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Trick or treat... Or your soul?

Era seduta lì da quasi un'ora, la psicologa parlava, e parlava, ma i suoi occhi erano fissi fuori. Guardava il cielo, sognava l'infinito, la libertà, mentre era lì bloccata a subirsi quelle sedute di psicoterapia che l'avrebbero dovuta aiutare, ma che invece di far svanire il dolore che la divorava dentro, la facevano solo sentire inadatta, sbagliata per un mondo troppo razionale in cui sapeva di non poter liberare ciò che aveva dentro.
"Mi stai ascoltando?" La voce dolce, ma stanca della donna le arrivò alle orecchie, distraendola da quei pensieri.
"No".
Lei si tolse gli occhiali e si massaggiò le tempie. "Così non arriviamo da nessuna parte. Non posso aiutarti se tu non me lo consenti".
"Vuole davvero aiutarmi, dottoressa?"
Non era convinta, il lampo di follia che le faceva brillare gli occhi non le piaceva, sapeva che stava per andar fuori, ma annuì lo stesso. "Certo, cara".
Gettò la testa all'indietro, lo sguardo fisso sul soffitto.
"Allora mi dica, perché al posto di combattere contro ciò che ho dentro, non posso semplicemente lasciarlo andare, fargli prendere il controllo? Perché tutto deve sempre essere razionale?"
Era interdetta, non sapeva cosa rispondere senza farla infuriare o senza perdere la sua attenzione.
"Forse perché non sai cosa potrebbe accadere, perché potresti soffrire. Ciò che hai dentro è il male".
"E se invece mi aiutasse? Chi lo dice che il male sia per forza sbagliato?"
La terapeuta stava iniziando a sudare freddo, il cuore a mille, mentre la ragazza davanti a lei era forse più viva che mai, ma per i motivi più sbagliati in assoluto e non andava bene.
"Co... Cosa ti aspetti di ottenere lasciando andare tutto?" riuscì a chiederle infine.
L'espressione soddisfatta, un ghigno che le dava i brividi. "Non lo so. Ma sento che sarebbe la cosa più giusta da fare".
Stava per rispondere, quando bussarono alla porta e si rese conto che l'ora era passata.
"Finalmente la tortura è finita". Prese lo zaino, si diresse alla porta e poi guardò la donna con un sorriso macabro. "Ci vediamo, dottoressa... Se ne avrò bisogno".
Avrebbe voluto urlare di non farlo, di lasciarsi aiutare, di non dar retta al dolore che provava dentro, di affrontarlo piuttosto che cavalcarlo, che quella sarebbe stata la strada per la pazzia, ma si limitò a sorriderle e risponderle: "Ciao, cara, e goditi Halloween".
"Oh, eccome se me lo godrò". Lo sguardo che le aveva visto negli occhi le mise i brividi. Era folle, privo di riserve, gli occhi che sembravano uscire fuori dalle orbite e la pelle più pallida del solito.

I giorni passarono rapidi, finalmente la notte delle streghe era arrivato, e lei era stesa a letto, lo sguardo fisso al soffitto, una sigaretta accesa in una mano ed una birra chiusa nell'altra. Fuori il sole era già calato, faceva freddo ed i tuoni non avevano smesso di farsi sentire. Ma lei stava bene. Dopo notti di lacrime, dopo infinite sedute di terapia, dopo attacchi di panico calmati a furia di pastiglie, dopo ore di insonnia a rigirarsi nel letto terrificata da ciò che aveva dentro, dai pensieri assurdi che le passavano per la testa, alla fine aveva capito che era stanca di essere succube di qualcosa di così forte che invece avrebbe solo potuto aiutarla se solo avesse spento la parte razionale del cervello. Ed era quel che aveva fatto. Non si sentiva più tremendamente sola, ogni collasso psicologico, era un nuovo demone che liberava con una risata isterica. Non le importava più di quel che dicevano gli altri, se la guardavano come un alieno o se gli amici si allontanavano da lei.
"Per conquistare tutto, devi prima essere disposto a perdere tutto", si diceva.
