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Capitolo trentatré


La festa procedeva pomposamente. Alcuni avevano bevuto qualche daiquiri di troppo, mentre altri tenevano l'asticella più bassa, ad un tasso alcolico che li permettesse di non sbottonarsi troppo. Troppe bollicine istigavano lo spirito dionisiaco, che in nel loro mondo apollineo non era ben visto.

Normani, completamente contrapposta a qualsiasi etica sociale o imperativo morale, mieteva drink come fossero caramelle. Camila era incollata alla collega, ma tentava di non farsi contagiare dalla sua licenziosità.

«È necessario bere così tanto?» Domandò la cubana.

«No.» Rispose Normani, scolando l'ultimo goccio «Di più.» E rimpinguò il bicchiere ormai vuoto.

La cubana scosse la testa, alzando gli occhi al cielo. Dopo qualche altro drink, si spostarono in una zona più appartata, dove era disposto un arcipelago di divani in pelle bordeaux. Si sedettero su di essi, assieme ad altri colleghi e visi conosciuti. Stavano parlando di quanto potessero essere conviventi i BitCoin quando le due si aggregarono, e Normani, chiaramente nauseata da discorsi economici anche fuori dal lavoro, veleggiò la conversazione in un mare più navigabile «Credete sia meglio andare a letto con quattro donne la stessa sera, oppure andare a letto con quattro donne in quattro sere?» E scoppiò un colorito dibattito su proporzioni temporali e spirito edonistico.

Camila non smetteva mai di sorprendersi della personalità sovversiva che possedeva Normani. Con una frase riusciva a combinare lavoro e svago, timonando la conversazione verso un nesso comune. La cubana rimase ad ascoltare le idee di uno e dell'altro - "Meglio avere quattro sere impegnate, che una soltanto", "No, invece! Meglio una notte da sogno indimenticabile, che quattro banali serate", "Non stai tenendo di conto la statistica", "E tu la osservi troppo"-, infine si dissociò per andare a prendere un bicchiere di champagne e una boccata d'aria.

Quando ebbe il calice colmo di scoppiettanti di bollicine, fuoriuscì sul balcone. Per quanto la città fosse adombrata da un manto di buio è una fioca luce lunare, era ancora in fermento.
La città che non dorme mai. Echi lontani giungevano attraverso sospiri gelidi del vento che quella notte era particolarmente dispettoso.

«Sparisci per bere e non me lo dici, gringo?» Normani sbucò alle spalle della cubana, sempre attrezzata di bicchiere alla mano.

«Avevo bisogno di prendere un po' d'aria.» Fu una mera giustificazione quella della cubana.

«Non ti stai divertendo?» Si preoccupò Normani, che detestava vedere il broncio sulle facce degli ospiti, anche alle feste non sue.

«Ma no! Sto bene, davvero. Non preoccuparti, Mani.» Le sorrise confortante Camila, ma una buona dose di rassicurazioni non furono abbastanza per convincere Normani.

«So io di cosa c'è bisogno.» Trangugiò il liquido color senape che aveva nel bicchiere e chiarì «Io e Chelsea abbiamo ideato un gioco tutto nuovo... Beh, quasi. Ci sono volute due settimane, ma ne è valsa la pena. Diamo l'inizio alle danze.» Ammiccò l'amica, incamminandosi verso l'interno della sala, dove la sua collaboratrice -nonché la festeggiata- stava brindando in allegria.

«Aspetta, che gioco? Normani...!» Arcuò le sopracciglia la cubana, confusa.

La donna ormai era stata inghiottita dalla folla. La cubana sospirò e affogò i suoi pensieri nell'alcol, e nella vista mozzafiato. Solo dopo qualche decina di minuti Chelsea e Normani riemersero sul balcone, dove improvvisamente si era radunata una calca di persone.

La biondina, affiancata dalla collega, prese posto di fronte al pubblico su un basso palchetto che la mise in risalto.

«Anzitutto voglio ringraziare tutti per essere qui stasera. È un vero onore e piacere sapere di avere tanti amici...» Stringi, le sussurrò a denti stretti Normani «Beh, non so però quanti amici mi resteranno dopo che vi avrò detto cosa succederà questa sera. E si, Martin, non avresti dovuto bere tutti quei bicchieri. » Incuriosì tutti, solleticando la marmaglia con una risata corale.

