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11. Era nostro amico


Jayden

«Allora, Zora, quale nominativo vuoi attribuire al pianeta?» chiese Yan.

«Ma che domande fai? Ti si è fuso il cervello per il teletrasporto?!» esclamò Jayden, dandogli una gomitata.

«Il teletrasporto non fonde più il cervello a nessuno da duecentotrentaquattro anni. E, comunque, il termine giusto non è "fondere", ma...».

Alla risata di Jayden, Yan si zittì con disappunto.

Lei aggiunse: «Ma che ti dice la tua tanto decantata materia grigia? É ovvio che Zora gli darà il proprio nome, no?».

Yan arrossì impacciato. «La mia era solo una domanda...».

Dall'altro lato del tavolo, Allen si avvinghiò alla fidanzata e giochicchiò con una lunga ciocca di capelli neri: «Diavolo, Pel di Carota ha ragione! La mia Zora gli darà il proprio nome, vero, tesoro? Quando ti ricapita di andare a sbattere contro un pianeta che cambierà le sorti di tutti? Certo, però, che... visto che oggi è il mio compleanno, forse, potresti chiamarlo come il tuo tesoruccio».

«Veramente, tesoruccio, non ci sono "andata a sbattere". Ci ho messo quasi un anno per tracciare la rotta e...!».

Le parole finirono in un bacio.

Jayden li guardò senza nascondere una smorfia disgustata. Da quando i due si erano fidanzati un paio di mesi prima, erano diventati inguardabili. Appallottolò il proprio scialle anti-sabbia, e lo lanciò contro la coppietta: «Finiscila con le tue moine, Allen! É Zora che lo ha scoperto, per cui il pianeta si chiamerà "Zora". Chiuso il discorso». Non sopportava le smancerie in pubblico e ultimamente non sopportava neppure Allen.

Zora si staccò dal suo appiccicoso ragazzo, e guardò l'amica.

«Grazie, Jayden...» disse, sottovoce: «Ma ho deciso che non gli darò il mio nome».

I pensieri di Jayden si scombinarono. Si guardò attorno per capire se era l'unica a trovare la cosa inaccettabile.

I quattro amici erano riuniti attorno a un lungo tavolo illuminato per metà, Jayden e Yan da una parte, Zora e Allen dall'altra: i bianchi veradriani in ombra, i rossi edresiani sotto la luce.

Tutti si girarono verso Zora, che abbassò gli occhi sul tavolo, e prese a disegnare con un dito sullo spesso strato di polvere rossa che lo copriva.

Jayden attese qualche secondo, ma, siccome la risposta non veniva spontanea, la incalzò: «Perché? Non ti sarai mica fatta imbambolare dal tuo fidanzatino egocentrico, spero? Allen, ma come me l'hai ridotta? Prima di fidanzarsi con te, la mia migliore amica aveva ancora un cervello».

«Chi hai chiamato "egocentrico", piagnucolona buona a nulla?».

«"Piagnucolona"? Sei un vero bast...!».

«Non litigate, ragazzi. Allen non c'entra nulla. Non darò a quel pianeta il nome di nessuno dei presenti. Quindi, state tutti calmi, chiaro?».

«E che nome gli darai, allora?».

«Non voglio dirlo».

«Avanti, su! Perché ne stai facendo un così gran mistero?».

«Non è un mistero, è solo che...».

Zora aveva quasi finito la polvere su cui disegnare, a furia di descrivere circoli su circoli con le dita.

«Che cosa?».

«Che non voglio pronunciare quel nome adesso».

«Perché no? É solo un nome».

«No, Allen, non è solo un nome. É il suo nome».

Il tono di Zora era funebre e basso, come quello che si sarebbe usato alla veglia di un morto.

Ma Allen non coglieva certe sfumature neanche volendo: «Diavolo, ma il suo di chi?».

«Non voglio pronunciare il suo nome di fronte a lei, hai capito o no, testadura?!».

«"Lui", "lei"... ma che stai dicendo? Non ci ho capito niente».

«Ma dai, amico, sei proprio ottuso» disse Yan.

Mentre gli altri discutevano, Jayden si alzò lentamente in piedi.

«State zitti!».

I tre amici la presero in parola.

La voce le salì di un'ottava: «Sono arcistufa di questa storia! Avanti, Zora, dillo e basta. Tanto ho capito benissimo che il tuo pianeta si chiamerà "Evander". Non avete più bisogno di proteggermi: è passato quasi un anno. L'ho dimenticato, è chiaro?».

