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Capitolo ventitré



«Ho vinto! Ho preso la Kamčatka.» Normani si lasciò andare ad un'esultanza sregolata, ballando a ritmo della musica che si diffondeva dalle casse dalla radio.

«Ma quale Kamčatka e Kamčatka!» Protestò Dinah, rinnegandone la vittoria «I carri armati dovevano puntate a Est, invece sono verso Ovest. Non hai vinto!» Sindacò, insignendosi del titolo di giudice di Risiko.

«Eh vabbè, ma perché ho sbagliato a girarli.» Lì riposizionò, spostandoli nella direzione indicata dalla polinesiana «Ecco, tutto a posto.»

«Ma hai barato!» Scattò indignata.

«Tu non sopporti la sconfitta, mia cara Hansen.» La sbeffeggiò Normani, alzando il calice verso di lei prima di bere un sorso protervo.

«Io l'accetto quando perdo davvero. Ma qui non ho perso.» Si incaponì, mi più faceva resistenza, più il sorriso affettuoso di Normani si estendeva.

Camila assisteva alla scena come fosse una partita di tennis, fra un diritto sarcastico e un rovescio stizzito. Era stravaccata sul divano, con la tv accesa, ma la mente da tutt'altra parte.

Ormai era passata una settimana da quel famoso incontro, ed erano tutti in fibrillazione. Quella telefonata era ansiosamente attesa, ogni minuto che passava poteva essere decisivo.

Camila, incomprensibilmente, avrebbe voluto essere con Lauren. La immaginava nel suo lussuoso appartamento, o nella casa di famiglia, appoggiata alla scrivania, con lo sguardo fisso sul telefono e una mano sul bicchiere di bourbon. Faceva tanto la parte della dura, ma l'unica cosa che importava a Lauren era rendere onore al lavoro di una vita di suo padre. Ecco perché Camila non la immaginava affaccendata in altre mansioni, ma angosciata dalla caducità della situazione.

Anche Ally era riunita alla combriccola. Era seduta accanto a Camila e stava facendo un ordine per il negozio.

La cubana storse il naso quando le cadde l'occhio sulle intestazioni sul display di Ally.

«Che cosa sarebbe il vibratore a Torre Eiffel?» Domandò, catturando l'attenzione anche delle due antagoniste di Risiko.

«Devo davvero spiegartelo?» Si crucciò Ally, squadrando la faccia della cubana.

«Forse sono più curiosa di sapere cosa sia il Butt Plug di Big Bang.» Rettificò Camila, facendo piombare il salotto in un silenzio sepolcrale.

«Ti provoca un piacere spaziale.» Rispose la biondina, scaturendo prima una reazione taciturna, poi riempiendo la stanza con una fragorosa risata.

Camila non fece più domande.

Per il resto del pomeriggio, Dinah e Normani litigarono amichevolmente su tutti i giochi da tavolo. Normani escogitava un trabocchetto per vincere fregando qualche mossa o punta, e la polinesiana la tacciava di barare. E andavano avanti così, ridendo e bevendo vino dalla cantina personale di Camila. Ally prese due chiamate dal centralino erotico, dato che una sua collega era finita all'ospedale a causa di una frattura scomposta, e lei la sostituiva. Camila, invece, restò a far zapping fra i canali senza mai arrestarsi su un programma preciso.

Il boss delle torte... No. Il mio matrimonio gypsy... Avanti. Extreme Makeover Home Edition... Puntate vecchie. Big bang Theory... Già visto. Ellen Show... Niente linea. Killing Eve... No, troppa nostalgia di Cristina in Grey's Anatomy. Golw... Prossimo!

Il telefono. Il telefono!

«Il telefono!» Proruppe roboante, voltandosi verso la fonte del suono.

Lo smartphone di Normani. Troppo occupata a far innervosire Dinah, a tirarle fuori quella fossetta che le si solcava sul viso quando si arrabbiava, per poter captare la suoneria.

Quando l'avvisaglia della cubana la mise in allerta, Normani si rassettò e prese a tastare le tasche del cappotto, afflosciato sullo schienale della sedia.

Arrow... Wynonna Earp... CCB News... Camila si rese conto solo adesso che stava ancora facendo zapping. Spense il televisore proprio quando Normani accettò la chiamata.