«Io e Normani ci siamo ritrovate una sera per definire i dettagli della torta e abbiamo pensato "Deve essere diversa da tutte le altre".» Uno sguardo complice con la collega al suo fianco insufflò sulla brace della curiosità collettiva «Ma! Siamo giunte alla conclusione che una torta, per quanto appariscente e faraonica possa essere, resterà sempre una torta, e non verrà ricordata se non per il buon sapore... Quindi abbiamo fatto un passo indietro e ci siamo rese conto che, come diceva il nostro vecchio amico Kant "non è sapere la cosa, ma conoscere il meccanismo con il quale siamo venuti in contatto con essa".» Chelsea era rinomata per i bei discorsi, ma quando la cubana udì quel solstizio dialettico, volse eloquentemente lo sguardo su Normani. Farina del suo sacco, sicuro.

«Ecco perché abbiamo istituito una vera caccia al tesoro. O, meglio: alla torta! Ognuno di voi riceverà un indizio iniziale e verrà condotto si luogo in luogo, fin quando arriverà alla destinazione finale e troverà una stanza con ulteriori indizi. Se riuscirete a scoprire il luogo, vi aspetteremo alla mezzanotte esatta con la torta e le candeline. Il primo che arriva vince un premio speciale!» Terminò ditirambica la bionda, che forse era tanto esaltata a causa della sua intrepida e unicam iniziativa, oppure aveva bevuto troppo.

«Che state aspettando? Il primo indizio è stato inserito nelle tasche dei vostri cappotti, che potrete recuperare al guardaroba. Buona fortuna a tutti!» Chelsea scese dal palchetto e nemmeno il tempo di fare il primo passo che la baraonda di invitati era sciamata verso l'ingresso, gli ascensori e le scale di sicurezza.

Camila, invece, era ancora sul terrazzo, a sorseggiare il suo drink.

«Che stai facendo?! Così perderai terreno!» La invogliò Normani, sospingendola per le spalle verso il guardaroba.

«Non posso astenermi?» Pigolò stridente la cubana, che l'unico premio che si era sempre aggiudicata era l'ultimo posto.

«Macché astenerti e astenerti! Partecipano tutti, dovrai farlo anche tu!» L'esonerò intransigente Normani, schioccando le dita nella direzione dell'addetto al guardaroba.

Camila estrasse il numero del suo cappotto dalla tasca e riluttante lo consegnò al ragazzo.

«Aspetta. Tu non giochi?» Si insospettì la cubana, crucciata.

«Pronto? Che senso ha che io giochi se ho progettato io la caccia al tesoro?» Normani picchiettò il pugno sul cranio della cubana, pretendendo che fosse vuoto come il suo quattordicesimo bicchiere di vodka alla pesca.

Le venne affidato il suo cappotto e Normani la guidò nuovamente, stavolta con più tatto, verso l'ascensore, ormai sgombro. Pigiò il pulsante.

«Mi raccomando. Goditi questa serata.» Le porte si aprirono e Normani spinse la cubana all'interno, schiacciando per lei il numero 1.

«Oh, Camila. Quando arrivi alla tua stanza, controlla scrupolosamente gli indizi.» Ammiccò Normani, avendo giusto il tempo di cogliere l'espressione perplessa della cubana prima che le porte si richiudessero.

Normani rimase a guardare l'ascensore con un sorriso malizioso impresso sulle labbra. Dei passi familiari si materializzarono alle sue spalle.

«Abbiamo fatto un buon lavoro.» Recensì Chelsea, battendo una pacca sulla spalla di Normani «Pensi che funzionerà?»

«Funzionerà, funzionerà.» Assentì perversamente, illuminandosi.

*****

Mancava il gioco dei quattro cantoni. Ironizzò Camila, stringendosi nel suo cappotto per ripararsi da un refolo tagliente. Rabbrividì.

Proprio la serata giusta per indossare un vestito scollato e interpretare Jack Sparrow. Il suo sarcasmo era incitato dalla sua refrattarietà all'adattamento invernale.