L'ennesima sigaretta finì, e nello sbuffo di fumo notò un viso che le sorrideva in modo macabro e si alzò per cercare di catturarlo. Saltò, voleva stringerlo a sé, ma perse l'equilibrio e cadde, persa fra mille risate ed ormai insensibile al dolore. Anzi, ne traeva un certo piacere, la libertà dell'avere il mondo in mano perché aveva abbandonato la paura di ogni cosa. Un sospiro e poi si tirò su: la notte più bella dell'anno era iniziata e lei non vedeva l'ora di potersi godere quell'attimo di pieno respiro. Pennellate di trucco la stavano trasformando, nascosero il livido sulla guancia che si era appena procurata e poco alla volta stava finalmente somigliando a quello che aveva dentro: un demone. Gli occhi completamente scuri grazie alle lentine nere, pelle cadaverica piena di crepe, labbra che sembravano cucite e sangue finto a decorare il tutto. Gli abiti neri la fasciavano interamente, guanti in pelle, a coprirla un mantello nero col cappuccio calato ed era pronta.
Si fissò a lungo allo specchio, era come incantata dall'immagine che le rimandava, che rispecchiava ciò che aveva dentro. Poi accadde tutto così rapidamente e non riuscì a capire nulla. Un'ombra nera comparve dietro di lei, la vide dal riflesso, e fece per voltarsi, ma cadde per terra svenuta. In quel limbo oscuro, sentì una voce fredda, graffiante, che le sembrò però la più dolce che le avesse mai parlato.
"Permettimi di guidarti verso la libertà assoluta".
Fu quello che le sussurrò, nessuna presentazione, nessuna spiegazione, ma le bastò. Non si era mai sentita così bene come in quel momento, sembrava che il dolore iniziasse finalmente a scivolar via, come se la voce ne prendesse possesso. Non voleva rinunciare a quello, non poteva, così rispose nella sua testa.
"Okay".
Un attimo dopo era di nuovo in piedi, eppure era come se guardasse la scena in terza persona, come se a vivere nel suo corpo fosse un'altra persona: la proprietaria della voce. Sbattè le palpebre e tutto tornò alla normalità.
Poi si guardò allo specchio, e la voce parlò di nuovo: "Posso renderti come vuoi, basta che tu lo pensi ed io provvederò a realizzarlo".
Immaginò che tutto il suo trucco diventasse vero, poi tolse le lentine, e rise deliziata nel vedere i suoi occhi completamente neri e il trucco che si era dissolto per lasciar spazio a vere crepe. Solo le cuciture sulla bocca erano ancora finte.
Era estasiata da tutto quello, e voleva solo una cosa: scendere in strada e seminare il panico. E lo fece.
Dopo aver messo ciò che le serviva in una piccola borsetta, che nascose per bene sotto al mantello, lasciò la casa e fece la prima sosta al bar per prendere un drink, il più forte che le venne in mente, e dopo aver pagato ad un cassiere alquanto terrorizzato, si diresse fuori. Era divertita nel costatare come la gente la guardava, mormorava, sui loro volti si leggeva dall'ammirazione allo spavento, ma probabilmente tutti erano convinti che si trattasse solo di un trucco. Sarebbe stato divertente vedere le loro facce se avessero scoperto che invece era tutto vero.
Finì il drink in un solo sorso, l'alcool le bruciava dentro e quella sensazione era piacevole: rispetto al vuoto, quel fuoco che le scorreva nelle vene le sapeva tanto di vita.
"Cosa vuoi fare stanotte?" le chiese la voce.
Scrollò le spalle. "Non lo so, in realtà. So solo che voglio che tutto questo non finisca mai... Non mi sono mai sentita così tanto viva come ora. Magari andrò in giro a terrorizzare un po' di gente".
Un verso si propagò nella sua mente, come le fusa di un gatto.
"Posso realizzare il tuo desiderio, ma ha un costo", disse la voce.
Spalancò gli occhi. Finalmente la sua vita avrebbe avuto un senso. Non voleva pensarci su, sapeva benissimo cosa rispondere.
"Qualunque sia, va bene".
Un secondo dopo sentì di nuovo la sensazione provata in camera, galleggiava fuori dal suo corpo, che rispondeva a dei comandi non suoi, ma non si chiese cosa stesse succedendo, perché quella era l'esperienza migliore di sempre.
Come in un sogno, vide se stessa togliersi i guanti e flettere le dita, dove spuntarono degli artigli di acciaio di almeno 20cm.
"Oh sì, ora va meglio". Era la demone a parlare con la sua voce, che però aveva preso una nota fredda, graffiante. Poi, un ghigno ad illuminarle il viso, che un attimo dopo era completamente sfigurato, lineamenti che non erano umani, e qualche persona che era nei dintorni, urlò dal terrore prima di correre via.
