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18. I risultati

Dopo il giorno dell'esame generale, Evander non mantenne più la promessa che aveva fatto a Jayden e la evitò finché poté.
Jayden si era arrabbiata, in un primo periodo, credendo che fosse offeso per la breve lite che avevano avuto prima di entrare a fare il test. Se era per quello che Evander era arrabbiato, si diceva, allora lo aveva sopravvalutato e non era il ragazzo che voleva fosse.

Ma erano passati parecchi giorni dall'esame, e Evander aveva continuato a evitare sia lei che gli altri, limitandosi a salutarli con rispetto. Perché doveva evitare anche gli altri, se era arrabbiato solo con lei?
No, il problema doveva essere un altro. Evander doveva essere preoccupato per il risultato del test.
E lei lo capiva perfettamente. Eccome, se lo capiva. Il timore che non avesse passato il test era diventato un'ossessione.
Capiva che, se lui non avesse potuto entrare all'accademia, l'unica sua possibilità di riscatto sociale sarebbe svanita, capiva che sarebbe dovuto tornare a lavorare la terra per tutta la vita, e capiva che... non l'avrebbe più rivisto.

Zora non osava ammetterlo ma, sebbene le dispiacesse vedere la sua amica così triste, era grata a Evander per aver troncato subito i rapporti. Se fossero diventati veramente amici in quei pochi giorni e Evander non avesse passato il test, sarebbe stato difficile per Jayden passarci sopra.
A vederlo così cupo, pensieroso e solitario, Zora non aveva alcun dubbio: Evander sapeva di essere stato bocciato.
Aveva provato a parlarne a Jayden, ma lei non voleva ascoltarla: non voleva crederci.
Ogni giorno, appena alzata, quest'ultima scendeva nella sala comune, passava di fronte alle porte senza quasi rallentare il passo, dava una veloce occhiata per capire se c'era qualche novità, poi se ne tornava nella sua stanza o andava a parlare con i suoi amici.
Aveva deciso che era meglio evitare Evander, come lui evitava lei. Per farlo, frequentava poco la sala comune, e non frequentava affatto le scuderie.
In realtà, desiderava incontrarlo con tutta sé stessa, perché temeva che presto non l'avrebbe più visto.
In dieci giorni si erano incontrati una volta sola per il corridoio e non si erano fermati a parlare.

«Ecco i risultati degli esami!» esclamò Jayden,entrando nella sala comune l'undicesimo giorno all'alba.
Infatti, una marea di ragazzi ammassati attorno a una decina di schermi in fondo alla sala poteva avere un solo significato: erano arrivati i risultati del test generale.
Jayden incominciò a sentire il cuore balzare su e giù nel petto come su un trampolino. Non pensava affatto al proprio risultato, sapeva che l'aveva passato, anche se non sapeva con quale punteggio.
Si guardò attorno e vide, in fondo alla sala, solitario come sempre, Evander, che non degnava minimamente gli schermi di un solo sguardo e pareva essere lì solo per caso.
Evander non sembrava minimamente agitato, mentre lei lo era all'ennesima potenza. Questo le fece rabbia: quindi, pensava, a lui non importa affatto passare questo test, non gli importa se il suo destino sarà per sempre quello di fare il contadino, non gli importa se non ci rivedremo più!
In quel momento, Evander alzò gli occhi e vide che lei lo stava fissando. Non parve affatto felice di vederla, e questo tirò ancora più giù il morale di Jayden. Decise che era stupido fingere di non essersi neppure visti e gli andò dritta incontro per fargli gli auguri o a salutarlo per sempre.

Evander la guardò venire verso di lui, immobile. Quando lei fu a pochi passi, lentamente, si alzò in piedi e la salutò: «Ciao, auguri per i risultati» disse, quasi con sforzo.
«Sei preoccupato?» chiese Jayden, invece di salutarlo.
«No».
Jayden sentì che la rabbia cresceva. «Non lo sei?!» disse, con sarcasmo e una nota acuta di rabbia.
«Volevo dire: sì, lo sono» rispose lui, diplomatico. Ma era chiaro che mentiva.
«Allora, vai a vedere i risultati o no?!» chiese Jayden, sempre arrabbiata.
«Quando ci sarà meno gente».
«No, tu ci vai subito!».
«É un ordine, milady?».
«È una richiesta!» esclamò Jayden, cercando di mantenersi il più possibile calma.
«Va bene» disse Evander e, dandole le spalle, si diresse calmo verso gli schermi.