La cubana era ferma sul ciglio della strada, ancora non aveva nemmeno letto il suo primo indizio. Solo quando la mano, tentando di arrabattare un po' di calore dalla tasca imbottita, cozzò con la carta ripiegata si rammentò il suo scopo. Lo prelevò con cautela, srotolando i lembi con movimenti tremuli e intirizziti.

Benvenuti alla caccia al tesoro,
Dove chi vince non avrà l'oro,
Ma solo un riconoscimento alla sua intelligenza,
Che su tutti gli altri ha fatto pestilenza.
Se vincere vorrai,
In questo luogo ti recherai:
Marilyn Monroe, Audrey Hepburn
Buona caccia!

«E che diamine significa?» Fischiò la cubana, del tutto spaesata.

Rilesse attentamente il biglietto, senza lasciarsi ingannare dal freddo che ossidava le sue mani. Le iniziali delle due famosi attrici erano sottolineati in rosso.

MMA... Pensò Camila, Ok, se è un luogo... Metropolitan Museum of Art! Esultò Camila, intascando il post-it. Troppo facile. Si pavoneggiò, chiamando un taxi.

La corsa fra le auto fu più frenetica del solito. A Camila parve di intercettare due ospiti della festa dall'altra parte della strada, a piedi, che si dirigevano ad un bar. Non era sicura che fossero loro, ma ora che era entrata nel vivo della competizione, le rodeva avere un netto ritardo su tutto il resto della banda.

«Potrebbe andare un po' più veloce?» Domandò cortesemente al tassista.

«E dove vado, signorina?» Gesticolò lui, mostrandole l'ingorgo intasato.

La cubana tirò fuori una mancia da venti dollari e gliela poggiò sul cruscotto «Scendo qui. Tenga il resto.»

Si avviò a passo rapido attraverso i musi delle auto, più di un'automobilista le strombettò, ma lei proseguì indefessa. Quando raggiunse il marciapiede, fomentò il passo, facendosi strade, anche poco accorta, attraverso i passanti.

Il museo era proprio dietro l'angolo. Percosse circa trecento metri, svoltò a destra e attraversò la strada, trovandosi davanti l'ingresso imperiale del rinomato Metropolitan.

Rimase ad ammirarlo per qualche secondo, poi la smania della competizione e il solletico recondito di perdere la incalzarono a riscuotersi. La cubana salì rapidamente la scalinate, davanti alla porta principale vi era una guardia che piantonava l'area, assicurandosi che l'ecosistema notturno non vandalizzasse la vetusta architettura.

La cubana si avvicinò per chiedere informazioni, ma quando arrivò ad un passo dall'uomo in divisa, questo estrasse dal taschino un biglietto dello stesso colore di quello che conservava nella tasca e lo protese a Camila, sorridendo sotto i baffi arruffati.

«Grazie.» Scambiò anche lei un sorriso, allontanandosi poi.

Dispiegò il quadrato ed ecco un'altra filastrocca vergata sul foglio.

Complimenti avventuriero/a!
Questa è la tua sera!
Se il terzo indizio trover vorrai,
L'enigma scoprir dovrai!
Oro e statue puoi visitare,
E a Natale fra bandiere puoi pattinare.
E la nostra dovrai trovare.
Cosa aspetti ad andare?

La cubana rilesse prima mentalmente e poi verbalmente la filastrocca. Erano indizi molto superflui dato che a New York si trovava una quantità di distretti periferici con quelle caratteristiche, ma fu la seconda strofa "E a Natale fra bandiere puoi pattinare", a darle l'illuminazione!

Rockefeller Center!! Esclamò dentro di se la cubana, ordinando un altro taxi.

Era una tratta breve, fortunatamente. Non più di quattordici minuti in auto, escludendo il traffico. Era un po' scemata la carovana di auto che ristagnava in strada e sopraggiunse in tempi relativamente brevi davanti al Rockefeller Center. Anche stavolta lasciò la mancia al tassista. Dopotutto è Natale... quasi.

Si guardò intorno. La zona era a dir poco grande, quindi doveva fare un calcolo di probabilità e andare per esclusione.

