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24. Due anni dopo

Dopo due anni, ormai, Jayden aveva dimenticato Evander, o, almeno, così credeva. Lo vedeva tutti i giorni, a lezione che prendeva i voti più alti, nella sala comune attorniato dai presenti
come una popolarità, nei corridoi sempre insieme ad altri ragazzi.
Evander e Jayden ormai si evitavano quasi completamente. Non si salutavano neppure, fingevano di non vedersi, entrambi convinti di aver superato ogni sentimento l'uno per l'altra.
Quando nei discorsi dei loro amici saltava fuori il nome dell'altro, sentivano un fremito di sorpresa, ma passava così veloce che si dimenticavano di averlo sentito. Potevano stare accanto l'uno all'altro a lezione senza sentire alcun rimorso per il passato, freddi e completamente soddisfatti del presente. Non sentivano alcun bisogno di parlarsi e riallacciare i rapporti.
Evander credeva di essere finalmente libero e Jayden si credeva ormai del tutto immune.
Tuttavia, non sentivano neppure il bisogno di trovare un'altra persona che rimpiazzasse il vuoto che l'uno aveva lasciato per l'altra. Entrambi credevano di avere tutto ciò che desideravano
perché ogni giorno di più vedevano avvicinarsi il sogno di divenire capitano e pilota di un'aeronave, sogno che non si era mai affievolito.

Ma c'era un posto dove non riuscivano ad auto-imporsi quel controllo freddo sul proprio cuore: i sogni. I sogni, rivelatori dei rimorsi passati, li torturavano in continuazione, presentando loro quel futuro che avevano rifiutato. I sogni li lasciavano tutte le mattine con un forte vuoto di insoddisfazione che li metteva di malumore finché la sensazione di aver perso qualcosa di grande non passava, ed entrambi tornavano alla loro vita piena e soddisfacente. Jayden si svegliava da quei sogni convinta che non fossero rivelatori di nessuna verità repressa. Evander, dal canto suo, credeva che Jayden fosse diventata l'emblema della sua identità messa a tacere, e che in lei il suo inconscio riassumesse tutto quello che lui aveva voluto rifiutare. Jayden, alzandosi dal letto, si dava della stupida, Evander si diceva: «nessuno ti può giudicare, nessuno sa quali sacrifici hai fatto».

Ma, ogni tanto, entrambi ricadevano in un momento di malinconia che li faceva star male senza che nessuno dei due capisse - volesse capire - le ragioni di quella sofferenza fisica e mentale. A
volte era talmente forte, che diventavano intrattabili ed insofferenti ad ogni rapporto.
Spesso avveniva dopo che, per puro caso, i loro sguardi si erano incrociati o dopo che, per errore, i loro pensieri erano divagati verso i ricordi del passato.
Nessuno si accorgeva del loro stato d'animo, e nasconderlo non era affatto difficile. Entrambi erano più che convinti di non aver commesso alcun errore nell'aver deciso di lasciare che quel futuro sfuggisse tra le loro dita. Erano convinti che la malinconia sarebbe del tutto passata, prima o poi, e che non avrebbe lasciato alcuna traccia.
Ci si accorge di ciò che si ha perso solo quando non lo si ha più.
E loro l'avevano perso da troppo poco tempo.
E poi, si rincontravano ogni giorno. Il continuare a vedersi faceva sì che non sentissero mai appieno la mancanza l'uno dell'altra, e che non vedessero il vuoto che questa mancanza avrebbe lasciato presto. Credevano di avere tutto il tempo per porre ammenda al proprio cuore, ma il tempo è una delle illusioni più vane.
Trascorre troppo lentamente per riguadagnare ciò che hai perso, dandoti la possibilità di rimandare in continuazione, e troppo in fretta perché tu capisca che ormai l'hai perso.

Il terzo anno di accademia, ovvero l'ultimo, era ormai alla fine. Più la fine si avvicinava, più i due ragazzi diventavano irritabili ed insofferenti.  Credevano che il loro umore fosse minato dallo stress prima dell'esame di laurea, ma era minato invece dall'inconsapevole paura che il loro abbandono divenisse definitivo con la fine dell'accademia. Con ogni probabilità, non si sarebbero più visti. Improbabile, infatti, che venissero imbarcati sulla stessa nave.