«Jayden, io... mi dispiace. Non volevo farti piangere di nuovo».

«Non sto piangendo per lui! Avete capito, branco di invertebrati? Non sto piangendo per lui! É che voi mi fate proprio uscire di testa, con questo vostro... Voi ne parlate come se lui fosse... Ah, insomma, ne ho abbastanza di essere compatita da voi».

«Jayden, aspetta! La smettiamo subito. Ma resta, per favore. Ho bisogno di sapere cosa ne pensi. Ti dispiace che io voglia dargli il suo nome?».

«Cos'è, mi chiedi anche il permesso, ora? Non sono mica la padrona del nome "Evander"! Era amico mio quanto vostro» disse, impettita sulla sedia.

«Sì, ma lo sai, tu...».

«Certo che lo so, che io-eccetera-eccetera». Jayden sentì la rabbia salirle in gola. «Sai bene che non sono io, fra i due, quella affetta da amnesia indotta».

«Certo, scusa, hai ragione».

«Comunque, sì. Puoi chiamare il tuo pianeta con il suo nome. Chi mai ne sarebbe più degno? Cioè, sì, è vero, tu lo hai scoperto e hai tracciato la rotta. Ma scoprire l'unico pianeta ricco di acqua in mezzo a innumerevoli corpi sterili, che vuoi che sia? Il vero merito va tutto a lui».

«Ma stai ridendo?».

«No, io... É che mi fa ridere il ricordo. Chi l'avrebbe mai pensato, che Evander fosse un vigliacco?».

Zora scosse la testa, indulgente: «Ah, Jayden, Jayden! Tu non hai mai capito il vero motivo per cui si è tirato indietro, non è così?».

«Che vuoi dire?».

«Lo ha fatto per te. Ha abbandonato la missione solo perché c'eri tu, su quell'astronave».

«Ma che cosa stai dicendo?».

«Non voleva rischiare che la futura imperatrice morisse» disse Yan. Zora lo zittì con uno sguardo tagliente.

Jayden rimase fulminata sul posto.

«Non ci credo. Se è davvero per me, allora... Che stupido! Che arrogante! Maledetto...!».

«Diavolo, poi ero io, quello che mancava di tatto, eh, tesoro? Ora sì, che Jayden scoppierà in uno dei suoi stomachevoli piagnistei».

«Allen, a volte vorrei che tu fossi affetto da mutismo» disse Yan.

Jayden non li ascoltava più: «Io adesso vado da lui e gli tiro il collo, a quel vigliacco, parola mia».

«Ma che stai dicendo, Jayden? Da chi è che vuoi andare?».

«Da lui. Da Evander. Io adesso vado alla Fortezza di Confine e gli tiro il collo, a quello stupido!».

Zora si rabbuiò: «Non sa quello che dice».

Allen cercò di tirarle su il morale nel modo più sbagliato: «Ragazzi, così la perdiamo. Ora del decesso...».

Yan peggiorò le cose: «Non dire stupidaggini, Allen, non si tratta mica di morte cerebrale. Jayden è solo...».

«Diavolo no, Yan, non tirare in ballo termini medici, la mia era una battuta».

Un rumore di chiavistelli arrugginiti si udì dietro la porta tonda, che si nascondeva in fondo al corridoio a cisterna scavato nella roccia.

Zora sospirò di sollievo: «Stanno arrivando i grandi, meno male. Non vi sopportavo più, a voi due».

«Cos'hai detto, Zora? "Grandi"?».

«Certo, visto che vi state comportando come dei bambini».

«Vuoi dire che sta arrivando quel fasullo di mio padre?».

«Allen, Lord Kaleb non è un "fasullo", è un ottimo preside per l'Accademia Aeronavale, un ottimo capo per il Partito Ribelle e...».

«E un pessimo padre».

«Zitto. E anche tu, Jayden, per favore, ora smetti di andare su e giù per la stanza e siediti. Non vorrai che Cassian ti trovi in questo stato».

Jayden tornò alla normalità.

«Dannazione, è vero! Mi raccomando, ragazzi, appena entrano tutti zitti, eh? Dopotutto, oggi siamo qui proprio per trovare il modo di liberarci una volta per tutte di quelli come Evander».

«Per una volta, hai ragione, Pel di Carota: è meglio tacere. Se mio padre sente il nome di Evander, farà concorrenza persino ai tuoi piagnucolii da femminuccia».