"Quanto mi era mancato tutto questo", mormorò eccitata. Intanto la ragazza sentiva la sua essenza sempre più debole, come se la demone la stesse lentamente prosciugando, finché non udì un sussurrò che le parve lontano anni luce:
"Buonanotte, tesoro. Con te farò i conti prima che l'alba rischiari il nero della notte".
Ed un secondo dopo, fu come addormentata.
La demone aveva ormai il pieno controllo del suo corpo e della sua anima.
Indossò nuovamente i guanti, si sistemò il cappuccio in modo che gettasse ombra sul suo volto e disse con un lampo di pura crudeltà negli occhi: "Che Halloween inizi".
Prima di impossessarsi del corpo della ragazza, aveva fatto un rapido giro per la città e aveva chiari i suoi obiettivi, così raggiunse la periferia e la prima tappa era una casa ben decorata, la facciata chiara e un bel giardino curato. Bussò e chinò il capo mentre sentiva i passi avvicinarsi. Quando la porta si aprì, mormorò: "Dolcetto o scherzetto?"
"Non sei un po' grande?" domandò con gentilezza la donna sulla quarantina.
Alzò la faccia e la persona di fronte a lei sobbalzò, facendo un passo all'indietro. Non le lasciò tempo di parlare, che si avvicinò e mormorò: "Hai ragione... Cosa ne pensi allora della tua anima?"
La donna fece per correre fuori, ma la bloccò, ruppe la chiave nella serratura dopo aver chiuso e la spintonò, facendola cadere per terra.
"T- Ti darò quello c- che vuoi, ma n- non farmi del male", mormorò terrorizzata.
"Te l'ho detto, sciocca umana, voglio la tua anima".
Un urlo soffocato lasciò le sue labbra, e provò a prendere un qualsiasi oggetto dal ripiano del mobile che era affianco a lei, ma per sua sfortuna afferrò solo un libro. La demone rimase a fissarla divertita mentre glielo lanciava, per poi afferrarlo a mezz'aria prima ancora che la potesse sfiorare.
"Quanto mi diverte vedere i vostri patetici tentativi. Insomma, mi piace vedervi combattere, rende il tutto più intrigante, ma questo..." Non concluse la frase, si limitò a scuotere la testa mentre si avvicinava alla donna, ancora rannicchiata contro il muro, paralizzata dalla paura.
"N- Non ti conviene farmi de- del male... Fra p- poco torna mio ma- marito".
"Ah sì? Non credevo fossi sposata. Sai, niente fede... E poi ti ho osservata, so che sei l'unica ad abitare qui e che non hai nemmeno degli amici. Sei sola, e quindi la vittima perfetta", disse lentamente, voleva che lei potesse metabolizzare per bene ogni paura. E lo fece. Sbiancò ancora di più, se possibile, e gli occhi le si riempirono di lacrime.
"M- Ma perché io? Cosa t- ti ho fatto? Non t- ti conosco ne- nemmeno". Ormai balbettava come non mai in vita sua.
"Non mi hai fatto nulla, ma voglio divertirmi stanotte e, come ti ho detto prima, sei la persona più adatta".
Dalle labbra della donna uscì solo un debole rantolio, non poteva credere che quella sarebbe stata davvero la sua fine, così prese coraggio, si alzò di scatto e provò ad aggredirla, ma ottenne solo che la ragazza di fronte a lei le afferrasse il polso e glielo spezzasse. Un urlo di dolore rimbombò nell'ingresso.
"Ora stai finalmente capendo come giocare: continua così e magari la tua fine sarà più rapida".
Fu l'ultima cosa che disse prima di spintonarla a terra e iniziare a torturarla. Per un'ora, trattò la donna come fosse solo un manichino: con gli artigli affilati aveva lacerato ogni suo tessuto, le aveva spezzato le ossa, l'aveva riempita di pugni ovunque e il suo viso era ormai irriconoscibile. La povera vittima non riusciva nemmeno più a muoversi, perdeva troppo sangue e sapeva che quella sarebbe stata la sua fine. Le faceva tutto così male che quasi non sentiva più nulla, e se all'inizio aveva provato a lottare, alla fine si era arresa e pregava solo che la ragazza la finisse in fretta: non ne poteva più.
Eppure la demone non era della stessa opinione.