«Pronto? Si... Ok. No, ripeti... Lauren, se parli così veloce non capisco. No... aspetta, è la linea. Dannazione, Camila, ma dove vivi? In Siberia?! Si, brava, scandisci. Ok, grazie... Capito. A domani.» Agganciò.

Tutti erano con il fiato sospeso, aspettavano trepidanti e intimoriti il verdetto. Normani fece ricadere il telefono nella tasca e quando alzò lo sguardo incrinò tristemente l'inflessione delle labbra.

«Hanno detto no.» Sospirò afflitta.

La notizia risuonò talmente surreale che nessuno disse niente per qualche minuto, poi, un tempo indefinito dopo, fu Dinah a dare corpo ad una domanda «Non stai scherzando, vero?»

«Non potrei mai scherzare su questo.» Delucidò ieratica, mettendo in chiaro le cose.

Ally interruppe la chiamata erotica in corso, Dinah tolse il cappellino da baseball che aveva trovato razzolando fra le cose della cubana, e Camila si accasciò sul sofà, desiderando come non mai di essere vicino a Lauren.

Non immaginava come si sentisse adesso, quanta rabbia e quanta tristezza si ammassassero sul fondo della sua auto critica. Se la figurava mentre lanciava oggetti o beveva whisky, oppure intenta a camminare avanti e indietro, somatizzando l'insuccesso. Se la immaginava, però, sempre sola. Nonostante sapesse il numero cospicuo di familiari, parenti e amici che le formicolavano attorno, la vedeva chiusa nel suo ufficio, da sola, e le si stringeva il cuore. In fondo loro erano simili, su alcuni punti di vista, ed era per questo che Camila si diceva che voleva esserle vicino, perché quando era accaduto a lei era rimasta completamente sola. Lo aveva voluto, era vero, ma era per quella solitudine che si era poi asserragliata nella sua fortezza di silenzi. Ecco perché voleva stringere Lauren, per spezzare quel silenzio che prima prosperava attorno e poi attecchiva dentro.

«Non scoraggiamoci, sicuramente avrà una soluzione. Lauren ha sempre una soluzione.» Comunicò Normani, con quell'attitudine accanita che sembrava rivolta più a se stessa che alla platea.

Alla fine restarono tutte a letto da Camila, ma nessuna giocò a Risiko, nessuna intrattenne chiamate erotiche e nessuna si dilettò a fare zig-zag fra i canali. Tutte rimasero a parlare del più e del meno, tentando nel frattempo di architettare un piano B, ma andarono a letto con un misero pugno di mosche.

La mattina dopo, Normani uscì a comprare dei cornetti per tutte, Ally preparò il caffè, Camila rifece i letti e Dinah occupò il bagno.

Era venerdì, quindi il meeting con gli investitori era d'obbligo. Probabilmente avrebbe presidiato Lucy, visto che Lauren con tutta probabilità non sarebbe stata in vena.

Dinah doveva coprire due turni, dato che era saltata una cameriera per un buffet di matrimonio all'ultimo. Ally invece era pronta per tornare al negozio, a dispensare consigli su misure e vibratori. Normani e Camila si prepararono per l'incontro pomeridiano. Normani aveva dei vestiti di riserva nel portabagagli. La cubana doveva ancora capire come potesse la gente trasportare parte del guardaroba nel bagagliaio.

Attorno alle tre lasciarono l'appartamento e rimasero imbottigliate nel traffico, stavolta a causa di strade transennate per uno sciopero scolastico che riversava manifestanti agguerriti per le arterie della città. Normani era navigata in quanto a scorciatoie, così aggirò il groviglio intersecando la memoria alla pratica.

Arrivarono all'azienda circa in orario. Camila venne sbugiardata quasi subito, dato che come oratore della riunione era designata Lauren.

«Buongiorno a tutti. Allora, che avete per me?» Domandò, rivolgendosi generalmente al tavolo.

Era tranquilla, serena, non sembrava una donna che aveva appena subito una batosta quanto più personale che aziendale. La sua corazza era più schermante di quanto Camila pensasse.