Non può essere in mezzo alla pista di ghiaccio, né tantomeno attaccato a qualche statua. Ripescò il biglietto e rispolverò la memoria.
"E a Natale fra bandiere puoi pattinare.
E la nostra dovrai trovare", recitava così la frase che si rivelò essere la chiave di volta al suo rebus.

La cubana salì al secondo piano, facendosi strada fra mamme apprensive che sorvegliavano a vista i bambini pattinare, padri distratti che telefonavano ad un'azienda o l'altra, ma anche famiglie unite che sollevavano il figlio da terra per dondolarlo in aria qualche secondo. La cubana era decisamente la nota disarmonica in quel guazzabuglio di parenti, ma non se ne curò più di tanto.

Seguì le direttive della filastrocca e arrivò all'asta della bandiera americana, esposta fra tante altre. Vi era un annuncio lavorativo di un ragazzo, assicurato dentro una pellicola di plastica, e al fondo di esso un biglietto decisamente per lei. Lo estrasse indisturbata e lo aprì.

Alla fine sei arrivato/a,
L'ultima meta sarà la tua finale scalata.
Se sei pronto/a,
Rimboccati le maniche
E conta!
Arthur Avenue, Avenue.
Seventh Avenue, Madison Avenue,
Lexington Avenue...
Cosa manca!?

La cubana rilesse i nomi delle strade. Terminavano tutte in Avenue, quindi dedusse anche la contrada mancante avesse la medesima coda.

Park Avenue! Trionfò infine, risalendo su altro taxi ancora che la condusse alla metà desiderata.

Camila scese euforica dal taxi, convinta di aver vinto, ma si era dimenticata che prima di arrivare alla meta finale, doveva risolvere un ultimo indovinello in una fatidica stanza.

La cubana si guardò attorno, disorientata. Il suo giramento di testa cessò quando riconobbe la strada che percorreva quasi tutti i giorni, gli edifici che salutava ogni mattina, le persone che incrociava ogni venerdì. Alzò gli occhi al cielo e l'insegna ora sfavillante di luci rischiarava il cielo nella sua maestosità impareggiabile: Towers!

Camila Sorrise. Non c'era verso di sbagliarsi.

Attraversò la strada e spinse la porta a vetri, entrando nella hall che conosceva bene. Il posto era deserto, il fermento che di solito la sfiancava era spento. Non vi erano nemmeno le segretarie. Il rumore dei suoi passi era l'unico suono percettibile.

Salì al piano 102 con l'ascensore, sicura che Normani avesse collocato lì l'ultima sfida. Quando le porte si aprirono, il suono acustico trillò quasi sinistro in quella landa desolata e soffusa. La cubana di fece strada all'interno. La guardia che presidiava l'entrata le puntò la torcia contro, scossa da un fremito come una foglia.

«Ah, Camila. Sei tu.» Si rilassò l'uomo, allungandosi un ricciolo della barba.

«Scusa.» Sorrise amichevole la cubana, un po' imbarazzata.

«Figurati! Mi avevano avvisato.» Ammiccò l'uomo, anche lui complice del gioco di Normani e Chelsea «Ecco a te.» Fece scivolare un ultimo biglietto sul tavolo e tornò a ronfare.

La cubana vi sbirciò.

Se la torta vuoi mangiare,
Nell'ufficio di Lauren devi entrare.
Buena suerte!

Coosaaaa?! Sbarrò gli occhi la cubana, più tremula ora che di quando era stata esposta al freddo serotino.

Deglutì. Quel gioco iniziava a non piacerle per niente. Occhi sul premio, Camila. La incoraggiò il suo subconscio, sollecitandola. La cubana ci mise un po' prima di avviarsi verso la stanza indicata, ma poi, la sua voglia di vincere, prevalse sulla timidezza. Tanto è vuoto. Si ricordò, tirando un sospiro di sollievo.

La cubana, una volta davanti alla porta imponente, respirò a fondo e abbassò la maniglia. Sgattaiolò all'interno quasi subito, come se avesse paura di essere colta in flagrante mentre stava facendo... niente. Non era colpevole di niente. Aveva solo il famoso timore inspiegabile di chi si sta impelagando in qualcosa di più grande di lui.

