Capitolo ventisette
«Ottima idea, davvero geniale!» Suonò antifrastica la cubana, iraconda e incredula al contempo.
«Ma che dovevo fare? Pensavo fosse una buona alternativa.» Scattò sulla difensiva Jessie.
Camila la fulminò con lo sguardo, poi riprese a camminare avanti e indietro sul solco già scanalato. Pensa, serve una soluzione. Pensa. Ripeteva macchinosamente, ma invece di architettare una reale soluzione al problema, riusciva solamente a ripetersi di trovarne una, senza veramente cercarla.
«E poi, anche secondo Dinah era una buona idea.» Brutta mossa. Brutta, brutta mossa.
Camila ridacchiò sardonica, mormorò preghiere al limite dell'esasperazione, e poi, con il tono più decente e civile possibile: «Dinah non sa neanche cosa sia un'auto da corsa, e tu ti affidi a lei? Pensavo che fossi abbastanza in gamba da pensare da sola.» L'ammonì la cubana, prima a denti stretti, dopo garrula.
«Era una situazione d'emergenza! Camila, cerca di capire.» La donna tentò di afferrarle la mano, ma la cubana la ritrasse in un modo incondizionato.
In quel momento ebbe la rabbia a giustificazione dell'evasione istantanea, ma era una maschera che sarebbe presto caduta.
«Quindi? Come hanno fatto a scoprire che avevi truccato l'auto?» Sospirò, mantenendo il solito tono duro e statico.
«La giuria se ne è accorta a causa del troppo fumo, in più la macchina andava troppo veloce in curva e ha rischiato di cappottarsi più volte.»
«Ah, bene. Abbiamo gettato anche il nostro pilota nella fauci del caso. Dio Santo, Jessie.» Non voleva restare in quella camera d'albergo un minuto di più, eppure non riusciva neanche a prendere la porta e andarsene: voleva capire come rammendare lo strappo.
«Mi dispiace, volevo solo il ben dell'azienda.» La donna balzò in piedi, in preda alle palpitazioni; avvolse la spalla di Camila e la virò verso di se, ma quest'ultima la incenerì, fregandosene del suo sguardo avvilito e penitente.
«Non puoi fare del bene facendo del male.» Sibilò Camila, abbastanza vicina da farla retrocedere.
«Non è sempre vero, Mila. A volte il male è solo commisurato ad un bene superiore.» Se stava cercando di applicare la filosofia o la psicologia inversa su di lei, beh, stava toppando di grosso.
«Non credo a nessun piano determinatistico o qualsiasi cazzata simile.» Si incattivì la cubana, già fin troppo stizzita per poter tollerare il filosofeggiare intempestivo dell'altra.
«Credo solo tu sia stata avventata, stupida e poco professionale.» La penalizzò la cubana, rimproverandola autoritaria e giudiziosa.
Dopo qualche minuto di silenzio: «Mi dispiace,» sentenziò in un filo di voce la donna, sottile come i suoi aneliti.
Camila le dedicò uno sguardo quasi compassionevole, ma velato d'un differenza. Le diede le spalle in un sospiro greve, reclinando il collo all'indietro. Non era questa la politica aziendale che inculcava ai suoi dipendenti: meglio perdere onestamente che vincere barando. Sapeva, in cuor suo, che Jessie aveva assecondato solamente un fraudolento impulso generoso, e non riusciva ad odiarla per questo, ma era davvero arrabbiata, molto.
«Che cosa faranno i giudici?» Chiese la cubana, neutra ed asciutta. Dentro di se detestava il timbro sufficiente che autonomamente si impadroniva di lei, eppure non poteva controllarlo.
«Valuteranno se eliminarci o sospenderci per qualche gara.» Che era comunque un'eliminazione, dato che ogni giornata era fondamentale, e mancare significava arrivare ultimi, e arrivare ultimi significava regredire nella classifica, e regredire significava perdere.
«Cazzo.» Bisbigliò a denti stretti, affondando la testa nelle mani.