Una cosa fece sì che i due ragazzi comprendessero finalmente che quei sogni avevano un fondamento di verità.
Un giorno, Zora si rivolse all'amica:
«Jayden, ho deciso a chi sottoporre il mio progetto di ricerca. Sono sicura che lui saprà che ho delle buone probabilità di aver ragione».
Per sostenere l'esame di laurea, un biologo ricercatore doveva crearsi un team di biologi e presentare un progetto di esplorazione ad un capitano. Quest'ultimo poteva poi scegliere se accettare quel progetto o cercare un altro ricercatore.
Zora avrebbe dovuto laurearsi già da un anno, ma non aveva potuto perché più volte era stata richiamata a corte per frequenti ricadute di salute dell'imperatore. Per la figlia dell'imperatore si
era fatta un'eccezione alle regole, e le era stata data la possibilità di una proroga della laurea che era così slittata a quell'anno, lo stesso in cui si dovevano laureare Jayden, Allen, Yan e Evander.
Jayden si era girata verso l'amica, chiedendole:  «Chi hai scelto? Lo conosco? Metterai una buona parola per me, così mi sceglierà come pilota?».
Era infatti il capitano a scegliere il suo team, accettando o rifiutando le richieste che gli venivano presentate o facendole lui in prima persona.
Zora sorrise: «Sì, se lo vorrai».
Jayden la guardò sorpresa: «Certo che lo vorrò, così saremo insieme! Allora chi hai scelto?».
«Ho scelto Evander» rispose Zora.
Jayden sussultò, sorpresa. Non se l'aspettava. E, soprattutto, non si aspettava che la cosa gli facesse tanto piacere. Ma non voleva mostrarsi contenta, piuttosto il contrario. Quindi alzò le spalle e disse: «È il più bravo. Sicuramente gli avranno fatto un sacco di richieste».
«È così, infatti» rise Zora: «C'è una vera fila per lui!».
Jayden disse: «Ti sei già informata se non abbia scelto già qualche altro ricercatore?».
«Sì, ha rifiutato tutti per adesso».
«Tutti, eh? E ce li ha già i quattro piloti?».
«Ne ha tre» disse Zora con un sorriso.
«Tre?!» chiese sorpresa Jayden.
«Sembra fatto apposta... Abbiamo ancora una possibilità» disse Zora.
Jayden le lanciò un'occhiataccia: «Sarebbe fortunato ad avere noi. Tu lo fai sembrare un atto di generosità da parte sua accettare la nostra richiesta!».
«Da parte sua forse lo è, visto come lo abbiamo trattato».
«Noi non l'abbiamo mai trattato in nessun modo. Semmai è lui che ci ha ignorati ed evitati per tutti questi anni».
«La cosa mi sembra reciproca».
«A me non lo sembra affatto».
«Tu non gli hai dato il tuo appoggio quando ne aveva bisogno con quell'esaminatore endar, eppure, se non ricordo male, ti piaceva Evander».
«Non ricordarmelo, ero una stupida a quel tempo. Era il primo ragazzo che avevo incontrato venendo all'accademia, tutto qui».
«Sì, certo. Comunque, vuoi venire con me quando glielo chiedo?». Jayden si girò di scatto, con un improvviso imbarazzo: «Io... no!» esclamò.

Zora sorrise: «Te ne vergogni, forse? Non eri tu che dicevi che sarebbe fortunato ad averci nell'equipaggio?».
«Non mi vergogno! Solo che... insomma, Zora, tanto non ce n'è bisogno».
«Io se fossi in te mi vergognerei di più a presentare la mia richiesta tramite un'amica».
«Che cosa vuoi dire?».
«Che se io vado da lui a sottoporgli il mio progetto e gli chiedo se può scegliere te come quarto pilota, lui potrebbe pensare che non hai il coraggio di affrontarlo dopo tutti questi anni».
«Hai ragione, vengo anch'io. Non voglio che pensi che non ho il coraggio di affrontarlo. Anche perché non è affatto così».
«Allora ci andiamo adesso?» disse Zora, alzandosi in piedi.
A Jayden venne la tachicardia.
«Adesso?!».
«Sì, non perdiamo troppo tempo» disse l'amica, spolverandosi il vestito con noncuranza e dirigendosi alla porta.
«Ma abbiamo tempo, mancano ancora quattro mesi!».
«Per preparare la spedizione quattro mesi sono necessari. E poi, io intendevo che la fila è troppo lunga ed impaziente di fronte alla porta di Evander. Sarà meglio che ci muoviamo».
«Ok».

Jayden si sottomise alla determinazione dell'amica, lasciandosi trascinare di fronte alla porta di Evander. Appena si trovò lì, provò un sentimento così intenso come non ne aveva provato da anni. Si vergognava terribilmente, ed aveva quasi il terrore di incontrarlo. L'imbarazzo le fece venire il panico. Avrebbe voluto dar le spalle a quella porta oltre la quale sentiva la presenza di Evander, e fuggire. Ma non voleva che nessuno si accorgesse che era ancora così presa da lui dopo più di due anni. Quindi rimase immobile, con gli occhi sgranati, le guance in fiamme e il cuore che batteva a mille.