Jayden lo guardò per un momento, poi, a passo veloce, gli passò di fronte, facendosi largo tra la folla, che, al veder passare la futura imperatrice, si fece subito da parte. Jayden arrivò agli schermi, poi si voltò verso Evander, che non si era mosso, facendogli segno di avvicinarsi.
Evander non sembrava affatto contento che Jayden avesse attirato l'attenzione su di lui in quel modo. Con rabbia, si avvicinò.
Lei gli lasciò subito il posto. Lui accese lo schermo, digitò il proprio nome, poi le rivolse un'occhiata di traverso e mormorò: «Non c'era bisogno di attirare l'attenzione dell'intera sala!».
Jayden si sentì un po' in colpa: se non fosse passato, per colpa sua lo avrebbero saputo tutti. «Mi dispiace,» disse: «Ma non potevo aspettare che ti facessero passare: eri in fondo alla fila!».
«Tu non potevi aspettare?» rispose Evander, con sarcasmo.
«Sì. A quanto pare, sono più preoccupata io di te!».
Evander non rispose. Sullo schermo la scritta "attendere prego" scomparve. Sì voltò di nuovo verso di lei: «Non stai rispettando la privacy» le disse.
Jayden lo guardò sconcertata. Poi, fece un passo indietro.

Sul piccolo schermo comparve il suo nome, affiancato da un numero, il punteggio totale, e da una tabella dove erano segnate le risposte giuste, quelle sbagliate e quelle non date.
Evander sapeva già che punteggio aveva preso prima che comparisse sullo schermo. Si finse agitato, tenne lo sguardo fisso sullo schermo, contò fino a dieci, stimando che quello fosse il tempo necessario ad un contadino per superare l'entusiasmo dopo aver scoperto di essere passato al test della famosa accademia di Tridia.
Jayden, che si era sporta oltre le sue spalle per vedere lo schermo, si lasciò sfuggire un'esclamazione di felicità: «Ce l'hai
fatta!».
Evander si girò verso Jayden con un sorriso che, fortunatamente, lei non sospettò essere finto:
«56» disse.

Si vergognò terribilmente di sé stesso per apparire soddisfatto di un voto tanto mediocre, soprattutto quando sapeva che, se avesse potuto fare il test al pieno delle sue capacità, avrebbe preso 100.
Ci aveva messo ben sei ore, per finire il test. Era un test famoso per l'estrema difficoltà e l'assoluta rarità del punteggio massimo.
Ma, in un due ore, Evander aveva risposto esattamente a tutte le domande e con neppure un solo dubbio. Il resto del tempo gli era servito per calcolare come sbagliare in modo che apparisse naturale, pensando a quale fosse la materia che ci si aspettava un contadino conoscesse meglio, quale quella in cui non doveva sapere assolutamente niente, e, soprattutto, a come far apparire casuali le poche risposte giuste che dovevano essere l'eccezione che conferma la regola. Gli unici dubbi che aveva avuto erano stati su come far apparire spontanei gli errori. Si sentì umiliato, quando Jayden gli fece i complimenti per il bel voto, che la aveva soddisfatta più di quanto si aspettava, cosa che gli rendeva ancora più difficile fingersi contento.
Jayden per poco non lo abbracciò dalla felicità. Ma Evander non era proprio in vena di effusioni, e, per mettere fine a quell'entusiasmo che lo umiliava e offendeva, disse: «Non hai ancora visto il tuo punteggio».

A quel punto, Jayden, sollevata che Evander fosse riuscito a passare, sentì tornarle tutta l'ansia e digitò il suo nome sullo schermo.
Evander non attese di sapere il suo risultato, cosa che minò enormemente la felicità di Jayden, alla scoperta di aver preso un punteggio da record: 94.
Appena si volse e vide che Evander non era più dietro di lei, il sorriso si trasformò in una smorfia di delusione e amarezza. In compenso, fu subito raggiunta da Zora, Allen e Yan che venivano per complimentarsi del suo punteggio e per riferirle i loro.
Allen aveva preso 61, e Yan 82.
Allen, a sentire i voti dei due amici, si vergognò un po', ma, quando sentì quello di Evander, uscì di testa per la rabbia. Evander, un semplice contadino, aveva preso solamente cinque punti in meno di lui, che era il figlio del preside dell'Accademia! Inoltre, inutile dirlo, aveva intuito che Jayden era rimasta particolarmente colpita da lui.
Si guardò attorno alla ricerca del rivale e, quando lo vide in fondo alla sala come sempre, pensò che fosse venuto il momento per chiudere quella famosa questione iniziata il primo giorno.
Zora aveva intuito cosa quello sguardo volesse significare e aveva messo in guardia Jayden.
Quest'ultima aveva subito tentato di fermarlo, dicendo ad Allen: «Lascia perdere Evander. Se se ne sta per i fatti suoi, avrà quel che si merita».
Allen non la pensava allo stesso modo e disse: «Cosa hai capito? Vado solo a fargli i miei complimenti per il bel voto!».