«Ho sentito il nome di Evander, o sbaglio?» disse Kaleb, entrando nel quartier generale dei ribelli.

Tutti si voltarono ammutoliti verso di lui.

Nonostante Allen avesse la carnagione scura della madre, il padre era pallido da far spavento. Forse, l'aver sentito il nome di Evander gli aveva sbiancato ancor di più la pelle veradriana.

Dietro di lui, Cassian, bianca figura avvolta da una ventata di polvere desertica, fece scorrere il proprio sguardo azzurro-liquido su tutti i presenti, come un fiume. Metteva soggezione persino a Jayden.

«Chi sarebbe questo Evander? Non è forse quel ragazzo che è stato scelto dagli endar nonostante avesse già superato l'età massima? Una cosa mai sentita, non credete?».

Nessuno gli rispose.

Cassian si sedette accanto alla figlia, senza accorgersi dell'imbarazzo generale. Parlava in tono leggero, come chi voglia solo far un po' di conversazione.

Aggiunse: «Non pensavo che lo conosceste».

Jayden gli rispose in fretta: «E, infatti, non lo conoscevamo. Allora, papà, novità dai Monaci delle Fiamme?».

«In realtà, ne ho una che...».

Kaleb lo interruppe: «Perché parlavate di lui?».

Zora deglutì: «In effetti, volevo dirvi, preside Kaleb, che ho deciso di dare il suo nome al pianeta, se la commissione accademica è d'accordo».

Kaleb sorrise, commosso. Sembrava incapace di parlare.

Cassian, invece, era contrariato. «Ma perché volete dargli il nome di un endar?!».

Di nuovo, nessuno lo considerò.

Kaleb ritrovò le parole: «Non osavo suggerirvelo, principessa. Allora, è deciso. State tranquilla, la commissione non oserà fare opposizione».

«E, invece, la farà» esclamò Cassian, perdendo la pazienza: «Quei tiranni allungano le mani su tutto. Non si devono prendere anche il pianeta scoperto dalla principessa».

«Papà, per favore... É solo un nome. E poi, la scelta spetta a Zora».

«Ma perché, Zora? Perché avete scelto proprio questo nome?».

Jayden le fece segno di sì con la testa per darle coraggio.

«Perché...» incominciò Zora, poi si zittì.

Jayden alzò gli occhi al cielo: l'amica era proprio incapace di mentire.

Per fortuna, Kaleb intervenne: «Vedete, Cassian, Evander era a capo della prima spedizione sul pianeta. Se non avesse preso la decisione di tornare indietro, invece di scendere sulla superficie, gli scudi termici non avrebbero tenuto, e questi quattro qui...», Kaleb gesticolò nella loro direzione, «Sarebbero bolliti a 400°. Evander ha salvato loro la vita. Anche se non lo conoscevano, gli devono un tributo, non credete? E poi, era il migliore nel corso di capitano: una risorsa brillante. Io credo che si meriti un riconoscimento».

Cassian annuì.

«Va bene. Vorrà dire che, se mia figlia è viva grazie a lui, chiuderò un occhio. Tanto, "Evander" non è il nome di un endar, ma solo di una delle loro vittime. A quest'ora, avrà cessato di esistere già da un pezzo, e l'animale che è diventato avrà uno dei loro nomi impronunciabili e...».

«Basta, papà! Hai già detto a sufficienza» mormorò Jayden.

«Bene. Tanto ho qualcosa di molto più importante da dirvi».

Jayden vide che il padre stava assaporando a lungo le parole sulla lingua. Non dubitò che se ne sarebbe uscito con una frase sensazionale.

«Sembra che i monaci l'abbiano trovato!».

Tutti rimasero di stucco, come immortalati da uno scatto fotografico.

Eh, già. Sensazionale.

«Ma dai, papà. Non è possibile. Dopo sedici anni, il principe dev'essere morto per davvero».

«Alekym non è morto!», Zora scosse la testa. Poi, come parlando a sé stessa: «Io so che non è morto. Mia madre non ha mai sbagliato neppure una volta, nelle sue premonizioni. Cassian, vi prego, ditemi dov'è mio fratello. Dove l'hanno portato i monaci?».

Jayden notò che il padre aveva mutato espressione: il sapore nella sua bocca doveva essersi inacidito.

«Non hanno voluto dirmelo. Mi hanno solo detto che sanno dov'è e che, cito testualmente, "i tempi non sono ancora maturi", perché "la Nemesi non è nelle condizioni giuste per rivelarsi"».