Era stata debole per troppi anni e non aveva potuto torturare nessuno non avendo più una forma solida, era stata solo uno spirito che vagava per i luoghi oscuri della terra, finché non aveva trovato quella ragazza così deviata mentalmente, così bisognosa di comprensione che aveva colto l'occasione al volo, impossessandosi di lei.
Ormai la vittima non si muoveva nemmeno più e non c'era più divertimento, così con un ghigno le ordinò: "Guardami negli occhi, umana".
Ma la donna non voleva darle anche quella soddisfazione, e li tenne chiusi.
La torturatrice s'infuriò e urlò: "Ti ho detto di guardarmi, feccia della terra!" E così dicendo, ritrasse gli artigli dalla mano sinistra per poterle tenere le palpebre sollevate. Si prese qualche attimo per godersi del terrore che vi lesse, e dopo aver sussurrato: "Addio", le conficcò gli artigli nel cuore, stroncando la sua vita. Si calò sul suo petto e lasciò che il sangue che sgorgava bagnasse le sue labbra, bevendone una generosa sorsata.
"Una è fatta... Ne mancano cinque", parlò al vuoto.
Per un solo attimo, la ragazza di cui si era impossessata provò a prendere il controllo del proprio corpo, ma la bloccò immediatamente: non avrebbe rovinato tutto.
Indossò nuovamente i guanti, e dopo essersi alzata, guardò il suo riflesso allo specchio. Rise deliziata: gocce rosso scuro le macchiavano il viso, rendendo il suo viso ancora più terrificante.
Con un solo colpo, spalancò la porta rompendo la serratura e rimase sconvolta nel trovare un ragazzo poggiato con nonchalance all'albero di fronte all'ingresso, come se la stesse aspettando. Non poteva lasciare testimoni, non per quella notte, così fece per attaccarlo e ucciderlo, ma fu più rapido di lei e la deviò, mandandola a sbattere contro il tronco.
"Sai, ti ricordavo più abile", disse lui, e la demone spalancò gli occhi.
Quella voce... Sarebbero potuti passare secoli, ma non l'avrebbe mai potuta dimenticare. Non ebbe tempo di dir nulla che lui mutò la sua forma: la pelle scomparve, o meglio, divenne così trasparente da lasciar vedere tutti i muscoli e gli organi interni, e gli occhi divennero interamente nero carbone.
Non poté fare a meno di ridere. "Bel travestimento", lo prese in giro.
"Mai quanto il tuo", ammiccò.
Gli rivolse un ringhio. "Non è colpa mia se non ho più il mio vecchio corpo".
"Sì, ho sentito dire cos’è successo… E non me lo aspettavo, così come non credevo che saresti sopravvissuta", ammise con grande stupore, e forse un pizzico di ammirazione. "Ma comunque non capisco perché sei nel corpo di quest’umana… Sono una razza debole e non puoi fare molto", indagò curioso mentre rendeva di nuovo il suo aspetto come quello di un qualsiasi umano.
"Sai, in realtà un demone può riavere indietro il proprio corpo, e accadrà stanotte", gli rivelò.
Dalle labbra di lui fuoriuscì un fischio lungo e sommesso. "E io che credevo che non ti avrei mai più avuta".
"Mi stai dicendo indirettamente che speravi che crepassi? Così potevi continuare a scoparti le altre?"
"Non mi permetterei mai... Sai benissimo quanto ti ho voluta... E soprattutto quanto continuo a volerti", mormorò a pochi centimetri dalla sua bocca.
Lei ansimò. Non provava emozioni da anni, e fino a quel momento aveva fatto il pieno, ma probabilmente nulla era paragonabile a quello. "Vuoi scoparmi?" gli mormorò.
"Assolutamente". E provò a baciarla, ma la demone si scostò di scatto, lasciandolo divertito. "Aiutami a finire ciò che ho iniziato e forse domani notte potrai farlo".
Il nuovo arrivato alzò le braccia in segno di resa. "Sai che per te farei tutto".
"Allora andiamo".
Mancavano pochissime ore all'alba, non aveva più molto tempo per torturare, così si limitò a terrorizzare le sue vittime successive e poi stroncarle con un colpo secco, il suo compagno che faceva da palo rimanendo a controllare il posto a qualche metro di distanza.
Quando mancava ormai poco meno di mezz'ora all'alba, si nascosero al margine del bosco.
"Beh, c'eravamo quasi... Mancava solo una persona", disse deluso lui.
