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Capitolo venticinque


Camila aveva trascorso la serata da sola, dato che le "inquiline" erano a far baldoria altrove. Fu una delle nottate più rilassanti della sua vita. La trascorre a bere tè, guardare serie tv su netflix e mangiare cioccolatini alla nocciola, al cioccolato bianco e al pralinato al cocco. Dialogò solo con la sua ombra e con Sarah Lance, che sicuramente era una miglior ascoltatrice di Dinah.

La serata sarebbe andata a gonfie vele, se non fosse stato per un piccolo cavillo che la mandò a catafascio.

Normani le mandò un messaggio, coinciso ma efficace, proclamando che Lauren aveva pianificato una strategia paracadute, ma che voleva parlarne con tutti gli investitori in una riunione speciale. Il pomeriggio seguente.

Camila balzò in piedi, osservando lo schermo con lo stesso stupore e terrore che le si era propagato negli occhi qualche mese prima, quando Dinah aveva arbitrariamente confermato la sua presenza al tavolo.

Non c'era un motivo preciso per cui la cubana avesse tanta paura, o forse ce ne erano fin troppi. La verità era che, dopo quella serata "intima" in ufficio, non si erano più riviste. Erano passati tre giorni, ma se la cubana avesse potuto sarebbe volentieri scomparsa nell'etere, sottraendosi all'imbarazzo pressante di quell'inevitabile incontro.

Iniziò a prepararsi già alle otto della mattina (nonostante la riunione fosse prefissata alle diciassette), tanto era esigente l'ansia.

Forse andare a letto con il capo non è stata una buona idea. Si appuntò la cubana, iscrivendolo per la prossima volta, se mai ce ne fosse stata un'altra.

Alle tre in punto eseguì gli esercizi di meditazione, così da acquistare i nervi a fior di pelle. Corroborò la tecnica di respirazione ad un tè ai frutti di bosco -che fra l'altro teneva in dispensa solo per il profumo afrodisiaco.

Alle quattro uscì di casa, in largo anticipo. Si fece accompagnare da un taxi, e anche stavolta, quando chiese di fare la strada più beve, Le venne risposto "Non me esiste una. Un po' di musica?" Sembrava che i tassisti newyorkese fossero tutti coalizzati in un'associazione elitaria, nella quale servivano due requisiti per entrare: il primo, essere amanti della musica; il secondo, nutrire la passione di esasperare i clienti e farli arrivare in ritardo quando erano di fretta. Giungendo a questa brillante conclusione, Camila sancì con se stessa una promessa. È ora di comprarsi una macchina.

Fortunatamente, prevedendo la mentalità diabolica dei tassisti, il suo anticipo fruttò un'impeccabile puntualità. Riuscì ad arrivare in sala riunioni prima di qualche pigro investitore, e a scambiare qualche chiacchiera con Normani.

«Beh, com'è andata ieri sera?» Domandò la cubana, sorridendo salace.

«È inutile che fai quella faccia da pesce lesso.» Scattò sulla difensiva Normani, calando un tono tagliente «Io e Dinah siamo amiche. Lei è più etero di Jennifer Aniston.» Scrollò le spalle Normani, recitando indolenza.

«Lo so, stavo scherzando. Non scaldarti.» Issò bandiera bianca la cubana.

Normani sospirò, abbasso lo sguardo, si ricompose e riprese più mansueta «Siamo stati bene, anche se il locale era un po' affollato e la parcella un po' salata.» Recensì la collega, trastullando la lunga collana appesa al collo.

Camila annuì, seguendo distrattamente il movimento della biglia d'argento fra le mani dell'altra.

«Tu che hai fatto?» Ripropose la domanda Normani.

«Mah, ho oziato. È stato catartico dedicarmi un po' di solitudine.» Ammise la cubana, sorridendo spensierata.

Improvvisamente la porta si aprì, ma invece di materializzarsi Lauren o Lucy, presenziò un uomo dalla barba incolta, color sale e pepe, e la montatura degli occhiali squadrata sul viso ovale.