Un brivido le corse lungo la schiena quando richiuse l'uscio. Si addentrò nell'ufficio, accendendo una luce fatua posizionata sopra la libreria. Per un momento si dimenticò perché fosse lì e semplicemente girovagò fra i mobili, sfiorò le poltrone, osservò i bicchieri, il tappo del bourbon e la bottiglia di whisky d'emergenza e...

Click.

Improvvisamente la porta si aprì e una sagoma familiare sgusciò all'interno.

Di primo acchito la cubana ipotizzò si trattasse di Raul, la guardia notturna, ma poi le sinuosità e i voluminosi boccoli si profilarono nella penombra aranciata.

«Lauren?»

«Camila?»

Le due si squadrarono perplesse.

«Che ci fai tu qui?» Domandò buffamente la cubana.

«Casomai che ci fai tu qui? Visto che è il mio ufficio.» Le fece notare Lauren, portando le braccia conserte.

Camila farfugliò qualcosa, ma dato che lo sguardo penetrante della donna non le lasciava scampo, si limitò a tirar fuori il biglietto della caccia al tesoro e presentarlo come giustificazione.

Lauren aggrottò le sopracciglia «Pensavo che tutti gli ospiti sarebbero arrivati in luoghi diversi.» Si avvicinò cadenzata e confrontò con il suo il post-it della cubana. Uguali.

«Forse ho sbagliato qualcosa io.» Si grattò la nuca la cubana, facendo spallucce.

Lauren si guardò attorno. Individuò sulla scrivania due oggetti fuori posto. Conosceva quasi a memoria la disposizione degli oggetti. Si approssimò lentamente, lasciando una scia del suo profumo e del suo shampoo ad inebriare le narici della cubana.

Lauren afferrò i due biglietti, ancora chiusi, e si voltò per allungarne uno a Camila. La cubana osservò interdetta la carta incartapecorita, avanzò un passo titubante e sfilò gentilmente il quadrato dalle dita della corvina.

Entrambe schiusero la bocca di carta e anche stavolta entrambe trovarono lo stesso indizio.

"Perquisiscila".

Camila alzò di scatto la testa, mentre la corvina ebbe una reazione più moderata. Nei suoi canoni, insomma.

«Ti assicuro che non ho niente addosso.» Chiarì la cubana, ma nemmeno lei seppe perché lo disse.

Lauren si era chiusa in un silenzio meditativo. Solo dopo qualche secondo di snervante attesa la sua voce rauca e pacata squarciò il telo di silenzio «Chi mi dice che non stai mentendo per non farmi vincere?»

Camila si incupì, incredula che Lauren potesse pensare fosse tanto subdola. Ok, un po' lo sono... Ma non così tanto!

«E chi mi dice che non stai mentendo tu invece?» Ribatté la cubana, inalberata per la scarsa fiducia che le era stata attribuita.

Lauren depositò il biglietto sulla scrivania e si distaccò di qualche centimetro, abbreviando le distanze con la cubana. Camila iniziò già a sentire le ginocchia deboli.

«C'è solo un modo per scoprirlo.» Asserì con tono naturalmente suadente la corvina. Il suo sguardo si elettrizzò e annerì al contempo, provocando un riflesso autonomo nella cubana che irrigidì i muscoli, costringendosi a nuotare in quell'oceano notturno che ad annegarci.

«Seguire le regole.» Suggerì Lauren, ad un passo da Camila che stritolava il foglio nel palmo della mano per somatizzare le onde di sentimenti che la travolgevano.

«Bene.» Si fece coraggio, spavalda «Ok.»

«Mettiti contro la libreria, Camila.» Ordinò Lauren, sommessamente, sciogliendo ogni resistenza boriosa della cubana con quel timbro flautato e seducente.

Camila eseguì le direttive, sempre con quell'attitudine stizzita e offesa che le permetteva di tenersi stretto uno dei suoi capisaldi: la sua insolenza.

Si andò a sistemare contro la libreria e fissando Lauren negli occhi con sguardo di sfida la incattivì indisponente «Perquisiscimi.»

Continua...

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