosa mi dava una certa sensazione di angoscia. Ma fu quando riuscii a vedere la targa sopra la porta, che iniziai a farmi prendere dal panico.

"Infermeria".

Questa parola mi incuteva un sacro terrore. Sapevo che non dovevo mettere piede là dentro, se volevo evitare che scoprissero le mie vere origini. Se il marchio era in pericolo, lo era anche la vita.

«Entrate, apprendista».

La porta lattiginosa si aprì di fronte a me dall'interno, come sospinta dal pensiero, invitandomi ad entrare. Invito che mi parve minaccia.

La fissai, immobile.

«Entrate!» esclamò Il Minotauro, spazientito. Gli endar non sono immuni alla rabbia.

Non fu lui a spingermi dentro: furono le mie gambe a muoversi in modo meccanico.

Ad aspettarmi, c'era un endar insolitamente senza divisa: la tuta nera lasciava il posto ad un camice lungo fino alle punte dei piedi. Il suo volto scuro da edresiano era stato modificato chirurgicamente per assomigliare ad un bonobo. Non era affatto una bella vista. E l'idea di affidarmi a quell'essere con quell'aria così scarsamente intelligente non era piacevole. Soprattutto, perché non avevo idea di ciò che volevano farmi. Perché mi avevano portato in infermeria? Per una visita di controllo, o per qualche modifica corporea o mentale? In realtà, quello era l'ultimo dei miei problemi. Il vero ed unico problema era tenere nascosto il marchio a costo della vita.

Dietro al Bonobo, c'era una serie di lettini. Alcuni erano occupati da affiliati endar in stato comatoso. Una porta chiusa in fondo alla sala portava la targa: "Sala chirurgica". Sperai che quella non fosse la mia destinazione. Il Bonobo mi si avvicinò e, senza una parola, mi indicò una cabina a fianco all'entrata. Per un momento mi chiesi se sapeva parlare. Il mistero fu subito chiarito:

«Indossate il camice, apprendista».

Tirai un sospiro di sollievo così forte, che sono certo lo abbiano notato, ma sperai che scambiassero la mia paura per un pudico imbarazzo. C'era un camice, e c'era pure un camerino per spogliarsi! Ben due buone notizie.

Tuttavia, quando fui dentro al camerino, la paura mi afferrò nuovamente lo stomaco. La Fortezza era ricolma di telecamere. Chi mi garantiva che anche lo spogliatoio non ne fosse pieno? Sapevo di non avere scelta e di non poter indugiare troppo a fare come mi era stato chiesto, così presi le poche precauzioni che potevo, ripetendomi che, se c'erano delle telecamere, potevo dire addio alla vita. Mi girai in un angolo, diedi le spalle alla porta, piegai la schiena in modo da esporre il petto al minor numero possibile di telecamere, mi tenni addosso la fasciatura, mi spogliai e, infine, mi infilai il camice. Tutto nel minor tempo che mi riuscì.

Quando ebbi finito, non vidi nulla che potesse farmi pensare che gli endar avessero visto una fasciatura sospetta sul petto di uno dei loro apprendisti. Neppure uno sguardo di intesa tra Il Bonobo ed Il Minotauro. Ma non volevo ancora tirare un sospiro di sollievo.

Il medico, fortunatamente, non aveva intenzione di modificare né il mio corpo, né la mia mente: si trattava di una semplice visita di controllo. Fu una cosa veloce, dal momento che non avevano molti esami da farmi: la maggior parte delle informazioni le aveva già rilevate il thoraken agganciato al mio braccio sinistro. Esso aveva detto loro sul mio corpo più di quanto io stesso sapessi.

«Apprendista, vi informiamo che la visita di controllo è risultata positiva: siete stato ritenuto idoneo all'addestramento endar. Il vostro coefficiente di efficienza è 98%. Un risultato eccellente. Abbiamo rilevato un battito di cuore elevato, ma il thoraken ha verificato che si tratta di una condizione temporanea. Nulla di cui preoccuparsi, dunque. Potete andare».

Certo, che avevo il battito accelerato: la paura non mi faceva respirare!