Normani la istruì, bisbigliandole che quello era lo zio di Lauren, a capo degli affari interni del settore pneumatici e motori. Aveva supplito Lauren solo quando questa era stata inferma a causa di un braccio slogato. Era strano ci fosse lui, insolito.

A Camila non sfuggì l'assenza anche di Lucy, che tramandò non pochi brusii. Ciò fece serrare i pugni alla cubana.

«Allora, Alexia ha ricavato dei dati statistici buoni in proporzione alle altre aziende. Certo, non abbiamo quel distacco mastodontico, ma siamo sulla via giusta.» Iniziò in quinta l'uomo, che Camila aveva imparato chiamarsi Simon.

«Qualcuno ha qualcosa da discutere?» Si aggiustò la cravatta, lanciando uno sguardo onnicomprensivo al tavolo.

«L'indice di gradimento sui veicoli è altalenante. Prima avevamo una sicurezza su alcuni modelli, oggi siamo al vaglio della società. Dobbiamo far uscire il nuovo modello, così da mantenere una linea quanto più stabile possibile.» Asserì una morettina con la frangia troppo lunga e le labbra rosse, rigorosamente MAC.

Un cenno del capo di Simon fece intendere di aver recepito l'informazione.

«Gli investitori sono sempre relativamente buoni. Comunque rimaniamo una delle società più in vista, quindi non c'è da meravigliarsene.» Si palesò Chelsea, ritenendosi abbastanza soddisfatta dell'indice di investimenti.

Un altro cenno del capo, una lustrata alla cravatta, e avanti.

Parlarono altri tre o quattro interessati, ma l'attenzione della cubana era già volata altrove. Che Lauren non si trovasse lì, poteva capirlo. Ma Lucy? Perché la strega non c'era? Erano forse insieme? Oppure era una coincidenza maldestra? Che poi, che gliene importava a lei!

«Menomale, è durata poco.» Commentò Normani, alzandosi dalla sua seduta.

La cubana scosse la testa, sgombrando la mente sovraffollata. Non era tempo di voli pindarici.

«Già.» Sorrise alla collega, imbracciando la borsa e il porta computer che ormai la seguiva letteralmente dovunque. Anche al bagno, a volte.

Le due uscirono insieme dalla sala riunioni, sciamando con il gruppo monocolore di giacche e cravatte. Normani le stava raccontando di come si fosse svolta la cena, e di quanto avesse riso quando Dinah aveva sbadatamente "cileccato" una polpetta che era rotolata ai piedi di altri ospiti. A insabbiare il suo crimine ci aveva pensato un barboncino, che aveva mangiato la polpetta di buon gusto.

«Dovevi vederlo! Aveva tutti i riccioli bianchi sporchi di sugo. Il padrone si guardava attorno alla ricerca del colpevole. Per poco non cado dalla sedia dal ridere.» Spiegò con le lacrime agli occhi per la ridarella.

«Dinah è così: non è contenta se non fa un danno.» Sottoscrisse la cubana, unendosi all'ilarità dell'amica che solo immaginando la polinesiana le suscitava un distinto sorriso.

«Ah! Ma non è finita qui. Quando siamo arrivate alla cassa...» La narrazione divertente di Normani venne bruscamente interrotta da una voce stridula e gelidamente incollerita.

«Ehi, Camila!»

La cubana Si voltò. A qualche metro da lei, oltre un gruppetto di sfaticati investitori, intercettò lo sguardo minaccioso e livido di Lucy.

«Ehi, Lucy.» Replicò pacatamente, un po' inebetita da quel richiamo prepotente.

«Non sapevo che fossi una fottuta raccomandata.» Sputò velenosa la mora, attirando l'attenzione di tutti i presenti, che prima sussurrarono fra di loro, poi sprofondarono in un silenzio assorto. Tutti interessati alla scena.

La cubana deglutì. Si, immaginava che prima o poi il suo segreto sarebbe venuto a galla, ma non pensava in quel modo. Non pensava minimamente in quel modo.

Non ebbe il coraggio o le parole giuste per rispondere, così si limitò ad ascoltare quello che Lucy aveva deciso di decantare ai quattro venti.