Detto questo, Allen si avvicinò a Evander con passo veloce e deciso. Ma Evander non l'aveva visto e stava uscendo dalla sala comune, infilandosi nel corridoio di servizio, l'unico dove non ci fosse nessuno.
Allen lo seguì, senza pensarci due volte. Ormai era deciso a scaricare l'invidia e la gelosia su quel contadino che non avrebbe mai dovuto entrare oltre le porte di metallo.
Ma, appena ebbe svoltato l'angolo, Evander non fu più in vista e, in compenso, una voce familiare raggiunse Allen che, immediatamente, si fermò per non fare il minimo rumore e tese le orecchie per sapere cosa suo padre avesse da dire a Evander in privato. Sentì la voce di suo padre che diceva: «Sei stato bravo, ma non abbastanza. Hai attirato troppa attenzione con il tuo punteggio».
La voce di Evander rispose: «Ma se ho preso solamente 56!».
«Capisco che possa sembrarti poco, ma per un contadino è un'enormità! Hai segnato un nuovo record, Evander».
«Come potevo sperare di passare il secondo test, senza prendere poco più della sufficienza nel primo? Sei punti sono pochissimi! Se avessi preso l'esatta sufficienza, non avrei mai potuto competere con i figli di nobili che gareggeranno contro di me per entrare nel corso di capitano! Ho dovuto prenderli, quei sei punti!».
A quel punto, i passi di Evander e di Lord Kaleb si allontanarono. Le ultime parole che Allen riuscì a sentire furono: «Lo so, ma il fatto è che hai attirato l'attenzione di qualcuno molto più pericoloso della commissione: gli endar hanno voluto...».

Alla parola "endar", Allen aveva completamente perso la testa.
Incapace di comprendere appieno il significato di quelle parole aveva però compreso che suo padre conosceva Evander più di quello che c'era da aspettarsi per un semplice contadino, che Evander considerava il suo punteggio fin troppo basso e che gli endar si erano interessati a lui.
Tutte queste cose, unite al fatto che Jayden era chiaramente infatuata di Evander, fecero sì che Allen incominciasse ad odiarlo con tutte le sue forze.
Allen rimase parecchi minuti immobile, in quel corridoio buio e ormai silenzioso, quando fu infine raggiunto dagli altri che lo stavano cercando.
Alle loro domande di "cosa era successo?", "se avesse incontrato Evander" e "che cosa gli avesse detto", Allen rispose:
«Sì, che l'ho incontrato! Ha avuto il coraggio di ridermi in faccia e di vantarsi di aver preso un punteggio così vicino al mio!».

Nel frattempo, Evander e Lord Kaleb continuavano la loro conversazione in privato, che portò nuove brutte notizie a Evander, che incominciava a non poterne più della propria sfortuna.
«Gli endar» stava dicendo Lord Kaleb quando Allen non era più riuscito a sentirli: «Hanno voluto revisionare di persona il tuo test. Ed hanno anche scoperto che non hai mai fatto la selezione
dei cinque anni, né quella dei quindici. Questo li ha molto allarmati, e si sono interessati al tuo caso in modo preoccupante».
Evander annuì: «Jonathan è riuscito ad evitarmi i test: aveva troppa paura che facessi la sua stessa fine. Lui li conosceva bene, gli endar, e sapeva come ingannarli».
«Spero che anche tu ne sia altrettanto in grado» disse cupo Lord Kaleb.
«Che cosa volete dire? Cosa vogliono fare?» chiese Evander allarmato.
«Evander, mi dispiace! Io non posso niente contro di loro! L'accademia ha dovuto cedere, Evander. Io ho dovuto cedere. Davvero, mi dispiace!».
«Sì, ma cedere a cosa?!» esclamò Evander, vicino al panico.
«Gli endar hanno deciso di tenerti d'occhio: di analizzarti per decidere se sei degno di diventare endar. E, per questo, hanno proposto di darti un maestro che ti aiuti nella preparazione al secondo test. Un endar ti farà da maestro in questo mese. Non so il suo nome, ma so che il suo simbolo è un Minotauro...».
«Un endar?! Un endar farà da maestro a me, un semplice contadino?!».
«Vogliono capire se hai le capacità che cercano. Per loro, la nobiltà di nascita non conta nulla: quello che conta sono le capacità fisiche e mentali!».