Jayden si morse la lingua per non parlare, conficcando le unghie nella sedia di legno, mentre Allen sbatteva un pugno vigoroso sul tavolo: «Diavolo, non possono uscirsene con 'sta rivelazione e poi ripiombare nel loro dannato mutismo per altri dieci anni!».

«Per una volta sono d'accordo con mio figlio. Se sanno dov'è, devono dircelo. In questa sala ci sono ben due persone che hanno il diritto di sapere dov'è Alekym più degli stessi monaci». Nel dir così, Kaleb fece un eloquente gesto della mano per indicare le due ragazze.

Detestando per la prima volta la mania di Kaleb di gesticolare a dismisura, Jayden affondò ancor di più le dita nella sedia, finché non le si spezzò un'unghia. Il dolore si unì alla rabbia: «Il mio matrimonio con quel despota e la sua incoronazione si avvicinano, mentre quelli che potrebbero impedirlo se ne stanno zitti. Ma è possibile che in questo mondo siano tutti dei vigliacchi? E Alekym per primo!».

«Già. Ma, se Alekym è carente di coraggio a tal punto, non credo di volere davvero ch'egli si sostituisca a Vlastamir. Un imperatore vigliacco non è meglio di un reggente egotista» disse Yan.

«Diavolo, amico mio, ma come parli? "Egotista"? E che significa? Vlastamir è un dannato dittatore, un oppressore senza scrupoli. Per non parlare del Ragno».

«Già. Se non fosse per quei due, nessuno di noi sarebbe qui a lambiccarsi il cervello: Alekym e Jayden sarebbero già sul trono, voi sareste su un'astronave e io a godermi la mia nuova casa sul Pianeta Blu» disse Cassian.

«E tutti sarebbero felici tranne me» disse Jayden, a cui le ovvietà del padre avevano fatto l'effetto di un cacciavite rotante in una ferita aperta.

«Che vuoi dire? Preferisci sposare Vlastamir piuttosto che Alekym?» chiese Kaleb, sgranando gli occhi.

Cassian intervenne al posto di sua figlia: «Ma ovviamente no. Vlastamir è un mostro fuori e dentro, e ha quasi il doppio della sua età. Jayden si merita un vero principe, uno come Alekym».

«Ma certo! Un principe che se ne è stato nascosto per sedici anni, fingendo d'essere morto, e che non ha mai neppure tentato di vendicarsi del fratello che lo ha quasi ucciso per il trono. Papà, se io potessi scegliere, non sposerei mai né il principe vigliacco, né tantomeno il tiranno fratricida. Ma tanto non mi è stata concessa alcuna libertà di scelta, giusto? L'unico che potrebbe ridarmi il mio libero arbitrio si è fatto internare con l'accusa di follia violenta. Scusami, Zora, ma la tua famiglia fa proprio schifo! Ti salvi solo tu: un fratello vigliacco, un altro tiranno, un padre folle e violento... A questo punto, spero che tuo fratello Dalwyn sia morto nella Fortezza, così non aggiungeremo anche "endar spietato" alla lista!».

«Jayden!» gridò Zora, ferita.

«Non parlare in questo modo dell'imperatore padre!» le gridò Cassian.

«Ah, e non parliamo allora neppure dell'imperatrice madre! Mi dispiace, Zora, ma devo dirlo! Me lo tengo dentro da troppo tempo... Perché tua madre ha dovuto fare quel sogno profetico, dannazione? Se il mio destino fa schifo è colpa sua. No, papà, non ci sto, zitta! Tutti vogliono decidere della mia vita... Sembra che l'universo intero si sia messo a girare solo per rendermi infelice. Ma cosa pretendono? Tutti vogliono che io li salvi, mentre io non posso neppure salvare me stessa, e chi ne ha il potere si finge morto! Tutto questo è così... così...».

Jayden scoppiò a ridere con sarcasmo. Tutti aspettavano che le passasse. Lei ignorò le loro espressioni indulgenti, per evitare di uscir di testa per la rabbia.

«Così ironico» mormorò infine.

Un'ombra scese sui suoi occhi. Le iridi verdi divennero grigie come quando stavano per bagnarsi delle sue lacrime facili.

Ma, per una volta, Jayden non pianse. Diede le spalle a tutti, mise un piede davanti all'altro e, muovendosi per inerzia, uscì dallo scantinato che ospitava il quartier generale del Partito Ribelle della Nemesi.

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