«Cioè, oddio, da come cammini e dal pessimo gusto nel vestire avevo evinto qualcosa, ma non immaginavo certo che fossi seduta qui grazie a paparino. "Una generosa donazione dal fondatore di AirTech", cito testualmente eh.» Starnazzò, creando audience sulla sua performance.

«Che poi, dove gli abbia rubati tuo padre questi soldi non lo so, dato che in così poco tempo avrà potuto fare ben poco, e che adesso può fare ancora meno, vero, Camila?» La finale allusione, macabra e infama, diede l'input giusto alla cubana per riscattarsi.

Tutte le parole che prima le si erano spente, ora sbocciavano rigogliose.

«Non lo so, Lucy. Chiediamolo alla tua autostima, che a quanto pare è veramente decessa, dal momento che io non ho bisogno di affondare nessuno per elevare il mio operato. Si eleva da solo.» La cubana avanzò, mentre i presenti le aprivano deliberatamente un varco, come se fossero troppo spaventati, o troppo interessati, per intervenire.

«Forse ultimamente sei un po' carente in quanto a produttività, ecco perché ti sfoghi in palestra: almeno li hai qualcosa da far vedere.» Insinuò mordace la cubana, talmente sardonica da scaturire un sussurro generale di stupore.

Oramai le due rivali erano a pochi passi l'una dall'altra, si scagliavano occhiate truculente, e nessuno sapeva quello che sarebbe successo di a poco. Nemmeno Lauren, che passava di lì per sbaglio, e si avvicinò lentamente alla rappresaglia.

«Che poi, buffo sentirmi nominare raccomandata da te, dato che sanno tutti che per arrivare dove sei ora, sei andata a letto con Lauren.» Concluse in gran bellezza la cubana.

Stavolta non guadagnò non solo le espressioni esterrefatte degli spettatori, tantomeno quella di Normani, che si stava approssimando per placare la "sommossa". Non si fece bastare nemmeno lo sbigottimento incredulo di Lauren, che si era fermata a qualche passo giusto per elaborare che avesse udito bene. No. Non riscosse solamente ciò, ma incassò anche un bel pugno, in pieno naso.

Lucy prendeva lezioni di boxe da qualche tempo, proprio alla palestra che la cubana aveva menzionato. Quindi c'era poco da dire: il diritto che Camila ricevette preciso sul setto nasale, fece male, fece molto male.

La cubana barcollò all'indietro, ma venne tempestivamente sorretta da Normani, che coprì la distanza con un balzo. Lauren, invece, si scagliò su Lucy, tenendola per le spalle mentre questa scalpitava e si dimenava, inveendo contro Camila.

«Lucy, se non la pianti subito, giuro che questo sarà il tuo ultimo giorno in questo fottuto ufficio.» Decretò la corvina, inviolabile è immune a qualsiasi replica.

La mora strepitò ancora un po', dopodiché si rassettò il vestito e marciò via, lasciando Camila a sanguinare, Normani a insultarla e Lauren a imprecare.

La corvina sospirò, tornando a guardare davanti a se quando la mora fu scomparsa dietro l'angolo. Il suo sguardo intercettò quello di Camila. Normani la stava medicando come meglio poteva, ma il sangue continuava ad zampillare a fiotti.

Lauren si affiancò a lei.

«Hai un po' di limone?» Domandò Normani, rivolta alla corvina, mentre tamponava la fuoriuscita con un fazzoletto di stoffa.

Lauren la ignorò. Afferrò gentilmente il mento della cubana e la girò verso di se. Camila si sentiva un'emerita idiota, con la testa reclinata verso l'alto, i grumi di sangue rappresi qua e là, ed infine le lacrime agli occhi non per il dolore, per la rabbia. E ora, come se non bastasse, Lauren la stava scrutando da qualche centimetro con la lente d'ingrandimento, stimando il danno.

«Allora, Lauren!?» La sollecitò Normani, spazientita.

«Lascia, ci penso io.» Si incaricò la corvina, facendo segno alla cubana di seguirla, mentre si arrotolava le maniche della camicia.

«Ma come? Ma non pensi sia meglio se...»

«Ho detto, che ci penso io.» Impennò il tono, di nuovo, modulando sul finale, quando non ebbe bisogno di intimidire con la voce grossa, perché il suo sguardo bieco e determinato fu abbastanza d'impatto.