«E quindi io cosa dovrei fare?!».
«Hai due possibilità. Una è quella di farti espellere dall'accademia, dichiarando di aver copiato al test generale...».
«No!».
«Già, e comunque non so se ti crederebbero lo stesso. E l'altra possibilità è...».
Ma Lord Kaleb non riuscì a continuare.
Evander concluse per lui:
«L'altra è superare il test di indirizzo, ottenendo un punteggio abbastanza alto per attirare l'attenzione della commissione, ma sufficientemente basso per eludere quella degli endar. Niente di più facile!».
«Mi dispiace davvero, Evander... Io posso aiutarti solo per quanto riguarda la commissione, ma il resto... il resto è solo nelle tue mani!».
«Avevo già poche probabilità di superare questo test, ma ora non ne ho più nessuna!».
«Questo non è vero: se farai lo stesso punteggio del figlio di un nobile, la commissione sceglierà te. E poi, così almeno la commissione potrà credere di averti aiutato lei: se tu avessi superato il secondo test senza alcun aiuto, non sarebbe riuscita a spiegarselo. E, quando le persone non riescono ad accettare la superiorità ed il genio di colui che gli sta di fronte, reagiscono con invidia e stupidità: avresti rischiato che ti bocciassero per essere stato
troppo bravo. Invece, ora, se tu superassi le loro aspettative, crederanno che sia stato merito del maestro endar e si sentiranno in parte corresponsabili di questo successo, quindi compiaciuti e soddisfatti di averti aiutato, anche se indirettamente. Il vero problema è che devi superare le aspettative della commissione, frustrando quelle dell'esaminatore degli endar».
«Sicuro, sarà come bere un bicchier d'acqua!».
Dopo avergli augurato buona fortuna per la seconda volta e dopo essersi scusato per la decima, Lord Kaleb lo lasciò finalmente da solo.