All'improvviso, scaricato della tensione appena provata, trovavo davvero grottesco sia quel suo brutto muso da scimmia, sia quel suo sottendere ch'io dovessi sentirmi compiaciuto d'esser così in buona salute e di poter mettere la mia buona salute al servizio dell'addestramento endar. Il termine "Coefficiente di efficienza" mi faceva venir da ridere e da piangere allo stesso tempo.

Per giorni ancora stetti in ansia, con il terrore di veder comparire da un momento all'altro un endar intenzionato ad uccidermi. A volte pensavo, anzi, che non lo avrei proprio visto e che sarei trapassato e basta.

Mi chiedo se queste pareti, oltre ad essere delle ricetrasmittenti, delle telecamere e delle fonti luminose senza soluzione di continuità, possano anche essere dei laser capaci di fulminarmi sul colpo o, ancor peggio, degli emettitori di sostanze che mi uccidano per via di una lunga degradazione molecolare, cosicché nessuno possa sospettare che la mia morte non sia avvenuta per cause naturali.

Ma non è neppure detto che siano così fiduciosi dei loro sistemi di lavaggio del cervello e di conversione forzata da non farsi intimidire affatto dalla scoperta della mia vera identità, al punto di lasciarmi in vita e farmi diventare uno di loro nonostante la profezia.

Per fortuna, dopo la visita medica non accadde nulla, ed incominciai a pensare che il camerino doveva esser davvero cieco di telecamere.

Tornai al mio isolamento e, di nuovo, dimenticai il suono di una voce umana.

Nulla più della reclusione mi ha mai fatto comprendere meglio il vero significato delle parole del mio padre adottivo: la Fortezza di Confine è una tomba in cui si viene sepolti vivi e dalla quale non si riemerge più, se non in una forma estranea e snaturata.

Ma lui è riemerso. Lui si è ribellato. Anche se non ha riavuto indietro la sua identità e la sua memoria, Jonathan ha riscoperto il libero arbitrio, è tornato a vivere fra i vivi, ha adottato me, e sposato la donna che amava.

Io farò lo stesso. Mai potrei lasciarmi sottomettere da loro.

Non mi avranno. È una promessa.

«Là dentro non ci si può fidare di nessuno, neppure di noi stessi» diceva Jonathan. E, se aveva ragione, forse io sto riponendo fiducia nella persona sbagliata, ovvero me stesso, sopravvalutando le mie capacità di resistenza.

«Il cibo è avvelenato con sostanze che, a seconda del bisogno, inebetiscono, dànno allucinazioni, stimolano, o altro che non oso ricordare».

Ma di smettere di mangiare non se ne parla. Morire di fame è l'ultima cosa che desidero. Se solo fossi in grado di riconoscere i cibi avvelenati da quelli sani...

A volte, durante la reclusione, ero felice che mi stessero guardando. Così avrebbero saputo che non ero affatto sconvolto dalla solitudine, che mi godevo quei giorni come un regalo, per immergermi sempre più nei ricordi e vivere di essi finché possibile.

Ma sapevo che era un'illusione e che, se avessero saputo che l'isolamento non mi faceva nessun effetto, presto, non so bene come e grazie a cosa, avrebbe incominciato a farmene. Probabilmente, mi avrebbero versato nell'acqua qualche veleno capace di creare ansia e paura. In realtà, faccio del mio meglio per far loro credere che la mia rassegnazione sia reale.

Se Jonathan mi vedesse adesso, io, per cui sognava un futuro di gloria e un destino da eroe e salvatore di popoli, prigioniero di quegli stessi ai quali mi aveva sottratto a rischio della vita... Cosa farebbe? Se non fosse già morto, morirebbe una seconda volta.

Jonathan, padre, se puoi sentirmi, io ti prometto che non lascerò che mi convertano.

So cosa mi risponderebbe.

Con uno scoppio di rabbia dovuto alla preoccupazione, esclamerebbe: «Le tue promesse non valgono niente! Dimostrano soltanto che non sei in grado di comprendere la gravità della situazione».

Ma che cos'altro mi resta, eccetto la speranza?

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