"Infatti eccola qui", rivelò indicando il corpo che la ospitava.
Il demone la guardava confuso. "Davvero ucciderai colei che hai posseduto?"
"Non posso fare altrimenti, lo dice l’antica profezia", gli spiegò con aria saccente, e lui rise.
"Sei formidabile. Quindi? Cosa devi fare?" domandò curioso.
Lei chiuse gli occhi e quando parlò, la voce era molto più greve e seria.

"Tu che cerchi vendetta,
ti sembrerà lontana la vetta.
Luna nuova aspetterai,
se ciò che desideri ottenere vorrai.
Ora ascolta bene, sette anime ti servono
nella notte che tutti temono.
Una sola la più importante sarà:
quella da cui il demone risorgerà".

Finita di recitare la poesia, lui annuì. "Okay, tutto chiaro".
Lei sorrise. "Lasciami sola, non voglio che la sciocca muoia di crepacuore prima che possa ucciderla io, o manderebbe tutto all'aria", disse alludendo all'aspetto demoniaco del suo amante.
"Tutto chiaro, mia regina".
Lei sorrise per come il demone l'aveva chiamata e lo guardò allontanarsi nel buio pesto degli alberi neri, per poi prendere un respiro profondo e permettere all'umana di riprendere il controllo del proprio corpo, che crollò a terra per un attimo. Quando la ragazza aprì gli occhi, era confusa. Non sapeva cos'era successo quella notte, né perché fosse in un giardino. No, sforzandosi per via dell'oscurità, dedusse dove si trovava.
"Che diamine ci faccio nel bosco?!" parlò ad altra voce.
Provò ad alzarsi, e si scoprì debole, coi vestiti umidi forse a causa del terreno bagnato e con un sapore metallico a riempirle la bocca.
"Perché sono qui?" chiese ancora, decisamente stordita. Forse aspettava una risposta dalla voce, che non arrivò. Possibile che l’avesse ormai lasciata andare? Di già? Ponendosi tutte quelle domande, si portò una mano alla testa che le doleva parecchio. Nel farlo, percepì un odore che mai si sarebbe aspettata di sentire: sangue. Spalancò gli occhi e la bocca contemporaneamente: che diamine aveva fatto quell’essere col suo corpo?! Terrorizzata, scattò in piedi e barcollò fino al limite della foresta, dove arrivava la flebile luce di un lampione, ed ebbe la conferma di essere coperta di sangue ancora fresco. In primo momento pensò potesse essere il suo, ma non aveva alcuna ferita da cui sarebbe potuto colare tutto quel liquido rosso.
Un gemito di terrore le si bloccò in gola. Avrebbe passato la vita in galera?
“No, tesoro, posso assicurarti che il tuo destino non sarà questo”. Finalmente la demone le rivolse la parola, e a quella frase non sapeva se essere sollevata o terrorizzata.
“Cosa intendi?” chiese.
“Forse non mi hai sentita perché la tua anima già dormiva, ma ti avevo avvisato che avremmo fatto i conti prima dell’alba”.
La ragazza non sapeva che fare, cosa pensare, e tremava dal freddo e dalla paura, dentro di sé la consapevolezza che si trovava nella peggiore situazione della sua vita, da cui non poteva scappare più.
“Sai, devo ringraziarti, perché sei stata così sciocca da permettermi di prendere il controllo di te, e così potrò finalmente riprendere possesso del mio corpo”.
“I-Io non riesco a... a seguirti”, mormorò la ragazza.
“Vedi, abbiamo davvero poco tempo, per tua sfortuna, quindi sarò breve. Lascia che ti mostri”.
La sua vista si oscurò, non sapeva cosa stava succedendo, finché delle immagini confuse non presero a scorrerle davanti agli occhi.
All’improvviso non era più era più al limite del bosco, bensì in una sala elaborata, sembrava un castello medievale, pieno di dipinti raccapriccianti che mostravano corpi squarciati ed altri che sembravano privi di pelle. Avrebbe voluto urlare quando si rese conto che quelli che credeva solo umani torturati con la rimozione dell’epidermide, erano delle creature con gli occhi che sembravano inchiostro liquido, innumerevoli denti affilati e artigli color acciaio lunghi almeno venti centimetri.
Due di loro entrarono nella sala, urlando: “Sire, vostra moglie ha partorito!”