Vennero illustrati grafici, dipanate statistiche, articolati paragrafi di giornale, e Lauren non fede trasparire nemmeno per un secondo una minima perturbazione. Durante tutta la riunione Camila scoccò occhiate furtive verso la donna, ma nemmeno una volta la colse in flagrante. Era imperturbabile come sempre.

«D'accordo. Credo sia tutto. Ottima idea Mark, prosegui pure. Per quei diritti fammi sapere Trevor. Lucy, bel lavoro con gli esteri. Grazie a tutti.» Raccolse la sua pliche di documenti e se ne andò, non più rapida di sempre.

Camila la seguì con lo sguardo finché non scomparve dietro l'angolo e la sua figura venne rimpiazzata dalla sagoma offuscata di... «Ciao Lucy.» Si sforzò di sorridere la cubana, schiarendosi la voce.

«Non vieni più in palestra?» Chiese con quel tono stridente e quella faccia forzatamente amichevole.

«Quando ho tempo. Sai com'è.. Lauren mi ha assegnato diversi incarichi.» Ammiccò Camila, riscontrando un'alterazione agli angoli della bocca della donna.

«Certo. Spero di rivederti presto, allora. Buon weekend.» E anche lei uscì di scena, impettita è chiaramente indispettita.

Ben ti sta. Si congratulò la cubana, riordinando i suoi oggetti.

Stava per uscire dal corridoio quando Normani la richiamò a gran voce. Salutò Chelsea con la promessa di bere qualcosa insieme una sera, e raggiunse la cubana «Lauren mi ha chiesto di riassumere lo scambio con la Cadillac, ma io devo davvero scappare. Puoi farlo tu? Si? Grazie mille. E mi raccomando, tutto in sordina.» Puntualizzò Normani, salutando la cubana con un bacio volante.

Camila fece retrofront. Tanto valeva restare in ufficio a compilare il resoconto.

Vi era una stanza dedicata al lavoro di gruppo e non, dove i tavoli erano munito di computer e lo spazio era molto ampio per potersi organizzare e muovere liberamente. Camila si predispose in un angolo, per non disturbare due equipe che stavano coadiuvando su un progetto comune. Anche altri colleghi erano disseminati su altri tavoli, a lavorare in solitario.

Dovette recuperare tutte le informazioni messe insieme da lei e Normani, riassumere bilanci e strategie, dato che Lauren aveva la mania di mantenere tutto, così da poter poi commisurare varie tattiche e reinventarle o sovvertirle. Insomma, era una politica interna dell'azienda che serviva per crescere.

Camila non sapeva stimare il tempo che impiegò, se non convertendolo in tazze di caffè. Ne bevve solamente due, quindi mediamente non dovevano essere passate più di quattro ore, ma si accorse che si stava facendo tardi quando alzando lo sguardo non incontrò più nessuno, e notò che la sala era sprofondata nel buio. Consultò l'orologio. Erano le nove passate. I colleghi erano tutti rincasati, ma L'edificio chiudeva i battenti alle undici in punto, fortunatamente. Sarebbe stata scortata fuori dal sorriso affabile del guardiano notturno e dalle luci dei lampioni.

Prima però, sarebbe passata dall'ufficio di Lauren per depositare il lavoro, così da non dover tornare al mattino.

Percorse tutto il corridoio, rischiarato ormai solamente dalla luce naturale della luna e dalla sfumatura luciferina della lampada accesa in portineria, dove albergava il guardiano notturno.

Camila tirò diritto, arrivando davanti all'ufficio di Lauren. Senza pensarci, entrò, richiudendo a porta alle sue spalle.

Quando si voltò, trasalì spaventata. Non si aspettava di trovare nessuno, ma invece una sagoma si stagliava di spalle, nella penombra.

«Porca troia.» Sibilò, portando una mano al cuore.

La corvina si voltò, lentamente. La osservò parzialmente da sopra la spalla, biascicando un «Che vuoi?»

Camila aggrottò le sopracciglia, riconoscendo qualcosa di strano in lei «Sono passata a lasciare il resoconto dell'affare con la Cadillac.» Motivò la cubana, avanzando nella stanza.

«Il resoconto dell'ennesimo fallimento.» La corresse Lauren, ingollando un sorso di whisky e versandosene subito un altro bicchiere.

È brilla.

