Capitolo quarantasette
Camila non era abituata a fare le ore piccole, o, meglio, era abituata a fare le ore piccole solo in presenza di caraffe di caffè. Lauren l'aveva riaccompagnata a casa in ore antelucane, e Camila era scivolata sotto alle coperte all'incirca alle cinque della mattina. Appena quattro ore dopo aveva puntato la sveglia, perché, anche se esonerata dalla giornata di lavoro grazie all'intercedere del weekend, doveva lavorare. Aveva delle pratiche burocratiche da svolgere, e alcune email da leggere. Il suo appartamento era stranamente immerso nel silenzio. Non era così scontato destarsi circondati dalla tranquillità, dato le visite serrate di Normani e Dinah che mettevano puntualmente a repentaglio la requie mattutina. A quanto pare nessuna aveva usufruito del suo appartamento per spendere la notte.
«Uhm.» Produsse un suono monocorde la cubana, chiaramente sorpresa.
Era una cultrice della solitudine, ma doveva ammettere che non le dispiaceva nemmeno il baccano che originavano le due inquiline.
Camila riempì il silenzio con il fischio della macchinetta del caffè. Ne bevve un sorso mentre accedeva il pc, approntandosi a spulciare la cartella di posta ristagnante. Alcuni erano spam, altre email provenienti dallo studio ma che confermavano o rimandavano alcune riunioni, un'altra invece era un annuncio pubblicitario che l'azienda inviava ogni mese. Vi erano solo quattro email importanti a cui rispose celermente, dopodiché rimasero altre due inosservate. La prima trattava di una riunione importante indetta per il giorno seguente, l'altra invece, inviata chiaramente precedentemente alla prima, comunicava che la collaborazione con la Ford avrebbe decollato di lì ad una settimana, e che erano pronti.
Camila era relativamente tranquilla. Dopo tutti quei mesi di travaglio, era contenta di poter finalmente tirare un sospiro di sollievo. Sapeva che per Lauren non era così automatico, dato che la corvina conservava uno spiacevole è infelice ricordo della sua prima collaborazione, sapeva anche quanto dietro quella facciata di tranquillità si celassero ombre di paura per l'hacker, che erano riuscite a battere una prima volta, ma non a togliere di mezzo definitivamente. Lauren stava prendendo tutte le precauzioni del caso, cavillava così intensamente su ogni probabilità di manomissione che ormai sembrava esser diventata lei stessa un hacker. Camila tentava come poteva di tranquillizzarla, senza però entrare nel dettaglio -quello l'avrebbe innervosita ancora di più-, ma la corvina non sembrava propensa a lasciarsi blandire e quindi a rasserenarsi.
La cubana si mise in contatto con Normani, la quale non era impegnata solamente con i preparativi per l'azienda, bensì stava investendo doppiamente le sue energie, essendosi cimentata nel progettare il suo compleanno.
«La mia collega preferita.» Rispose frizzante come sempre, strappando un sorriso a Camila.
«Dovresti svelarmi il tuo trucco: metti qualcosa nel caffè, oppure passi le nottate a fare meditazione?» Domandò la cubana, stupita dal buonumore incrollabile di Normani.
«Nel caffè non metto niente, e se devo passare la nottata sveglia certamente non la trascorro a fare meditazione. Non so se ci siamo intese.» La sua voce assunse un tono malizioso in più, volutamente calcolato, e ciò fece arrendere i buoni propositi di Camila.
«Hai ricevuto l'email?» Chiese la cubana di getto, osservando il desktop illuminato.
«Si, l'ho ricevuta. Be', finalmente direi, no? Almeno la smetteremo di stare sulle spine e coglieremo i frutti del duro lavoro.» Replicò schietta Normani, la quale viveva di una filosofia alquanto distensiva: prima si toglie il dente, meglio è.
«Non so. Credo di essere stata contagiata dallo stato d'animo di Lauren.» Si mordicchiò nervosamente le unghie, senza distogliere lo sguardo dalla lettera digitale davanti a lei.