Evander era stanco che il destino continuasse a riservargli brutte sorprese dietro l'angolo. Stanco e arrabbiato.
Primo, essere orfano.
Secondo, la morte di entrambi i suoi genitori adottivi.
Terzo, essere un contadino discriminato da tutti.
Quarto, essere figlio dell'imperatore e colui che il popolo aspetta come salvatore.
Quinto, scoprire che la ragazza di cui incominciava ad innamorarsi era niente meno che la sua promessa sposa e che quindi la profezia poteva essere vera.
Sesto, attirare inconsapevolmente la peggiore delle sventure, ovvero l'interessamento di un endar.
Settimo, rischiare di non passare all'accademia.
Forse ce ne erano altre, ma era inutile elencarle tutte. Il risultato complessivo era lo stesso: rabbia, paura, e prigionia.
Aveva deciso di evitare Jayden da quando aveva scoperto chi era, perché si era sentito costretto. La profezia era la sua prigione: secondo la profezia, lui si sarebbe dovuto innamorare di Jayden e Jayden si sarebbe dovuta innamorare di lui. Fin qui, Evander non avrebbe avuto niente in contrario. Ma tutto il resto gli pesava troppo: lottare per diventare imperatore era l'ultima cosa che avrebbe voluto fare. Odiava l'idea di non essere libero di scegliere del proprio destino: odiava il pensiero che una profezia avesse già prescritto chi e che cosa avrebbe dovuto diventare. Non voleva credere nella profezia: voleva credere nella propria libertà! E il fatto che incominciasse a provare dei sentimenti per Jayden e
che lei dimostrasse un interesse per lui lo aveva fatto sentire più che mai in trappola. Se si fosse innamorato di lei, avrebbe avuto una prova insindacabile che la profezia poteva essere vera. E lui non voleva nessuna prova! C'erano tante altre ragazze, e non c'era motivo di innamorarsi proprio di Jayden. E, per evitare che questo avvenisse, per tagliare la testa al toro, aveva deciso di evitarla sin da subito.
Tuttavia, sebbene l'accademia fosse paragonabile per dimensioni a una città, Evander ritrovava Jayden dietro ogni angolo.
Dopo aver scoperto che un pericolo agghiacciante pendeva sul suo capo, e che avrebbe passato un mese intenso, stressante, e angosciante sotto l'esame di un endar, Evander aveva bisogno di ricordarsi per che cosa lo stava facendo.
Ne vale la pena? Si era chiesto più volte.
La risposta era sempre: sì, la vale. Ma aveva bisogno di sentire sulla pelle quella libertà che solo lo Spazio poteva offrire. E fu per questo motivo, che, sebbene fosse altamente proibito, si recò nell'hangar delle astronavi da esplorazione, forzando il sistema di chiusura grazie alle numerose lezioni di elettronica che gli aveva impartito il suo maestro. Di fronte a lui si aprì uno spettacolo che non aveva mai visto, ma che aveva sognato almeno un migliaio di volte.
L'astronave era immensa ed imponente. Al tempo stesso affascinante ed inquietante. Sembrava avesse una propria forza vitale: non era un pezzo di metallo senza vita, ma un potente organismo addormentato. L'hangar non era illuminato, ma quei pochi raggi di luce che vi entravano dalle strette feritoie si riflettevano sulla superficie levigata e plumbea dell'astronave, creando giochi di colori e di luci che si divertivano a dare un senso di movimento a quella superficie immobile, mentre Evander cercava di immaginarsela avvolta da una densa sostanza nera immateriale e buia, rischiarata ogni tanto da qualche astro luminoso. Sembrava un immenso, mastodontico mammifero degli oceani addormentato sul
buio fondale marino.
Evander salì sulle alte impalcate, per vederla dall'alto, e si sedette, cercando di immaginare cosa avrebbe significato essere alla testa di quella meravigliosa creatura dello Spazio.
«Ciao».
Era la voce di Jayden.
Evander sussultò, e si voltò di scatto.
Jayden affermò: «Hai scassinato l'entrata».
Evander non rispose.
«Come hai fatto a scassinare l'entrata?» chiese ancora lei, quasi con rabbia. «Cosa ne sai tu di elettronica?!».
Evander si limitò a salutarla: «Ciao, Jayden».
Lei continuò, imperterrita, con un tono nervoso e offeso: «Che ci fai qua?! Se ti scoprono, passerai dei guai!».
Evander evitò di farle notare che ora li poteva passare anche lei.
Jayden continuò: «Vuoi rovinare tutto?! Ora che hai passato l'esame, vuoi farti espellere per una stupidaggine?!».
«Non mi farò espellere, se tu smetti di gridare» rispose seccato
Evander. Non era dell'umore di parlare con Jayden. Non se lei era arrabbiata. E poi, aveva deciso di evitarla.
Lei riprese: «Perché fai così? Che cosa ti abbiamo fatto?».
«Faccio cosa?».
«Fai anche finta di non capire?! Te ne stai per i fatti tuoi. E non sei venuto neppure a chiederci come sono andati gli esami».
«Sapevo che erano andati bene» rispose lui, alzando le spalle.
«E questo è un motivo sufficiente per fregartene?!».
«No, ma non ero dell'umore di festeggiare».
«Come, non eri dell'umore? Se non eri dell'umore tu, noi cosa dovremmo dire? Sei stato il migliore di tutti... cioè, in proporzione... relativamente alle tue origini, intendo».
«Non m'importa».
«Ma se hai segnato un record completamente nuovo!».
«Non m'importa».