Una terza figura, decisamente più imponente delle altre, entrò dell’inquadratura che alla ragazza era consentita vedere e chiese con voce roca, bassa: “È un maschio?”
“No, vostra maestà, è una bambina”, rispose quasi con timore, ma la creatura che a quanto pareva era il re, si limitò a ridere.
“Bene, sarà divertente vedere la reazione del popolo”.
Raggiunse la stanza dove la moglie, altrettanto orripilante, era adagiata sul letto, fra le braccia una sua versione in miniatura, avvolta fra morbide coperte. Arrivato affianco a lei, il sovrano le chiese: “Posso tenerla?”
La donna non ebbe nulla da ridire, e con dolcezza gli passò il fagotto. Una volta che ebbe preso sua figlia, la sollevò e disse con voce ferma e alta: “Ecco la legittima succeditrice della dinastia Alho-nai, colei che alla maggiore età siederà sul trono e governerà, punirà e veglierà su di Rokogn, regno dei demoni”. Poi mormorò a voce bassa una sorta di formula in una lingua incomprensibile e tutti i presenti gioirono. Il re tornò ad adagiare la neonata fra le braccia della consorte, sussurrando forse più a sé stesso che a lei: “Finché sarò vivo, nessuno se non lei potrà succedermi”.
Ma le cose dovettero andar storte, perché la ragazza vide la scena in cui il sovrano non ottenne il consenso del popolo per la sua scelta, e ancora dopo quella in cui veniva assassinato brutalmente. Non seppe quanti anni erano passati da quel momento, ma si ritrovò di nuovo nella sala del trono, e questa volta poteva vedere il trono, su cui adagiava con grazia un demone, alle sue spalle un arazzo con uno stemma della dinastia Leien-hog. La ragazza intuì che doveva essere colui che aveva assassinato il padre della neonata.
Sbuffò scocciato quando un servo lo avvisò che aveva visite. Dopo aver dato il consenso a far entrare l’ospite, ringhiò alla sua vista.
“Questa non è più casa tua! Qualsiasi componente della famiglia Alho-nai è bandito da questo castello!” tuonò su tutte le furie.
La ragazza si avvicinò con nonchalance.
“Sì, ne sono a conoscenza”, si limitò a dire.
“Allora come osi presentarti a me?” le chiese ancora adirato.
“Perché quel trono mi spetta”, rispose determinata.
“Sai che non accadrà mai… Una donna al comando di Rokogn… Non cadremo così in basso!” sputò con disprezzo.
Lei non ne fu minimamente toccata. “Io credo invece che accadrà il contrario”. Con uno scatto repentino, lei lo attaccò e poco dopo un paio di dita del sovrano giacevano a terra. Dalla sua mano colava sangue bianco.
Fissò la donna con una furia quasi folle e partì uno scontro cruento, che avrebbe evitato volentieri di vedere. Lei stava vincendo, quando il re urlò: “Aiuto! Ho bisogno di aiuto!”
Dieci demoni corsero nella stanza e ridussero lei in fin di vita, immobilizzandola fra di loro. Il sovrano sorrise beffardo, e disse: “Avresti potuto avere una lunga vita se solo ti fossi attenuta alla mia volontà, mentre ora farai la stessa patetica fine di tuo padre”.
La donna in tutta risposta gli sputò in faccia.
“Come osi…” Non terminò la frase, che le conficcò gli artigli nel petto, da cui iniziò a sgorgare sangue. “Muori, patetica creatura, e porta nell’oblio il nome degli Alho-nai… La tua amatissima dinastia svanirà con te”, sussurrò con maligno divertimento.
La vita di lei aveva ormai raggiunto il capolinea, eppure trovò le ultime briciole di forza per mormorargli all’orecchio: “Io tornerò… La mia conoscenza va ben oltre la tua… Temi il momento in cui sarò ancora una volta dinanzi a te, perché…” Ma il sovrano non seppe mai come finiva la frase, perché la demone morì.
Lui era irrequieto, era certo che non erano stati solo gli ultimi deliri di una mente morente, e si chiese a cosa si riferisse.
“Sire, sta bene?” chiese una guardia.
Quella frase lo riportò alla realtà e ordinò: “Setacciate ogni biblioteca del regno, e anche quelle dei regni vicini se necessario, ma voglio delle risposte! Come può un demone risorgere?!”
I presenti lo guardavano senza comprendere, interdetti da quell’ordine e dall’espressione stravolta del demone di fronte a loro, ma si limitarono a dire: “Come desidera”.