Normani alzò le mani in aria, reclinò un po' la testa, e prima che Lauren si trascinasse Camila con se, le disse «Mi fermo a casa tua, okay? Parliamo dopo.»

La cubana la ringraziò, poi si incamminò dietro la scia della corvina, preoccupandosi più di non sporcare il pavimento, che dell'epistassi in se.

Lauren la condusse nel suo ufficio. Mentre Camila chiudeva la porta alle loro spalle, la corvina apriva un'anta di un armadietto inglobato nella libreria. Estrasse un kit di pronto soccorso, lo portò sulla scrivania, e fece segno a Camila di sedersi in poltrona.

Lauren intinse un batuffolo di cotone nel disinfettante, si sedette sulla poltrona accanto a quella di Camila, e la virò verso di lei, così da poterle ripulire l'area accagliata. La cubana era tremendamente in imbarazzo.

Oltre al danno, la beffa. Si complimentò sarcasticamente con se stessa.

Camila teneva lo sguardo sul soffitto, anche se talvolta il suo sguardo precipitava sul viso ravvicinato della corvina. E allora doveva deglutire, e ricordarsi che era nel bel mezzo di un epistassi, che si era procurata a causa di un pugno, ricevuto nel corridoio della sede di lavoro, e che il suo capo, con la quale aveva fatto sesso tre giorni prima, ora le stava pulendo le caccole dal naso. Allora si che distoglieva lo sguardo.

«Sei un po' ipocrita, Camila, non credi?» Proruppe tutto ad un tratto la corvina, attirando l'attenzione della cubana.

«Che buol dire?» Masticò a fatica, chiaramente storpiando qualche lettera a causa dell'eco nasale.

«Il Bue che dice cornuto all'asino.» Asserì la corvina, in tono neutro, senza batter ciglio.

Camila ci mise un po' a realizzare che si stava riferendo all'ultima accusa mossa verso Lucy. Si, effettivamente avrebbe potuto risparmiarsela, ma ciò che stava proiettando Lauren era un film distorto.

«Mi disbiace, ma ti sbagli.» Tossì, sputacchiando un po' di sangue sul fazzoletto di Normani che ancora stringeva.

Lauren attese che avesse finito, dopodiché le mantenne nuovamente il mento da una distanza pericolosamente vicina, e protrasse il tamponamento delle croste.

«Io non mi sono guadagnata un posto di lavoro perché sono venuta a letto con te. Io qui già ci lavoravo. Sei tu che sei voluta venire a letto con me.» Precisò la cubana, risoluta, notando come negli occhi di Lauren baluginasse un riflesso che non seppe identificare, ma che la fece deglutire «Che fra l'altro, credo sia il motivo per cui siamo qui.» Soggiunse la cubana. Lauren non abbassò lo sguardo, non assentì, ma non negò nemmeno.

Quando ebbe terminato di detergere la zona, si alzò per andare a prendere una manciata di ghiaccio dal recipiente che teneva dentro al minibar. Lo avvolse in un panno che solitamente utilizzava per lo champagne e, invece di consegnarlo alla cubana, tornò a sedersi di fronte a lei, e lo mantenne al suo posto sul naso dolorante.

«A proposito di... quello.» Esordì Lauren, inarcando le sopracciglia eloquentemente, mentre fissava Camila negli occhi. Ci fu un breve attimo di silenzio. «Non succederà più, Camila. Mai più. Ero in un momento difficile e non calcolato i...»

«Non devi bustificarti.» Tagliò corto Camila, che per la seconda volta si ritrovava ad affrontare l'argomento nell'ultimo dei modi che avrebbe mai potuto immaginare «Mai più, chiaro.» Ribadì, osservando imperturbabile Lauren negli occhi.

«Ottimo.» Rispose la corvina, restando per qualche istante a fissare il lucore nelle iridi della cubana, per poi inspirata furtivamente ed alzarsi dalla poltrona, lasciando il ghiaccio nelle mani dell'altra.

«Ottimo.» Le fece eco Camila, che stranamente non sentiva più dolore al naso, ma altrove.

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