Mentre il buio offriva un giaciglio alle sue tempie martellanti, un'immagine le passò davanti alle palpebre.
Si voltò di scatto, con le pupille sbarrate e le guance pallide: «È di dominio pubblico? I giornali lo sanno?»
Jessie per tutta risposta abbassò la testa, e annuì timidamente. La cubana, in un raptus indesiderato, colpì il primo oggetto che le capitò sotto mano. Un quadro, o meglio: il vetro che copriva il quadro. Questo si frantumò parzialmente, tagliandole appena il dorso. Camila non se ne accorse nemmeno.
Dopo aver dato la stura alla sua collera, raggranellò le ultime briciole di flemma che le erano avanzate, e si congedò, pregando Jessie di riflettere su ciò che aveva fatto.
Richiuse la porta con un tonfo sordo, marciò marzialmente verso l'ascensore e solo una volta entrata si avvide del rivolo acceso che le colava sulla mano. Quando le porte si aprirono, Dinah, Normani, Ally e Lauren erano riunite nella hall. La corvina stava tenendo banco. Stava ragguagliando le ragazze su quanto successo, e tutte ascoltavano a bocca aperta. Camila le raggiunse. Aveva ancora le orecchie fumanti e quel inestetico sbavo scarlatto, che non passò inosservato allo sguardo scrupoloso di Lauren.
«Stai bene?» Scattò in piedi afferrandole la mano.
«Sto bene.» Espirò pesantemente l'altra.
«Camila, dovresti sederti un attimo.» Consigliò Ally, facendole spazio accanto a se.
La cubana ringraziò e scosse la testa. «Vorrei stare sola, capire come risolvere questo... questo casino.»
Per quanto potessero essere preoccupate per lei, nessuna andò contro la sua volontà. Ma quando Camila fece per andarsene, la sua mano era ancora in quella di Lauren, e non la lasciò andare.
«Prima la medichiamo.» Affermò la donna.
«È solo un taglietto.» Minimizzò Camila, ma lo sguardo di Lauren non era così sicuro.
«Appunto. Disinfettante, cerotto e abbiamo fatto.» La corvina, forse dimenticando la presenza delle altre, le depositò una carezza affettuosa sulla guancia, sorridendole teneramente.
Camila, avvertendo il peso degli sguardi maliziosi, si lasciò convincere solo per sottrarsene.
Mentre le due si allontanavano, Ally si voltò verso Normani e Dinah, che nel frattempo avevano già comunicato, e all'unisono dissero: «Scopano di nuovo.»
Lauren rintracciò l'infermeria dell'hotel. Dato che quello di Camila era un piccolissimo taglietto e che un ultra ottantenne era relegato nel suo letto a causa di un'indigestione di tortine al gambero, l'infermiera si sentì sicura a lasciare le due donne a cavarsela da sole mentre lei saliva in camera per accudire la flatulenza dell'anziano.
«Quelle tartine sono davvero buone.» Commentò la cubana quando la bionda fu uscita.
«Se non ti darai una regolata, la prossima sarai tu.» La canzonò la corvina, mentre avvicinava lo sgabello a Camila, seduta su un altro di essi.
La cubana ridacchiò e scosse la testa, concentrandosi sui movimenti precisi dell'altra, che stava imbevendo il cotone con il disinfettante. Quando si poggiò sul taglio sibilò.
«Scusa.» Strizzò gli occhi Lauren, tamponando delicatamente.
«Fa niente.» La cubana rimase a guardarla tutto il tempo, mentre Lauren, anche se si trattava di un danno veramente microscopico, rimase perennemente focalizzata sul suo lavoro. Sembrava avesse un bisturi in mano, invece che un batuffolo di cotone.
«Lauren.» La richiamò sommessamente la cubana, assorta.
«Uhm?» Alzò svelta la testa, inarcando le sopracciglia. «Che c'è? Ti ho fatto male? Qualcosa non va?»