Quando la porta si aprì e Evander comparve di fronte a loro, evidentemente sorpreso di vederle, Jayden si diede della stupida per aver accettato la richiesta dell'amica.
Doveva sembrare una stupida anche a lui, pensava.
Era convinta che la sua presenza non gli facesse affatto piacere e che lui si stesse chiedendo cosa diavolo ci faceva lì, a pregarlo di accettare quella richiesta assurda in nome di chissà quale vecchia amicizia di cui si doveva essere senza dubbio dimenticato.
«Ciao, entrate» disse Evander dopo un momento, riprendendosi e sorridendo.
Zora lo salutò, Jayden fece un impercettibile cenno del capo.
«Sono venuta per chiederti se hai già scelto quale progetto di laurea vuoi adottare» disse subito Zora.
Evander lanciò una veloce occhiata a Jayden, che se ne stava zitta, evidentemente imbarazzata, a guardare ovunque tranne che lui.
Evander si rivolse allora a Zora e le disse: «Non ancora».
Zora sorrise: «Bene, perché io ho un progetto a cui sto lavorando da un anno, e volevo che fossi tu il primo a conoscerlo. In breve, credo di aver trovato la più grande riserva d'acqua a nostra portata! Naturalmente, se non ti interessa, lo chiederò a qualcun altro».
«Assolutamente no. Mi fa piacere che tu l'abbia chiesto a me» disse Evander: «Ti va bene se ne parliamo meglio oggi pomeriggio, dopo le lezioni? Adesso purtroppo non ho molto tempo».
«Ok, per me va benissimo, sempre che tu non scelga qualcun altro nel frattempo!» disse ridendo Zora.
«Non credo proprio» rispose Evander, sorridendo appena. Poi attese in silenzio che Jayden parlasse. Ma lei non parlava affatto. Si creò un silenzio imbarazzante, che Zora non voleva interrompere per paura di far peggio.
Allora parlò Evander: «Naturalmente, Jayden...».
Lei alzò di scatto gli occhi su di lui. Lui si mostrò impassibile e continuò: «La tua richiesta, se sei venuta per questo, l'accetto subito. Non hai bisogno di dimostrarmi quanto sei brava. Se poi
vorrai seguire Zora, non ho niente in contrario».
Jayden sorrise imbarazzata, poi smise subito di sorridere, e disse: «Sì, vorrei seguire Zora, è per questo che sono qui».
«Lo so» disse Evander alzandosi.
Jayden seguì subito il suo esempio.
Zora si alzò con più lentezza e disinvoltura, salutando Evander come un vecchio amico: «Ci vediamo oggi pomeriggio, allora!» disse uscendo, preceduta dalla silenziosa Jayden. Evander le sorrise dicendo: «A dopo Zora! Ciao, Jayden».

Jayden salutò quando ormai la porta si era richiusa dietro di lei e si vergognò per essere stata tanto zitta. Zora le lanciò un'occhiataccia. Per tutto il tempo che impiegarono a tornare a lezione rimasero in silenzio, finché Zora non le disse: «Jayden, ma che diamine ti è preso?!».
Jayden la guardò sconcertata: «Di che parli?».
«Non l'hai neppure salutato!».
«Io... sì, che l'ho fatto».
«Ma nessuno ti ha sentito... Comunque, Jayden, sono passati quasi tre anni e non c'è alcun motivo di avercela con lui».
«Io... non ce l'ho con lui».
«E allora cosa c'è?».
«Niente».
Zora la guardò in silenzio per qualche minuto, mentre Jayden cercava di fingere di non sapere che l'amica la stava guardando. Zora le aveva sempre letto nella mente e nel cuore.
«Ti piace ancora» disse infine Zora.
«No! Che cosa ti viene in mente!».
«Mi dispiace, Jayden, non l'avevo capito».
«Che cosa stai dicendo! Lui non mi piace! Te l'assicuro!».
«Capisco».
«No, che non hai capito! Non mi piace! Non mi piace per niente!».
«Sì, non c'è bisogno che continui a ripeterlo» disse Zora, sorridendo.
Jayden si zittì subito.
Ma Zora non ne era per nulla convinta. Sapeva che Jayden non aveva mai smesso di avere un debole per Evander, ma non ne aveva avuto la prova fino a quel pomeriggio. Ormai, credeva di
poterlo affermare con la più piena certezza e sperava che Jayden si decidesse finalmente ad ammetterlo con sé stessa.

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