«Ahhh, che palle che sei.» Sbuffò Normani, prendendo in contropiede Camila che sobbalzò accigliandosi. «Senti, andrà tutto bene. Lauren ha bisogno di crederci, e se non ci credi proprio tu non ci crederà nemmeno lei. Quindi, per favore, fai dei bei respiri e sfoggia il miglior sorriso possibile.» Certamente non si sarebbe aspettata una "terapia d'urto", ma doveva riconoscere che era oltremodo efficace.
Normani aveva ragione. Non c'era tempo di farsi cogliere dal panico, tantomeno adesso che i tempi stringevano e la fatidica data si approssimava. Lauren poteva mostrarsi serena di fronte ai collaboratori, ma era Camila che doveva saper esserlo davvero per rassicurare le discrepanze nascoste della corvina.
«Perché non la porti a cena fuori? Voglio dire, so che è chiedere tanto, che vi siete appena riappacificate o quel che è...»
«Va bene, lo farò.» Comunicò ante litteram la cubana, interrompendo il soliloquio di Normani. I soliloqui erano la sua specialità, ma non avevano tempo per quello adesso.
«Oh, bene. È stato facile.» Ammise spudoratamente, dopodiché le consigliò qualche locale economico ma glamour e attaccò.
Camila decise di bersi prima un'altra tazza di caffè -magari corretto con un po' di alcol-, e poi di chiamare Lauren.
*****
Normani sopraggiunse in azienda all'incirca dieci minuti più tardi. A parte dispensare i solito saluti cordiali, si fermò a elargire convenevoli a nessuno, tirò dritto verso l'ufficio di Lauren. Chiaramente entrò senza bussare, facendo trasalire la corvina concentrata a dipanare qualche affare online.
«Diamine, quando imparerai le buone maniere?» Sbuffò irritata Lauren, tornando a guardare il computer di fronte a se.
«Mai.» Constatò onestamente Normani, poggiando la borsa su una poltrona e il suo sedere sull'altra.
Squadrò Lauren scrupolosamente, senza peritare troppo sul metodo sfacciato che aveva di fissarla. La corvina proseguì indefessa i suoi compiti, finché l'esaurimento nervoso prevalse e, respirando sonoramente contrariata, si voltò verso Normani e fronteggiò la sua pungolante curiosità.
«Devi dirmi qualcosa?» Fu retorica, congiungendo le mani sotto al mento.
Normani rimase in silenzio, seduta austera e spavalda al contempo, visibilmente intenta a chissà quale pensiero o gesto.
Dopo qualche secondo si sporse oltre la sedia, osservò la corvina negli occhi, la quale non aveva battuto ciglio fino a quel momento per non darle nessuno tipo di soddisfazione, e disse:
«Tu non hai ancora detto la verità a Camila, vero?»
Lauren inspirò profondamente e alzò gli occhi al cielo, tornando alle sue faccende senza dar risposta.
«Lauren! Cazzo. Quella ragazza sta facendo una fatica enorme per perdonarti, e tu continui a nasconderle un segreto così grosso?» Sibilò a denti stretti Normani, incollerita.
«Che dovrei fare, eh? Ti sembra così facile? Pensi che non mi odierà quando le dirò la verità?» Esplose Lauren, contenendo la voce in una scala moderata. Sospirò, prendendosi il viso fra le mani.
«Odierà tutte e due.» La corresse Normani, ottenendo uno sguardo indecifrabile da parte di Lauren che sembrava ricordare solo adesso la complicità di supporto che le aveva offerto l'amica.
«Voglio dirle la verità, davvero. Solo, non adesso. Non è il momento giusto. Ci stiamo ancora assestando, questa sarebbe la stoccata finale. Non posso rovinare tutto di nuovo. Quando sarò sicura di aver rimediato ai miei errori e tutto filerà liscio fra di noi, allora le dirò la verità.» Testimoniò sinceramente la corvina. La stava tirando per le lunghe solamente per quell'intoppo che aveva rallentato il processo e sbaragliato gli equilibri. Non per altro. Non era pronta a perdere Camila, voleva solo assicurarsi di avere tutto sotto controllo prima di sganciare la bomba.
«Cazzo, Lauren.» Sospirò rumorosamente Normani.