E dopo quell’ultima frase, tornò al presente.
“Cosa significa tutto questo che mi hai mostrato? Io davvero non capisco”, ammise.
“Hai visto il mio passato. Quella che viene uccisa ero io. Sai, un demone non può semplicemente morire, perché ha un’anima immortale, ma un’anima può esistere solo se ha un motivo per farlo: un desiderio, un sentimento più forte della desolazione di non avere più un corpo, e, soprattutto, di ritrovarsi al centro di mondo. Certo, uno può tornare, vagare sulla terra, magari impossessarsi di un umano, ma non si avranno mai i pieni poteri, quindi perché farlo? Mai nessuno ne ha avuto motivo e quindi semplicemente smettevano di esistere. Però per me non è stato così. Sin dal giorno che sono nata so che devo sedere su quel trono, voglio farlo, ma prima di ogni cosa voglio sbarazzarmi della feccia che ha contaminato casa mia, che mi ha ridotto ad uno spirito. E quindi eccomi qui, pronta a vendicarmi”, le spiegò.
“E come farai? Hai detto che al massimo potete possedere noi umani”. Avrebbe dovuto avere paura, e invece era solo eccitata da tutta quella storia.
“C’è una sorta di profezia di cui per secoli è stata a conoscenza solo la mia dinastia, che spiega come deve fare un demone a riprendere possesso del proprio corpo”.
“E sarebbe?” domandò curiosa.
Ma la demone dentro di lei era distratta. Rimase qualche secondo in silenzio, e alla fine rivelò: “Spiacente, tempo finito, tesoro. Sappi solo che sei la chiave di tutto ciò: io rinascerò dal tuo sangue”.
La ragazza ebbe a malapena il tempo di metabolizzare quella cosa, che sulle sue dita erano cresciuti gli artigli e la proprietaria della voce la costrinse a conficcarseli nel proprio petto.
Un urlo si diffuse nell’aria circostante, ma nessuno lo sentì. Ne seguì un gorgogliare sempre più forte, proveniente dalla pozza rossa che si era formata affianco al corpo della ragazza morta, da cui poi si levò una figura alta, slanciata, che rise soddisfatta mentre guardava la ragazza che l’aveva ospitata.
“Sai, la tua psicologa aveva ragione: il male è pericoloso, ma solo perché non sei stata abbastanza forte da riuscire a controllarlo”, disse. Poi si addentrò fra gli alberi e poco dopo, in una piccola radura, trovò il suo ragazzo ad aspettarla. Non appena la vide, l’illuminò. “Sei una gioia per gli occhi… Decenni senza di te, a credere di averti perduta…”
Lei gli rubò un bacio. “Ora sono di nuovo qui, ed avrò bisogno di te per ottenere la mia vendetta”.
“Tutto per te, mia regina”.

“La notte appena trascorsa ha portato con sé sette omicidi. Proseguono le indagini, ma la polizia ammette di essere davvero confusa dalla dinamica generale. Si esorta il popolo a stare attento, di non aprire a nessuno e di contattare subito la polizia nel caso noti qualcosa d’insolito nell’aria che circonda la propria abitazione. Chiunque sappia di più su queste tragiche morti, è pregato di fornire le informazioni alla polizia per facil…”
La psicologa spense la televisione, non ce la faceva a continuare a sentire il telegiornale. Era addolorata, si sentiva in colpa perché non era stata abbastanza attenta, previdente, ed una sua paziente era morta… Non sapeva cos’era successo, ma di una cosa era certa: una volta che la polizia avrebbe finito di parlare coi genitori della ragazza, avrebbero chiamato lei, così infilò il cappotto e uscì nella gelida mattina di novembre per andare a lasciare una deposizione. Lungo la strada desolata, si ritrovò a pensare con rabbia: “Io l’avevo avvisata! Sapevo che cercando così tanto il male lo avrebbe trovato nel peggiore dei modi!”
E mai parole furono più vere.

Angolo autrice

BUON HALLOWEEN A TUTTI!!!!🎃💀
Chi mi conosce, sa quanto io ami questa festività, e quindi non poteva mancare una one-shot a tema, che ho amato scrivere se devo esser sincera, anche se questo  di solito non è il mio genere.
Detto ciò, spero davvero che vi piaccia e, cosa più importante: godetevi Halloween, e attenti alle ombre scure...🙊

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