«Sei davvero odioso, sai? E non mi hai neppure chiesto quanto ho preso!».
«Quanto hai preso?».
«94».
«Complimenti. Un ottimo voto».
«Grazie».
Jayden rimase un momento in silenzio, mentre Evander tornava a guardare fisso davanti a sé, verso l'astronave.
Dopo un po', Jayden salì sull'impalcata e si sedette al suo fianco in silenzio.
Evander non batté ciglio.
Jayden disse: «Se ti do fastidio, puoi andartene come fai sempre».
«Non mi dai fastidio».
«Allora, che cosa ti è preso? Perché ci hai ignorati tutti in questi giorni? Avevi fatto una promessa».
Evander attese qualche secondo prima di rispondere; si chiese se valesse la pena essere sincero o se, invece, fosse il caso di inventarsi una scusa. Non se la sentì di mentire:
«Mi dispiace, non riesco a mantenerla».
Lei sgranò gli occhi, sorpresa.
«Quindi, non vuoi essere mio amico?!».
«No».
«No?!» Jayden lo guardò scandalizzata.
«Mi dispiace, ma voglio stare da solo».
«Certo, e ti ci lascio subito! Ma prima, voglio sapere perché» esclamò Jayden, arrabbiata e vicina alle lacrime.
«Perché sono fatto così, mi piace stare da solo» rispose lui, senza guardarla negli occhi.
«Bugiardo! Dimmi almeno la verità!».
«La verità è che non so se riuscirò a coronare il mio sogno, e questo mi rende di cattivo umore» disse infine Evander, non riuscendo a rimanere impassibile e dovendo trovare una qualche scusa per il suo comportamento che, lo capiva, doveva sembrare assurdo ed inspiegabile.
«Non sei il solo, sai? Io so per certo che non riuscirò a coronare il mio sogno, ma questo non mi impedisce di avere degli amici. E sicuramente non mi impedisce di essere cortese con le altre persone!» rispose Jayden, sempre più offesa.
Evander non rispose.
Jayden continuò: «Io so già che non mi lasceranno diventare pilota. Ho un destino segnato di fronte a me. Un destino orribile, che tu neppure ti sogni! Non puoi sapere cosa voglia dire essere destinati ad una vita come quella a cui io sono destinata. Quindi, non venire a parlare a me di sogni!».
Evander abbassò la testa, turbato da quelle parole. Si sentiva in colpa: in fondo erano entrambi parte della profezia, anche lei aveva un destino segnato. Erano sulla stessa barca. Dopo un istante, cercò il coraggio necessario per affrontare quel discorso e le chiese: «Credi nella profezia?».
«No. Non parlavo di quella».
«E di cosa allora?» chiese Evander, sorpreso.
«Parlavo del mio matrimonio con Vlastamir!» sbottò lei, arrabbiata perché Evander non ci era arrivato da solo.
«Ma perché sei ancora costretta a sposarlo? Il reggente non può scioglierti dal vincolo, ora che il principe Alekym non c'è più?».
«Lui non...». Jayden perse la pazienza ed esclamò: «Lui non lo farà mai! E comunque, non voglio parlare di questo con te!».
«Scusa, non te la prendere! Era solo una domanda».
«La tua ignoranza in politica mi fa saltare i nervi! Sei proprio uno stupido, a fare domande come questa».
«Perché te la prendi con me? Io non sono Vlastamir!».
«Esatto!» disse lei, poi aggiunse: «Cioè, tu... Tu sei solo un contadino ignorante».
«E tu una a cui piace litigare su tutto».
«Tu non capisci! Io sposerò Vlastamir! Io lo odio, e lo sposerò. E tu non sei nessuno».
«Ed è per questo, che ce l'hai con me, vero? Perché non sono nessuno. È così?».
Jayden lo guardò arrabbiata per qualche istante, poi scoppiò in lacrime e corse via.
Evander rimase un secondo a fissare il posto vuoto dove era seduta Jayden, con espressione pensierosa, poi le andò dietro.
Quando la raggiunse, vide che Zora era al suo fianco. Quest'ultima lo fissava arrabbiata.
«Che cosa le hai detto?».
«Niente» disse Evander. Sapeva bene cosa le aveva detto per farla scoppiare a piangere, ma non poteva certo dichiararlo su due piedi.
«Qualcosa le hai detto di sicuro!».
«Lei ha detto che dovrà sposare Vlastamir, io le ho chiesto se non c'è modo di evitarlo, e lei si è offesa. Tutto qui».
«Certo, e non lo sai che è proprio questo, il problema? Il suo matrimonio con mio fratello!».
«Non è colpa mia se la tua famiglia è causa di dolore per così tante persone».
Zora lo guardò con gli occhi spalancati per la sorpresa, ferita per quelle parole. Poi, gli gridò:
«Vattene via!».
Quando Evander vide gli occhi di sua sorella riempirsi di lacrime per le parole che lui le aveva sputato in faccia, prese a sentirsi malissimo. Cercò di rimediare.
«Scusa, Zora, non volevo dire quello che ho detto! Io non ho alcun diritto di parlare della tua famiglia in questo modo... Voglio dire, in qualunque modo. Non ho diritto di parlarne affatto... E comunque non intendevo nemmeno tutta la tua famiglia, ma solo Vlastamir... Solo Vlastamir è la causa... io ... mi dispiace».
«Vattene via!» gridò lei, voltandogli le spalle.
«Mi dispiace, Zora, davvero!» mormorò Evander al vuoto: sua sorella era già fuggita via.
Il mattino seguente, Zora gli lanciò un'occhiataccia e Jayden non lo guardò affatto.
In compenso, Allen lo fissò a lungo, ma con uno sguardo che non prometteva nulla di buono. Evander pensò che volesse vendicare le lacrime di Jayden del giorno prima.

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