Non era il tipo che si faceva condizionare dalle vite e dai segreti altrui, poteva custodirne a bizzeffe di scheletri nell'armadio... Ma stavolta era diverso. Teneva a Camila, come amica e come collega, e teneva anche a Dinah, in un modo diverso ma rispettoso, e ora aveva il timore di perderle entrambe, eppure sapeva che scoprire le carte in tavola era la cosa giusta da fare per tutti. Nemmeno il suo humor poteva ricucire la situazione, solo la verità aveva il potere di lanciare i dadi.
«Lo so. È una cosa grossa, molto grossa.» Sottolineò soprappensiero la corvina.
«E se lo venisse a sapere da altri? Sarebbe la fine. Se è sparita per un tradimento, figurati, cambierà direttamente identità per questo.» Mise in conto Normani.
Il cuore di Lauren perde un battito. La corvina scattò in piedi e diede le spalle all'amica, diede le spalle all'eventualità che aveva calcolato ma sempre ignorato. Si versò un bicchiere di whiskey. Ingollò un sorso lungo.
«La sappiamo solo io e te, la verità. Quindi, almeno che tu non parli, Camila potrà venirne a conoscenza solo da me.» Dispose la corvina, senza guardare l'altra che invece stava rimirando le sue spalle incordate.
«Non siamo proprio le sole a sapere la verità. C'è anche...» Suggerì Normani, venendo bruscamente interrotta da un impeto di Lauren.
«Non parlerà. Lo abbiamo remunerato bene, no? Avrebbe potuto parlare per tutto questo tempo, ma non l'ha fatto, quindi, non parlerà.» Si convinse Lauren, trangugiando un altro sorso di whiskey.
Lo studio era saturo di tensione. I pensieri erano conduttori ad altissima frequenza. Entrambe immettevano scariche di pensiero nell'aria, appesantendo la carica negativa nell'aria. Fu il trillo del telefono a spezzare quell'ondata grumosa.
Lauren non rispose subito, tanto era impegnata ad osservare la città e a trovare il bandolo dei suoi pensieri, ma quando la cornetta squillò una seconda volta si decise a rispondere. Tornò a grandi falcate alla scrivania, osservò il nome sulla finestra del telefono e scoccò un'occhiata intimorita a Normani. Quest'ultima intuì.
«No, tranquilla. Ti sta chiamando solo per invitarti a cena. Le ho consigliato di portarti da Mario.» Raccolse la borsa e si avviò verso l'uscita. Intanto il telefono squillava ancora.
«Spero che tu sappia cosa stai facendo.» Le disse con tono mesto, uscendo dall'ufficio.
Lauren rimase a guardare la porta dalla quale era uscita finché il trillo successivo non fendette l'aria, allora si rammentò della cornetta vibrante sotto la sua mano. Depositò il bicchiere sulla scrivania prima di rispondere.
«Ehi.»
«Ehi.»
Ci fu un secondo di silenzio. Lauren poteva percepire l'imbarazzo e l'incertezza della cubana anche a distanza.
«Scusa se ti disturbo a lavoro, volevo soltanto sapere se stasera fossi libera.» La immaginava a mordersi il labbro inferiore, o a giocherellare con la tazza vuota del caffè. Beveva troppi caffè.
«Stasera.. Uhm, sì. Nessun programma in agenda.» Scherzò la corvina, sentendo ridacchiare l'altra.
«Bene. Pensavo di andare a cena da Mario. Ti unisci?» La mise sul confidenziale e disinteressato la cubana, così da non rendere la proposta eccessivamente ufficiale e quindi eccessivamente impegnativa.
«Va bene, certo. Esco da lavoro alle otto, ci vediamo direttamente lì?» L'assecondò Lauren, percependo il tono dell'altra farsi subito più rilassato e squillante.
«Ottimo. Allora... a dopo.»
«A dopo.» E attaccò.
Lauren sprofondò sulla sua poltrona, sospirando. Aveva un gran peso sul petto, ogni giorno diventava più insostenibile. Era decisa, ormai. Le avrebbe detto la verità, appena dopo l'annuncio della Ford, avrebbe parlato con Camila. Vada come vada. Normani aveva ragione. Glielo doveva. Camila la stava già perdonando, non meritava di vivere all'oscuro.
D'altronde, lei aveva fatto soltanto quello che riteneva più giusto. Era stato il destino che poi si era divertito a giocarle un brutto tiro.
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