«Non dire così.» A Camila venne spontaneo darle del tu, a volte lo faceva. Quell'episodio scaturì dal cameratismo  che provava verso di lei «Hai collezionato tante vittorie.» La consolò, continuando ad avanzare lentamente.

«Forse in passato.» Lauren si voltò verso di lei, appoggiandosi contro il bordo della scrivania, con lo sguardo fisso sul liquido «Ma ora non più.» E lo trangugiò.

«Lauren, quest'azienda sta già facendo i salti mortali, ed è molto quotata. Non abbatterti.» Tentò di risollevarla d'umore, anche se i discorsi solidali non erano il suo forte «È merito tuo se siamo qui.» Arrivò a qualche passo da lei, stringendo sempre con più forza la psiche. Avrebbe voluto toglierle il bicchiere di mano, quel bicchiere che perseverava a riempirsi.

«E sarà per colpa mia se affonderemo.» Alzò a scherno il bicchiere, scolando il contenuto.

Fece per versarne un'altra portata, ma stavolta la cubana prese le redini della situazione.

Con un balzo coprì la distanza che le separava, afferrò la bottiglia zigrinata dal collo «Basta bere.» Mise al bando l'alcol, tappando il whisky.

Lauren alzò lo sguardo su di lei. Un raggio di luce le tagliava obliquamente il viso, rischiarando le occhiaie, le labbra turgide e vermiglie, gli occhi languidi ma sempre vigili.

«Non sei tu a decidere. Nessuno decide per me.» La corvina fece per impossessarsi della bottiglia, ma la prontezza della cubana l'allontanò, mettendola fuori portata.

«Per stasera farai un'eccezione. Lo faccio per te.» Specificò la cubana, rendendosi conto di quanto Lauren le respirasse vicina.

La vodka copriva il suo profumo, ma ancora una volta qualcosa nel suo stomaco si agitò.

«Nessuno te l'ha chiesto.» Ringhiò a denti stretti, ripiegando sul bicchiere, unica fonte di alcol rimasta nei paraggi.

Camila l'espropriò anche di quello. Agguantò il bicchiere prima che Lauren potesse bere il primo sorso, e lo portò in alto, lontano dalla sua presa.

Lauren aumentò la morsa sulla scrivania «Stai giocando con il fuoco.» L'avvertì, arrivandole ad un soffio dalle labbra per riprendersi ciò che era suo, ma Camila si alzò in punta di piedi per complicarle l'impresa.

«È meglio se... No, Lauren. Ho detto no.» La cubana dirottò ogni attacco a sorpresa della corvina, anche se il gioco di luci non giocava a suo favore.

Volteggiò su se stessa, trovandosi accanto alla scrivania e posizionò il bicchiere nel distretto limitrofo alla bottiglia. Lauren si girò, trovandosi involontariamente a ingabbiare la cubana contro la scrivania.

Le braccia si tesero sul ripiano, mentre il corpo della cubana non aderì per poco più di qualche millimetro al suo.

«Dammi quel fottuto bicchiere.» Ingiunse.

Era talmente vicina che la cubana deglutì. Avrebbe voluto non cedere, ma a causa della vicinanza il suo cuore aveva avuto un tuffo, ed ora avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di allontanarsi.

Riavvicinò il bicchiere alla donna, strascicandolo contro la scrivania. Quando l'attrito con il legno cessò, la corvina intuì di poterlo recuperare. L'afferrò, e Camila trattenne il respiro.

I loro sguardi si inseguivano, mentre la cubana si schiacciava  sempre di più contro la scrivania per non assecondare il suo istinto e spingersi verso il corpo magnetico di Lauren.

La corvina alzò il bicchiere dalla scrivania, ma non si distaccò. Le sue braccia si contrassero. Il bicchiere rimase a mezz'aria. I loro sguardi cozzarono. Sbatacchiò il bicchiere sulla superficie e bevve invece dalle labbra di Camila.

La cubana sgranò gli occhi quando le labbra collisero, ma una volta recuperato l'ossigeno, si lasciò trascinare dalla corrente. I loro corpi ora erano l'uno contro l'altro, come i loro respiri, e Camila era già seduta sulla scrivania, con le mani di Lauren sulle cosce...

Continua...

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