Camila non smise di guardarla, nemmeno quando si agitava e malediva la qualità del batuffolo, nemmeno quando farneticava sul controllare l'etichetta del disinfettante o contattare l'infermiera. Poi, quando ebbe finito di vaneggiare, si accorse che la cubana non aveva fatto una piega, e semplicemente ripeté: «Che c'è?»
Camila afferrò gentilmente le sue guance e l'approssimò a se, stampandole un bacio sulla bocca. Lauren ricambiò, saggiando e succhiando il labbro inferiore dell'altra, appena schiuso per lei.
Quando si distaccarono, rimasero naso contro naso, ad occhi chiusi. Lauren mormorò contro le sue labbra ancora bagnate: «Non che sia contraria a ciò, ma preferirei che la prossima volta avvisassi. Così, sai, giusto per non credere di aver leso un organo vitale.»
Camila scoppiò a ridere, mentre Lauren le ribadiva che non c'era niente di divertente, e che si era spaventata davvero, ma intanto anche lei rideva. Camila ne approfittò per far scivolare le mani dietro il collo della corvina e inabissare le dita nei suoi boccoli.
Rimasero a fissarsi negli occhi per qualche secondo di troppo, dopodiché Lauren le chiese se avesse intenzione di farle finire "l'operazione" o di continuare a distrarla, e dopo qualche altra distrazione, la cubana la lasciò proseguire indisturbata.
«Sei preoccupata? Per i giornali eccetera?» Domandò Lauren mentre applicava il cerotto.
«Si, molto.» Ammise senza riserve.
«Non devi. La gente dimentica presto, e passa al prossimo pettegolezzo. In più troverai il modo di dimostrare quanto vali, ne sono sicura.» La incoraggiò, credendo in ogni singola parola.
La cubana abbassò lo sguardo e sospirò: «Non è tanto la reputazione che mi preoccupa.»
Lauren aggrottò le sopracciglia: «E cosa?»
Camila non fece in tempo a risponderle perché il suo telefono prese a squillare insistentemente. Sapeva già chi fosse. La cubana socchiuse gli occhi, dopodiché lo estrasse e rimase a scrutare lo schermo a lungo.
«Questo mi preoccupa davvero.» Dichiarò, mettendo sotto il naso della corvina lo schermo dello smartphone, che indicava il nome di Sinu.
Dato che entrambe credevano che Camila dovesse delle spiegazioni a sua madre e a sua sorella, Lauren la riaccompagnò in camera e la lasciò da sola, suggerendo le di fare tutto quello che sentiva, proprio tutto. E che le conseguenze le avrebbero affrontate insieme. Camila l'abbracciò stretta a se, rimanendo ancorata a lei per un tempo indefinito ma certamente lungo. «Grazie.» Sussurrò al suo orecchio, piazzando un bacio sulla sua guancia prima di restare da sola.
Lauren, per quanto convinta di far la cosa giusta, era decisamente irrequieta. Sperava che quello per loro fosse un nuovo inizio, ma dall'altra parte, proprio per il percorso che aveva fatto, riteneva giusto anche fronteggiare i suoi sbagli. Era combattuta, molto combattuta. Avrebbe voluto che ci fosse stato Mike, lui aveva sempre una risposta per tutto.
Mentre raggiungeva la sua camera, intravide una figura sulla soglia della sua porta. Riuscì a metterla a fuoco qualche passo dopo. Era Jessie, che a braccia conserte e sguardo vitreo l'aspettava.
Lauren rallentò il passo e le si parò davanti, sfidandola con occhi tenaci e indomiti.
«Ho preso una decisione.» Declamò Jessie.
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Spazio autrice:
Ciao a tutti.
Scusate il ritardo! Mi sono buttata in nuovi progetti, di cui a breve vi parlerò, che mi coinvolgono molto. In più ho anche altri impegni, e insomma il tempo viene a mancare. Comunque sono contenta di aver pubblicato e spero che questo capitolo vi sia piaciuto.
A presto!
Grazie.
Sara.
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